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lunedì 23 aprile 2018

Ritorno di Hart Crane. Una recensione di Massimo Bacigalupo a "White Buildings"

Di Grenelle Edizioni abbiamo già parlato in questa intervista. La recensione seguente di Massimo Bacigalupo all'edizione di Grenelle di White Buildings è apparsa su "Alias". Di Hart Crane si è parlato anche in quest'altra intervista con Simone Maria Bonin, traduttore e curatore del volume Atlantide (Thauma edizioni), contenente poesie, prose e corrispondenze del poeta.


Un piccolo editore di Potenza, Grenelle, ci ripropone uno dei libri di poesia americana più importanti del secolo scorso, White Buildings di Hart Crane (a cura di Piero Pascarelli, pp. XL+86, 14 euro). È un piccolo libro (23 poesie per lo più brevi) di grande tensione lirica, che dato anche il formato tascabile invita alla lettura odeporica. Hart Crane era contemporaneo di Hemingway e dell’amico Cummings e raggiunse nella breve e tormentata vita di omosessuale alcolista dei vertici lirici assoluti. Di solito lo si ricorda per il poema The Bridge, che doveva essere una risposta affermativa e whitmaniana a The Waste Land, una esaltata e diseguale storia dell’America vista dal meraviglioso Ponte di Brooklyn. Ma c’è chi sostiene che in queste liriche brevi egli ha dato il suo meglio. Ecco i primi versi della prima poesia, “Legend”: “As silent as a mirror is believed / Realities plunge silent by...”. Pascarelli, autore della approfondita introduzione e di ampie note, traduce: “Silenziose come si crede uno specchio / Le realtà affondano nel silenzio vicino...”. C’è la lezione dei metafisici (Eliot) recepita in un bar di Broadway. E la vocazione assoluta della poesia (Shelley). Infatti “Leggenda” continua: “Non sono pronto al pentimento; / Né a misurare rimpianti.  Perché la falena / Non piega nulla più che la fiamma / Ancora implorante. E tremuli / Fra i bianchi fiocchi cadenti / Sono i baci – / L’unica verità che vale tutto”. È un programma di passione e abbandono (Crane morì suicida a 32 anni gettandosi da una nave nel Golfo del Messico). Tipica della poesia di Crane è l’abbondanza di immagini, sinestesie e involuzioni sintattiche. Il tutto si giustifica come musica e spesso non è facile per lettore (e traduttore) raccapezzarsi fra tanta ricchezza e stranezza. Comprendiamo a tratti, a lampi, ascoltiamo il rumore della risacca. La raccolta si conclude infatti con la celebre sequenza “Voyages” (viaggi, navigazioni), sei poesie estatiche (salvo la prima assai sobria: “Il fondo del mare è crudele”) nate da un grande breve ricambiato amore: “Hasten while they are true, sleep, death, desire, / Close round one instant in one floating flower” (“Affrettati finché son vere – il sonno, la morte, il desiderio, / Sono racchiusi all’istante in un fiore che galleggia”). È uno dei “carpe diem” più memorabili della poesia in lingua inglese, con quella straordinaria rima piana desire/flower. (Shakespeare rimò flower con power in un sonetto celebrativo della bellezza e della poesia.) Sullo sfondo, come si accennava, il paesaggio sognante dei Caraibi, dell’oceano (vengono in mente le corone hawaiane alla fine del film Da qui all’eternità). E Melville, che scrutò quel mondo ambiguo di fiori e desideri appagati, appare nella celebre riflessione sulla sua tomba nel cimitero del Bronx: “Spesso di sotto l’onda, di là da questa scogliera / Egli vide i dadi d’ossa degli annegati lasciare / Un’ambasciata....” (ma forse, più che “scogliera”, ledge sarà la pietra tombale del marinaio scrittore su cui se ben ricordo  è incisa una lira?). Crane è un poeta urbano che vede il suo viso moltiplicato in una caraffa (“Il serraglio del vino”), ma ha nostalgia di spazi interminati, e una famosa poesia si intitola “Riposo di fiumi”: “Non potei mai ricordare / Quel ribollente, regolare acquattamento delle paludi / Fino a che l’età non mi portò al mare”. Com’è giusto, i versi e le immagini non sono mai del tutto perspicui, e di alcuni credo nessuno sia mai venuto a capo, tale e tanta la densità metaforica e sintattica. La traduzione (la seconda dopo quella felice di Roberto Sanesi, raccolta nel volume Il ponte e altre poesie, 1967) aiuta a scandagliare l’inglese, che poi va assaporato di per sé. La poesia di questo genere ha a che fare non solo col suono ma quasi con le papille gustative, il modo in cui i suoni si sciolgono nella bocca, o vi si muovono, diventano carnali. Sul livello del suono c’è anche (ci spiegano le note e le dichiarazioni di Crane) l’imitazione del jazz, presente nella poesia “Per il matrimonio di Fausto ed Elena”, una delle più ampie e complesse e, diciamolo, difficili. (Una studiosa italiana, Bonalda Stringher, vi dedicò molte pagine anni fa: Introduzione alla poesia di H.C, 1987.) Ma il lettore non iniziato potrà accontentarsi di liriche meno ardue, come “Chaplinesque”, che piacque allo stesso Chaplin: “Perché possiamo ancora amare il mondo, noi che troviamo / Alla porta un gattino affamato, e conosciamo / Segreti ripari per lui dalla furia della strada...”. La protezione della debolezza, il poeta esaltato e il poeta del cinema. E poi la sconfitta, nonostante tanto sognare. White Buildings è un libretto tutto da godere ma sarebbe un errore prenderlo per poesia pura. Nel suo folle volo c’è un elemento tragico che è connaturato all’esperienza americana.

