giovedì 30 gennaio 2014

da "Strade strade" di Peter Huchel (e in controluce qualche disaccordo tra Fortini e Sereni)

Una poesia da #29

Libro scomparso dalla circolazione, Strade strade (Chausseen, Chausseen del 1963) del poeta tedesco Peter Huchel (Berlino 1903 - Staufen 1981) uscì nella collana Lo Specchio di Mondadori nel 1970 per la cura di Ruth Leiser e Franco Fortini. Erano gli anni in cui Huchel si apprestava ad abbandonare la DDR, anche se, da quasi un decennio, era già defilato assieme a buona parte del suo impegno (ricordiamo, tra l'altro, la direzione dell'importante rivista "Sinn und Form"). La poesia che ho scelto non è tra quelle predilette da Fortini, che nella sua introduzione la inserisce in un gruppo di testi di "sinistro turismo militare" (cinque sono gli anni di guerra di Huchel, più un sesto di prigionia in Russia), di "immobilità magica" che a noi italiani fa sempre tornare alla mente tanta poesia degli anni Trenta del Novecento. Certe ibernazioni dello sguardo, cifra di una poesia che Fortini forse sente già passata, sono in effetti evidenti nel componimento che ho scelto. 

La lettura di quella prefazione di Fortini ci lascia tuttavia una sensazione strana: il suo discorso sembra farsi freddo e distaccato, forse imbarazzato, a tratti quasi supponente. Sicuramente schietto quando cassa senza esitazioni le poesie di Huchel che presentano un più diretto riferimento all'attualità. Solo nel finale Fortini si lascia andare un po', parlando delle composizioni più riuscite del libro. In realtà, a ben scavare, si può leggere in filigrana, ora come allora, un certo disaccordo tra la posizione di Fortini, il quale forse avverte già come "invecchiata" questa poesia, e la posizione d'altro segno di Vittorio Sereni, che dalla sua posizione di direttore editoriale fu il vero artefice di quest'edizione italiana delle poesie di Huchel (vedi anche L'invenzione del futuro. Breve storia letteraria della DDR a cura di Michele Sisto e pubblicato da Scheiwiller). Parlando del lavoro di traduzione, svolto assieme a Ruth Leiser, Fortini scrive infatti di un'impressione che "la poesia italiana, una parte di essa almeno, ai suoi anni giovanili, poco prima della Seconda Guerra, avesse già elaborati i nessi verbali, i colori per questo autore." Queste divergenze in controluce, lungi dall'essere ormai acqua passata, sono significative per scorgere il turbinio di due delle migliori menti della poesia di allora, a maggior ragione se siamo tutti più o meno persuasi che la scelta della poesia che si traduce e pubblica dica molto, quasi di più della poesia che si scrive e stampa in una data lingua. E anche questi dialoghi a distanza tra Fortini e Sereni echeggiano in tutto il loro immutato interesse 44 anni dopo, quando ne sentiamo forse più che mai la mancanza, l'autenticità, quella sorta di giusta rabbia.

VERONA

Cadde fra noi la pioggia della dimenticanza.
Nella fonte tramontano le monete.
Sul muro il gatto
ruota il capo nel silenzio.
Non ci riconosce più.
La luce fioca dell'amore
cala sulle sue pupille.

I congegni nella torre si scuotono
e batte troppo tardi l'ora.
La terra non ci fa dono
di tempo oltre la morte.
Cucite dentro il panno della notte
affondano le voci
irreperibili.

Dal davanzale volano due colombe.
Il ponte vigila il giuramento.
Questa pietra
nell'acqua dell'Adige vive
grande nel suo silenzio.
E nel centro delle cose
il lutto.


VERONA

Zwischen uns fiel der Regen des Vergessens.
Im Brunnen verdämmern die Münzen.
Auf der Mauer die Katze,
Sie dreht ihr Haupt ins Schweigen,
Erkennt uns nicht mehr.
Das schwache Licht der Liebe
Sinkt auf ihre Augensterne.

Es rasselt das Räderwerk im Turm
Und schlägt zu spät die Stunde an.
Die Erde schenkt uns keine Zeit
Über den Tod hinaus.
Ins Gewebe der Nacht genäht
Versinken die Stimmen
Unauffindbar.

Zwei Tauben fliegen vom Fenstersims.
Die Brücke behütet den Schwur.
Dieser Stein,
Im Wasser der Etsch,
Lebt groß in seiner Stille.
Und in der Mitte der Dinge
Die Trauer.

venerdì 24 gennaio 2014

"Segreti e no" di Claudio Magris: la custodia del segreto tra potere e diritto all'opacità individuale

64 pagine stampate in corpo molto grande (un aspetto tipografico che mi ha fatto venire in mente i tasti di quei cellulari destinati agli anziani o comunque alle persone ipovedenti) al prezzo un po' alto di 7 euro: così si presenta Segreti e no, il nuovo libro brevissimo di Claudio Magris. Scavalcato questo ostacolo del prezzo un po' antipatico, va detto che Segreti e no è un testo assolutamente da leggere, e sta bene dirlo subito prima di iniziare a parlarne. Non solo perché capita spesso che ogni cosa della produzione dello scrittore triestino s'addentelli su fondamentali muri della Storia, ma anche perché questo intervento - che non ho ben capito se nasce in inglese, visto che nel colophon è menzionato un "The secret" del quale questo breve testo dovrebbe essere la traduzione - prende di petto una sola parola quasi scomparsa dal nostro mondo, forse a causa di un pudore sbagliato o di un pudore andato a male. Chissà perché. Al di là dei bambini e dell'infanzia, dove la parola "segreto" ha ancora qualche guizzo di vitalità, legato magari a una frequente, stereotipata gestualità di mani e orecchie, sembra che il segreto sia scomparso dalla faccia dalla terra, anche se sentiamo ancora parlare di "segreto di stato", "agenti segreti", "segreto bancario" o di altri segreti legati alle faccende della politica e del potere. Se non è scomparso del tutto, il segreto è sicuramente protagonista di un processo lungo di banalizzazione. Eppure mai come ora, in tempi di massima vetrinizzazione sociale, è opportuno tornare a scrivere e a parlare del segreto.

