domenica 9 luglio 2017

"Dora Pal" di Ida Travi. La postfazione di Alessandra Pigliaru

L'editore Moretti&Vitali ha pubblicato Dora Pal. La terra, nuovo libro di poesia di Ida Travi. Ricordo in questa breve introduzione che per lo stesso editore Ida Travi ha pubblicato importanti contributi saggistici quali L'aspetto orale della poesia (2000) e Poetica del basso continuo. La scrittura, la voce, le immagini (2015). Per gentile concessione dell'editore si pubblica la Postfazione di Alessandra Pigliaru a questo nuovo libro. Ringrazio in particolar modo Alessandra Pigliaru e Angela Melgrati.


Postfazione
di Alessandra Pigliaru


«Datemi retta, quel che vi dico | non potete capirlo di schiena, devo | parlarvi nel petto, e allora | nel petto fiorirà la rosa». È all’altezza del petto e quindi del respiro che Dora Pal parla. Da petto a petto, significa che il tempo del fiorire è tornato a raccontare di sé e che non gli si può voltare le spalle. Lo si farebbe con la storia e con una parola che sistema gli elementi, dalle stagioni alle cose del mondo, in un ordine comprensibile. Non stupisce che in quel petto alberghi una rosa perché i fiori, l’erba, gli alberi con i rami che misurano il cielo fanno parte da sempre della poetica di Ida Travi. E sono un omaggio alla poetica della magnificenza del minuscolo che da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli hanno rappresentato uno dei modi di contrattare con la gratitudine per il circostante.
Questo ultimo lavoro che prende il nome della sua protagonista, Dora Pal, chiude la quarta sequenza in versi dedicata ai Tolki, abitanti della terra di Zard e scampati a qualche naufragio o evento catastrofico non ben identificabile. Ancora adesso, siamo dinanzi a un piccolo nucleo di uomini, donne e bambini. Non si tratta tuttavia di altri centri, lo scenario che descrive Travi è stato composto in una å precisa che dal casolare rosso delle origini arriva alla casetta degli attrezzi, alla struttura diroccata e ora a una tettoia che sta davanti a una cucina; anche gli oggetti da lavoro permangono, così come il tragitto della crescita dei vari bambini che si incontrano, prima della nominazione e ora mentre spingono un carretto, fa parte di un unico pensiero. È infatti l’occhio poetico che da , passando per Il mio nome è Inna e Katrin, ha deciso quale parte del creato illuminare. Come fosse una telecamera, lo sguardo di Ida Travi è la porzione registica a cui l’autrice intende farci accedere. Non un millimetro di più di quella inquadratura, anche se accanto si sente il sospiro di Inna, l’incedere di Katrin, il prodigio del pettine, la torsione dell’anello e il grembiule mutato in scialle. Sono soggettività in movimento che premono, tutti e tutte, davanti alla porta di un futuro a venire ma rimangono fuori dalla vista, sia del verso che della lettura. Meglio non sovrapporsi, pur sapendosi prossimi. ogni cosa ha il suo tempo e ogni faccenda il suo momento sotto il sole.
Il futuro, di cui i Tolki si sono fatti portatori, è adesso. Dora Pal e la sua famiglia-tribù conoscono il significato di ciò che sarà da venire e che, in verità, è già avvenuto: «E se non mi credete, a me che cosa importa | cosa m’importa? Io sono Dora Pal, | sono Dora, io!». Dora Pal è la terra, sia minuscola che maiuscola. Quella che viene calpestata, sia dal nostro passo errante che dall’assalto famelico del profitto. È la terra in cui gravitano viventi meno arroganti degli umani e da cui, ciò nonostante, perseveriamo a non imparare quasi niente. È tuttavia anche la terra su cui ci si inginocchia, che si tocca quando l’elemento del “basso continuo” non la perde di vista. Serve ma al modo dell’inutilità irriducibile, viene compianta e presto ricollocata nell’alveo di un augurio.
Dora Pal non possiede nessun vaso, non ha ricevuto nessuna punizione divina per espiare colpe non sue bensì un tempo, forse, ha avuto il nome rovesciato. Non è un caso che nell’etimo di “dora” stia il significato di “dono”, e invece di “pan” (tutto) abbia preferito un suono più dolce, “pal”, che non la renda rintracciabile. La Dora Pal di Ida Travi ha quindi poco da spartire con la mitica Pandora anche se entrambe hanno potuto maneggiare la speranza e la prima ha capito che l’unico modo di portarla nel mondo è saperla predicare. Pandora risiede nel tragitto menzognero di una storia che attribuisce responsabilità a chi non le ha avute. A questo proposito, il piano di immanenza, Ur, che avevamo già conosciuto, ora si esplicita per ciò che è: «Chi ha paura di Ur? || Nessuno ha paura di Ur? || Ur sta sopra ogni cosa || Vuole mangiarvi in testa || State attenti, state attenti!».
Il tono di Dora Pal è sapienziale, i “piccoli nomi” sono allora il simbolo di zoe, il timbro del nascituro non può determinare semplicemente il bios ma qualcosa di più: «Io chiamo i pulcini | e mi viene da piangere || Ma perché, che male c’è | se mi viene così da piangere?». I mali del mondo sono già tutti scappati di mano, è chiaro come non vi sia nessun cruccio a farsi commuovere da chi è piccolo.