Massimo Bacigalupo

martedì 29 settembre 2015

CartaCarbone 2015, la seconda edizione del festival letterario di Treviso dal 15 al 18 ottobre


Tra il 15 e il 18 ottobre a Treviso avrà luogo la seconda edizione del festival letterario CartaCarbone, a cura dell'associazione Nina Vola. 80 eventi, 18 tra letture sceniche e spettacoli, 150 ospiti (qui la lista completa), 6 laboratori, 3 tavole rotonde, 3 eventi speciali sono i numeri con cui la manifestazione si propone, con questa nuova edizione dal respiro decisamente più internazionale, di consolidare il successo di pubblico registrato all'avvio nel 2014. Una cura rilevante è dedicata alla poesia e per l'approfondimento del versante poetico del programma riporto di seguito il comunicato ricevuto da una delle curatrici del festival, Paola Bellin. Il programma completo è ovviamente consultabile a questo indirizzo (oppure qui come pdf interattivo).
 
CartaCarbonePoesia

Luciano Cecchinel
CartaCarbone festival 2015, alla seconda edizione, si apre alla poesia proponendo otto incontri con autori che tracciano il mondo poetico italiano, e da quest’anno anche internazionale, grazie alla presenza di uno dei più importanti poeti vietnamiti, Nguyen Chi Trung che con Venti (Samuele Editore, 2014) si domanda come il suono della morte viva nel vento, nei luoghi dove la concretezza dei suoi studi matematici si contrappone all'astrattezza di quelli filosofici. Poeti riconosciuti per originalità e cifra stilistica, oltre che per incisività del messaggio: Luciano Cecchinel e il plurilinguismo aspro e franto dei suoi versi che in silenzioso affiorare esprimono la necessità del ricordo, memento da non lasciare andare; Vivian Lamarque, poetessa limpida, che raggiunge il lettore grazie alla musicalità dosata e chiara dei suoi versi, sfrondata di ermetismi e capace di stupire con una poesia illegittima; Roberta Dapunt, il cui dialogo con il sacro si manifesta nei misteri del quotidiano, nelle beatitudini della malattia. Ma anche poeti giovani: Francesco Targhetta, autore di raccolte poetiche, l’ultima Le cose sono due (Valigie rosse, 2014), e di un romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn edizioni, 2012), osserva e rappresenta, senza sconti per l’io-poetico, l’umanità della porta accanto che corre, latita, attende nella contraddizione dei molti e dei nessuno; Giovanni Turra e la fisicità della sua trama poetica, nudità sensuale delle parole visive, orografia dei corpi in Con fatica dire fame (La Vita Felice, 2014). Simone Maria Bonin, giovanissimo poeta, traduttore e curatore della poesia del poeta statunitense Hart Crane in Atlantide (Thauma edizioni, 2014), dialogherà, raccontandosi nelle forti esperienze di viaggio, dell’essere altrove per esplorare e stemperare l’io-poetico, in un incontro di urgenza poetica e grafico-poetica, con Riccardo Fabiani, poeta, illustratore, viaggiatore che traduce l’esperienza di cammino in uno schedario emotivo raccolto in Road Trippin, realizzato tramite crowdfunding in completa autonomia editoriale. Altra presenza significativa sarà quella di Antonio Turolo la cui raccolta Corruptio optimi pessima (Nuova Dimensione, 2007) rappresenta uno degli esempi più alti di poesia italiana degli ultimi anni. Poesia che scandaglia e si restituisce integra all’onestà del sentire attraverso una lingua limpida lontana da equilibrismi labirintici.

