venerdì 27 maggio 2011

Il cinema all'aperto di Gianni Celati


Il libro che segnalo è di quelli non vendibili separatamente. Accompagna infatti un bellissimo cofanetto uscito per Fandango che contiene tre documentari di Gianni Celati: Strada provinciale delle anime del 1991, Il mondo di Luigi Ghirri  del 1999 e Case sparse – Visioni di case che crollano del 2002.

Amo sia il Celati scrittore di Verso la foce sia Luigi Ghirri, le cui fotografie sono state per me vera folgorazione, più di tante letture. Rischio quindi di essere noioso e prolisso, soprattutto non riesco a parlare bene della sapienza del girato, del montaggio, dell'inquadratura e della luce che fanno di questi tre dvd un boccone imperdibile (guardandoli mi sono chiesto se Gianni Celati e Umberto Fiori siano mai stati avvicinati). Anche perché bisognerebbe spendere qualche parola per i validissimi collaboratori di Celati, cioè Guglielmo Rossi, Paolo Muran e Lamberto Borsetti.

Mi soffermo allora sul libro, sull'oggetto forse meno trainante del cofanetto. Sarebbe un errore non dedicarci del tempo: vi troviamo infatti un colloquio con Fabrizio Grosoli, una lunga intervista di Sarah Hill, scritti di Marco Belpoliti (che a Celati ha dedicato un numero monografico della rivista "Riga", due numeri se contiamo anche Riga 14 dedicato ad "Alì Babà") e di Antonio Costa. Di Nunzia Palmieri è l'apparato biobibliografico, il quale insiste in particolar modo sul fondamentale sodalizio con Italo Calvino (qui si legge di come Calvino fosse addirittura troppo incalzato dal vulcanico Celati, tanto da faticare a tenergli testa). La parte più interessante del libretto resta comunque il raggruppamento di quattro saggi scritti da Celati stesso nei quali, rileggendo le opere di Rossellini, De Sica, Antonioni, Wenders e Fellini e comparando l'eredità del cinema italiano del dopoguerra con quella del cinema americano, si distende come una pianura la sua intelligenza critica. In questo libretto ho scoperto con interesse l'importanza dei linguisti Harvey Sacks e William Labov nello sviluppo del suo pensiero e ho notato come il debito per Cesare Zavattini diventi un motivo trasversale agli scritti e alle interviste.

Volevo infine riportare le parole di Gianni Celati che l'editore ha scelto per la quarta di copertina:

Ormai l’obbligo principale in tutte le attività è quello di fare dei prodotti di consumo e di facile smercio. Il che vuol dire che non può esserci alcuna ricerca se non nella direzione del cosiddetto marketing. Nella letteratura sta accadendo lo stesso e i libri diventano sempre più tutti uguali, scritti nello stesso modo. Mi sembra che il documentario rappresenti ancora uno dei pochi spazi di lavoro e di pensiero non completamente devastati, ancora un terreno di ricerca, con una straordinaria fioritura di esempi degli ultimi anni. Non so quanto durerà.

Mi interessa soprattutto la seconda parte del paragrafo. Grazie ai libri e ai documentari di Celati, grazie alla fotografia di Ghirri (e di Guido Guidi poi, tra gli altri) ti rendi conto di poter amare il mondo con tutto il suo "disponibile quotidiano". Credo sia questa l'eredità (duratura) di quanto ci hanno lasciato.

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