Capelli d’argento, Dora Pal compare torreggiante sopra il «sacco-altare» di farina, elemento cruciale nella poetica di Ida Travi che, se non torna neppure una volta in Katrin, risente di numerose iterazioni ne Il mio nome è Inna. Ma anche ne L’aspetto orale della poesia, come nell’ultimo Poetica del basso continuo. «Dovresti saperlo: la farina | non è come la neve, va nel forno || Tu prendi la farina – così – | ci metti l’acqua e poi… nel forno! || Tu non conosci la storia, Vre || Dell’acqua, del mulino non sai niente | non t’hanno insegnato niente, niente». Una «conoscenzafarina», l’ha chiamata la stessa poeta. La mano di chi scrive è la mano che  «si è ritratta dalla farina così come dal sangue». C’è dell’altro, più profondo della semplicità: in chiusura di questo straordinario lavoro sulle personagge e sui personaggi, unico nel panorama italiano se pensiamo che Travi è riuscita a farne una genealogia critica e simbolica, si avverte lo stringere dell’essenziale; di qualcosa che è di là da lievitare. In Dora Pal farina e polvere sono infatti aspetti della medesima trasformazione. Se la prima è la possibilità di impastare la parola, riparandola al caldo di un forno – a differenza della neve che sarà pur candida ma non sa moltiplicarsi –, la seconda è il monito di una parola che, se non curata, può morire ma per altre ragioni. La polvere in questo senso è sia ontologica che terrestre. ontologica perché chiarisce la natura del pulviscolo che si solleva mentre Dora, Vre, Zet e Kiv si incrociano, non proviene dalla terra ma dalla friabilità di una consistenza relazionale fra loro che esiste da sempre. Allo stesso modo la polvere è terrestre perché le relazioni – quando sono incarnate – hanno il passo della stratificazione storica. La polvere del cimitero, allora, delle tombe di chi ha preceduto una progenie ancora tutta da definire, è il deposito del tempo che non riesce a rigenerarsi.
È che gli enti convocati da Travi sono il contrappunto degli eventi, di quello “scalpitare” che nei lavori precedenti mancava e che qui invece è introdotto dal fischio (del vento come del merlo nero) quando dichiara tempesta: «Eravamo alla stessa altezza la foglia ed io | e sotto il fondamento cantava la tempesta». Del resto è proprio da quella tempesta che si scompigliano le ipostasi, che si sa avvertire il tremore di ciò che sarà. «oltre la porta bianca, oltre | il cespuglio nero… | fino alla coda del cane | fino alla macchina da cucire | Il bambino era per terra | ti ricordi? il rocchetto era per terra | ti ricordi? E le mani per terra | anche loro, anche loro… || L’anima degli animali | entra e esce con le sue ali, Zet | lo dice la parola stessa». Ulteriori riferimenti psicoanalitici di rocchetti, fili e bambini che si attrezzano a far scomparire le madri qui non hanno udienza. Più del rocchetto, ci insegna Ida Travi, è importante il filo. E se esso è ciò che consente al bambino di tirare il carretto, viene ricordato a quel bambino che sta crescendo che un giorno dovrà renderlo. Ancora di più, nel caso di Dora Pal, la corda che tiene al ventre, è il legame. Se allora il rocchetto giunge a essere sostituito dal carretto, significa che il “gioco” di Kiv, prima o poi, non potrà che essere quello di guardare dentro a ciò che trascina: «Tu parla come fanno le radici | lo sai come fanno le radici? || Salgono su dalla terra come se fossero morte | e poi all’improvviso ti danno il fiore, il fiore».
La terra ha la benedizione nell’occhio chiuso del bambino, quell’arco mosso di parole corte, come i Tolki insegnano a ripetere, sono pescate chissà da quale cassetto della memoria onirica. La terra sia benedetta, ci ammonisce Dora Pal, nello scricchiolio dei nomi impronunciabili: «Date retta a quel che dice la vecchia || Se dico –  porta il sasso, porta il sasso | se dico – porta il fuoco, porta il fuoco || Dovete farlo e basta, una non diventa così | per niente, una lo sa se è giusto || E non state qui a discutere, nessuno | può parlare per un altro: è la legge». L’unico tribunale plausibile è quello che segue la legge del cuore, senza criterio: «– essere del mondo cosa vuoi? – || Volevo essere nel petto di qualcuno | volevo sventolare nel petto di qualcuno».
La rivolta possibile appare essere in questo modo quella di sentire, di esercitarsi finalmente a sentire e non solo a pensare, cercando di sanare la scissione immedicabile su cui il canone occidentale ha immaginato fondarsi. Ecco perché i cavalli, uno bianco e uno nero di riferimento platonico, vengono salutati da Ida Travi non nel conflitto di uno sull’altro ma nella assoluta convivenza di entrambi. La terra si regge nelle mani di queste due istanze o forse l’anima è già in salvo? «Come battere un pugno sul tavolo | e alzarsi di colpo gridando: amore!». Tuttavia, è l’anima o il corpo? «Voi, piccole forme d’insetto, voi | esseri vulnerabili nelle chiome». Gli esseri del mondo di cosa si circondano se non di amore? Di cosa reclamano necessità se non di attenzione? Dora Pal è la prima antenata, la regina della parola impastata di lavoro, è la signora che tutto fa muovere, che nella grandezza immensa del cielo intuisce l’importanza del catino. Ma è anche colei che al vuoto della fede (intesa come anello e allusione al vincolo coniugale) oppone la circolarità della parola, del verso che ha detto quanto sia complesso mettere al mondo immagini, linguaggi, parole e opere. E che pur tuttavia si prepara a una nuova gestazione. Non nell’ottica dell’eterno ritorno dell’identico ma seguendo il solco secondo cui nessun essere è del mondo se non nasce già e sempre in relazione. Il commiato dai Tolki non è mai stato più doloroso, eppure ci auguriamo che restando nei pressi di una parola così autentica ne sentiremo ancora parlare. 