Incontri con poeti ma anche poetry slam con Lello Voce, poeta, scrittore, performer poliedrico della poesia sonora e affabulatorio interprete, tra i fondatori del Gruppo 93 e del semestrale letterario "Baldus". Insieme ai poeti che coinvolgeranno il pubblico nella performance di poetry slam anche Nicolas Alejandro Cunial, già presenza apprezzata nella serata dedicata alla poesia giovane Uno Punto Due di anteprima del festival, poeta performer in effrenata e dirompente azione di arti combinate, pillole di carne cruda (La Gru, 2013). Ospite d’onore del poetry slam un grande poeta, scrittore italiano, Nanni Balestrini, esponente di rilievo della neoavanguardia (gruppo dei poeti Novissimi, Gruppo 63) presente a CartaCarbone festival con il suo ultimo romanzo Carbonia (Bompiani, 2013).

Ancora poesia nella dirompenza del rap declamato, affermato, in continua combinazione simbiotica di musica e parola senza mediazione, con la presenza di Taiyo Yamanouchi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Hyst, dirompente forza musicale che comunica energia, positività in un mix alchemico di racconto poetico, ricercato nella parola che incide, e di potente formula sonora. Insieme a Nicolas Alejandro Cunial, impegnato anche in questa performance, e Federico Martino Big F, rapper e visual performer, anche lui già apprezzato nell’evento Uno Punto Due, travolgente nella sua libertà dai quattro/quarti in nome dell’autonomia della parola.

Versi itineranti , poesia errante quelli del performer poeta di strada MaRea che appende come panni stesi le sue poesie e le diffonde per le strade delle città, in luoghi insoliti: Stendiversomio per tirar fuori le parole dal chiuso dei libri.

Poesia dell’ineffabile nella Lectura Dantis di Ivano Marescotti, attore di teatro e di cinema, interprete per i canti I, V, XXVI dell’Inferno, e nel commento/declamazione di Giorgio Battistella del XXXIII canto del Paradiso.
(p. b.)

venerdì 5 giugno 2015

"An Irish Airman Foresees His Death" di William Butler Yeats nella traduzione di Simone Maria Bonin


 
Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.

UN AVIATORE IRLANDESE PREVEDE LA PROPRIA MORTE di W. B. Yeats 
(nella traduzione di Simone Maria Bonin)


È certo che incontrerò il mio fato
su fra le alte nuvole in cielo;
non odio coloro che combatto
coloro che difendo neppure amo;
la mia terra è la Croce di Kiltartan,
la mia gente le sue povere persone.
L'avvenire non darà loro alcun dolore
né più allegri di quel che sono potrà rendere.
E non fu legge, né dovere a farmi prendere le armi
né i politici o le loro folle immense
ma un solitario impulso allo splendore
portò il tumulto in questo mare celeste;
soppesato il tutto, ricordato e certo,
l'avvenire mi parve spreco di fiato,
e  uno spreco di sorte il passato
in equilibrio fra questa vita, questa morte.


