mercoledì 27 novembre 2013

Nino Pedretti, finalmente. Un'intervista con Tiziana Mattioli

Librobreve intervista #30

Di Nino Pedretti non è la prima volta che qui si parla. In passato avevo riportato due splendide poesie da Al vòuşi e altre poesie in dialetto romagnolo, le quali stanno ancora in questo post(o) qui. Come può accadere con mostri simili denominati blog, da quel post è nato uno scambio con Manuela Ricci di Casa Moretti, quindi con l'editore Raffaelli, artefice di una bella cavalcata di riscoperte pedrettiane e poi, da Walter Raffaelli, è partito il contatto prezioso con Tiziana Mattioli, protagonista delle curatele delle opere di Pedretti, ma anche di altri poeti dimenticati e ripresi dall'editore riminese (come ad esempio Franco Scataglini). Da lì, il passo (breve) a quest'intervista per Librobreve. In questi ultimi tempi c'è un buon fermento attorno a questo autore, a lungo tralasciato dai dibattiti, e che fu pure traduttore (di Sylvia Plath, ad esempio). Oltre al libro succitato di Einaudi, per il quale si era mosso anche Dante Isella, si è visto davvero poco. L'editore Raffaelli però ha iniziato a presentare un'ottima scelta della sua produzione, che non è solo dialettale. Ed è anche di questa produzione che parleremo nell'intervista seguente, un testo - lo scoprirete - davvero bello, con immagini potenti e per il quale desidero ringraziare nuovamente Tiziana Mattioli.

Prima di lascivarvi all'intervista voglio solo ricordare che si susseguono gli appuntamenti pedrettiani in questi mesi invernali. Il 10 dicembre, a Cattolica, al teatro Snaporaz, potrete assistere a uno spettacolo-lettura, di e con Silvio Castiglioni, intitolato TuttoPedretti (poesia, monologhi, teatro per ragazzi), con le musiche del figlio dell'autore, Paolo Pedretti. Il 17 gennaio, a Rimini, avrà luogo la messa in scena di L'uomo è un animale feroce al Teatro degli Atti.

LB: Finalmente si sta spostando l’asse attorno al quale ruotava il pianeta della scrittura di Nino Pedretti e si intravedono delle interessanti iniziative all’orizzonte, non solo legate ai libri. Insomma, forse è il preludio a una nuova stagione. Potrebbe fare una rapida carrellata e illustrarci cosa “bolle in pentola”? 
RISPOSTA: Lei usa un’espressione estremamente appropriata per Pedretti, quando accenna ad un “pianeta della scrittura”, perché le pagine di Nino sono vaste e fermentanti, la sua tastiera sperimentalmente ricca, con latitudini d’ascolto più che europee. Nord e sudamericane anche, se si vuol tener conto della sua tesi di laurea sulla “poesia e musica negra d’America”, quindi delle traduzioni dalla Plath, dalla Sexton, e delle sue letture (tra le quali sono inscritte, in un suo elenco, quelle di Ferlinghetti, Snyders, Snodgrass, Ginsberg). Pedretti è un poeta di molte lingue, non solo perché le possedeva strumentalmente, ma perché, da linguista qual era, ne viveva il retaggio ancestrale, la “testimonianza del sangue”, la verità “organica”, e tutto questo poi trasferiva in una scacchiera assai vasta, per generi e per immagini, per modi di rappresentazione: poesia in dialetto e in lingua, monologhi, racconti, fantastorie, teatro per ragazzi, traduzioni. Una scacchiera che svaria dalla tensione epigrammatica della poesia dialettale al magma, restituito a ‘montaggio’, della più matura poesia in lingua, con uno sguardo inevitabile a Pound, a Eliot (pur con una qualche distanza, di radice specialmente etica) mentre una forte affinità si affaccia con la scrittura cosmogonica di Rilke, nell’inseguire quel “logos della terra che muta” e coglie nell’attimo, attraverso il dolore, l’invisibile e l’incognito che si accampano nelle fenditure del tempo e dello spazio.
Paradossalmente, e grazie alle ricerche d’archivio, del grande poeta dialettale esploso dopo i cinquant’anni con le sue Vòusi, nel ’75, sono arrivate a noi tante scritture in lingua di straordinaria valenza (e bisognerà dire, di più facile accesso a un più vasto pubblico di lettori). Un sommerso più che equivalente a quanto era noto. La breve vita di Nino, morto nel maggio dell’81, ha fissato in poco più che cinque anni la sua splendida parabola di scrittura. Cinque anni e cinque libri: tre di poesie in dialetto, uno di poesie in italiano, uno di traduzione. Tutto il resto è postumo, compreso il suo monologante teatro che credo sia stato il punto saliente della riapertura di un dialogo, fuori dalla scena e sulla scena. Dal 2011 ad oggi sono state fatte tante cose. Pubblicazioni, volute e sostenute dall’editore Raffaelli (Monologhi e racconti; Grammatiche; Gli uomini sono strade –ristampa; Poesie inedite in lingua italiana; Tre donne –riedizione; Per Nino Pedretti: vòusi –atti di convegno); messe in scena teatrali e letture radiofoniche ad opera di Silvio Castiglioni (L’uomo è un animale feroce); due corsi universitari, sul teatro di Nino e sulla sua poesia; un convegno; varie presentazioni. Tanto, insomma, ad opera di tanti amici ancora desiderosi di lavorare ad un progetto comune che sarà verosimilmente una interrogazione più sistematica della scrittura scenica e, per quel che mi riguarda, la restituzione di nuovi inediti di poesia dialettale, a testimonianza che quella che Pedretti dichiara essere, per lui, una “relativa fedeltà alla poesia” era davvero, invece, la sua “faticosa gioia”.


LB: Se dovesse consigliare ad un lettore che finora non ha mai letto nulla di Pedretti un titolo da cui partire, dove si orienterebbe?
RISPOSTA: Mi è capitato un giorno, in una libreria di Urbino, di essere fermata da un signore (un non addetto ai lavori) a cui avevano venduto Grammatiche. Monologhi e racconti inediti. Mi ha ringraziata, come curatrice, per avergli reso possibile la lettura di qualcosa di veramente “fresco”. Ecco, forse direi di cominciare da qui, da questa modernità, aggiungendo l’altra parte dell’intero che appunto sono i Monologhi e racconti curati da M. Ricci ed E. Grassi. È una via d’accesso straordinariamente intrigante e accogliente per quanto, in tale galleria dell’uomo comune, ciascuno può leggere di sé. Sono “storie terremotate” (come diceva Roversi), storie terremotate dell’anima, dove nulla accade ma tutto improvvisamente si rovescia, in un debenedettiano e visibile divorzio “tra un uomo e un mondo”.


LB: Pedretti è meritevole di un’attenzione finalmente nazionale. Finora è stato costretto dentro cerchie limitate. Quali sono le chiavi e i temi principali per aprire le porte di un pubblico più allargato? Quali i tratti distintivi della sua produzione poetica, in prosa e, se possibile, la sua cifra di traduttore?
RISPOSTA: “Pedretti è uno dei rari poeti per necessità in un tempo ricco di poeti per convenienza o per casuale coincidenza”. Scriveva così Carlo Bo, presentando La chèsa de temp. È un’affermazione che può estendersi oltre, fino a comprendere tutta la scrittura di Nino, che nasce sempre da un’urgenza di verità non tanto o solo intima, piuttosto metafisica e certo universale. Ma tutto si gioca sempre sul piano della realtà. Una realtà che lievita in folgoranti metafore, in immagini di sconvolgente forza visionaria. Le parole e le cose quotidiane, la vita comune degli uomini comuni, sono continuamente sottoposte, per processi inavvertiti, a scatti, a sconvolgimenti, rovesciamenti impensati di situazione. Una sorta di conversation e subcoversation, come dice Nathalie Sarraute, dove non esiste confine tra il dentro e il fuori di noi, ma una perpetua permeabilità che si installa sul grado zero della vita, per questo nostro essere trascinati dal nulla verso il nulla. E però la parola di Pedretti non è mai dimissionaria. C’è un senso etico potente, pur nella consapevolezza del vuoto. C’è uno stare nel tempo, pur nella coscienza della sua rotolante indifferenza a noi. E c’è un presagio, un senso di finis terrae, la visione di una civiltà giunta al declino. Per queste, e molte altre ragioni, anche di pura bellezza, o asprezza, della parola e della forma, penso che Nino Pedretti vada considerato e riconosciuto come un poeta nostro, di tutti, e grande, di voce inconfondibile.
Per la traduzione, mi sentirei di dire che soprattutto, per Nino, tradurre è un riconoscersi nello stesso dolore, uomini o donne o cose, non importa. Ed è un grido, di solitudine feroce, lanciato da una vetta all’altra, di fronte al baratro.