venerdì 7 luglio 2017

Due libri di Osip Mandel’štam: "Quaderni di Voronež. Primo quaderno" e le ottave di "Quasi leggera morte"

Gli ammiratori di Osip Mandel’štam, autore ormai ampiamente "fuori diritti", hanno di che rallegrarsi in questo primo semestre del 2017. Quasi sicuramente propedeutiche a un climax ascendente di pubblicazioni che si concluderà il prossimo anno, con l'ottantennale della morte, sono ben due le novità editoriali di un certo rilievo che si sono viste in libreria. La casa editrice Giometti&Antonello-Macerata (curioso e sicuramente d'antan questo ripescaggio della città dell'editore nel nome e sulle copertine) ha dato il via a quella che si annuncia come una serie di pubblicazioni che si concluderà con l'edizione del suo epistolario. Quaderni di Voronež. Primo quaderno (pp. 112, euro 16, a cura di Maurizia Calusio) raduna testi del primo dei tre fascicoli vergati dal poeta durante il triennio d'esilio nella pianeggiante Voronež, tra il 1934 e il 1937. Si tratta del periodo che solitamente è fatto coincidere con una terza stagione della sua scrittura (ma a periodizzare all'interno di una "produzione" di uno scrittore si fa sempre in tempo, e a che pro?), dopo l'esordio acmeista e la stagione dei grandi componimenti nel primo lustro degli anni Venti. Ora, basta una scorsa al luogo e alla data di morte del poeta (Vladivostock 1938) per ricordarsi di fatti perlopiù noti e capire che si tratta di scritti terminali sorti in attesa di un arresto definitivo, che lo condurrà alla morte in Siberia. Il volume curato da Maurizia Calusio e corredato di un'appendice iconografica, raccoglie principalmente le poesie del primo anno, preludio di un periodo di scrittura poetica che diventerà quasi torrenziale e che scopriremo via via con le prossime pubblicazioni dedicategli dalla casa editrice marchigiana.