Il merito di questo intervento di Magris è anche quello di riportare il segreto alla sua centralità nella vita di ognuno. L'autore, un romanziere, che più aiuta Magris in questo è senz'altro Javier Marías di Un cuore così bianco e Domani nella battaglia pensa a me. Non dimentichiamo che per i suoi romanzi Marías andò a studiarsi un libro introvabile di Comisso intitolato Agenti segreti di Venezia 1705 - 1797. L'indimenticato Torquato Accetto della "dissimulazione onesta", largamente amato anche da Giorgio Manganelli, offre a Magris lo spunto per il finale dello scritto. Non può essere che il segreto sia scivolato nell'oblio e nel buio, a maggior ragione in questa epoca contraddistinta da un nuovo ambiguo "potere internettiano", chiuso tra trasparenza e segreto, ed è in fondo normale che si debba tornare a parlare di segreto oltre certe pedestri e incerte discussioni sulla privacy (chi leggerà queste pagine di Magris noterà che Internet è solo uno dei tanti rimandi o echi possibili sullo sfondo di questo ragionamento, anche se probabilmente è l'eco che a un editore d'oggi fa più gola isolare e illuminare).

Il dramma del segreto è la sua traslazione sull'asse del discorso, essersi spostato nella nostra epoca in posizione aggettivale, laddove ne facciamo ancora largo impiego; è come ci fossimo stancati di vederlo e sentirlo come un sostantivo. Mi pare dica anche questa cosa qui il ragionamento di Magris. E quando nel secolo scorso è prevalso il suo utilizzo sostantivale, spesso eravamo in tempi bui, sdrucciolevoli, nell'imbuto e nel tormento dei totalitarismi o di certo esoterismo poco raccomandabile. Di sicuro "segreto" è un sostantivo ingombrante e pesante, com'è giusto che sia. L'etimo di segreto rimanda al verbo "secernere", di cui il participio passato è "secreto". Un verbo strano che rinvia al nostro sistema endocrino e a ciò che emette, anche se nella lingua latina diceva di ciò che è separato e vagliato e, in fondo, di una sorta di libertà che nasce nella separazione. Agli albori della nostra letteratura un poeta fondamentale per la lirica europea, Petrarca, scrisse una prosa in latino che si intitola Secretum. Ma perché a uno dei più intelligenti scrittori dell'Italia attuale interessa così tanto il segreto? La risposta più chiara a questa semplice domanda sta nelle pagine dove Magris riprende il diritto all'opacità rivendicato da Édouard Glissant, il diritto di non essere passato da parte a parte "dai raggi X di alcuna conoscenza globale", in "umanissima difesa della propria libertà". Svelare un segreto significa deformarlo, come in una sorta di principio di Heisenberg per cui l'osservazione di un fenomeno significa già la sua alterazione. Detto con le parole di Javier Marías "[...] La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata. Forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato."

C'è una poesia di Montale la cui seconda parte mi è sempre rimasta impressa, in particolare per l'utilizzo che Montale fa di due parole: "schermo" e "segreto". Avrete già capito a quale poesia intendo rimandare. Mi è tornata subito in mente leggendo queste importanti pagine di Magris, consegnate al suo ennesimo imperdibile libro.

Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco. 

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 
alberi case colli per l'inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

(Oggi trovo inquietante quella quasi rima tra "vetro" e "segreto", tra la trasparenza del vetro-schermo e l'opacità del segreto.)

sabato 18 gennaio 2014

La collana "Isola", libriccini di poesia e disegni a cura di Mariagiorgia Ulbar e Andrea Bruno

Storie di collane micro #11

Per chi voglia provare a fare buoni libri di poesia c'è spazio. Forse c'è più spazio che mai. Ovvio che magari dobbiamo scordarci copertine rigide, sovraccoperte, grandi formati e foliazione, distribuzione capillare. Ma questo non significa scarsa cura grafica, anzi. E poi non è in quelli apparati che dobbiamo cercare e possibilmente trovare la poesia, anche se la fattura del libro può ancora rivestire una certa importanza: il blasone di certe collane di poesia storiche ormai inizia a scricchiolare sonoramente. Mi pare di aver sostenuto quest'idea già altre volte e la ribadisco. Un'ulteriore conferma arriva anche dalla nuovissima collana dal nome huxleyano di "Isola" di Mariagiorgia Ulbar e Andrea Bruno. "Libriccini di poesia e disegni" recita il sottotitolo. Libri davvero piccoli, 16 pagine, che però dimostrano una progettazione coerente ed efficace, nata - suppongo - sulla scia di un libretto che oggi potremmo considerare il numero zero della collana, Osnabrück, contenente poesie della Ulbar e illustrazioni di Bruno. Se quel libretto presta forse il format a questa nuova collana, l'ultima sezione de I fiori dolci e le foglie velenose, "Isola", presta il nome a questa nuova collana terracquea. Chi la inaugura? In alto vedete la copertina di Da un luogo vacillante di Yari Bernasconi (1982), poeta della Svizzera italiana che avevamo già potuto apprezzare nell'ultimo Quaderno edito da Marcos y Marcos (si veda anche qui) e che rileggeremo presto per le sue importanti curatele su Giorgio Orelli, in uscita in questo 2014. Il suo libro illustrato da Guido Volpi inizia così: "Correvi nelle stanze disfatte, tra i mattoni, / nel grumo di pareti sbiadite e abbandonate. / Sapevi dove andavi: anche al buio, la sera, / riconoscevi il contorno dei mobili, le tracce / di chi aveva deciso di partire (lasciando tutto). [...]".