LB: Spostiamoci ora sul versante editoriale della faccenda che vede impegnato in primis l’editore Raffaelli di Rimini. Lei ha curato più di un titolo, poesie e anche un saggio. Ci può brevemente descrivere questi titoli? Ve ne sono altri in preparazione?
RISPOSTA: Cosa si può dire di un amico coraggioso? Walter Raffaelli è questo, per me. Un editore che osa, e che investe, in tempi calamitosi. Ci siamo riconosciuti (ma ci conoscevamo da tempo) in una comune passione per la scrittura di Pedretti. Lui, in verità, era partito da lontano, pubblicando nel 2003 una inedita plaquette giovanile di Nino, Le pepite d’oro, curata da Manuela Ricci. Contemporaneamente, ma inconsapevoli l’uno del fare dell’altro, nel 2011, mentre io lavoravo ai materiali d’archivio, lui pubblicava Monologhi e racconti, da un dattiloscritto più vasto rispetto all’edizione già data da Brevini (L’astronomo, Mondadori 1992). A questi abbiamo voluto aggiungere i nuovi monologhi inediti riemersi dall’archivio, col titolo che Pedretti aveva pensato: Grammatiche, e poco dopo le Poesie inedite in lingua italiana, a corredo della riedizione de Gli uomini sono strade. Io ho cercato di spiegarmi queste ‘grammatiche’, questo titolo alieno affiorato dalle carte, e la sua funzione rispetto ad atti performativi, o pensati come tali (e all’eventuale rapporto di tale teatro con le altre scritture in prosa). Nel secondo caso, la grande domanda era il silenzio. Perché, dal 1942, la data del testo più antico di poesia in lingua italiana (e più antico in senso assoluto), Pedretti avesse atteso il ’77 per stampare l’unica sua raccolta in lingua. Perché avesse dovuto quasi prendere coraggio dal successo della sua scelta dialettale. E ancora perché le tre ipotesi preparatorie de Gli uomini sono strade, rinvenute tra la biblioteca di Santarcangelo e la casa pesarese di Nino, fossero state così radicalmente ripensate, e specialmente sforbiciate dei testi più ideologicamente impegnati, scritti fra il ’68 e il ’69, anni di ritorno alla poesia, dopo una lunga pausa avviatasi alla fine del ‘59.
Nel frattempo, per i miei studenti, quasi a coronamento del corso, avevo promosso un seminario di studi, i cui atti ora sono a stampa sempre sotto l’egida raffaelliana (Per Nino Pedretti. Vousi). Ne siamo orgogliosi, perché di fatto questo volume (nato da intenzioni più semplici ma poi cresciuto, per la qualità e larghezza dell’interrogazione) risulta essere la prima monografia su tutta la scrittura di Nino, che pur ha avuto interpreti di altissimo prestigio. Inappellabili, sul versante della dialettalità. Dei progetti venturi, con qualche immediatezza, le ho accennato più sopra, e appunto continueremo a interrogarci sulla scrittura teatrale, anche al di fuori delle sue forme codificate (questa inclinazione, insomma, di Pedretti a costruire sempre delle personae come esito di una forte spiritualizzazione metaforica). Mi piace però dire che è arrivata, via stampa, la proposta di Davide Brullo di mettere in scena la traduzione pedrettiana della Plath. Speriamo che qualcuno raccolga l’invito. Intanto, comunque, sta girando L’uomo è un animale feroce, nei teatri e in RadioRai, e stiamo preparando varie presentazioni, tra Roma e Milano, tra Marche e Romagna.


LB: Potrebbe scegliere una poesia di Pedretti per congedarsi dai lettori?
RISPOSTA: Volentieri. Dagli inediti in lingua, anche per dar conto che appunto non si tratta di materiali di scarto ma solo di verità sommerse. Per non approfittare troppo dei lettori, mi tengo su un campione di relativa brevità. Non ha titolo.


Fare il poeta è più triste che mangiare
i fichi, meno dolce
che vedere la luce sul corpo
d’una ragazza. Cos’è dunque questa
cosa
a parte una certa incapacità
orgogliosa, che cos’è dunque la poesia?
Se vai sghembo per le case alla sera in
autunno su per un’erta e vedi i cavalli
e sai di morire. Se ti passa per la pelle una
sera e sai che quella sera è
raccolta da uccelli ombrosi e per sempre
rapita. Se Dio mio la mattina col sole
ci sono dei ritmatori che turbano le menti
rozze e fanno lievi le mani, se insomma
io, uomo offuscato, miasmatico e disattento
ti chiamo, è segno che una strada passa
fra queste rovine.

lunedì 25 novembre 2013

"dirti Zanzotto", il libro curato da Niva Lorenzini e Francesco Carbognin presentato a Bologna il 27 novembre


mercoledì 27 novembre 2013, ore 17.00
Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio 

(Sala Stabat Mater)

ZANZOTTO E BOLOGNA

presentazione del volume:
dirti «Zanzotto». Zanzotto e Bologna (1983-2011)
a cura di Niva Lorenzini e Francesco Carbognin
Nuova Editrice Magenta 2013

intervengono:
Marzio Breda, Francesco Carbognin, Luciano Cecchinel
Niva Lorenzini, John Welle

Il volume che verrà presentato mercoledì 27 alla Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio a Bologna rappresenta senza dubbio una delle più interessanti proposte editoriali sorte attorno a Zanzotto (e, in fondo, ancora, di Zanzotto), nei mesi immediatamente successivi al secondo anniversario della scomparsa. Già ho dato notizie di Luoghi e paesaggi, curato da Matteo Giancotti e pubblicato da Bompiani il mese scorso. Questo dirti dirti «Zanzotto». Zanzotto e Bologna (1983-2011) (a cura di Niva Lorenzini e Francesco Carbognin, Nuova Editrice Magenta, pp. 185, euro 20) dice chiaramente, sin da quel sottotitolo, del bel rapporto che si creò tra l'"inbulonà" di Pieve di Soligo e la città felsinea, un segno visibile, finalmente, che la leggenda che lo voleva appunto imbullonato ("lontan massa son ’ndat pur stando qua / invidà, inbulonà deventà squasi un zhóch de pionbo") alla sua Pieve è appunto un po' troppo leggenda e andrebbe almeno in parte rivista. Ad esempio un'altra città molto importante dove Zanzotto fu spesso accolto è Torino, dove lo attendevano Gian Luigi Beccaria e Carlo Ossola. Tuttavia non è una geografia di città che ci interessa ora, bensì iniziare a sciogliere certe leggende che contribuiscono a cristallizzare percezioni non feconde (e questa è soltanto una).

Il modo migliore per dare notizia di un libro simile è andare, passo passo, al suo interno. Troverete interventi in buona parte inediti, ricavati anche da un paziente lavoro di sboninatura (che magnifico verbo "sbobinare", anche se a molti non evocherà bei ricordi!) e gli atti del convegno intitolato proprio come il libro in questione, svoltosi a Bologna nel novembre del 2011. L'arco temporale è piuttosto ampio. Si va dal 1983, anno di Fosfeni, periodo nel quale Zanzotto curiosamente iniziava ad allenarsi (defaticarsi?) con degli haiku anglo-italiani (oggi leggibili in Haiku for a season e sicuramente importanti per la resa di libri di molti anni successivi come Meteo) all'anno della scomparsa del poeta. Del 2004 è il conferimento della laurea honoris causa nell'ateneo bolognese. Il primo blocco del volume è quindi un percorso di autoesegesi che parte da un contributo del poeta su Fosfeni, passa per lo scritto Poesia e percezione del 1989 e arriva alla lezione dottorale tenuta da Zanzotto nel 2004. Il denominatore comune è proprio la presenza di Zanzotto a Bologna in queste occasioni, una città dove sembra tornare volentieri a dire cose sempre nuove.