Il così detto periodo di Voronež inizia in realtà con una ricostruzione dei testi inediti dei primi anni Trenta, in una rocambolesca fuga-salvataggio ricordata dalla moglie Nadežda e citata anche nell'edizione delle ottave di Quasi leggera morte (Adelphi, pp. 100, euro 10, a cura di Serena Vitale; una curiosità sulla copertina a lato presa dal sito della casa editrice: non è quella finale riportante anche la dicitura "Ottave" e il nome della curatrice). Gli undici testi che qui ritroviamo sono arrivati a noi perché salvati dalle perquisizioni tra le federe di cuscini. Ottave come la numero 4 del maggio 1932 si leggono e si ammirano, e poco altro c'è da dire. Pur breve, non credo però abbia senso riportarla tutta, visto che il libro è composto da quegli undici testi. Poi, certamente, altri testi di consistente peso specifico concorrono a formare questo secondo libro di Osip Mandel’štam di cui si dà notizia. Lo si capisce leggendo la prefazione di Serena Vitale, dove colpirà il racconto dell'amicizia con il biologo e entomologo Boris Kuzin. E parimenti desta ammirazione la compilazione della "Nota al testo" finale, dove ogni poesia è accompagnata da un microsaggio con plurime aperture sulla "conoscenza" che rintracciano questi testi. Chi apprezza Osip Mandel’štam non ha insomma bisogno di molti inviti alla lettura, ma semplicemente di un rinvio a una novità editoriale che copre qualche lacuna. Chi non l'ha ancora avvicinato dovrà accettare che l'esercizio di una recensione si ponga stavolta in tutta la sua affascinante inutilità. Una cosa importante sia detta in chiusura: Mandel’štam è sicuramente passato, o quantomeno rischia di passare, al mito e alla leggenda della poesia novecentesca. Questo, editorialmente parlando, fa gioco, ma è terribilmente pericoloso e stolto. L'incrostazione mitologica sta rovinando anche quel poco che ancora rimane di interessante nella scrittura e nella letteratura, quello che ci fa dire che vale la pena leggere qualcosa (fa specie vedere leggende e automitologie perseguite anche a livelli caserecci da certi autori nostrani ancora in vita). Si torni alla già citata ottava 4 o si apra in libreria il volumetto verdino all'ottava 11, a pagina 55. Comincia così: "E dallo spazio esco nel giardino / incolto delle grandezze, / strappo l'immaginaria costanza, / l'autoconsenso delle cause." Il finale, ovvero gli ultimi quattro versi dell'ottava, è tutto per voi.

martedì 4 luglio 2017

Il numero 37 della rivista "Riga" dedicato a Maurice Blanchot

Riviste #9


Non so se si possa dire pacificamente che oggi non corre buon sangue tra letteratura e filosofia, quantomeno tra certa letteratura e certa filosofia. Lo so, bisognerebbe raffinare il livello di analisi di questa impressione, ma mi fermo qui. L'impressione è che questi "mondi" non sappiano più fecondarsi o provocarsi, ma nemmeno sterilizzarsi definitivamente a vicenda e rimangano in ostaggio di una convivenza a volte forzata e musona. Non so se è questo un sintomo o un problema, ma varrebbe la pena provare a fare attorno a queste supposizioni qualche ragionamento in più, magari in sostituzione di tanti rovelli sociologici su cosa va o non va, cosa funziona più o meno e sui tanti "dover essere" della letteratura, prima ancora della filosofia. Si tratta comunque soltanto di un'impressione di uno che osserva e a volte, avventatamente, trascrive l'impressione. E come tale l'impressione va presa. Tuttavia, se non sono l'unico ad averla, cade doppiamente bene questo numero 37 della rivista "Riga" di Marcos y Marcos dedicato a Maurice Blanchot (pp. 320, euro 28, a cura di Giuseppe Zuccarino), figura chiave per riprendere in mano il discorso e il rapporto tra i due campi e pratiche del sapere su menzionate e non solo con riferimento alla zona francese. Dico che questa pubblicazione "cade doppiamente bene" perché l'architettura del volume è aperta e polifonica, come sempre in "Riga", e aiuta ad avvicinare l'opera di Blanchot da più versanti e altezze. Certo, come si ricorda anche nell'"Editoriale" di questo ricco volume che ha davvero una funzione stimolante, prendendo il nostro paese a esempio, si può serenamente riconoscere che su Blanchot è calato uno strano sipario. E parliamo di un sipario che riguarda principalmente la sua attività di critico, perché quella di scrittore è sostanzialmente sconosciuta qui. Il sipario è stato in parte risollevato due anni fa, quando Einaudi, che di Blanchot non ha più riproposto l'opera più celebre, Lo spazio letterario, ha mandato in libreria La conversazione infinita. Scritti sull'«insensato gioco di scrivere».