Sono contento di aver trovato in un altro libretto della collana, Cosa inutile, l'opportunità di leggere più diffusamente Dina Basso (siciliana di Scordia, classe 1988) che scrive nel proprio dialetto. Nel suo libretto illustrato da Elena Guidolin mi ha colpito in particolar modo questo testo che comincia così: "Arristava abbabanuta / ogni vota ca scupreva / do trasportu de' cavaddi / verso i cursi e no maceddu. / Iddi fermi, supra i rroti / u travagghiu è ddo muturi, / comu u latti dintra i camii / comu i camii da binzina / ca ieunu versu u rifornimentu. [...]" (Restavo abbacinata / ogni volta che scoprivo / del trasporto dei cavalli / verso le corse e al macello. / Loro fermi, sopra le ruote / il lavoro è del motore, / come il latte dentro i camion / come i camion della benzina / che andavano verso il rifornimento. [...]").


"distratti / dal profumo delle rose / abbiamo barattato / il cosa era con il quanto siamo // simili nel gambo // storti nelle pose // dentro un male incorniciato/  stiamo cresciuti / ma completamente soli [...]" La poesia di Sergio Rotino (Lecce, 1958, da tempo a Bologna, tra i fondatori di una delle più belle riviste degli anni passati, "Versodove") è contenuta in Altra cosa da inventare, libriccino stavolta intervallato dai disegni del bravissimo Davide Catania, illustratore dotato di uno dei tratti più convincenti tra quelli che accompagnano questa prima infornata di titoli. La lunga frequentazione del cinema salda in questo volume di "Isola" la compenetrazione tra parole e quel delicato fenomeno che diventa un'illustrazione di queste. Di Rotino vorrei consigliare un piccolo proseguimento qui (ma prima di cliccare arrivate alla fine di questo post, se avete voglia, che sennò non tornate più).

L'accoppiata Ulbar-Bruno ritorna dopo Osnabrück in Transcontinentale, volume dove l'ossessione del viaggio dell'autrice abruzzese  nata a Teramo nel 1981 appare sin da un titolo che s'annuncia più come una lacerazione che come un'unione di terre. La rete da pesca della scrittura insulare di Mariagiorgia Ulbar ha rivisitato e riparato tante maglie, se la confrontiamo con il bel libro d'esordio I fiori dolci e le foglie velenose (un libro che ha solo il difetto, a causa della copertina, di finire sicuro dentro lo scaffale "Giardinaggio" delle librerie se nelle librerie dovesse arrivare). Cambia la rete, cambiano le maglie e cambiano i pesci di cui si nutre l'autrice ("che se mangi poi per forza devi espellere / e che questo vale anche per l'affetto" scriveva a proposito nel libro d'esordio), ne restano imbrigliati altri, nuovi animali, nuove peregrinazioni sul tempo con un passo che batte un ritmo tra l'ancestrale e il postatomico: "Pur cercando io non ho mai trovato / una cosa in me che mi rendesse / un essere stanziale , un animale / come un cane, un cinghiale o un lupo. / Vagare per desolazioni ampie / - territori boscosi o di pietre - / lunghe, spaziose, remote / ma sapere riconoscere le proprie."

Una nuova infornata di titoli è già impastata. Di Alessandra Carloni Carnaroli è già pronto Sei Lucia illustrato da Paolo Parisi. Le accoppiate poeti-illustratori annunciate sono degne di nota. Un'anticipazione? Carlo Bordini-Silvia Rocchi, Azzurra D'Agostino-Michelangelo Setola e Fabio Donalisio-Marco Corona. Questo è il sito della collana Isola. Un'intervista di approfondimento e presentazione del progetto di Gianni Montieri a Mariagiorgia Ulbar si può leggere qui.

In bocca al lupo.

