giovedì 22 maggio 2014

Tradurre in italiano Wittlin, Szymborska e gli altri. Un'intervista con Silvano De Fanti

Librobreve intervista #39

Intendo inaugurare con questa intervista a Silvano De Fanti, professore di lingua e letteratura polacca all'università di Udine, una serie di chiacchierate con protagonisti della traduzione in italiano. Mi fa piacere iniziare con Silvano De Fanti (che a breve ritornerà ancora su queste pagine per un'interessante segnalazione), dalla lingua polacca e da un testo di Józef Wittlin finalmente riproposto. Mi auguro poi di offrire presto ai lettori nuove interviste con gli altri traduttori che hanno già accettato l'invito.

LB: Da poche settimane è uscito per Marsilio Il sale della terra di Józef Wittlin da lei tradotto. Il libro, del 1935, era stato proposto nel 1939 da Bompiani. Poi si può dire che è scomparso. Quale itinerario e quale processo lo fa riaffiorare ora, dopo moltissimi anni, al di là delle ovvie motivazioni contingenti legate al centenario del primo conflitto mondiale?
R: In effetti il romanzo era scomparso nel dopoguerra, e per giunta dopo aver portato il suo autore Józef Wittlin alla candidatura per il Nobel nel 1939. Scomparso dall'Italia – ma questo non fa specie né testo – e dal resto del mondo, Polonia compresa. Il Sale della terra ha condiviso la sorte del suo autore. Costretto a fuggire negli Stati Uniti in tempo di guerra assieme ad altri colleghi di penna di origine ebraica, dopo qualche anno il suo nome e la sua opera vennero messi all'indice in Polonia. La nascita della collana Anemoni pubblicata dalla casa editrice Marsilio, dedicata ai classici della letteratura dell’Europa centrale e diretta da due studiosi di rara competenza come la boemista Annalisa Cosentina e il germanista Luigi Reitani mi hanno dato l'opportunità di riproporre quel testo ingiustamente poco noto, ma estremamente attuale anche oggi, a prescindere dall'ambientazione bellica. Che poi il progetto sia stato accolto dall’editore lo si deve naturalmente anche alla motivazione contingente che lei cita. Del resto nel nostro ambiente si sa che a volte l'occasione fa l'uomo traduttore...

Andrzej Strug
LB: La "sbornia" da centenario della Grande Guerra ha già iniziato a produrre effetti visibili nelle librerie. Tuttavia, come anche la pubblicazione di Marsilio dimostra, c'è qualche spazio forse per sfruttare questa ricorrenza e riproporre dei libri fuori dai circuiti dell'editoria e della traduzione. Sempre con riferimento alla Prima guerra mondiale e alla letteratura polacca gliene vengono in mente altri? E in poesia si mosse qualcosa di significativo in quegli anni? (Ricordiamo che Wittlin stesso è poeta...)
R: Me ne viene in mente soprattutto uno, assolutamente non tenuto in conto dall'editoria europea, pubblicato due anni prima del Sale della terra. Si tratta de La croce gialla di Andrzej Strug, opera di stampo espressionista e pacifista, che sul canovaccio di un accattivante intrigo internazionale mostra gli elementi nascosti dei meccanismi e le conseguenze fisiche e morali della guerra. Può apparire singolare che i migliori libri di prosa sulla prima guerra mondiale – eccezion fatta per alcuni importanti racconti di scrittori affermati come Zeromski e Reymont – siano apparsi in Polonia soltanto negli anni '30 (ma senza avere caratteri di memorialistica), dopo una lunga elaborazione e in un clima sociale che faceva presagire un prossimo atroce conflitto. Per la Polonia la conclusione della guerra aveva significato la riconquista dell'indipendenza dopo centoventi anni di dominio straniero, e fu proprio la poesia, che nel secolo precedente si era assunta l'onere di servire la causa della patria, a rappresentare l’atmosfera di frenetica passione vitale seguita alla riconquista della libertà. A parte appunto, fra gli altri, Wittlin, che dopo il conflitto mondiale aveva visto di persona “in casa sua” la guerra civile fra polacchi e ucraini, lasciandone un resoconto estremamente umano e doloroso nel ciclo degli Inni. Chissà se anche oggi c'è un qualche Wittlin a osservare ciò che succede in Ucraina...