Da un punto di vista editoriale è quindi difficile e magari è pure presto per capire se qualcosa sta cambiando in Italia, uno dei pochi paesi che di Blanchot non ha tradotto il primo romanzo del 1941, Thomas l'obscur (nelle principali lingue europee si trova e su questo romanzo si legga la lettera di Emmanuel Levinas riportata nel volume di cui si dà notizia, anche come esempio di conversazione letteraria). Più che azzardarci in previsioni e a capire se l'aria attorno a Blanchot sta cambiando possiamo piuttosto, per cominciare, dare qualche informazione sulla struttura di questo volume, che si apre con i testi di René Char, Edmond Jabès, Marco Ercolani, Enzo Campi e Benoît Vincent. La seconda parte della monografia s'avvia proprio con la proposta della traduzione del primo capitolo del già citato Thomas l'oscuro e del primo capitolo de L'altissimo (Le Très-Haut, 1948). Tra altri scritti, completano questo corpo stimolante di prime parziali versioni gli scritti sul surrealismo, su Melville e un cospicuo numero di lettere.

Nella parte centrale del volume si concentrano le amicizie di Blanchot (amicizia è una parola fondamentale del lessico dello scrittore e questo volume è un invito a scoprire perché) e qui possiamo leggere contributi assai brevi o assai più articolati del già citato Levinas, di Pierre Klossowski, George Bataille (che ricorda, per affinità di interessi, il "magistrale studio" di Blanchot su Sade, cioè Lautréamont e Sade uscito in Italia per Dedalo e poi per SE), Jean Starobinski, Roger Laporte, Jacques Derrida, Jean-Luc Nancy, Bernard Stiegler, Christophe Bident e un lungo saggio di Georges Didi-Huberman intitolato Da somiglianza a somiglianza che scandaglia la lunga rincorsa di Blanchot attorno ai poli di "immagine" e "somiglianza", uno scritto che non mancherà di interessare gli estimatori dei libri di Didi-Huberman. La parte di interventi scritti ex novo per la pubblicazione ideata a Marco Belpoliti e Elio Grazioli contiene saggi di Alberto Castoldi, Marco Della Greca, Manlio Iofrida, Bruno Moroncini, Riccardo Panattoni, Igor Pelfreffi, Paolo Vignola e dello stesso curatore Giuseppe Zaccarino. Qui, più che in altre aree della rivista, si affronta la questione politica in Blanchot. Chiude tutto la galleria con le opere di João Louro e Pietro Fortuna, dove curiosamente si gioca e si ritorna sulla scarsezza di foto di Blanchot (un problema che non riguarderà gli scrittori a venire, a quanto pare).


Se nei corridoi del pensiero càpita ancora che si parli di pensatori, correnti e filosofie per "sommi capi" (da leggersi in tutte le valenze dell'espressione) e per aree geografiche, il lascito di Blanchot pare recalcitrante a farsi imbrigliare in quell'area francese che, con alterne vicende, occupa tuttora delle posizioni alte nella hit parade del pensiero. Perché il suo metodo, la sua solitudine e persino l'estensione di amicizia si pongono in una posizione dialogante con più metodi e più incertezze, in una congettura di accoglimento della separazione e della distanza infinita con l'altro, fino a portarci a ripensare l'isolamento del pensiero e della parola. Persino sulla "forma-libro", che ancora tiene banco oggi ed è alla base di tutti i discorsi e i riferimenti letterari che si fanno, troverete in questo volume di "Riga" vivaci rimandi.

venerdì 30 giugno 2017

Lo Specchio Mondadori rilancia con discutibili richiami "vintage" alla propria storia

