martedì 1 settembre 2015

Il divenire di una poetica. Il «logos veniente» di Andrea Zanzotto dalla «Beltà» a «Conglomerati». Uno studio di Luca Stefanelli

Librobreve intervista #59

Ospito di seguito un'intervista a Luca Stefanelli, titolare di un assegno di ricerca all'Università di Pavia. Proprio al Centro Manoscritti di questo ateneo l'intervistato ha potuto lavorare sui materiali autografi di Andrea Zanzotto raccolti a più riprese, dapprima in virtù dell'amicizia con Maria Corti e poi in seguito alla cessioni in anni più recenti. Nel 2011 per le edizioni Ets era uscita la sua monografia Attraverso la "Beltà" di Andrea Zanzotto. Macrotesto, interstualità, ragioni genetiche. Da qualche mese nel catalogo di Mimesis trovate il suo più recente contributo alla lettura del poeta di Pieve di Soligo: Il divenire di una poetica. Il logos veniente di Andrea Zanzotto dalla Beltà a Conglomerati.

LB: Prima di addentrarci nel libro da poco pubblicato da Mimesis, Il divenire di una poetica, cerco una domanda retrospettiva, dal momento che questo è il tuo secondo contributo dedicato ad Andrea Zanzotto. Quando nasce l'interesse per la sua poesia (come lettore) e quali sono state le tue principali "fantasie di avvicinamento" a Zanzotto (come studioso e critico)? Quali i temi che hai voluto approfondire subito e quali quelli che - se ti va di dirlo - vorresti approfondire andando avanti?
R: Il mio interesse per Zanzotto nasce nei primi anni universitari. Ne avevo sentito parlare da un'amica che è stata l'ispiratrice di molte altre letture giovanili e non solo: allora le mie conoscenze letterarie non andavano molto oltre Montale, dal punto di vista cronologico intendo. Così ho comprato l'antologia mondadoriana delle Poesie, nella collana degli "Oscar". Ricordo di averla sfogliata per la prima volta in treno con la mia attuale moglie. Prima persona, alcune Ecloghe, l'Elegia in Petèl mi abbagliarono: leggevo senza capire molto, ma c'era qualcosa di indefinito e di nitido allo stesso tempo che mi affascinava, quasi una costrizione a inseguire quel senso che sembrava scivolare via da tutte le parti eppure chiedeva anche di essere in qualche modo rappreso e/o compreso. In particolare, sentivo che in quella deriva sempre più scivolosa del significante Zanzotto era in grado di mantenere - per dirla con un'espressione di Alberto Burri che ho sempre trovato appropriatissima - un «magistrale controllo dell'imprevisto». Nella mia tesi di laurea, in quella di dottorato (poi in buona parte confluita nella prima monografia) e ora nel Divenire di una poetica, l'idea-guida, l'azzardo anzi, è sempre rimasto lo stesso: rispondere, in un confronto serrato con il testo, a quell'esigenza di senso che la poesia di Zanzotto pone in maniera tanto prepotente. Un senso sovradeterminato (nell'accezione freudiana del termine), che non lascia mai spegnere la sua «oltranza», quell'«ombelico» insondabile senza il quale la poesia non sarebbe più tale, senza lasciarsene sopraffare, nutrendosene anzi. In un futuro non troppo prossimo mi piacerebbe procedere a ritroso e lavorare sulla raccolta a cui forse, da lettore, sono più affezionato: le IX Ecloghe.