Il secondo blocco di contributi si rifà al convegno che si svolse a Bologna il 24 novembre 2011, vale a dire poco più di un mese dopo la morte del poeta. Vi troviamo il contributo di Stefano Dal Bianco intitolato eloquentemente "La religio di Zanzotto tra scienza e poesia", quello di uno dei curatori del volume, Francesco Carbognin, "La grammatica del «Vero»", che salda in modo originale le ultime opere del poeta ai libri più consolidati e più abbondanti di bibliografia, lo scritto di Maria Antonietta Grignani che saluta l'arrivo delle "carte" zanzottiane acquisite dal "Centro manoscritti" dell'ateneo di Pavia e infine un contributo di Philippe Di Meo, tra i principali traduttori di Zanzotto, su "Gli articoli di G.M.O.", la poesia d'apertura di Idioma.


La terza e ultima parte del libro ne costituisce l'appendice e presenta interviste e dialoghi compresi tra il 2001 e il 2009. L'aspetto occasionale di certi scritti nati parlati, unito ad una certa libertà di fondo che li fa muovere, trasforma anche l'appendice intera in un bacino dove è possibile continuare a scavare, a raccogliere e studiare la lingua, le letture, i traumi e le impennate del pensiero del poeta del secondo Novecento che in qualche modo tutti (almeno quei "tutti" che hanno a cuore la poesia) debbono continuare ad attraversare. I tre blocchi che vi ho brevemente descritto trasformano questo volume pubblicato da Nuova Editoriale Magenta in un tassello significativo per tutti coloro che puntano a raccogliere una seppur minima ma efficace bibliografia attorno ad Andrea Zanzotto.


COLLOQUIO

"Ora il sereno è ritornato le campane suonano per il vespero ed io le ascolto con grande dolcezza. Gli ucelli cantano festosi nel cielo perché? Tra poco e primavera i prati meteranno il suo manto verde, ed io come un fiore appassito guardo tutte queste meraviglie." 
SCRITTO SU UN MURO IN CAMPAGNA 

Per il deluso autunno, 
per gli scolorenti 
boschi vado apparendo, per la calma 
profusa, lungi dal lavoro 
e dal sudato male. 
Teneramente 
sento la dalia e il crisantemo 
fruttificanti ovunque sulle spalle 
del muschio, sul palpito sommerso 
d'acque deboli e dolci. 
Improbabile esistere di ora 
in ora allinea me e le siepi 
all'ultimo tremore 
della diletta luna, 
vocali foglie emana 
l'intimo lume della valle. E tu 
in un marzo perpetuo le campane 
dei Vesperi, la meraviglia 
delle gemme e dei selvosi uccelli 
e del languore, nel ripido muro 
nella strofe scalfita ansimando m'accenni; 
nel muro aperto da piogge e da vermi 
il fortunato marzo 
mi spieghi tu con umili 
lontanissimi errori, a me nel vivo 
d'ottobre altrimenti annientato 
ad altri affanni attento. 

Sola sarai, calce sfinita e segno, 
sola sarai fin che duri il letargo 
o s'ecciti la vita. 

Io come un fiore appassito 
guardo tutte queste meraviglie 

E marzo quasi verde quasi 
meriggio acceso di domenica 
marzo senza misteri 

inebetì nel muro. 



(da Vocativo, 1957)

sabato 23 novembre 2013

La poesia di Alessandra Frison: "Le ore della dispersione" e "la dispersione del dolore tra le foglie"

Se noi pensiamo alla "dispersione", ci viene in mente forse per prima cosa una dispersione di calore, come quella che combattiamo mettendoci un berretto d'inverno o comprendoci le estremità del corpo, da dove la dispersione è maggiore. Oppure, almeno a me, viene in mente quando si dice o scrive di una folla "dispersa", magari coi lacrimogeni, una situazione che fa quasi il verso alla folla "sommersa" di Fabio Pusterla (i primi tre versi di questo libro di cui vi parlerò dicono: "Tutta una foresta d'uomini / consunta, braccia all'aria / confessa la terra."). Questi tre versi lasciano intravedere già abbastanza de Le ore della dispersione, primo libro di poesia di Alessandra Frison (Verona, 1985) pubblicato da Lietocolle (pp. 54, euro 13). Vi troviamo un avvio quasi dantesco, la posticipazione-ritardo dell'aggettivo al secondo verso, l'uso transitivo (e non cattolicamente riflessivo) di un verbo come "confessare". Ad un'analisi statistica poi (e la dispersione è pure un indice statistico), il "libriccino da collezione" (così è solito riferirsi ai propri libri l'editore) presenta alcune significative ricorrenze della parola che occupa tanta parte del titolo, nelle sue più varie forme (i corsivi seguenti sono miei): da "Gli occhi mi invecchiano il cielo / così pare il tempo / una solita pioggia / anzi la tempesta spessa dell’indugio / disteso ogni vertice di strada / pezzo per pezzo chi si scorda / quel cambio che ha visto dispersi i conforti?" a "Non vi saprei dire nulla di me. / Anni che passano senza ricordi / piccoli gesti tra le mani / vuoti che stentano a dire come di noi / saranno dispersi anche i minimi segni.", dall'attacco della poesia intitolata Passaggio "Il tempio rimane distrutto. / Nell'ora della dispersione i canali sommessi / descrivono occhi o traiettorie da muro a muro." ad un altrettanto benedettiano attacco nella poesia conclusiva intitolata Dispersione e che ha senso riportare per intero, nella sua verticalità:

Il cielo che resta è poco.
Gli idioti continuano a guardare
i segni della processione.
Le mani si fanno fitte, qualche lacrima
resta sospesa poi cade
lascia poco di sé.
I giorni che ci dicevano in molti
come campane a festa
come sera in un porto di luce
sono così ciechi per noi.
Non è la fine che spaventa
ma il segno anonimo su uno schermo
su una pagina bianca
sulle cose che saranno poi.


Il tempo - lo vediamo già chiaramente nel titolo - è parcellizzato, frammentato. L'unità di misura scelta è una cunninghamiana ora, anche se plurimi e ramificati sono i riferimenti temporali di questo libro d'esordio che per me s'attesta tra quelli da ricordare, da mettere da parte, se vogliamo accettare di ragionare con la logica delle annate, degli annuari o delle stagioni della poesia. Più di tutto, ora, anche in questo spazio, mi interessa ragionare con la logica di una buona divulgazione/informazione di cose che accadono attorno alla poesia, provare a dire perché un libro presenta guizzi del respiro, come quelli di un pesce che salta fuori dall'acqua. Ad esempio avviene qualcosa di simile a questi guizzi quando Alessandra Frison innesca un'interessante spola tra passato e "prolessi", un accadimento assai raro nella poesia - quantunque studiato in lungo e in largo nella narrativa - eppure molto efficace, e pure nuovo, come mi pare accada nella poesia seguente:


Una volta usavano le candele
per far dire alla gente,
si parlava di tortura altro è qui,
ci sigilla la festa
dovrai salutare chi non ti può
e non ti domanda
quando l’autunno sfianca l’aria della sera,
quando manchi per anni
e ti sembrano cose da poco le mani sulla finestra,
i disegni sul freddo del vetro,
anche la neve, figure
di un andamento continuo.
Domani sul tram ci saranno tutti
e per passare oltre
non avrò motivo di chiedere scusa.