William Butler Yeats (1865 - 1939)

AN IRISH AIRMAN FORESEES HIS DEATH – W. B. Yeats


I know that I shall meet my fate 
Somewhere among the clouds above; 
Those that I fight I do not hate 
Those that I guard I do not love; 
My country is Kiltartan Cross,
My countrymen Kiltartan’s poor, 
No likely end could bring them loss 
Or leave them happier than before. 
Nor law, nor duty bade me fight, 
Nor public man, nor cheering crowds,
A lonely impulse of delight 
Drove to this tumult in the clouds; 
I balanced all, brought all to mind, 
The years to come seemed waste of breath, 
A waste of breath the years behind
In balance with this life, this death.

lunedì 19 gennaio 2015

Poesie inedite di Simone Maria Bonin


"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare.


Poesie inedite di Simone Maria Bonin (Mestre, 1993) da Come funziona un corpo




L’inconscio non pone alcun problema di senso,
ma unicamente problemi di utilizzo.
Gilles Deleuze, Félix Guattari, L’Anti- Edipo



Distanziare le sillabe e distenderne il corpo
così che il suono diastolico moduli
al ritmo del cuore il flettersi del discorso
e le pause siano lacerazioni del senso
                   perdite del concetto
che è rigoroso il codice ma instabile
                                     come vedi
l’espandersi di me stesso

dobbiamo consumarci con rigore
           fare del nostro corpo
                                     esoscheletro
d’espropriazione: un esercito apolide
di vocaboli e sintagma smarrito
di una proposizione

***

“certo non usi lo sguardo 

nel modo giusto 
se in ogni momento
collassi, distratto, in un punto”

***

Da neurone a neurone
corre un filo elettrogeno
di fame

colpiscimi
se puoi, fammi male
prega altro dolore

un colpo di esistenza
tra le vertebre delle parole  

mercoledì 26 novembre 2014

"Atlantide" di Hart Crane. Poesie, prose e corrispondenze tradotte da Simone Maria Bonin

Librobreve intervista #49

Oggi propongo un'intervista a Simone Maria Bonin, traduttore e curatore del volume del poeta statunitense Hart Crane intitolato Atlantide (Thauma edizioni associazione culturale, pp. 238, euro 10). Mi risponde dall'Inghilterra dove vive e studia matematica e questa chiacchierata a distanza, per molti versi, è una boccata d'aria fresca.