Covertures #15



Come già saprà chi presta qualche attenzione alle nuove uscite di poesia (uno zoccolo "tenero" di lettori?), la collana di poesia "Lo Specchio" di Mondadori è stata recentemente oggetto, dopo un periodo silenzioso, di un rilancio che ha previsto una nuova gabbia grafica, nuova carta, nuova impaginazione dei testi (nuova rispetto alle ultime impaginazioni della collana). I tre titoli che accompagnano questo rilancio sono
 I canti di Mihyar il damasceno di Adonis, Tutte le poesie (1969-2015) di Milo De Angelis e Ipotesi di felicità di Alberto Pellegatta (titolo che mi ha improvvisamente ricordato il Prove di libertà di Stefano Dal Bianco). Questo breve intervento non discute i contenuti dei tre libri, appartenenti ad autori rilevanti per motivi diversi, bensì il modo in cui questo tentativo di rilancio della collana si pone attraverso scelte che investono i paratesti editoriali e l'impaginazione della collana stessa. Se la grafica delle nuove copertine, per quel che mi riguarda e per quel che vale, ha superato positivamente il test della "prima vista" (sopra avete un teaser, un classico wall delle copertine delle prime uscite), quello che mi ha convinto assai meno è l'operazione tutta chiusa tra nostalgia della heritage (aziendale) e richiami vintage che ha accompagnato l'interno, dai paratesti all'impaginazione tipica della serie più fortunata de Lo Specchio (per capirsi: quell'impaginazione secondo cui una poesia di soli dieci versi poteva presentarne quattro nella pagina di destra e finire con gli altri sei versi nella successiva pagina pari di sinistra, con il titolo staccatissimo dal primo verso). Si tratta di un mood, come direbbe qualche arredatore abbronzato o qualche pubblicitario, senza dubbio ricercato. E il testo che accompagna l'apertura dei volumi e l'operazione-rilancio è tutto incentrato sulle passate glorie della collana di poesia mondadoriana e ricorda persino un frammento testuale che su questa collana compariva all'altezza degli anni Quaranta. Ecco un pezzo del nuovo testo di accompagnamento che si trova all'apertura dei volumi:
Negli anni ’40, sull’aletta de “Lo Specchio”, l’Editore scriveva: «Di qui si irradia il canto della nostra lirica, qui giungono le voci nuove della giovane poesia e si affiancano ai grandi nomi già noti in tutto il mondo continuando la gloriosa tradizione italiana attraverso i secoli e i tempi». 
Tutto questo accade come se, in piena epoca di adorazione del vintagealmeno per i frigoriferi, le auto e altri oggetti di design e consumo, anche la poesia potesse passare di lì per provare a tornare X (X sta per un aggettivo a piacere, ma lascio immaginare quali). 

Orsù, bene, Alfonso Berardinelli forse dovrà rivedere i suoi interventi sulle collane di poesia che chiudono. Berardinelli a parte, no, non mi pare così bene. Questo è quanto, per quel che riguarda la prima impressione. Ma io sono di parte, come del resto chiunque legga questo breve scritto e chiunque prenda in mano i libri di questa rinnovata collana poetica. Ripeto, qui si discute solo del modo di porsi attraverso strategie paratestuali e di impaginazione e non dei libri pubblicati; inoltre si vuole mettere in dubbio l'opportunità di rievocare quella storia editoriale e aziendale. Alla fine, l'impressione che ho avuto sfogliando un esemplare della nuova collana in libreria è uno sconsolato acronimo che usava spesso mio fratello allargando le braccia: NCSP (Non Ci Siamo Proprio). E anche questo è detto, per quel che vale. Non penso sia lontano il momento in cui il libro di poesia sarà solamente uno dei tanti oggetti di design. Ma allora, forse, tornerà a vendere?

mercoledì 28 giugno 2017

Senza colpa e assoluzione: i saggi di Giovanni Turra raccolti in volume (con un estratto su "Meteo" e "Sovrimpressioni" di Andrea Zanzotto)

Cleup ha raccolto in un recente volume intitolato Senza colpa e assoluzione. Scritture e scrittori a Nordest negli anni Duemila (pp. 196, euro 16) alcuni saggi del poeta e critico Giovanni Turra. Denominatore comune di questo libro è, come da sottotitolo, l'area di provenienza degli autori trattati. Si attende a breve un nuovo libro di saggi critici di Turra dove lo sguardo inevitabilmente s'allargherà e ricordo allora che uno degli autori più assiduamente frequentati dall'autore è il ligure Francesco Biamonti, per il quale possiamo ricordare Colloquio con F.B. (in Francesco Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi, 2008). 