Ho preferito riportare fin qui almeno un paio di testi perché danno la misura di un libro d'esordio di cui è facile dire, semplicemente: ci siamo, secondo me. Ci siamo perché c'è la materia da cui partire, ci siamo perché queste poesie della dispersione non si disperdono e ci siamo noi, infine, noi-anonimi-noi: la quotidianità, domestica e cittadina, il non-sapere della parola, la steady-cam del verso nei molti luoghi di questi passi, passeggiate, corse (spesso anche apertamente nominati, come Castel San Pietro, Bologna, Verona, Milano, Milano Centrale, Naviglio Grande). Rispetto ad altri bei libri d'esordio degli ultimi anni, Le ore della dispersione è forse meno compatto, meno monolitico nella scelta dei temi. Ma appare tutt'altro che dispersivo. Ne guadagna in freschezza e ho come l'impressione che ne guadagnerà l'autrice una migliore elasticità di scrittura futura. E non riesco affatto a inquadrare questa apparente minor compattezza come un aspetto negativo dell'opera, anzi, tutt'al più come spia positiva che lascia luce sulla scena, sulle molteplici scene che fanno e rarefanno questo libro. Risalgono i diversi piani-sequenza di realtà che stanno a cuore a quest'autrice, che rivitalizza così nella scrittura una consolidatissima tradizione, nientemeno che quella del flâneur, passeggiando e girando per le strade e magari entrando improvvisamente dal medico o nei mezzi di trasporto pubblici.


Lascio da parte i commenti da marciapiede
alle luci stente sbranate di marzo
non spetta giudizio e una fiera d’anime,
il controcanto del viaggio, mi ingombra l’aria
come singhiozzi di morte alla catena.
Quasi sempre la parte in vista di noi
è un lascito magro alla curva di un bancone,
raccolti su un tavolo, quando i minuti
muti senza sonno sospesi
non si possono dire e puoi passare la sera
a farti notare per quello che porti
o difendere un vizio senza discorsi,
così, non spartire niente di te.
Vedi quanto manca a saperci conclusi.


Il dentro/fuori dell'occhio, il fuori/dentro dei sensi, uniti ai riflessi d'acqua piovana che si flettono nelle superfici e negli orli della sua scrittura la fanno affacciare, come da "incerta finestra", sui muri spessi dove rimbalza la nostra percezione accumulata del quotidiano, lì nelle pozzanghere dove annega la nostra alienazione d'insetti brulicanti, o lì dove avviene la nostra dispersione del dolore tra le foglie. La dispersione, qui senza altre qualifiche, ci pare allora un'ulteriore incerta parola-finestra, persino un'illuminazione dalla quale partire a considerare il nostro tempo, le nostre ore, le stagioni tutte, anche quando/anche se sono buie, non lontane, persino fonicamente, dalla disperazione.

La pioggia svuota ogni sospetto di vita
dalle lenzuola tirate fino al limite
non ti fa vedere
il carico delle ore la mattina
presto tutti sono svegli
già alla loro corda
e ti dovresti impegnare fino a quel punto
fino ad asciugare il sonno
molle e refrattario termine di
chi esiste l’indispensabile
in tempo appena per sfollarsi di casa
così mi dico,
dopo una giornata che squadra
i centesimi di ogni dignità,
dopo l’onda scarica
meccanica disillusa dei semafori alla stazione
tra il medioevo delle strade, sono
la più incerta finestra del mondo.

mercoledì 20 novembre 2013

"Semiotica dei colori" di Marialaura Agnello nelle "Bussole" di Carocci

Marialaura Agnello ha scritto un libro che mi è tornato utile. Ultimamente ho dovuto e voluto, anche per questioni lavorative, tornare a studiare un po' i colori. Ma da che parte cominciare? A dire il vero non ho ancora una risposta. Seguo un metodo da bricoleur e ingenuo nell'approccio al colore (così come in tante altre cose che mi interessano) e credo che tale dilettantismo rimarrà anche nel caso di questo tema che non mi ha mai abbandonato. Il suo Semiotica dei colori (Carocci, pp. 128, euro 11) ha vinto un'iniziale diffidenza che nutro verso le opere che provano a sistematizzare materie così complesse e stratificate. Tuttavia davanti a opere di sintesi come questa, la cosa più importante è una certa fedeltà alle premesse da cui si parte e una certa dose di apertura e suggestione nella pluralità di direzioni che i colori suggeriscono. E qui ci siamo. Trovo curioso inoltre che davanti ai colori si possa ormai inserire qualsiasi disciplina partorita dal cervello umano, dalla filosofia alla storia, passando per la psicologia e la semiotica appunto. Ma potremmo aggiungere la geografia dei colori, la sociologia dei colori, la politica dei colori senza dimenticare ovviamente la fisica che studia lo spettro dei colori da un punto di vista che un tempo si sarebbe definito di "scienza dura" (si dice ancora così? Le scienze dure si sono ammorbidite?).

Marialaura Agnello ha nel suo sfondo una formazione semiologica. Ha collaborato con Gianfranco Marrone in passato e gli esisi di questa collaborazione si possono scovare in Bricolage di Jean-Marie Floch, uno dei pionieri dell'applicazione sistematica e feconda della scienza del segno alla prassi della pubblicità. In quel volume del 2006 esordiva con uno scritto dal titolo "Dai colori del mondo al discorso poetico sulle loro qualità. Analisi di Sulle scogliere di marmo". Insomma - lo scopriamo anche via Jean-Marie Floch - la nostra autrice non è affatto nuova al tema, la cui centralità nel discorso comunicazionale in senso largo è a mio avviso sempre più sotto gli occhi di tutti.

Giulio Passerini, un "copertinomane" come chi vi scrive (eppure attentissimo anche al mondo del digitale), recensendo questo volume ha giustamente notato: "Nel colore, a quanto pare, c’è molto più che un semplice colore: un’intera galassia di significati culturali, sociali e biologici gravita attorno alla semplice chimica del pigmento. Un universo che, come ogni universo, si espande nel tempo senza mai cessare di modificarsi e che influenza la nostra percezione del gusto, del tatto, delle gerarchie sociali, delle dinamiche naturali e di quelle proprie della civiltà normata."

Sono fatti noti. Intendo quelli relativi all'impiego del colore in società. Chi più ne ha più ne metta. Pensate solo alle compagnie telefoniche, che possiedono una grossa fetta del nostro tempo giornaliero. Quale grosso errore strategico è forse celato nel fatto che sia Tim che Vodafone abbiano entrambe il rosso al proprio interno? Wind con il suo arancione ci gode... Ed è solo un esempio del valore commerciale del colore, non solo nella moda. DHL è giallo, TNT è arancione, Bartolini (pardon, BRT) rosso e così vià. Vi siete mai chiesti perché a volte il lancio di una nuova auto è pubblicizzato sulla base di un colore che poi faticherete non poco a trovare in giro per le strade? Il colore posiziona, essendo egli stesso luogo, a suo agio nelle superfici reali e in quelle virtuali. Henry Ford accontentava i palati del nuovo mercato dell'automobile con un solo colore della Fort T ("People can have the Model T in any color - so long as it's black"). Il colore, per sua stessa natura, si mimetizza agilmente e significa nei contesti più disparati, da un massimo di spiriturale a un massimo di veniale (Il colore dei soldi, Scorsese). Le cose si possono persino fondere, come il Blu Klein brandizzato dall'artista Yves Klein... Si può fare una storia del colore (anche del modo in cui è chimicamente o artigianalmente costruito) e persino una filosofia (ricordiamo Goethe, Wittgenstein e i tanti filosofi calamitati dallo spettro cromatico). Si può studiarne artisticamente e scientificamente l'interazione come fece Josef Albers, altro migrante del Bauhaus, o capire cosa accade nella penna dei grandi poeti quando citano il colore. Si possono immaginare i colori dell'antichità irrimediabilmente perduti. I colori angoscianti dei paesaggi digitali che ci circondano. Le possibilità del colore sono tante, aumentate, agevolate dalla tecnica che pure ha introdotto nuovi piani dove i colori appaiono. Un poeta ha tante parole, un musicista tante note e strumenti, un pittore (ma anche un regista, un costumista o un grafico) troppi colori. Ce lo diceva già Jean Cocteau. Ed ecco allora profilarsi il fondamentale capitolo della scelta del colore, dilemma trasversale e costante, non solo dilemma mattiniero di molte persone. Scegliere il colore significa porsi in una crisi di coscienza, di metodo. E per scegliere bisogna provare a conoscere, imparare. Questo e altri libri interessanti usciti sul colore ci aiutano a imparare.