lunedì 13 gennaio 2014

da "Poesie" di Ingeborg Bachmann

Una poesia da #28


Credo che lo stato di chiacchiera attorno a Ingeborg Bachmann abbia raggiunto livelli talvolta fastidiosi. Destino quasi normale, per le scrittrici e gli scrittori più celebrati. Tanto più se la loro morte resta avvolta nel mistero. Non so se questa impressione di eccessivo chiacchiericcio sia solo un problema accentuato dall'Italia, paese dove tra l'altro lei visse a lungo - senza capire perché, diceva - e dove morì in seguito ad un incendio sviluppatosi nella sua abitazione romana. Ovvio che a volte basterebbe abbassare il volume della chiacchiera, tapparsi le orecchie, per non provare troppi fastidi. Questo non è in realtà così facile in un mondo tristemente e invasivamente pettegolo come quello delle lettere e della scrittura. (Ci sarebbe anche un pettegolezzo meno triste, persino intellettualmente vivace, ma non è il caso nostro.) In questi casi mi sembra che l'antidoto migliore al fastidio sia tornare all'autore e al testo. Occasione diventa allora la nuova edizione delle Poesie rimessa in circolo da Guanda in questi giorni (traduzione e cura di Maria Teresa Mandalari, pubblicata per la prima volta già nel 1978 per lo stesso editore, pp. 164, euro 10). Il libro era già uscito anche in versione tascabile e ora ritorna in libreria con una nuova veste grafica. L'illustrazione di Guido Scarabottolo, firma di quasi tutte le copertine Guanda, lascia spazio a un ritratto fotografico dell'autrice virato in blu e un po' sfocato. Una piccola eccezione alla consuetudine grafica di Guanda, che per certi aspetti sottolinea il divismo che ancora preme a contornare la figura della scrittrice di Klagenfurt. Nella lettura tornavo in particolar modo alle poesie del suo primo libro, Die gestundete Zeit (Il tempo dilazionato), uscito la prima volta nel 1953. In realtà è noto che non sono poi molte le opere di poesia di quest'autrice se paragonate al corpo della sua opera. Bachmann sperimentò tra l'altro più forme di scrittura e, a mio avviso, in modo particolarmente riuscito quella legata al mezzo radiofonico (radiodrammi, corrispondenze). Più ancora delle poesie contenute nel successivo e assai più noto Invocazione all'Orsa Maggiore, ho trovato modo di soffermarmi proprio in quelle della raccolta d'esordio, dove si percorre uno stupore legato a elementi minimi quali il sole, la nebbia (saranno le giornate, ma l'ho notata di più quella sua nebbia), l'acqua (così presente anche nelle sue prose) e il loro disporsi in un piano (cartesiano?) di scrittura. Tra tutte ho scelto una poesia intitolata "I ponti". Mi è sembrata significativa per come raduna tanti motivi della sua scrittura a quell'altezza degli anni Cinquanta.














I ponti

Il vento tende la bandella davanti ai ponti.

Contro le traversine il cielo ha logorato
l'azzurro più fondo.
Da una parte e dall'altra le nostre ombre
mutano nella luce.

Pont Mirabeau... Waterloobridge...
Come fanno i nomi a sopportare
di portare gli anonimi?

Percossi dagli sperduti 
che non sorresse la fede,
si svegliano i tamburi dentro il fiume.

Solitari sono tutti i ponti,

e la gloria è pericolosa per loro
come per noi, che presumiamo
di avvertire i passi degli astri
sopra la nostra spalla.
Ma sul declivio della caducità
nessun sogno ci inarca.

È meglio vivere affidati alle sponde,
ora all'una ora all'altra,
e di giorno vegliare
che stacchi la bandella il designato:
le cesoie del sole egli raggiungerà
nella nebbia, e se resterà abbacinato
lo avvolgerà la nebbia nella caduta.














Die Brücken

Straffer zieht der Wind das Band vor den Brücken.

An den Traversen zerrieb
der Himmel sein dunkelstes Blau.
Hüben und drüben wechseln
im Licht unsre Schatten.

Pont Mirabeau... Waterloobridge...
Wie ertragen’s die Namen,
die Namenlosen zu tragen?

Von den Verlornen gerührt,
die der Glaube nicht trug,
erwachen die Trommeln im Fluß.

Einsam sind alle Brücken,
und der Ruhm ist ihnen gefährlich
wie uns, vermeinen wir doch,
die Schritte der Sterne
auf unserer Schulter zu spüren.
Doch übers Gefälle des Vergänglichen
wölbt uns kein Traum.

Besser ist’s, im Auftrag der Ufer
zu leben, von einem zum anderen,
und tagsüber zu wachen,
daß das Band der Berufene trennt.
Denn er erreicht die Schere der Sonne
im Nebel, und wenn sie ihn blendet,
umfängt ihn der Nebel im Fall.

sabato 11 gennaio 2014

Libri e jazz: un'intervista con Francesco Martinelli


Librobreve intervista #33


Per chi legge di jazz in Italia non è affatto difficile imbattersi nel suo nome. Francesco Martinelli è senza dubbio tra i più importanti giornalisti e studiosi legati a questa musica e la sua attività meritoria in ambito editoriale è nota. Si pensi soltanto alle traduzioni e alle collaborazioni con una casa editrice come EDT. Da pochissimo è uscita la sua traduzione di Storia del jazz di Ted Gioia, sicuramente non un libro breve, data la mole. Ma l'aver intercettato quel libro e la sua traduzione mi ha spinto a intervistarlo per sentire che aria tira nei rapporti tra jazz e libri nel nostro paese.

LB: Da poco è uscita la sua traduzione del libro di Ted Gioia, una quasi monumentale  Storia del jazz. Che libro è quest'ennesima "storia"? 
RISPOSTA: Se posso permettermi un commento alla domanda, non è proprio una "ennesima" o lo è solo per il lettore inglese. In italiano è la terza storia "moderna" dopo il Polillo di cui raccomandiamo sempre la lettura ma che è ormai di quarant'anni fa. E "quasi" monumentale è giusto, dato che una delle altre due dispinibili ha quasi il doppio delle pagine... Il libro di Gioia è soprattutto una "storia" nel senso di racconto, che per me è la cosa più importante. In dodici "quadri" accompagna il lettore a conoscere luoghi e personaggi di una vicenda musicale affascinante intrecciandola strettamente con la storia della cultura e della società americana. Saggista e letterato, oltre che musicista, Gioia ha una ferrea preparazione sull'argomento, che io ho saggiato di continuo facendo domande e chiedendo chiarimenti quando non ero convinto, quindi questo racconto ha solidissime basi di esperienza e di cultura, ma è trattato come una narrazione, ricco di dettagli senza sacrificare la leggibilità. Certo, ci sono delle scelte da fare quando si tratta un argomento di questa portata e mi consenta anche delicatezza dal punto di vista politico e sociale; in questo senso l'approvazione di un saggista e critico culturale come l'afroamericano Greg Tate è molto significativa. Gioia non sposa nessuna delle fazioni jazzistiche spesso le une contro le altre armate, è aperto verso tutte le istanze e le critica quando lo ritiene necessario, in modo piano ed equilibrato. Alcuni passaggi - le descrizioni degli ambienti culturali di New Orleans, Kansas City e la Harlem degli anni Venti - e alcune trattazioni monografiche - su Tatum e Garner per esempio - sono formidabili e mi hanno fatto innamorare del testo anche se poi su singoli punti io personalmente posso avere opinioni e gusti anche assai diversi.

