giovedì 21 luglio 2016

Piero Cipriano e "La società dei devianti": depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante)

Si apre all'insegna di Michel Foucault, George Orwell e Emmanuel Carrère il terzo libro che Piero Cipriano licenzia per Elèuthera. La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante) (pp. 248, euro 15) segue La fabbrica della cura mentale del 2013 e Il manicomio chimico del 2015. Ogni suo libro è inoltre caratterizzato, sin dai sottotitoli, dalla riluttanza con la quale Cipriano, di professione psichiatra e psicoterapeuta di formazione etnometodologica, si trova a fare il proprio lavoro all'interno delle istituzioni di cui inevitabilmente parla e che inevitabilmente critica. Per questa via di accesso ci ricolleghiamo a Foucault, secondo il quale - è noto - si procedeva verso una forma di controllo statale della devianza. Ritornando sulla lezione del "collega" inglese Derek Summerfield, Cipriano ricorda inoltre che "l’ordine politico-economico trae vantaggi quando le sofferenze e i disturbi, che probabilmente sono in rapporto con le sue pratiche o le sue scelte politiche, vengono spostati dallo spazio socio-politico, cioè pubblico e collettivo, a uno spazio mentale, ovvero a una dimensione privata e individuale". Di Orwell Cipriano riprende le riflessioni metascrittorie: nel suo distinguere i quattro ricorrenti motivi per cui solitamente si scrive, lo scrittore britannico non dimenticava quello politico (scrivere per cambiare il mondo, anche provando a cambiare una singola disciplina che sta dentro il mondo, la psichiatria ad esempio). Infine arriviamo a Carrère, un autore particolarmente amato dal nostro psichiatra podista, e al suo tipico "patto con il lettore". Anche Cipriano ne fa uno, e lo porge così:
[...] lettore, ti racconto di me, delle mie passioni, dei miei tormenti, ti faccio entrare nel mio flusso di coscienza, però poi mi segui fino in fondo, non mi lasci, non interrompi la lettura appena il gioco si fa duro, quando scrivo venti pagine per provare a spiegare che cos’è la depressione o la schizofrenia o quando riscrivo, in tutti i modi che so, che è necessario slegare i cristi in croce, o che bisogna togliere le pasticche all’umanità.
Da qui e dalla circoscrizione e conferma della riluttanza, parte questa terza fatica di Piero Cipriano (la parola "fatica" qui ci può stare) e questo terzo colpo ai dogmi repressivi, un "grido" che prova a chiamare a raccolta i "cento Basaglia" che ancora in Italia ci sono e che possono provare a fare della psichiatria qualcosa di diverso da un esercito di "tecnici-aguzzini-e-freddi" che spesso alimentano l'imprenditoria e il business della salute.

Il libro è strutturato in 31 capitoli abbastanza brevi, spesso simili a exempla, montati secondo una logica cumulativa e argomentativa serrata, e tenuti insieme dall'occhio del regista (in un romanzo breve uscito per Manni nel 2010, Film anarchico e impopolare. Nella terra dei lupi e dei santi, il protagonista è proprio un regista). Si tratta di un esperimento interessante di fiction che non è fiction (una peculiare non-fiction novel, toh, per scrivere come si dovrebbe, con ampi stralci di saggio narrativo) oppure, se si guarda dal versante opposto, possiamo pensare di avere davanti un saggio informale e colloquiale, concepito come una progressiva aggressione ed erosione del terreno preso in esame, cioè quello della follia con cui si cerca di irretire istituzionalmente e commercialmente... un'altra follia, o perlomeno quanto ci ostiniamo comunemente a chiamare così. Chi ha conosciuto la scrittura di Piero Cipriano nei primi libri non avrà bisogno di queste note provenienti invece da un suo lettore dell'ultim'ora il quale, suggerendo la lettura di questo nuovo nuovo, evidentemente si immagina un lettore altrettanto tardivo interessato sia a questa nuova opera sia alle vecchie opere dell'autore. Chiudono il libro l'utile poscritto e le altrettanto utili bibliografia e - soprattutto - filmografia (da Nei giardini di Abele di Sergio Zavoli del 1968 al recentissimo La pazza gioia di Paolo Virzì, e certo è che la regia e il montaggio ritornano costantemente nell'approccio di Cipriano).