Nel suo Lo spirituale nell'arte Wassily Kandinsky scriveva che "Il colore è il tasto, l'occhio il martelletto, l'anima è il pianoforte dalle molte corde." Entriamo ampiamente dentro i territori della sinestesia di cui Kandinsky è campione del mondo, soprattutto a livello teorico. Ed è proprio qui, in questa "figura retorica" della sinestesia, che ancor oggi troviamo spunti interessanti, per studiare i colori a partire dalla loro storia, della loro filosofia, della tecnica per produrli o anche della più recente semiotica come ha fatto Marialaura Agnello. Chissà quale strumento suoneremo domani coi colori, quale strumento musicale nuovo costruiremo. In fondo il pianoforte di Kandisky mi pare stia a tutti un po' stretto ed è ora che ci inventiamo (e costruiamo) qualche strumento nuovo.

lunedì 18 novembre 2013

Luigi Socci ospite di "TRAversi 2" a Ca' dei Ricchi a Treviso



Giovedì 21 novembre 2013 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi 2" - a cura di Marco Scarpa
con Luigi Socci


Se la sera avete voglia di ascoltare poesia, anziché leggerla seduti in poltrona o distesi a letto (o in altre pose che se volete potete raccontare), e se magari vi interessa ascoltarla dalla voce di chi l'ha scritta, ecco rinnovato un appuntamento succoso e anche polposo. Per presentare il primo ospite di questo secondo ciclo di TRAversi, rassegna poetica a cura di Marco Scarpa in collaborazione con TRA Treviso Ricerca Arte e Ca' dei Ricchi (nella foto in alto), lascio le parole al curatore stesso. Il poeta invitato per la serata inaugurale è Luigi Socci, di cui riporto una breve nota in fondo al post. Il precedente ciclo, di cui si è spesso data notizia in questo blog, è confluito in un libro recentemente edito dalle Edizioni Prufrock spa. Il post che ne parlava, unito al book trailer, non si è mosso ed è sempre qui

In bocca al lupo agli organizzatori, agli invitati e buoni ascolti al pubblico che mi auguro numeroso come nel caso del primo ciclo di incontri conclusosi la scorsa primavera.

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Ciao a tutti,

vi scrivo con gioia e speranza per comunicarvi l’inizio del nuovo ciclo di incontri di poesia che continua quel viaggio dentro la poesia denominato Traversi 2.

Gli incontri si terranno una volta al mese circa, a Ca’ dei Ricchi, in vicolo Barberia, 25,  in pieno centro a Treviso, a due passi da piazza dei Signori.
Saranno sette/otto incontri, di giovedì o venerdì sera, con inizio alle 21.00.
Il primo incontro  sarà giovedì prossimo, 21 novembre, alle 21 e avrà come ospite Luigi Socci da Ancona. In allegato, per chi volesse, troverà foto e note bibliografiche dell’autore e di seguito un link per cominciare a farsi un’idea di quanto proposto.

La formula degli incontri sarà leggermente diversa in questo nuovo ciclo e speriamo ancora più stimolante. Nella prima parte presentazione e reading del poeta invitato e nella seconda parte la nuova formula di TRAversi 2 prevede una piccola sorpresa.

Il tutto avverrà in un ambiente informale, familiare, rilassato per facilitare l’ascolto, per avvicinare colui che ascolta a colui che legge ed infine per condividere un bicchiere di vino. 

Altre informazioni su quanto avviene a Ca’ dei Ricchi, nuovo spazio vivo e ricco di iniziative a Treviso, le potete trovare sul sito: www.trevisoricercaarte.org

Se  avrete voglia e tempo vi aspetto e, come sempre, se vorrete condividere con altri vostri contatti questa iniziativa, grazie in anticipo,

buone giornate,
Marco

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Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966.
Agente di commercio, versificatore part-time, performer confessional e (ri)animatore poetico non ha, come più volte ribadito, alcun legame di parentela con Antonio Socci. Ha scritto un centinaio di poesie circa. Alcune si possono leggere, volendolo, in Il rovescio del dolore (Italic PeQuod, 2013), nella plaquette Freddo da palco (d’if, 2009) e nelle antologie VIII Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2004) e Samiszdat (Castelvecchi, 2005), ma anche in rete, in riviste o dove si preferisca. Alcune sono state tradotte in russo, spagnolo, inglese e serbocroato. Altre no. È direttore artistico, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua” e dell’omonima collana dell’editore Italic Pequod.

giovedì 14 novembre 2013

Pierluigi Cappello: "Azzurro elementare", "Questa libertà" e un numero della rivista "Atelier"

Riviste #2

Avevo detto che ogni tanto, per cambiare passo, avrei parlato di riviste-libri o libri-riviste. Il numero 71 della rivista "Atelier" (caspita, che longevità: anno XVIII, numero 71, fa quasi paura questa durata, non comune tra le riviste letterarie che spesso nascono e muoiono più celermente) è intitolato Il fattore X ed è dedicato per la quasi totalità a Pierluigi Cappello. La rivista già da tempo ha trasformato le uscite in monografie. Questa su Pierluigi Cappello coincide con un momento significativo della vicenda editoriale del poeta friulano, visto che nel mese di settembre Rizzoli ha mandato in libreria simultaneamente due titoli, Azzurro Elementare e Questa libertà. La monografia di "Atelier" diventa allora uno strumento utile per addentrarsi nella bibliografia che sta finalmente crescendo attorno questo autore, il quale sa davvero parlare ai suoi lettori (e con "parlare" intendo quasi un'accezione prossemica, come di un gesto delle mani inglobato nei versi).


Se Azzurro elementare è il libro giusto per raccogliere in un unico luogo i molti libri di poesia del poeta di Chiusaforte, alcuni dei quali diventavano ormai difficilmente reperibili, pur nel buon momento scandito anche da recenti premi importanti, Questa libertà (Rizzoli, pp. 182, euro 16) si presenta invece come la prima prova di narrativa, una vite che si imbullona saldamente in una manciata di racconti importanti, che non mancheranno di toccare in tanti nervi i lettori e dove seguiamo l'autore dall'infanzia alla scuola, dalla famiglia alla vita da solo, nelle varie fratture-traumi dell'arrivo del consumismo, del terremoto e nell'infortunio seguito all'incidente in motocicletta. Dicevo anche di "consumismo", ma Pasolini non c'entra stavolta o c'entra fin là. Potrete scoprirlo. Questa libertà resta, a ben vedere, la vera novità di questa stagione di libri. "In questo libro è raccontata la storia di come una libertà, la mia, sia germinata dai luoghi vissuti da bambino e poi abbia preso il volo dal mio incontro con la lettura. Così queste pagine, nei mesi, sono diventate un’ossessione, la scrittura mi ha torto il collo e ha costretto il mio sguardo nei luoghi felici dell’infanzia o a muovere i miei passi dentro dolori intensi che pensavo di avere rimosso." In effetti si torna molto spesso all'atto della lettura in questo libro. Non è scontato. Anche l'immagine di copertina cerca di introdurci a questa antica pratica, oggi in rapida e accelerata mutazione.