Hart Crane (1899-1932)
LB: Hart Crane era scomparso dalla circolazione in Italia, pur avendo avuto in passato anche importanti edizioni (si ricordi soltanto quella di Guanda curata da Roberto Sanesi). Ci racconti del tuo avvicinamento alla sua opera, dando anche qualche coordinata su questo autore?
R: Ci sono autori che amano disperdere le proprie tracce. Hart è fra questi. Nasce in Ohio nel 1899 ed è figlio del nuovo secolo delle macchine, per la quali ha un forte interesse. Non nasconde la propria omosessualità e questo, nell’America puritana del tempo, gli rende la vita difficile. Si scontra continuamente col padre e vagabonda da un posto all’altro in cerca di lavori per sostenersi. Scrive nei ritagli di tempo e la frustrazione di non potersi dedicare alla Poesia lo perseguiterà tutta la vita. C’è un constate richiamo all’oceano nei suoi scritti. Crane è una vera e propria mere-maid, un compagno del mare. Alza la voce dai fondali marini aspettando un eventuale palombaro che ne percepisca il suono e si immerga e lo riporti in superficie, giusto per qualche istante. Ricordo di essermi avvicinato alla letteratura americana a 14 anni. I miei primi contatti furono con Leaves of Grass di Whitman, un libro che porto con me dovunque vada. Scoprii poi le impennate linguistiche di Cummings, gli scritti di Ezra Pound, per il quale ho una lieve ossessione e poi Masters, Moby Dick e infine gli ordigni esplosivi della beat generation, penso a Howl, Naked Lunch o Mexico City Blues. Un giorno lessi un commento di Ginsberg circa il lavoro di Crane, che non conoscevo. Lo chiamava un esempio di Stupidità e Genio fusi assieme. Mi informai sull’autore e incuriosito dal commento mi feci arrivare dagli Stati Uniti una vecchia copia dei Complete Poems di Crane, edita Doubleday Anchor Book. Non riuscivo a coglierlo. L’inglese di Crane è un inglese difficile, ricco di termini ricercati e riferimenti alchemici. Sta di fatto che c’era qualcosa in quel libro che richiamava la mia attenzione. Alcuni distici furono per me una rivelazione.
In quel periodo traducevo e scrivevo molto. Stavo lavorando a una traduzione del Prufrock di Eliot e delle canzoni di Blake. Così decisi di provare a mettere le mani su Crane. Fu un tentativo fallimentare. Non avevo né la capacità tecnica necessaria né una comprensione dell’inglese adeguata per renderlo in italiano. Decisi di mettere il progetto da parte, con il sogno e la convinzione che un giorno ci sarei riuscito e così è stato. 
Credo che il significato del verbo “leggere” sia un equivoco linguistico. Si guarda spesso a un libro come a un codice da decifrare e immagazzinare attraverso lo sguardo. Sono di un parere contrario. Il foglio in questo caso è il nostro corpo. Il libro, o qualsiasi altra manifestazione di linguaggio, porta in sé delle tracce, dei meccanismi iscrittori che ci scrivono. Ed è sempre il libro a scegliere il proprio “lettore” e non il contrario.


Vachel Lindsay (1879-1931)
LB: "Giovane" è una brutta categoria. Sembra più un ritrovato del marketing letterario, oramai. Resta il fatto che sei indubbiamente giovane. Da come ho percepito, questo tuo lavoro assomiglia molto al risultato di un innamoramento e folgorazione che ha cercato di concretizzare in un libro il tutto. Davvero è così? Altri innamoramenti e folgorazioni?
R: È davvero così e mi rende molto felice sapere che questo è quanto ne traspare. Atlantide è scritto in forma di preghiera, di canto liturgico, nel senso di pegno spirituale. La mia attività di lettore (iscritto – seguendo quanto detto prima) è molto carnale. È un continuo corteggiamento che parte dal primo contatto con la copertina di un libro e si addentra fra le pagine. Per dirla con G. Deleuze, cerco di mettere in contatto le mie macchine desideranti coi meccanismi del libro. Se gli ingranaggi combaciano scatta la scintilla. Mi sono sempre sentito in dovere di tradurre quegli autori che mi hanno dato una mano nel groviglio del mondo. Tradurre un autore è un modo di includerlo nelle proprie tracce, e prolungarne le risonanze. Riuscirci è una soddisfazione enorme. Mi chiedi se ci sono altri innamoramenti e folgorazioni in vista? Sì, molti.
Assieme a Gerardo de Stefano, ideatore della collana Rigor Mortis, stiamo svolgendo un lavoro di ricerca che va a mappare la letteratura europea e americana (al momento). Vogliamo individuare tutti quei nomi mai tradotti e dimenticati. Viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda ed è un piacere lavorare assieme. Purtroppo l’editoria del nostro paese non dà alcun valore a progetti come questo e la gente non è interessata alla poesia. Ma non ci importa molto. La RigorMortis nasce proprio per mettere in evidenza i cortocircuiti del mercato del libro in Italia. Il titolo è corrosivo e dà voce al fastidio che proviamo ogni qual volta vediamo gli stessi autori riproposti sulle vetrine delle librerie. Sempre più spesso mi accorgo di quanti contemporanei che pensano di aver scoperto linguaggi nuovi non facciamo altro che riscoprire vecchi poeti sconosciuti che hanno scritto le stesse cose decenni prima. Dovrebbero avere l’umiltà di pubblicare meno e tradurre di più, e di guardarsi intorno prima di invocare la sibilla del Linguaggio. Vachel Lindsay, volume primo della Rigor Mortis e tradotto magistralmente da Paola Roberta Berizzi, pure giovane, è un bellissimo esempio di quanto sto affermando. Un autore che ha anticipato la beat generation di più di 50 anni.