LB: Per EDT ha curato anche altri importanti contributi sul jazz ed è sempre stato molto attivo anche come giornalista. Qual è a suo avviso lo stato della nostra editoria - globalmente intesa - in ambito jazz?
RISPOSTA: Mi pare che il pubblico del jazz pur numericamente limitato sia molto ambito dagli editori in quanto ha una grande passione per l'argomento e i suoi "piccoli" numeri in un paese che legge sempre meno contano sempre di più; inoltre l'estendersi delle scuole di jazz ha creato la necessità di testi di riferimento per i corsi di storia del jazz. Ci sono libri molto interessanti, sia in originale che in traduzione, e instant book da dimenticare, ma complessivamente mi sembra una situazione in crescita rispetto ad anni non lontani in cui le opere "da leggere" davvero si contavano sulle dita di una mano e in cui le traduzioni erano affette da egregi strafalcioni. Il libro oggi svolge in parte la funzione che l'ambiente degli appassionati, tra negozi di dischi e club di jazz, svolgeva nell'era pre-internet.

LB: Spesso si è concentrato sulla letteratura critica di stampo anglosassone. C'è qualcosa di interessante che proviene anche da altri paesi? E se rimaniamo ai contributi critici prodotti all'interno del nostro paese?
RISPOSTA: La koinè del jazz è l'inglese, non c'è dubbio, e la stragrande maggioranza dei contributi importanti viene pubblicata in questa lingua che assicura la maggior platea possibile. E questo vale anche per la musica. E' anche vero che non tutto quello che esce negli USA va preso come oro colato, anzi. Prima di arrivare alle proposte che sottopongo all'attenzione della EDT e di Siena Jazz per la traduzione c'è un gran lavoro di lettura e  scarto. Un esempio catastrofico di opera da non proporre è la biografia di Duke Ellington scritta da Terry Teachout e recentemente pubblicata in inglese, mentre sul Duca esistono almeno due libri fondamentali mai usciti in italiano.  In altri casi, anche già tradotti, ci sarebbe voluto un editing assai più severo alla fonte. Devo però ricordare che insieme ad Antonio Pellicori abbiamo tradotto e curato il libro del tedesco Peter Niklas Wilson su Albert Ayler per la pisana ETS (Albert Ayler, Lo spirito e la rivolta). Di interessante in molte lingue ci sono le storie del jazz nelle varie nazioni, dall'estone al portoghese, un campo ancora inesplorato che a me interessa molto. Nel nostro paese dopo il lavoro pionieristico di Arrigo Polillo, Vittorio Franchini, Franco Fayenz, Giuseppe Barazzetta, Giampiero Cane e pochi altri, attualmente ci sono studiosi di valore come Stefano Zenni, Massimo Franco e Luca Bragalini tra gli altri che hanno elevato il livello della nostra produzione critica, e che stanno anche formando nuove generazioni; oltre al lavoro di Marcello Piras a sostegno prima di Gunter Schuller per l'edizione italiana dei suoi libri e poi di Adriano Mazzoletti per la sua essenziale storia del jazz italiano. 

LB: Su quali libri ha recentemente posato l'attenzione per un'eventuale proposizione nella nostra lingua?
RISPOSTA: C'è un prossimo volume in corso di traduzione per la ETS, ed è ancora di Ted Gioia: la sua guida al repertorio del jazz, un avvincente dizionario degli standard, con vita, morte e miracoli di queste canzoni che sono diventate la spina dorsale delle serate jazz. Per il seguito, parlando fuori dai denti le amare esperienze fatte in passato mi spingono al riserbo...

LB: C'è stato e forse in parte si riscontra ancora un lieve fermento editoriale che ibridava jazz e letteratura. Del resto il jazz agglutina bene anche con tante forme d'arte. Ma rimaniamo alla letteratura. Come giudica quella stagione di romanzi e biografie "jazzate"? Qual è a suo avviso il più bel romanzo "jazz" di tutti i tempi?
RISPOSTA: Non è una branca letteraria che mi interessi particolarmente. In molti casi le storie vere dei musicisti di jazz sono meglio di quelle che potrebbero essere inventate dalla fantasia di un romanziere; in altri dà fastidio almeno a me lo "sfruttamento" della musica da parte di persone che ne hanno una conoscenza superficiale. Il più bel romanzo jazz di tutti i tempi resta ancora Uomo invisibile di Ralph Ellison, importante per capire l'esperienza africana in America ancora prima della musica che essa ha generato. Ellison peraltro era lui stesso musicista, oltre che appassionato di alta fedeltà, e suo fratello a Oklahoma City era amico di Charlie Christian, quindi non parla per sentito dire... 