Azzurro Elementare. Poesie 1992-2010 (sempre Rizzoli ma all'interno della BUR, pp. 256, all'invitante prezzo di euro 10) spunta come una pietra miliare dall'erba di un ciglio, nella vicenda editoriale del poeta friulano. Non che mancassero editori di peso: Assetto di volo e Mandate a dire all'imperatore sono in catalogo Crocetti, editore che tra l'altro ha da poco fatto uscire un'altra grande voce friulana, introdotta da Cappello stesso: Ida Vallerugo e il suo Stanza di confine. Tuttavia conosciamo tutti cosa può significare un libro come questo inserito all'interno della rinnovata BUR (non piacevolissima, almeno per me, la sensazione tattile del nuovo cartoncino scelto per le copertine della collana). Sulla poesia di Cappello si è iniziato a scrivere, anche se non in modo sistematico come con altri poeti della sua generazione, mi pare. Sicuramente è una poesia che, come detto, è riuscita a farsi leggere molto più di altre. Se quest'impressione di una contenuta attenzione critica è vera, la ragione va forse scovata nella sensazione di "facilità" del poter dire della sua poesia. Tanto facile che pochi si cimentano seriamente. Si tratta di un autoinganno (e solo partire da un'analisi combinata dell'impiego di dialetto e italiano in Cappello metterebbe in crisi molti). L'asticella del salto in alto non sta tra il facile e il difficile. L'atto di tenere in mano la penna, la matita, per questo poeta che spesso ci incanta con le sue vocali, il suo vero "assetto di volo" (antico sogno di Cappello quello di entrare in aeronautica) hanno in effetti caratteri felicemente evasivi. Si fa leggere Pierluigi Cappello, e anche questo non è scontato. Ma sa anche trovare una nuova forma alla segatura surrealista, la plasma con la lezione manuale e artigianale di taluni grandi del Novecento (Caproni in testa) e la fa vivere nei colori delle sue parole, negli "azzurri, sottilissimi", come quelli che si percepiscono dopo che è nevicato. Lascio spazio ad una sua poesia, dove trovo un po' racchiuse tutte queste mie bofonchiate teorie e visioni del suo scrivere. E se volete saltare la lettura a video, andata al video linkato sotto il testo della poesia: troverete la poesia letta da Cappello stesso.


Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con un fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.



(A questo link potete ascoltare la poesia sopra trascritta direttamente dalla voce del poeta).

lunedì 11 novembre 2013

Paolo Febbraro, Primo Levi e i Totem della poesia

Librobreve intervista #29

Paolo Febbraro (foto: Dino Ignani)
Primo Levi e i Totem della poesia (Zona Franca-Editrice di Cartone, pp. 91, euro 15) è un libro recente dedicato da Paolo Febbraro al Primo Levi poeta. La statura di Levi narratore è tale da aver fatto passare spesso in secondo piano la sua ricerca poetica, la quale solitamente si ricollega al volume di Garzanti intitolato Ad ora incerta. Nella prima risposta che segue, per dirci delle motivazioni che l'hanno spinto verso questo contributo, Febbraro ci parla di un'immagine "poliziesca" della critica, aggettivo che altri hanno applicato felicemente ad una disciplina forse affine: la filologia. Nelle risposte che seguono capiamo il perché di questa scelta di studiare "i Totem della poesia" leviana, una scelta che in fondo parte e ritorna a questo gigante del Novecento preso nella sua interezza di autore. E trattandosi di un'intervista "poetica", gli ho chiesto infine che scegliesse una poesia di Levi...

LB: Perché (fina­lmente, aggiungerei) un libro che sposta l'accento sul Levi poeta?
RISPOSTA: Non so se si tratta di spostare l’accento: il Levi prosatore è un gigante della letteratura europea del XX secolo. Piuttosto ho voluto non trascurare qualcosa di molto importante, cui Levi ha finto di concedere poco spazio, dandogliene invece parecchio. Il punto è questo: la critica è anche un’indagine poliziesca, deve cercare il movente di un’opera, l’arma del delitto (le forme) e a volte anche stabilire se un delitto è stato commesso. Le poesie di Levi nascondevano qualcosa di non ancora ben collegato al resto, di non chiaro forse neppure al loro autore. Ho cercato di tendere dei fili, di chiarirmi i testi (gli indizi) mettendoli in relazione fra loro. Levi è uno scrittore estremamente chiaro: dunque secondo me è un mistero. Del resto, ho sempre avuto una speciale attrazione per gli scrittori cristallini, quasi fossero dei “casi” già risolti che mi chiamassero a ulteriori sospetti. Prendi Gadda: è un magnifico prosatore, compiaciutamente disperato, ma le sue complicazioni tetre e voluttuose additano vistosamente una psiche e una filosofia. Con Levi è tutto diverso. 

LB: Ci racconti che cosa sono "i Totem della poesia" del titolo?
RISPOSTA: Sono quelle figure atemporali che albergano nei suoi versi, quegli esseri antichi, uomini, animali, piante, che sembrano attingere nelle sue poesie una base profonda della nostra mente, o una fase primigenia del nostro sviluppo. Levi ha vissuto un’esperienza che per 99 persone su cento è stata terminale: è stato respinto indietro in una fase della natura in cui la lotta per la sopravvivenza è stata totalizzante. Ho creduto di individuare in quella regressione dallo “stato civile” – e nella resistenza sovraumana che ha consentito a Levi di sopravvivere – una condizione che potesse tradursi in quegli emblemi di salvezza, durata, insidia, aridità.

LB: Mi è parso un libro che ti ha lasciato addosso dei desideri di approfondimento. Mi sbaglio? Se no, quali sono? 
RISPOSTA: Quando finisco un libro saggistico (mi è successo con Palazzeschi, con Saba, con la figura dell’Idiota e recentemente con Caproni e Seamus Heaney) provo il desiderio di distaccarmene. Non sono uno studioso accanito o accademico, non mi installo in osservatori permanenti. Cerco soltanto di illuminare una strada, di cucire intuizioni, contribuendo alle opere di chi verrà. Facendo lo stesso mestiere degli scrittori che indago, ogni saggio è anche potenzialmente un autoritratto, parziale e obliquo. L’autoritratto deve trovare altre stazioni e altre maschere, altrimenti rischierebbe di appropriarsi troppo violentemente del proprio oggetto e travisarlo. C’è anche altro, però. Quando dico “autoritratto”non alludo a un volgare adattamento dello scrittore che analizzo a me che ne scrivo. Ogni volta che leggo a fondo un autore cerco di capire qualcosa di più sulla letteratura, sui suoi enigmi, e dunque su ciò che capita anche a me quando scrivo versi o prosa. Solo in questo senso ciò che comprendo riverbera su di me e mi definisce. E ancora: non posso escludere che, leggendo in futuro testi di storia, di antropologia o di psicoanalisi, non s’inneschi in me un’altra “fantasia critica” da verificare sulle opere di autori che ho già affrontato, fra cui Primo Levi.

LB: Collegandomi alla precedente domanda, vorrei dire che di Levi si è scritto molto negli ultimi anni ma che forse l'iceberg della sua scrittura debba essere in parte ancora perlustrato. Concordi? E se concordi, in quali direzioni sposteresti la sonda dell'attenzione critica?
RISPOSTA: Trovo che quanto si è scritto su Levi sia spesso di ottima qualità. Il suo stile chiaro, unito alla estremità delle sue esperienze e al suicidio, ha attirato chi ha sentito il bisogno di collegarli, di spiegarli a vicenda. Questo è forse “il” tema leviano, lì si annidano i saggi futuri su di lui. 

LB: Un capitolo del tuo libro si sofferma sull'umorismo in Levi, tema ripreso più volte eppure mai domo. Da quali premesse muove quella parte importante del tuo saggio? 
RISPOSTA: Dall’amore per gli aspetti paradossali di un autore, altrimenti “fissato” dalla critica precedente in un ruolo o addirittura in un umore. Il ruolo di Levi è stato a lungo quello di testimone dell’assoluto negativo, di razionalizzatore dell’assurdo, di notaio dell’iniquità. Invece sappiamo bene che Primo Levi ha molti strati e pieghe segrete, che nutrono un eccezionale genio narrativo e saggistico. Il mio saggio comincia, quasi provocatoriamente, mettendo in risalto il piacere leviano della scrittura efficace e avvincente. Anche l’umorismo è un aspetto rilevante, insidioso e multiforme, del Levi maggiore, ma rischiava di rimanere sommerso nella grande, nobilitante e asfittica idea che abbiamo di lui.