La natura di questi scritti, che riguardano tra gli altri autori quali Ferruccio Brugnaro, Luciano Cecchinel, David Maria Turoldo, Giuliano Scabia e Gian Mario Villalta, ha passi e moventi diversi. Veri e propri saggi convivono qui con più concentrate note a margine o prefazioni. Il titolo che presta il cappello a questa raccolta di scritti presenta un motivo di curiosità, ponendo lo sguardo in una sorta di limbo dove né la colpa né l'assoluzione riescono a soverchiare. Più che l'area di provenienza, è quindi questa sorta di categoria critica (o questa constatazione di "sospensione" o epochè) un denominatore comune delle scritture studiate da Turra, estendibile a macchia sulle nostre dubitanti mappe letterarie.

Per gentile concessione dell'autore si pubblica come estratto *.pdf un contributo su una stagione particolarmente viva e interessante della poesia di Andrea Zanzotto, relativa al lustro 1996-2001. Il saggio si intitola "Gli aforismi improbabili di Andrea Zanzotto. Per una lettura di Meteo e di Sovrimpressioni", vale a dire le raccolte del poeta di Pieve di Soligo uscite rispettivamente nel 1996 (per Donzelli) e nel 2001 (per Mondadori).


 G. Turra, Gli aforismi improbabili di Andrea Zanzotto. Per una lettura di "Meteo" e di "Sovrimpressioni"

sabato 24 giugno 2017

Jisei. Le poesie giapponesi dell'addio a cura di Ornella Civardi

"Poesia di commiato, composta nell'imminenza della morte appositamente perché sia ricordata come l'ultima, e dunque investita di un particolare rilievo. A seconda dello schema metrico e compositivo che utilizza, può essere jisei no ku (se in forma di haiku), jisei no uta (se in forma di tanka), jisei no shi (se in forma di kanshi." Questo ci ricorda l'utile "Glossario" posto in coda al volume Jisei. Poesie dell'addio da poco pubblicato da SE per la cura di Ornella Civardi (pp. 127, euro 14). Si sarebbe portati a ipotizzare sempre chissà cosa per una poesia scritta (dipinta?) in prossimità di uno dei due momenti inaggirabili della vita, il solo dei due, tra altro, in cui l'uomo abbia già fatto una certa conoscenza profonda del linguaggio. In realtà, chi leggerà questi cento componimenti che spaziano dal 900 circa (con il primo di Ono no Komachi) al 1970 (con l'ultimo di un a noi più familiare Mishima Yukio) troverà di tutto, spesso anche l'ironia colta poco prima di ributtarsi nel fiume della natura dal quale il corpo è venuto, poco prima di smettere di essere "soggetto". (Tra parentesi: verrebbe da soffermarsi su questo "soggetto": in Occidente, quanto ci interessa la letteratura come "soggettiva", "confessione", portatrice di una "visione"? Non è una critica all'Occidente, ma solo una constatazione.) E non è una pratica abbandonata quella dei jisei, se anche il regista e sceneggiatore Satoshi Kon ha fatto parlare di sé lasciando il suo jisei quando è morto nel 2010 a 47 anni. Il punto non credo sia acuire la sensibilità - o pensare a una sensibilità acuita - soltanto perché c'è di mezzo quel momento di commiato dalla vita. Se la poesia è legata tanto alla morte quanto alla vita è perché, in qualità di buco ritmico della lingua, rinvia continuamente a entrambe, o per meglio dire è entrambe. Il gesto di scrivere "l'ultima" e riporre il pennello è chiaramente un gesto dell'ambizione, di quell'ambizione stessa che è spesso travisata, ma che resta il motore immobile di ogni esistenza umana (e bisognerebbe provare a discutere a lungo dell'ambizione, io penso).