Jacques Lacan
LB: Sia il libro uscito per ETS qualche anno fa, Attraverso la "Beltà" di Andrea Zanzotto, sia quest'ultimo uscito per Mimesis mantengono salda La Beltà come snodo fondamentale del percorso poetico zanzottiano. L'invito a farlo è in effetti davvero forte, da molti punti di vista: libro centrale, pensato e uscito in anni fondamentali, fu tra l'altro l'opera che destò l'attenzione di Contini il quale poi scrisse - dieci anni più tardi - la celebre nota a Il Galateo in Bosco (che ritengo il libro più importante di Zanzotto). Difendi la centralità de La Beltà o credi che anche alla luce delle ultime raccolte che comunque arrivi a prendere in considerazione, Sovrimpressioni e Conglomerati, sia opportuno iniziare ad abbandonare questa visione in favore di una visione più aperta, centrifuga e non centripeta, dove non c'è un'opera prevalente?
R: L'aver assunto la Beltà come perno delle mie indagini è stata una scelta rispondente più a una "strategia" critica che non a un giudizio di valore. Certo, secondo quanto ho cercato di argomentare in quest'ultimo libro è proprio nel cantiere della Beltà che inizia ad articolarsi, seppure in forma ancora frammentaria e a-sistematica, quel plesso di idee e suggestioni che informa tutta la successiva produzione zanzottiana, almeno fino a Idioma, e che solo a partire da Filò sarà esplicitamente compendiato nel sintagma «logos erchomenos»/«logos veniente». D'altro canto trovo che questo tipo di ragioni non possa esser fatto valere su un altro piano, quello cioè di una valutazione complessiva dell'opera di Zanzotto. In questa prospettiva  sarei più incline a riconoscere un certo equilibrio tra le tendenze centrifughe e quelle centripete, e a individuare una pluralità di centri variabili. La stessa Beltà, ad esempio, può essere vista sia come il punto d'arrivo di un percorso che ha inizio nelle zone più avanzate di Vocativo, sia come punto di partenza per sviluppi che culminano nella «pseudo-trilogia». Forse però sarebbe più interessante, a questo punto, un approccio più mobile e trasversale alla "mappatura" della  galassia-Zanzotto; adottare, cioè, criteri di segmentazione relativi non alle singole raccolte, ma all'individuazione di costanti tematiche e/o formali e/o intertestuali. Anche perché, dal punto di vista genetico, i nuclei di elaborazione delle diverse sillogi si rivelano spesso intersecati tra loro, anche a distanza di un decennio e più. 

Ernst Bloch
LB: Che cos'è il "logos erchomenos"/"logos veniente" attorno a cui s'addensa questo tuo ultimo studio? E perché e come tale concetto ti consente di abbracciare quasi mezzo secolo della poesia di Zanzotto?
R: Come dicevo è un'idea che Zanzotto viene sviluppando a partire dalle sue letture degli anni Sessanta (ne cito solo alcune: Paolo, la teologia negativa di Bulmann; la filosofia di Bloch e più avanti di Heidegger e Derrida; Lapassade, Malson; la poesia di Hölderlin, quest'ultima però ampiamente frequentata sin dagli anni giovanili), e che informa il suo pensiero poetico fino a Idioma (1986) e oltre. Da par suo, Giorgio Agamben ha spiegato la matrice messianica del participio "erchomenos" (il "veniente", appunto) mettendola in relazione al complesso concetto di "kairós". Molto all'ingrosso, si può dire che il "kairós" è l'istante a-temporale che fonda il divenire come successione periodica, l'anomalia (eccezione, discontinuità) che fonda la continuità analogica e normata del tempo: come il "Nome del Padre" di Lacan, il "kairós" è un fondamento che non è a sua volta fondato; fonda la ragione senza essere razionalizzabile. "Lógos" è il noto concetto cardinale della filosofia greca (e non solo): non significa semplicemente "linguaggio", ma il riflettersi dell'ordine universale ("kósmos") nella (e attraverso la) essenza razionale del linguaggio-pensiero. Definire "veniente" il "Lógos" implica dunque che questa armonica compenetrazione tra mondo e linguaggio-pensiero («adequatio intellectus rei») non sia mai un dato, bensì, per dirla con Zanzotto, qualcosa «che si dà» sempre e soltanto a posteriori. Se, dunque, il "Nome del padre" di Lacan è la sutura (o «punto di capitone») che tiene assieme l'ordine simbolico, il concetto cairologico di «logos erchomenos» scardina all'opposto ogni assestamento normativo-paterno svuotandolo dal suo interno; o forse, meglio, dal suo indeterminato ed eterno "a venire" (il «posterno eterno» di cui parla il poeta in Filò). Di qui l'idea di un dio visto «non come padre ma come bimbo eterno», «in-fans» ("non-parlante", secondo etimologia): una ragione balbettante che apre il reale allo spazio malcerto e creativo dei possibili. In questo Zanzotto segue una linea speculativa che si sviluppa nell'ambito del Romanticismo tedesco (in particolare nell'ultimo Schelling e negli Inni tardi di Hölderlin) come reazione alla crisi della ragione illuministica e degli ideali rivoluzionari. La conciliazione tra singolare e universale, che non può più avvenire sul piano della ragione assoluta, va ricercata in una «nuova mitologia». Ne va di una questione cruciale per i romantici come per Zanzotto: la possibilità di una comunicazione autentica. È in questo contesto che si viene articolando una interpretazione "figurale" dei culti misterico-dionisiaci solo apparentemente bizzarra: la triade Dioniso-Bacco-Iacco, il «Dio veniente» nella sua triplice articolazione funzionale, prefigura il Messia; e, parallelamente, la triade Demetra-Persefone-Kore anticipa la Vergine. Si tratta di un'interessante attualizzazione di antichi conflitti edipici (il Nuovo Testamento contro il Vecchio, la moderna cultura cristiana contro quella classico-pagana etc.), funzionale in questo caso a un «rivolgimento natale» (Hölderlin) carico di implicazioni: il fondamento non sta all'origine, nel passato, ma alla fine, in un futuro assoluto dal quale provengono solo debolissimi segnali.