LB: Vorrei fare un piccolo esperimento. Vorrei che tu scegliessi una poesia a tuo avviso importante nel "sistema periodico" leviano e che provassi a dire perché lo è. Pubblicherei la poesia alla fine della tua intervista...
RISPOSTA: La poesia è Fuga. È un incubo di aridità, che è quella del mondo e forse quella dell’Io. Non si sopravvive al Lager se non si perde tutta o molta della propria umana “umidità”. Al tempo stesso, lo stile del testimone deve essere oggettivo e senza fioriture. Forse in questa poesia enigmatica ed esemplare Levi sta cercando di dire che vorrebbe fuggire da sé stesso, dal proprio ruolo, oltre che dal proprio passato. Ma questa fuga è inane. Nel libro, poi, collego la poesia a un episodio che Levi raccontò in I sommersi e i salvati, e che sembra chiarirne il messaggio nascosto.

LB: Per concludere, vorrei fare un altro esperimento mentale, forse bislacco perché proiettato dopo la morte di Levi. Secondo te, se dovesse aggiornare oggi la sua La ricerca delle radici, quali scrittori tra quelli venuti dopo di lui potrebbe includere Levi nella sua personalissima antologia? 
RISPOSTA: Beh, La ricerca delle radici antologizzava le letture che Levi riteneva fondanti o formative per la propria giovinezza o per la fase decisiva della propria attività letteraria. Difficile dire se avrebbe trovato “radici” nella letteratura degli anni ’90 o Duemila. Credo che avrebbe fatto rimare alcune preferenze con molte indifferenze. E allora chiudo con una battuta: forse avrebbe incluso fra le sue radici un brano di Primo Levi e i totem della poesia!


Fuga

Roccia e sabbia e non acqua
Sabbia trapunta dai suoi passi
Senza numero fino all’orizzonte:
Era in fuga, e nessuno lo inseguiva.
Ghiaione trito e spento
Pietra rosa dal vento
Scissa dal gelo alterno,
Vento asciutto e non acqua.
Acqua niente per lui
Che solo d’acqua aveva bisogno,
Acqua per cancellare
Acqua feroce sogno
Acqua impossibile per rifarsi mondo.
Sole plumbeo senza raggi
Cielo e dune e non acqua
Acqua ironica finta dai miraggi
Acqua preziosa drenata in sudore
E in alto l’inaccessa acqua dei cirri.
            Trovò il pozzo e discese,
Tuffò le mani e l’acqua si fece rossa.
Nessuno poté berne mai più.

giovedì 7 novembre 2013

"Vivi. Ultime notizie di Luciano D." di Nicoletta Bidoia: vivendo viviamo!

Quale repertorio ci riserva Luciano D., protagonista di questo "salvataggio con nome" compiuto da Nicoletta Bidoia e pubblicato da qualche settimana dalle Edizioni La Gru (pp. 136, euro 13)! Il signor Luciano D., il "messia", arriva nella casa di riposo dove lavora l'autrice dopo quarant'anni di manicomio. A volte ritorna su quel passato anteriore alla legge Basaglia, ma non come ci si potrebbe aspettare. Spiazza dolcemente, ci frega ironicamente Luciano. Lui nomina madonne (e tante), scrive sulla "Settimana enigmistica", poi verga lettere. Indirizzate a chi? A Bush, alla regina Elisabetta, al papa o al presidente del Portogallo. Faceva e credeva anche a molto altro, come alla resurrezione dei denti (e non c'era qualche religione o mistica, dalle parti della Palestina, dove i denti ricoprivano una certa rilevanza? Ricordo bene di aver letto qualcosa del genere o sono diventato matto?). Matto io? Matto il signor Luciano? Se vogliamo imbrigliarlo in questa parola va bene, se ci tranquillizza va bene così. Ma tra le righe di questa cura di Nicoletta Bidoia, intesa non tanto in senso medico, viene a galla molto altro, assieme all'ironia e all'intelletto di quest'uomo ch'era solito salutare con il motto "Vivendo viviamo" da cui il "vivi" del titolo. E allora come si pone il racconto di chi trae in salvo questa vita apparentemente ai margini? Come si scrive di una vita, custodita e custode, che è entrata nella nostra vita?

La difficoltà maggiore, nel concepire un libro simile, era rappresentata a mio avviso dall'ampiezza dei passi, dall'interpolazione delle scene, dalle scelte temporali compiute dall'autrice che ha messo mano al "file" Luciano D., un file progressivamente ispessitosi negli anni, sovraccaricato di materia narrativa e di memoria. Per questo ho ripreso all'inizio l'immagine informatica del "salva con nome", fatta propria da Antonella Anedda nella titolazione di uno dei più bei libri di poesia dell'ultimo lustro. E qui sta il tentativo riuscito di questo recente libro, il primo al di fuori del recinto della poesia per Nicoletta Bidoia. A volte le pagine funzionano e stanno in piedi per quella sinuosa complicità che si crea tra chi racconta e chi si racconta in questi paragrafi, talvolta anche brevissimi ma mai lapidari, tra l'estro di Luciano e le attività prosaiche e consunte della giornata tipica di chi racconta e scrive questo libro. Qui c'è la cura conquistata a fatica di una vita che sta dentro un'altra vita, il desiderio del come ogni vita potrebbe (dovrebbe?) stare dentro ogni altra vita. E se arrivare a questo è un processo doloroso, incompiuto costituzionalmente, e che pure in qualche modo sempre accade, la cosa importante da segnalare qui è la buona levitas con cui Nicoletta Bidoia incontra nella scrittura Luciano D., dei molti sorrisi che sa provocare, come piccole scosse. Non certo un elettroshock di sorrisi.

Mi chiedo infine da dove nasce un simile libro. Da molte cose, credo, da un accumulo che è proprio di poesia e che pure ha trovato in questa riuscita e inedita forma narrativa un ottimo outlet, una foce (lasciatemi usare la parola "outlet" anche in uno dei suoi sensi originari). Nasce da questo, lo si legge già nelle prime righe. Sembra provenire da un senso grande di gratitudine e riconoscenza forte, quasi una sorta di grazia: "In quegli anni ho parlato con lui a lungo e ho conservato i fogli che mi consegnava. Al termine di ogni sua visita annotavo le nostre conversazioni, aspettando con pazienza che si rifacesse vivo. Poi, quando lo hanno trasferito, ci siamo scritti diverse lettere. Sono stata fortunata. Il signor Luciano si conosce, non s’inventa."  

Il libro è dedicato a Veronica Kleiber, figlia del maestro Erich e sorella di Carlos; in questa dedica si intreccia la lunga fedeltà all'opera, alla danza e alla musica di Nicoletta Bidoia, arti (arti al femminile e, anatomicamente, pure al maschile) che in fondo non suonano spazi lontani dalla follia. Scrivevo di "outlet". Per risalire alla sorgente, a un la di principio e accordatura, più che la citazione da Wittgenstein dopo il frontespizio è l'altra frase di Kurt Vonnegut, narratore tra i più amati dall'autrice, che ci apre alla stradina verso questo prato narrativo, maculato di fioriture celate e erbe non note: "Noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere."

martedì 5 novembre 2013

Giulio Turcato, stellare gommapiuma

Tra l’ottobre del 2012 e il febbraio 2013 il MACRO di Roma, per la a cura di Benedetta Carpi De Resmini e Martina Caruso, ha dedicato una mostra a Giulio Turcato. L’anno scorso correva infatti il centenario della nascita dell’artista mantovano che trovò prima in Venezia, e poi soprattutto nella capitale, il fulcro di una quotidianità operativa che lui stesso ben descrive nel contributo riportato all’inizio del volume qui presentato e intitolato Io, Turcato. Ciò che però il libro sa mettere in mostra è il viaggio artistico di Turcato, i remoti movimenti della sua opera che si sposta dalla città natale a Venezia, da Venezia a Roma dopo l'esperienza resistenziale quindi ai lidi di Cina o Egitto (con la moglie Vana Caruso). Questo Stellare pubblicato da Quodlibet (pp. 128, euro 20) sfugge all’idea del classico catalogo di una mostra per diventare quindi un’occasione di ricollocamento e ripensamento dei movimenti della sua opera, il tutto condito di un eccellente apparato fotografico e documenti e di un’autentica infilata di perla finale, ovvero lo scritto di Emilio Villa intitolato C’è da correre… e pubblicato in precedenza nel volume Turcato e la Cina del 1971. Chissà che prima o poi non capiti di tornare a parlare qui proprio di Emilio Villa, e non tanto al poeta bensì del suo breve scritto L’arte dell’uomo primordiale che può suggerire degli echi con il lungo lavoro di Giulio Turcato.