LB: Come nasce il rapporto con Thauma edizioni?
R: Ho incontrato Gerardo de Stefano e Serse Cardellini per la prima volta a Treviso, nel 2010, presentavano un loro libro a un serata di poesia organizzata da Marco Scarpa. Con Gerardo è nato subito un reciproco interesse. Siamo tipi piuttosto solitari e non sopportiamo la letteratura da circoli e club, che crea sempre meccanismi di potere critico molto pericolosi. Abbiamo continuato a sentirci, fino a quando mi ha parlato di quest’idea che aveva in mente da tempo. Seduti al bancone di un’osteria, Gerardo tira fuori dalla sua sacca un malloppo di libri vecchi e qualche appunto. Parla di autori andati dispersi, di rabbia per un mercato del libro che non funziona, del sogno di farsi tombaroli e rispolverare i tesori che nessuno considera più. Ne nasce la collana RigorMortis. Serse Cardellini dà alle stampe la sua traduzione di Edith Stein che aveva pronta da molto tempo. Paola Roberta Berizzi traduce magistralmente Vachel Lindsay. Paolo Galvagni si unisce al team con Nere sopracciglia di Taras Ševčenko. Insomma succede tutto molto per caso e abbastanza in fretta e siamo contentissimi d’essere riusciti a stampare 4 libri in meno di un anno e di averne molti altri in progetto.

LB: Rimanendo al tuo lavoro di traduzione, quali difficoltà hai incontrato nella scelta dei testi, nell'ottenimento di eventuali autorizzazioni e soprattutto nel confronto testuale con l'opera di Crane?
R: La scelta dei testi muove da due volumi principali. I Complete poems della Doubleday Anchor Book e un epistolario - The Letters of Hart Crane- curato da Brom Weber. Sapevo cosa mi sarebbe piaciuto includere nell’antologia e cosa invece preferivo tralasciare. Individuare i testi importanti è stato piuttosto semplice. Non ho dato troppo peso agli ultimi lavori di Hart, agli scritti dal Messico, né ai versi giovanili, mai pubblicati durante la sua vita. Atlantide comincia dalla presa di coscienza di Crane d’essere poeta, comincia dalla carne, e termina con Eos, dea dell’Aurora, sorella del Sole e della Luna, eppure lontana, è divinità che sorge ogni mattina dal confine ultimo degli oceani e risplende. È inoltre Madre dei venti e per questo causa delle nostre navigazioni. Quello che io credo sia la poesia: né apollinea né luna bianca, come definita da Graves, ma piena resurrezione dell’alba e costante moto di materialità e linguaggio.
Il confronto testuale con l’opera di Crane non è stato affatto semplice. Fortuna vuole che il mio stile personale si avvicini abbastanza alla sua ritmica, pure se completamente differente. Per darne una breve analisi, credo sia utile suddividere il verso di Hart in tre tipologie diverse. C’è un Hart Crane simbolista, dove l’arcano della parola è indissolubilmente legato alla parola stessa. È il Crane di Edifici bianchi, quello per me più difficile da tradurre. Qui la ritmica passa in secondo piano ed è la densità di significati che la fa da padrone. Ha richiesto un’attenzione maniacale al linguaggio. Ci sono testi in Edifici bianchi dove la volontà alchemica di Crane di manipolare la magia delle parole sfocia in risultati particolarmente estremi e intraducibili: penso a Lachrymae Christi o a Recitativo. C’è poi il Crane epico-simbolista ad ampio respiro. È il Crane del Ponte. Gli arcani sono legati al simbolo dell’opera, i versi sono invece epici, fluviali. Lo stesso Crane afferma come il distendere il verso scrivendo il Ponte l’abbia aiutato molto. Cominciava a sentirsi costretto. C’è poi un terzo Crane. È il Crane mitologico e prosaico di Eternità. Eternità è una narrazione del diluvio, un uragano che colpisce l’isola dei pini a Cuba. Il tema è biblico, la simbologia è completamente rovesciata. L’uomo sopravvissuto trova conforto nel discorrere con arroganti soldati. L’apocalisse è raffigurata da due cavalli che si affrettano verso il mattino. Le lacrime che ne sgorgano sono di rassegnazione e di salvezza. “Tutto perduto, o ravvolto di grazia e mistero”.
Rendere la poesia polimorfa di Crane ha richiesto l’uso di ogni mia risorsa. Mi sono sentito messo alla prova tecnicamente sotto ogni aspetto. Non facile poi è stata la traduzione delle lettere. Ci sono passaggi decisamente ambigui dove l’uso della sintassi inglese è inconsueto e arduo da decifrare.