LB: Per concludere le vorrei chiedere qual è il libro che sogna spesso di fare, ex novo o una traduzione magari "impossibile".
RISPOSTA: Una traduzione impossibile è quella di un altro grande romanzo jazz, The Bear Comes Home, di Rafi Zabor (con Il sax basso di Svorecky completa quella che per me è la trilogia dei romanzi jazz essenziali, se consideriamo "Il persecutore" un racconto lungo). Impossibile per dimensione e difficoltà, almeno per me. Il libro che sogno di fare tratta del jazz europeo, una storia ancora tutta da raccontare, ma è un po' un sogno e un po' un progetto che ha fatto già qualche passo...

giovedì 9 gennaio 2014

"Il levriero di Tiepolo" di Derek Walcott (una vecchia nota)

Ripescaggi #31

Penso sia finita sempre all'interno della rivista "daemon" questa vecchia nota che scrissi nel 2005 per l'uscita della traduzione di Tiepolo's Hound di Derek Walcott. La fece Andrea Molesini per Adelphi e uscì col titolo Il levriero di Tiepolo. (A proposito della rivista "daemon", dico ai cari amici con cui la facevo di tenersi pronti perché a giorni è in arrivo un'intervista forse inaspettata con una vecchia conoscenza della rivista!). Walcott è un autore su cui mi piace tornare, dopo il tentativo di traduzione che provai qui. Sarà per quelle ragioni che incrociano anche con la pittura, che tra l'altro qui sotto, proprio nella nota che parla di questo libro, emergono ancora con maggior forza. E anziché riportare un brano dal libro vi rimando al video sotto preso da Youtube, dove Walcott è alle prese proprio con la lettura di questa sua opera. Ricordo che l'anno scorso Adelphi ha pubblicato la traduzione di What the Twilight Says con il titolo La voce del crepuscolo, superba raccolta dei suoi saggi.  

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Walcott come Proust, Tiepolo come Vermeer: “a slash of pink on the inner thigh / of a white hound” (“una vampa di rosa sulla coscia del levriero”), particolare di un dipinto del pittore veneziano, ammirato dal poeta caraibico in una mostra a New York, come il “petit pain de mur jaune” del dipinto di Vermeer, menzionato da Proust nell’episodio della morte di Bergotte. Ma se, come ha già spiegato Lorenzo Renzi, nel caso de La prigioniera il “piccolo lembo di muro giallo” esiste solo sulla pagina, inventato da un’originale rielaborazione proustiana del dipinto Veduta di Delft – di qui l’elogio dell’imprecisione che ne fece Renzi –, Il levriero di Tiepolo, scrive il traduttore e curatore Andrea Molesini, “[...] è una teoria sulla lirica precisione della luce, sulle forme e i colori che abitano i luoghi e il tempo del quotidiano, sul dipingere con la scrittura. [...] È anche la storia della ricerca di un’emozione perduta nel labirinto dei ricordi: l’agnizione di un dettaglio che si fa specchio ed emblema del mistero del tutto”.

Il legame tra arti figurative e creazione poetica è uno dei temi portanti di questo libro. Walcott – l’aveva già fatto capire al mondo con Omeros, il poema che gli spianò la strada verso il Nobel del 1992 – non lascia mai nulla di intentato. In lui, così come accade nel poeta australiano Les Murray, sembra albergare tutto quel coraggio che – dalla forma alle trame, dai personaggi ai contenuti – manca a tanta poesia contemporanea. Walcott riesce a costruire un poema narrativo, lungo e coraggioso, intrecciando due sole vite: quella di Camille Pissarro, pittore-poeta, ebreo sefardita di St. Thomas che lascia la propria isola caraibica per la Parigi dell’Ottocento e la propria vita di poeta-pittore. Il levriero di Tiepolo è il libro dove la forza immaginativa e tutte le ossessioni di Walcott si dispiegano in una poesia che affronta a viso aperto il grande tema, proteiforme ed eterno, dell’esilio artistico.


domenica 5 gennaio 2014

"Quattro Quartetti" di T.S. Eliot tradotti da Roberto Sanesi

Ripescaggi #30

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Di una traduzione d'autore (così si diceva un tempo, almeno) vi voglio parlare con questo ripescaggio. Pesco ancora una recensione, vecchia di oltre dodici anni, uscita per la rivista "daemon". Il libro, celeberrimo, è Quattro quartetti di T.S. Eliot, nella traduzione di Roberto Sanesi (Book Editore, 2001, pp. 96, Euro 10,50, di probabile difficile reperibilità). Proprio in queste ultime settimane il titolo eliotiano è tornato alla ribalta nelle cronache per una lettura d'eccezione fattane da Raffaele La Capria per Enrico Damiani Editore.
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Giunge come una sorpresa questa inedita traduzione dei Four Quartets di Eliot, per mano dello scomparso Roberto Sanesi (1930-2001). Il pregevole lavoro e la gestazione editoriale del progetto spettano all’editore Book.  Questo volume diventa un nuovo tassello per la comprensione di Eliot e per l’apprezzamento di colui che rimane tuttora uno dei principali curatori italiani dell’opera eliotiana. Sanesi parla, nella lettera di presentazione all’inizio del volume, di un suo “pedinamento eliotiano iniziato nel 1945”. Da Massimo Scrignòli, che del progetto di pubblicazione in questione è il principale (ma non unico) artefice, scopriamo che il pedinamento parte verso la fine della guerra, con un Sanesi quindicenne che colloquia di letteratura, e di Eliot in particolare, con un soldato americano che gli regala una copia dei Collected Poems.