Batteriologico (1960)
Ma rimaniamo all’artista mantovano, che nell’ambiente romano del dopoguerra ebbe la sua formazione. Si ricorda infatti la sua vicinanza al gruppo romano Forma, a “Fronte nuovo delle arti” e infine al “Gruppo degli Otto” nella prima metà degli anni Cinquanta. La vicenda di Turcato è però oggi leggibile anche nel suo entrare e uscire dagli “scomodi” gruppi, siano questi gruppi artistici o politici come il PCI, in seno al quale si verificò una storica rottura con Togliatti consumatasi definitivamente, come per molti altri, coi fatti di Ungheria del 1956. In questo libro possiamo vederli i "politici" Comizi, eppure si avverte in questi uno spazio già fuggito dalle pesantezze che riscontro ad esempio in Guttuso, verso una prospettiva d'astrattismo che avrà esiti diversi da quelli di un artista pur vicino come Emilio Vedova. Ed è a cavallo del decennio dei Cinquanta e dei primi anni Sessanta che si libra la gioia spaziale dell’arte di Turcato, con i primi "Ideogrammi" (risultato del fondamentale viaggio in Cina, proprio con il PCI), con i reticoli e i filamenti, con le serie batteriologiche-microbiche-filamentose (il Batteriologico che riporto risente molto di Klee) o nei Tranquillanti per il mondo (un’opera collage dove le pastigliette collocate su tela sembrano preludere alle ossessioni farmaceutiche ben più note di un Damien Hirst).

Superficie lunare (1971)
Di lì, in epoca di oltraggiosi allunaggi (per dirla con Zanzotto), l'artista inizia a interessarsi quasi galileianamente alle superfici lunari e per dipingerle sceglie un materiale di scarto e al contempo soffice dell'Italia del boom: la gommapiuma. Questa presenterà una resa insospettata. Il libro-catalogo di Quodlibet tuttavia sa gettare uno sguardo più articolato sul cammino artistico di questo protagonista del collage affascinato dai microbi e dai batteri, dagli ideogrammi e dall'estremo oriente, dalla luna e dalle porte (La porta del 1973 resta forse la sua opera più enigmatica). "Ora sono di altra opinione", scrive nello scritto già citato e intitolato Io, Turcato, "ossia che la libertà del sistema espressivo è l'unica strada per poter combattere i bizantinismi, la grettezza della politica che con la sua limitazione vuole abolire le forme d'arte che possono dare fastidio alla prepotenza e all'affermazione del potere". Sono parole scritte da uno che giudica "gli avvenimenti intellettuali e politici attraverso le estetiche" in modo da capire se un sistema è tirannico o libertario. Io credo che, opportunamente tradotti per i palati odierni, questi pensieri abbiano ancora molto da dirci.

domenica 3 novembre 2013

Taschen pubblica "Type. A Visual History of Typefaces and Graphic Styles". E noi siamo sempre più dentro un'epoca di caratteri?

Bene, ho scelto appositamente la foto di profilo di questo libro. Non è quel che si può definire "libro breve". Eppure lo potete davvero aprire, consultare, sfogliare e guardare (sì, come si guarda un film) come un libro breve, per qualche istante, senza paura di perdere il filo. Prendere, lasciare e riprendere. Questo può accadere in realtà con molti libri editi da Taschen, l'editore "edonista". E quelli dedicati alla tipografia, all'arte tipografica e ai "typefaces" sono davvero - almeno per me - tra i più belli e avvincenti. Non ricordo più quale visual designer britannico ha affermato di preferire di addormentarsi con un bel libro di "typefaces" davanti anziché... che ne so... con un libro di foto di belle donne. Era una provocazione (ma neanche eccessiva, da come l'aveva messa) che ben richiamava il piacere estetico che una coerente e efficace progettazione tipografica ancora riveste. E vi dirò di più: credo fermamente che la diffusione esponenziale del web ponga ancor più in primo piano l'importanza dei caratteri, della loro progettazione, disposizione e visualizzazione. Solo che l'amatorialità con cui il web è avvicinato ha impedito una riflessione seria su questi temi e che altre sono le priorità. Ma se su cinque anni di scuola si facesse una mezz'ora di educazione tipografica non credo che nessuno andrebbe in rovina, con buona pace dei fantomatici programmi ministeriali che forse espungono o ignorano questo tema. Vero anche che i diversi browser che utilizziamo mostrano un classicissimo Arial 10 con sfumature leggermente diverse (pur essendo ormai in caduta libera, stando alle statistiche, mi pare tuttora insuperata la "font rendering" di Internet Explorer se paragonata a quella di un FireFox o di un Chrome). E con i display piccoli di smartphone o tablet come la mettiamo? Credo sia bene insomma continuare a parlare di caratteri tipografici.

Nel catalogo Taschen, degli stessi autori, trovate Type. A Visual History of Typefaces & Graphic Styles. 1901–1938, oppure, come articolo "correlato", il bellissimo Bodoni. Manual of Typography – Manuale tipografico (1818) o l'altrettanto irresistibile Letter Fountain. The anatomy of Type di Joep Pohlen. In questo volume gli autori, Cees W. de Jong (designer proveniente da un paese molto attento a questi temi come i Paesi Bassi), Alston W. Purvis (professore alla Boston University) e Jan Tholenaar (altro olandese, stavolta collezionista) si concentrano su un orizzonte temporale di tre secoli che va dal 1628 al 1938. Il libro apre davanti agli occhi del lettore-voyeur di cose tipografiche un universo di design estrapolato dalla storia dell'editoria (a proposito di editoria, ci sono ancora editori che puntano molto sull'avere una propria font, pensiamo ad esempio a Voland e alla font omonima progettata da Alberto Lecaldano oppure a chi ha fatto dell'editoria un "genere letterario" come Adelphi, che pare si sia affidata ad un Baskerville leggermente rivisitato). Nel libro troverete davvero di tutto: roman, italic, bold, semi-bold, narrow e broad fonts, iniziali, decorazioni, esempi litografici, incisioni e inediti percorsi calligrafici. I nomi? A dire il vero, se siete soliti percorrere il menu a tendina dei vostri programmi è facile che qualcuno vi suoni famigliare: William Caslon, Fritz Helmuth Ehmcke, Peter Behrens, Rudolf Koch, Eric Gill, Jan van Krimpen, Paul Renner, Jan Tschichold, A. M. Cassandre, Aldo Novarese e il grande Adrian Frutiger. Il primo volume si ferma al principio del Ventesimo secolo. Il secondo ricopre il denso quarantennio fino al 1938. Non vi resta che tuffarvi e nuotare nelle lettere, in questi elementi costitutivi di una perdurante "parola dipinta".

Ah, questo blog è scritto in Georgia. Non è il massimo, ma tra le opzioni che mi forniva la piattaforma era la font "meno peggio", la stessa scelta ad esempio per l'edizione online del Corriere della Sera. Molto meglio del Times New Roman (che non riesco più a guardare) o del Comic Sans (che per fortuna non c'è come opzione e che lascio volentieri ai bollettini di parrocchia o ai boy scouts, laddove ha attecchito con indici di penetrazione misteriosamente alti).