La costituzione del volume sin dal titolo sposta l'attenzione su una parola nuova, "società", mentre nei primi due libri facevano capolino le parole "fabbrica" e "manicomio" (quest'ultima parola parzialmente dematerializzata dall'aggettivo "chimico"), a conferire comunque fisicità architettonica agli aspetti relativi alla salute mentale e alla sua "gestione" dopo la chiusura dei manicomi. Parlare di "società" dei devianti e non solo delle "istituzioni totali", su cui si era soffermato magistralmente il saggio Asylums di Erwing Goffman (libro che ricordiamo fu tradotto da Franca Ongaro e prefato da Franco Basaglia), traduce quel continuum scabroso che va da un'ineffabile e tuttavia esistente "follia" alla "normalità" altrettanto ineffabile. Allo stesso tempo è un libro la cui strutturazione traduce un dubbio di fondo che riguarda la libertà di non sapere chi siano veramente i devianti (pensavo all'epoché leggendo e ad un certo punto questa parola è spuntata nella prosa di Cipriano, e a ben vedere epoché richiama la "messa tra parentesi" della malattia mentale di cui parlava Franco Basaglia, in attesa di sgretolare certe sovrastrutture che la imbrigliano e non aiutano nessuno). Cipriano evita di essere inconcludente in questo loop, soprattutto quando salda il proprio ragionamento in un circuito economico-produttivo che riconduce la non produttività del deviante al lucro che su di questo è prodotto. Tra tutti, di particolare interesse i capitoli che ritornano sull'eredità basagliana, il carteggio diviso in parti con la "decima madonna", ovvero la poetessa Nicoletta Bidoia, sulla scia del suo libro Vivi. Ultime notizie di Luciano D. (libro di cui ho scritto qui) e quello intitolato programmaticamente "Una nosologia non botanica e non entomologica della sofferenza psichica". Ma non mancano spunti pratici più fecondi come "Il paziente zero".

Di fondo, tra le pagine, resta la "riluttanza" che è la cifra (e forse ormai un'etichetta, pericolosa e a doppio taglio come ogni altra etichetta) con cui Cipriano veicola il proprio pensiero e operato, una postura metodologica che traduce la scarsa propensione a cedere alla follia istituzionalizzata con cui ancora si prova a imbrigliare - magari chimicamente e non architettonicamente o con le fasce e il contenimento - la follia. Alla parola Cipriano riserva sicuramente un'attenzione importante e speranzosa, anche se non altrettanto speranzosa è la prospettiva di certa psicanalisi, su cui emergono alcune riserve. La stessa storia della nostra lingua conserva tracce di espressioni in uso come "matto da legare", ma la stessa lingua e parola diventano, qui come altrove, dei territori dove può accadere qualcosa che si avvicina alla "cura" (che cosa fa Cipriano nel suo lavoro? Scrive che prova a parlare ai pazienti). Resta da capire come la plurisecolare vicenda della sofferenza psichica, che oggi ha per ogni colore la pasticca del colore giusto e rispondente, possa confluire dentro una rinnovata e rinnovabile visione, che raccolga davvero l'eredità basagliana (nonché di molti altri "eretici"); è una vicenda molto lunga che tra l'altro, non di rado, intercetta la scrittura, la letteratura, artisti e scienziati, la musica o il cinema. Oltre un secolo fa uno scrittore come Edmondo De Amicis non scriveva solo libri come Cuore ma varcava i cancelli e affondava da vicino lo sguardo su questo "mondo", portato lì anche da vicende personali tutt'altro che lineari. Eppure di De Amicis ci portiamo appresso soprattutto l'altra immagine, meno interessante. Il dubbio deve rimanere un principio metodologico fondante e su questo Cipriano, per quel che capisco io, mi pare abbia molto da dire e suggerire. Sulle "ricette" con cui rispondere alla sofferenza mentale e ad altri mali dell'anima non è del resto facile pronunciarsi e non lo è mai stato. "Ricette" è un vocabolo principe del linguaggio medico, ed è inevitabile che una critica passi anche per la riconsiderazione di questo linguaggio. Di questa riconsiderazione linguistica la prosa di Cipriano pone già qualche base.


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