LB: Il libro che ci troviamo tra le mani, Atlantide, è un un'opera che ibrida poesia, prosa, interventi e bellissime lettere. Come ti sei mosso nel montaggio?
R: Atlantide in corso d’opera ha assunto molte forme diverse. L’idea iniziale era quella di pubblicare una selezione di saggi e lettere, escludendo le poesie, per paura che potesse trattarsi di una mole di lavoro esagerata. Il pensiero di scontrarmi con alcuni testi di Edifici bianchi e con l’unità primordiale del Ponte mi spaventava. Eppure era evidente che i saggi e le lettere, da soli, non bastavano; di Crane emergevano gli organi interni, mancavano le forme degli arti, mancavano i moti, le folgorazioni poetiche. Così iniziai a tradurne i versi. Non avevo però alcuna voglia di presentare all’eventuale lettore un’antologia di quelle che si sono sempre scritte, mantenendo stagne le opere poetiche e relegando lettere e saggi in epistolari che non legge mai nessuno. È un modello che non funziona e non serve. Crane inoltre è un autore che i più definiscono difficile e complesso. Mi sono deciso a districare questa apparente complessità su carta. Ho cercato di svolgere il corpo di Crane e creare una specie di superficie, un atlante, che permettesse al lettore di addentrarsi nei versi di Hart e di coglierne le scintille che li hanno fatti nascere. Assemblare un libro così che l’uomo e le lettere coincidano, perché è sempre il caso se si tratta di Poesia. Allo stesso tempo distinguere la vita dall'eternità e riaffermare la vita nell'eternità. Volevo che tra le pagine di Atlantide trasparisse quel ragazzo combattuto, dilaniato dalla dea della poesia e ferito dai traumi familiari, dalle situazioni e dalle necessità del quotidiano, dai compromessi. Volevo che trasparisse il modo in cui quell'entità che ci domina il cuore e che non riusciamo mai a definire, la parola, sconvolge la vita di un Poeta, come Crane. I versi sono crudeli. La poesia non concede spazi. È farmaco e veleno che non accetta rimedio, in una contorsione continua. Ne è nato un ibrido, come definisci tu. Un’antologia che attentamente intervalla lettere e saggi alle opere poetiche. Ho semplicemente seguito il mio istinto, cercando di non deframmentare troppo conglomerati come il Ponte e le suites di Edifici bianchi. Spero questo ibrido riesca nel suo intento.

LB: Non vivi in Italia, per cui immagino ti sia difficile promuovere e veicolare questa tua fatica. Ci riesci e ci provi comunque? Grazie.
Mi è molto difficile. Vivo in Inghilterra da ormai tre anni e mi sposto spesso. Torno in Italia di rado. La promozione della collana è portata avanti principalmente da Gerardo. Per ora stiamo organizzando varie presentazioni e all'orizzonte c’è qualche invito interessante. Purtroppo dobbiamo sempre guardare ai fondi, limitati, ed è importante credo, trovare persone che siano disposte a darci un po’ di visibilità. Sono fermamente convinto della validità artistica del nostro lavoro, della validità di quanto è stato fatto finora e di quanto verrà dato alle stampe a breve. Ti ringrazio moltissimo per questa discussione.