Questa traduzione, risalente al periodo 1948-1950, di Burnt Norton, East Coker, The Dry Salvages e Little Gidding è anche arricchita dalla presenza delle note ai Quattro Quartetti di John Hayward. L’apparato è utile non tanto per sterili quanto risibili tentativi di scardinamento del testo bensì per ripercorrere i forti e ramificati riferimenti della mente eliotiana in quella che è l’opera poetica più intensamente autobiografica.

In realtà è però assai complesso parlare dell’autobiografismo in Eliot. Sono queste le poesie in cui meglio si salda l’opera del critico (ricordiamo la fondamentale raccolta di saggi Il bosco sacro, introdotta per la prima volta in Italia da Luciano Anceschi nel 1946) con quella del poeta. Percepibile, più che con l’anteriore The Waste Land (1922, prima traduzione italiana di Mario Praz nel 1932), è il legame dell’opera critica con  questi Quartetti, scritti in diversi momenti tra il 1936 e il 1942. La riflessione sul tempo, i luoghi, la tradizione (letteraria e non), la vibrazione multidirezionale del celebre ‘ correlativo oggettivo ’, la rilettura di Dante e dei metafisici inglesi: tutto questo si innesta in quattro movimenti concepiti sotto la stessa riflessione mistico-religiosa.

Di quest’opera poetica eliotiana non abbiamo in Italia molte versioni. Ricordiamo quelle di Filippo Donini uscita per Garzanti molti anni fa (1959) e quella di Angelo Tonelli (Feltrinelli). Anche Emilio Cecchi s’era cimentato coi Quattro Quartetti; la sua traduzione avrebbe dovuto uscire per Mondadori ma, come noto, non se ne fece più nulla. Con questa versione di Roberto Sanesi, riportata alla luce dopo mezzo secolo, abbiamo modo di avvicinare nuovamente l’affascinante capitolo delle vicende ricettive di Eliot nel nostro paese. Sanesi (nella lettera datata 8 agosto 2000 che accompagna il volume) ci fa presente che cinquant’anni dopo non avrebbe tradotto nello stesso modo alcuni frangenti del testo. La decisione, presa di comune accordo con l’editore, di pubblicare con poche varianti la traduzione conclusa di getto verso il 1950 (è la traduzione di un ragazzo ventenne) sembra comunque la migliore possibile, oltre che la più interessante e stimolante per il lettore.

mercoledì 1 gennaio 2014

Gaetano Bevilacqua e le Edizioni dell'Ombra

Librobreve intervista #32

Grazie ad autori o amici si fanno sempre delle scoperte di edizioni prima non conosciute, che poi si possono eventualmente approfondire in rete. Così mi è capitato con le Edizioni dell'Ombra e il loro artefice, Gaetano Bevilacqua. Non mi sono però accontentato di uno sguardo al sito delle sue edizioni, per quanto già ricco di spunti, e gli ho proposto una sorta di intervista umbratile che potete leggere di seguito. Il lavoro di Bevilacqua potrebbe essere paragonato a quello di una membrana che ricerca l'osmosi. In una risposta l'intervistato afferma di ricercare "una sorta di osmosi [...] tramite la quale il libretto divenga un luogo altro dove poesia e incisione, donando e ricevendo, vivono, almeno per me, di uno scambio continuo e di rimandi".
Colgo l'occasione di questa intervista dedicata a libri brevi delle Edizioni dell'Ombra per inviare un bell'augurio a tutti i lettori di Librobreve.