Luigi Nono
LB: Il periodo di approfondimenti che tu prendi in esame, anche grazie al lavoro al Centro Manoscritti dell'università di Pavia, prevede anche quell'unicum costituito dal poemetto Gli sguardi i Fatti e Senhal, una sorta di "grido" lanciato dal poeta di Pieve di Soligo tra La Beltà e Pasque, un testo spesso snobbato dalla critica (Zanzotto stesso diceva che si negava quasi alla lettura) eppure non secondario se vogliamo capire cosa si muoveva nella poetica (e soprattutto nel pensiero!) di Zanzotto in quel decennio che comincia dopo la pubblicazione de La Beltà. Potresti portare una tua breve riflessione su quel poemetto lunare?
R: Credo che la dichiarazione del poeta a proposito degli Sguardi fosse più che altro una formula apotropaica, purtroppo inefficace come hai ricordato. Ho sempre avuto l'impressione che la forma del poemetto (strutturato in «cinquantanove interventi-battute di altrettanti personaggi» in «colloquio» con quello che potremmo definire l'"eterno femminino", stabile tra virgolette) risenta di certe esperienze musicali più o meno coeve. Penso soprattutto al lavoro del grande compositore veneziano Luigi Nono, la cui opera A floresta é jovem e cheja de vida (1966) è tra l'altro citata in una variante nelle carte della Beltà. Che anche su Zanzotto, come su Nono, influisse il pensiero (oltre che l'amicizia) di Massimo Cacciari è solo un'ipotesi che mi piacerebbe verificare. Un altro aspetto interessante del poemetto, tra i tanti, riguarda la posizione della «beltà», che da fantasma femminile caratterizzato in senso masochistico (in Oltranza oltraggio il poeta la definiva «piena di punte immite frigida») diviene oggetto di un'aggressione sadico-voyeuristica: la profanazione del mito lirico della luna da parte degli astronauti americani. Ma è la stessa poesia, come sempre in Zanzotto, a rivelarsi «parte in causa»: alla base del linguaggio lirico agisce la medesima, violenta istanza reificante che anima l'imperialismo scientifico, tecnologico e militare della superpotenza statunitense. Se mettiamo per un attimo tra parentesi certe giuste osservazioni di Deleuze (Il freddo e il crudele), assistiamo dunque a uno di quei fenomeni di reversione speculare che la psicoanalisi kleiniana ha così ben delucidato, in rapporto alla sfera materna, attraverso il concetto di "identificazione proiettiva".   

