mercoledì 9 gennaio 2013

da "Erba di sogno" di Yvan Goll

Una poesia da #16


Traumkraut uscì postumo nel 1951 per la casa editrice Limes Verlag di Wiesbaden. L'autore, nato a Saint-Dié-des-Vosges nel 1891, era morto nel 1950 di leucemia. Einaudi lo propose nella sua collana bianca di poesia (un tempo davvero un filtro fondamentale di ciò che usciva nel mondo, oggi purtroppo irrimediabilmente perso) nel 1970, con il titolo di Erba di sogno (pp. 134, lire 1000 l'edizione da me consultata, titolo ormai irreperibile), nella traduzione di Lia Secci e con una prefazione della moglie dell'autore, Claire Goll (vero nome Claire Aischmann), sulla quale torneremo brevemente in seguito. Goll (vero nome Isaac Lang) è uno dei moltissimi ebrei messi in fuga dal nazismo. Lasciò la Germania nel 1933 e da lì inizierà una stagione di scrittura in francese che comprende anche il noto ciclo di ballate Jean Sans Terre. Il suo è un interessante caso di bilinguismo pressoché perfetto, che lo porta a bagnarsi, in pieno, in due delle fondamentali correnti della poesia europea del Novecento:  il surrealismo francese e l'espressionismo tedesco. Ed è da una poesia dalla raccolta postuma, in tedesco, che vuole passare il ricordo della sua scrittura. La raccolta Traumkraut fu spesso chiamata in causa per quel noto affaire di plagio che vide Paul Celan, suo amico, morto tra l'altro nell'anno della traduzione einaudiana, trascinato in una disputa senza vincitori né vinti dalla moglie di Goll. Lasciano sempre perplessi queste accuse di plagio orbitanti attorno alla montagna della scrittura poetica, anche perché in fondo il miglior dettato poetico è probabilmente una sorta di plagio puro divenuto irriconoscibile. Ma non è di questo che si può e deve parlare in uno spazio del genere. Chi vi scrive non ne ha certo competenze e diritto di farlo. Largo alle parole di Goll allora e alla traduzione di Lia Secci, per la quale mi tornavano in mente alcune riflessioni che Fernando Bandini consegnò a un suo brevissimo scritto dal titolo I misteri della traduzione: se l'originale non invecchia mai, una traduzione invecchia sempre e presto. In parte sembra di avvertire questo assioma anche nel pur pregevole lavoro della Secci.












GREISE

Euer nelkenfarbenes Fleisch
Das noch von mageren Vögeln zehrt
Und daran Feuer fängt

Singet langsamer ihr Greise
In dem verwandelten Wind
Und laßt die Sonne bröckeln
Zwischen den Fingern

Der blaugefiederte Schlaf
Hat Totenzähne
Und die Stimme des Kalks


VECCHI


La vostra carne color garofano
Che ancora si pasce di magri uccelli
E prende fuoco

Cantate più lenti voi vecchi
Nel vento mutato
E fate sbriciolare il sole 
Fra le dita

Il sonno piumato d'azzurro
Ha denti di morto
E la voce del calcio

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