LB: Quando incomincia l'avventura con i libri dell'Ombra? Quali sono state le prime scelte che hanno improntato il catalogo e il cespite da cui poi si sono diramate via via le nuove pubblicazioni?
RISPOSTA: I libretti dell’Ombra vedono la luce all’inizio degli anni ’90, dopo aver frequentato per due anni le lezioni di calcografia di Francesca Fornerone e, per una edizione-saggio con cinque poesie di Bartolo Cattafi, il laboratorio di tipografia tenuto da Lucio Passerini presso il Civico Corso di Arti Incisorie di Milano. L’amalgama tra interesse per la poesia, la curiosità appassionata suscitata dalla scoperta delle tecniche incisorie, la voglia di “autoprodurre”, giocando con carta, lastre, caratteri ed inchiostri, piccoli “luoghi di incontro” tra testo poetico e immagine, ne è stato l’alchimia originaria. Il tutto confortato dalla complicità paziente di amici poeti e incisori che hanno nutrito con testi e matrici da stampare l’impulsiva fiamma iniziale. Un avvio più istintivo che progettato, quindi, un’idea “in progress” allora e ancora oggi. Nessun particolare obiettivo se non lo scambio amichevole, nato spesso sull’onda di un incontro nuovo e inaspettato. Il nome che segna le edizioni ne indica, inoltre, percorsi e modalità di sviluppo:è un vivere nascosto e discreto che le caratterizza, una passione privata coltivata in un’ombra lontana da ambiti ufficiali e dal rumore del mondo circostante. I libretti, del resto, non sono distribuiti, visto l’esiguo numero di esemplari tirati, che brevi manu, tra amici o conoscenti, o come elemento di contatto con altri interessati al mondo del libro d’arte. I primi titoli (quelli della collana in umbra educatae, ma in massima parte anche gli sviluppi successivi) nascono nella cerchia delle vecchie e nuove amicizie, non di rado iniziate proprio grazie allo scambio disinteressato dei libretti stampati. Maurizio Marotta, Roberto Deidier, Francesca Fornerone, Pierluigi Pulitine sono stati i primi artefici.
LB: Edizioni dell'Ombra è significativamente attiva anche con le collaborazioni. Può spiegare come "funzionano" e come nascono queste forme di cooperazione con altre realtà attive attorno alla "forma" del libro d'arte?
RISPOSTA: La stessa idea di scambio espressa in precedenza (possono valere a riassumerla due versi di Roberto Deidier: il nostro semplice prestarci grano / e parole)è alla base delle collaborazioni con altri microeditori cui ho fornito immagini incise. In alcuni casi essi stessi sono stati coinvolti nella fattura di un libretto dell’Ombra in qualità di autore del testo o incisore, come Duilio Lopez, Simonetta Melani o Alberto Casiraghy, verso il quale ho un debito di riconoscenza particolare per avermi consentito di rilevare dalla sua officina un paio di cassette di caratteri e il tirabozze da banco con il quale ho iniziato e sul quale ancora svolgo la fase di stampa tipografica. Alcune delle collaborazioni sono, in verità, delle vere e proprie co-edizioni che col tempo sono state sospese o hanno preso strade diverse. Vorrei ricordare EL MENDRUGO DI PANE con Duilio Lopez, LA VEGLIA con Simonetta Melani o LE CONCHIGLIE, nate da un'idea di Fabrizio Mugnaini, per le quali ho contribuito per la stampa tipografica, il disegno del logoe l’incisione del linoleum impresso con lacca trasparente sui cartoncini colorati che fasciano le plaquette.
LB: Se dovesse abbinare le cose che ama della sua officina a ogni senso, cosa direbbe per ciascuno di questi? Che cosa per l'udito, che cosa per l'olfatto e così via... 
RISPOSTA: Personalmente, credo che questo tipo di libro rappresenti in sé un’esperienza sensoriale complessiva. Oltre alla fruizione di testo e immagine, l’apprezzamento dell’oggetto si basa proprio su particolari che, travalicando ciò che l’occhio coglie, soltanto il tatto o l’olfatto possono aiutare a “sentire”, anche con il semplice passaggio delle dita sulla copertina o sulle pagine dove parole o incisioni si offrono. Se penso al tatto, mi vengono in mente lo spessore della carta e la sua “pelle”, le asciutte concrezioni dell’inchiostro calcografico che impastato alle fibre dà vita all’immagine in un’acquaforte, l’incavo che la matrice crea nel foglio, l’impressione dei caratteri tipografici nella pagina, e, in fase laboratoriale, la vibrazione che il passaggio del rullo del torchio su lastre o caratteri lascia nelle mani. L’olfatto vive invece dell’odore nuovo che la carta acquista in seguito all’umidificazione della sua superficie in fase di preparazione e, con l’aggiunta dell’inchiostro,durante la stampa. L’udito raccoglie il rumore leggero dei torchi che girano o la battitura della composizione nella forma tipografica. L’occhio è registro, calcolo, misura, pressione dei caratterinei fogli, linea, attenzione, cura, riga e tipometro. Aggiungerei anche il gusto, se non altro per ricordare i caffè bevuti in fase di progettazione, disegno, composizione o nelle pause del lavoro di stampa.
LB: Quando pensa alla compenetrazione tra testi e opera incisoria cosa le viene in mente? Quali strade percorre il suo pensiero?
RISPOSTA: Non è sempre facile trovare l’immagine più adatta a condividere col testo le pagine di un libro o, se non sono io a svolgere il ruolo di incisore, affidarne ad altri la ricerca. E’ sicuramente il lavoro per me più lungo e laborioso. Il mio tentativo è di solito quello di creare un percorso parallelo al testo, lasciare che parola e segno vivano da un lato una loro autonomia, consentendogli dall’altro di integrarsi in un nuovo composto: il risultato vorrebbe essere un’immagine che, riecheggiando quanto suggerito dalle parole, le filtri in un distillato. Una sorta di osmosi, insomma, tramite la quale il libretto divenga un luogo altro dove poesia e incisione, donando e ricevendo, vivono, almeno per me, di uno scambio continuo e di rimandi. Ma non credo di esserci sempre riuscito.

LB: Quale libro sogna spesso di fare?
RISPOSTA: Il libro che sogno è il libro cui penso ogni volta che posso mettermi al lavoro, vista la difficoltà di far combaciare i tempi del lavoro per il pane e quella che vivo, da non professionista, come una semplice passione. Il vero sogno sarebbe quello di poter vivere di stampa e incisione. Ma questo porterebbe la discussione verso un terreno incerto.
LB: E a quali titoli è particolarmente legato tra quelli in catalogo?
RISPOSTA: A tutti. Mi sarebbe impossibile operare una scelta in questo senso. Ognuno di essi segna una tappa del mio percorso di vita. In ognuno potrei trovare pregi e difetti che li rendono peculiari e amati.

LB: Per concludere le chiedo se può dare qualche anticipazione sulle prossime novità in preparazione. Grazie.
RISPOSTA: Sul piano del tirabozze ho attualmente il frontespizio di MURUS AL VENT, una poesia di Franco Loi accompagnata da una incisione di Remo Giatti. In contemporanea prosegue la definizione di A WORK FOR POETS, una poesia di George Mackay Brown 
tradotta e imitata nel suo dialetto da Andrea Longega. Per il prosieguo, faccio i nomi di Virgilio Giotti, Giacomo Noventa e W. B. Yeats tradotto da Luigi Paglia.
Grazie a lei per l’interessamento. Buon lavoro.

Vi rinvio ad alcuni video interessanti, a completamento dell'intervista. Il primo sta qui, mentre il secondo si trova a questo link. Il sito delle Edizioni dell'Ombra è www.bulino.com.