Károly Kerényi
LB: In che misura lavorare sui manoscritti conservati al Fondo di Pavia è utile e importante per un critico? Lo è nei termini di una filologia "classica" oppure oggi lo è anche per altri motivi, magari non ancora esplicitati?
R: Partirei con un paio di esempi concreti. Studiando i materiali autografi della Beltà mi sono accorto di come, nella prima fase aggregativa della raccolta, i riferimenti al simbolismo misterico-alchemico-dionisiaco, filtrati anche attraverso gli studi di Jung e Kerényi, avessero una valenza che si potrebbe definire strutturale. In una fase successiva quei riferimenti sono caduti o si sono resi molto più impliciti, al punto che non sarebbe possibile riconoscerli e interpretarli ignorando quale fosse il quadro iniziale. L'altro esempio che voglio citare riguarda quel centrale "carmen pictum" di Pasque che è Microfilm: se non avessi avuto il privilegio di accedere alle prime stesure del componimento, non avrei potuto ricostruire l'impatto che ebbe nella sua elaborazione una polemica scoppiata tra Jacques Lacan e due suoi allievi, Jean Laplanche e Serge Leclaire, a proposito del concetto cardine di tutta la psicoanalisi lacaniana, ossia l'equazione inconscio-linguaggio. In termini più generali direi che la filologia d'autore, qual'è quella che tento di praticare, non ha ancora raggiunto uno status di "classicità", un assestamento. E aggiungo, correggendo quell'"ancora", che non credo sia questione di tempo: si tratta di una disciplina essenzialmente empirica, che richiede senso delle sfumature, delle differenze, del contesto, e che per questo rifugge da astrazioni-generalizzazioni normative. In questo, a mio avviso, c'è anche buona parte del suo fascino. Ma c'è anche qualcosa che ha riguarda il titolo del libro, che avrebbe potuto anche essere "Una poetica del divenire": ho optato per l'altra soluzione ("Il divenire di una poetica") perché lo studio dei materiali autografi permette al critico, e all'eventuale lettore, di osservare la scrittura prima che i giochi siano fatti (mi scuso dell'approssimazione, non lo sono mai), quando il processo creativo è ancora aperto, fluido, scintillante di percorsi e intuizioni alternative.

LB: Come penultima domanda vorrei uscire dallo specifico dei libri e provare a semplificare il gioco. Sei in una classe di scuola superiore (oppure anche tra lettori di poesia che sbuffano e dicono di non voler leggere Zanzotto perché complicato) e vuoi provare a "convincerli" che vale davvero la fatica di iniziare a leggerlo. Da dove incominci il discorso?
R: Siamo pur sempre nello specifico, vista la centralità del tema "pedagogico" in Zanzotto. Provo inoltre a rispondere con molto piacere a questa domanda, essendo molto affezionato alla mia pur breve esperienza di insegnante alle superiori. Il punto è proprio la "fatica", la difficoltà, la complicazione e il rapporto che si ha con esse, perché ne va del rapporto che si ha con la poesia stessa, nell'accezione più ampia del termine. Siamo abituati (tutti noi, in qualche modo: guai a chi pontifica sui giovani come se fossero un'altra specie vivente!) alla comodità, all'iper-semplificazione, all'immediatezza; a quella, insomma, che Schönberg definiva «ideologia del comfort» e delle «pantofole»: una forma di regressione narcisistica che ha il suo corollario nell'aggressività dilagante, verbale e non. Non esiste una poesia "facile": il presunto "significato letterale" è uno specchietto per le allodole che ci viene continuamente agitato davanti per coprire furfantesche traslazioni di ogni genere. La poesia di Zanzotto, come ogni poesia autentica, ci mette invece di fronte a un non-tutto del linguaggio, un non-tutto dell'altro, e in ultima analisi un non-tutto di noi stessi. Però probabilmente questo "pistolotto" lo terrei per me, e mi limiterei a leggere, domandare, discutere e poi ancora a leggere.

LB: Sei nella situazione descritta alla domanda precedente ma hai soltanto la possibilità di scegliere una poesia di Zanzotto per "convincerli" e magari incuriosirli. Quale poesia scegli? Grazie.
R: Proverei con Filò o forse Rivolgersi agli ossari. Grazie a te.

3 commenti:

  1. Merci pour ce passionnant entretien.

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  2. Grazie per questa intervista che ho letto con grande interesse.
    carla.paolini@tin.it

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