LB: Se paragoniamo il protagonista del romanzo di Wittlin, Piotr, ad altri celebri personaggi prodotti dalla letteratura della Grande Guerra, che cosa emerge di singolare e nuovo in questo analfabeta quarantenne sconvolto dalla cartolina-precetto e allo stesso tempo in grado di sconvolgere, con il mondo di cui è il portato, la burocrazia dell'esercito austro-ungarico?
R: Direi che prima di tutto va tolto di mezzo ogni tentativo di paragonare Piotr a Svejk. Si tratta di un raffronto compiuto in passato anche da acuti intellettuali (per esempio lo scrittore tedesco Doblin) ma non azzeccato, sebbene lo stesso Wittlin avesse messo in scena un adattamento dell'opera di Hasek. Tra di loro passa la differenza che esiste tra un logorroico e un semi-muto, tra un finto tonto e il vero scemo del villaggio, come effettivamente Piotr era considerato dai suoi stessi compaesani. Piotr è l’immagine dell'inadeguatezza più totale, è l’uomo selvaggio allo stato pre-morale, la cui comunicazione verbale è estranea ai codici comunicativi dei rari interlocutori. Di un tale personaggio Wittlin aveva bisogno per farsi accompagnare nella sua disamina, cinica e umoristica allo stesso tempo, non solo del fenomeno della guerra, ma anche di qualsiasi evento che ponga l’uomo in una situazione del tutto alienante. Si tratta dunque, a mio modo di vedere, di un approccio che anche oggi ha la sua validità: l’arretratezza culturale diffusa che impedisce di scorgere e comprendere la vacuità e la dannosità di valori mediaticamente divulgati come valori imprescindibili.

LB: Questa serie di interviste sta coinvolgendo più traduttori italiani. A lei vorrei banalmente chiedere se si diverte quando traduce. Sempre? Talvolta? Mai?
R: Sempre sempre e sempre. Un po' perché ho quasi sempre avuto la possibilità di tradurre testi di mio gradimento. E un po' perché se non fosse un lavoro divertente - e Dio sa quanto spossante – chi mai lo farebbe? Faccio un piccolo calcolo: dall'inizio della stesura de Il sale della terra fino alla sua pubblicazione è passato circa un anno o più. Diciamo tre ore ogni giorno per un anno, comprese le revisioni delle bozze e tutto il dovuto armamentario di interventi. Ebbene, tolte le tasse per un'ora di lavoro sono stato pagato (non ancora, a dire il vero) circa 2.70 euro all'ora. E ci traduce letteratura sa bene che su una frase, o su un paio di versi, ci si può stare mezza giornata. Siamo gli incapienti delle belle lettere...

Olga Tokarczuk
LB: Come sta la letteratura polacca oggi? Può menzionare autori o titoli che secondo lei meriterebbero presto una traduzione in italiano?
R: La letteratura polacca sta bene, ma soprattutto in casa propria. Quando si avventura all'estero -  e in Italia va peggio che altrove – ha bisogno di grossi arieti per scardinare i portoni di ferro dell’editoria. A volte non basta nemmeno aver vinto il premio Nobel, la poesia di Wislawa Szymborska ha potuto trovare sbocco in Italia più per la citazione televisiva di Saviano che per il Nobel stesso. Comunque direi che si traduce abbastanza anche in Italia, ma solitamente l'eco mediatico è languente, quindi la letteratura polacca rimane alla fin fine una letteratura di nicchia per pochi raffinati intenditori. Farei almeno una citazione: il romanzo Bieguni (è il nome di una vecchia setta di credenti) di Olga Tokarczuk, di cui sono già usciti alcuni libri. Questo romanzo, interessantissimo, è stato proposto ad alcune case editrici. Ma la lunghezza del testo atterrisce gli editori. Per i lettori d'oggi sarebbe una fatica immane...

LB: Ne Lo chalet della memoria lo storico americano Tony Judt racconta di come provò a farsi passare una depressione di mezza età tentando di imparare una lingua "minore" come il ceco. Quando lessi questo sorrisi perché avevo provato qualcosa di simile col polacco, non proprio a mezza età visto che di anni ne avevo credo ventisette, e forse, stando ai parametri di Judt, non ero neanche così depresso visto che interruppi presto lo studio. Potrebbe funzionare il polacco, secondo lei? O meglio il ceco come Tony Judt?
R: Non so proprio se una lingua minore serva a diluire la depressione. Di certo Judt ha scelto male: se avesse imparato il ceco prima o poi avrebbe per forza di cose parlato con un ceco. E si sarebbe accorto – troppo tardi – che quel ceco, come tanti altri, era piuttosto depresso di natura, forse proprio a causa della sua lingua.  Se avesse scelto il polacco, alla fin fine gli sarebbe venuta la voglia di dar vita a un'insurrezione nazionale. Se avesse scelto l'ungherese, avrebbe scoperto – come Piotr Niewiadomski – che lì dentro c'è il diavolo. E forse avrebbe fatto la scelta migliore.

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