Editorialmente parlando, con questo libro ritorna il numero 100 per un libro dedicato alla poesia giapponese, come l'indimenticato Cento haiku di Guanda curato da Irene Iarocci e accompagnato da una nota ficcante di Andrea Zanzotto. 
Ornella Civardi, che ha composto questo percorso in 100 stazioni, ricorda nella sua nota conclusiva che chi avrà la pazienza di scorrere lo sterminato repertorio di jisei potrà scoprire come nel corso dei secoli si sia evoluto il gusto estetico e come queste poesie estreme rivelino l'emergere di mode e filoni letterari, mutamenti della società, della sensibilità e del rapporto con la morte. Tutto ciò si registra in un'alternanza di registri e toni, con un incremento sensibile dei componimenti di donne all'altezza del nono e decimo secolo. L'innesto del buddhismo, che in Giappone penetra verso il sesto secolo, costituirà un flusso fondamentale per lo sviluppo di questa pratica poetica così intima con il sentimento di transitorietà e trascolorazione della vita e pure con un certo languore, atteggiamento che chi frequenta la poesia giapponese, anche in traduzione, ha probabilmente ben presente. Ricorda la curatrice:
Mono no aware è letteralmente «il senso delle cose», sostanziato di empatia e nostalgia, che definisce questo sguardo languido di cui è pervasa tutta la letteratura giapponese degli inizi, incardinata sull'idea che solo la consapevolezza dell'impermanenza, e dunque dell'imminenza della perdita, possa liberare l'occhio dal velo opaco indotto dall'abitudine e renderlo finalmente limpido e profondo, capace di svelare la bellezza in tutto il suo fulgore.
Il campionario di immagini allora può andare a sovrapporsi con quello che già conosciamo dagli haiku e ci si potrà esercitare a riconoscere il kigo, la parola che colloca la poesia in un dato momento dell'anno, all'interno dei cicli della natura. In questo senso jisei è spesso poesia di commiato dal vedere e dalla vista. Qualche esempio? Ki no Tsurayuki nel 945:

Come la luna
che si compone sull'acqua
nella conca delle mani, 
questo mondo non sappiamo
se sia o se non sia.

Come ricordato, i motivi e i toni sono tanti, e con un salto al 1781 leggiamo Gessen Zenne che scrive:

Alla sbarra
        del giudizio finale
nemmeno provo
         a occultare le colpe.
L'estremo
           dei miei crimini
sarà assassinare
         il Re degli Inferi.

Oppure c'è il sorprendente jisei di Itō Enryō con la sua scimmia, e la traduzione che precisa "chiara" per l'acqua autunnale, dovendo specificare e aggiungere qualcosa che la poesia giapponese non ha bisogno di specificare quando si riferisce a "acque autunnali":


Acqua chiara d'autunno,
per smaltire la scimmia 
di questa vita.

Acque diverse infine in questo esempio di Dazai Osamu, autore del bel libro Il sole si spegne (lo trovate nel catalogo Feltrinelli), che per prendere commiato scrive:

Acque opache
dove nemmeno il glicine
specchia più i grappoli,
di questo lago battuto
dalla tempesta.

Anche se scritte appositamente per degli haiku, ritornano in mente le righe che Zanzotto dedicò alla sua frequentazione della poesia giapponese, a quel "non-rumore del senso che si affaccia dentro il nonsenso della natura quasi a volerlo preservare, perché la natura deve ‘abitare’ in esso per restare madre di tutti i sensi”. E ad un livello ulteriore, terminato questo percorso in cento tappe proposto da Ornella Civardi, giunge anche il momento di farci qualche domanda in più sul morire e su come sta cambiando. Perché magari pare di no, ma muta anche il morire (e possiamo accorgercene soltanto finché siamo in vita).

mercoledì 21 giugno 2017

I cambi di stagione: solstizio d'estate


In occasione di solstizi o equinozi, quindi al massimo quattro volte l'anno, riprendo qui un testo dagli archivi. Specifico solo il caso dei testi editi. Le immagini che accompagnano questi post sono tagli e rotazioni (di 90°, 180° o 270°) dalle tavole.

Il testo che segue si trova nel libro Pertiche (La Vita Felice, 2012).


DI NOTTE


Appena sveglio, di notte, quasi mattina
ti viene
da pensare che sei a questo mondo.
Sembra di no, ma di notte la testa
capisce che hai delle
ossa dentro che ti parlano di te e
delle tue tante età, come quando
in bicicletta, una volta soltanto, ti è parso
di aver capito qualcosa, perché esiste quello
e non niente, perché eri tu là
vicino una mura in sassi con una bici
sopra la riga bianca che ti faceva
dimenticare i pensieri più di questa terra,
che io calpesto, come la lepre che faccio scappare,
come gli animali che scappano
o quelli che mi vengono addosso.