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mercoledì 13 aprile 2016

"Una nuova interpretazione della filosofia politica di Platone" di Leo Strauss

Il volume che Quodlibet presenta col titolo Una nuova interpretazione della filosofia politica di Platone (pp. 112, euro 16) contiene soprattutto, fra gli altri apparati, la traduzione di uno scritto che Leo Strauss pubblicò esattamente settant'anni fa, On a New Interpretation of Plato’s Political Philosophy (1946). La cura è di Mauro Farnesi Camellone, che per la stessa casa editrice ha pubblicato nel 2009 lo studio su Ernst Bloch La politica e l’immagine. Il curatore ha dedicato a Strauss nel 2007 un altro volume uscito da Franco Angeli, Giustizia e storia. Saggio su Leo Strauss. Lo scritto di Leo Strauss è, nella realtà, qualcosa di occasionale, cioè una lunga recensione del libro Plato’s Theory of Man di John Wild. Tuttavia, come sappiamo, la recensione (soprattutto a quei tempi e a certi livelli, dentro certi spazi e respiri) non sempre si limita a essere una recensione, ma diventa il pretesto per gettare sulla pagina idee già in circolo e che fra l'altro diventeranno poi gli assi e i cardini della lettura matura di Platone da parte del filosofo, concretizzatasi nella seconda metà del secolo scorso con i vari commentari dedicati alle più note opere platoniche. Inoltre, anche quando Strauss si occuperà di tirannide, lo farà trasversalmente, partendo dal passato per parlarci del presente che aveva sotto gli occhi. Tutto questo per dire che Strauss ha spesso colto il momento e un'occasione per enucleare la propria speculazione, in una forma che potremmo definire dialogica coi testi del passato, sotto un ombrello metodologico di volta in volta "nuovamente maieutico".

Il filosofo politico ebreo tedesco attraversa come una lanterna volante decenni cruciali del secolo scorso, a partire dal fondamentale periodo di crisi economica e spirituale tra le due guerre. Formatosi nel clima weimeriano - si laurea a Friburgo nel '21 con Cassirer -, allievo di Carl Schmitt, come molti altri assorbito agli inizi della carriera dall'attenzione per Heidegger, distante dal relativismo tanto quanto dal normativismo che porta Hans Kelsen a cementare il ruolo del diritto e della filosofia rispetto alla devastante crisi politica degli anni Trenta, il nostro filosofo ha abbracciato, assieme alla via dell'esilio (prima Inghilterra, poi USA) anche l'avventura della rilettura (o nuova lettura) di Platone nel Novecento. Insomma, l'ebreo in esilio che all'inizio della carriera si era concentrato su Spinoza, Maimonide e Hobbes, ritornerà spesso su percorsi platonici per tutto il resto della vita. Compirà per forza quindi tragitti anche socratici, poiché Platone non perde mai di vista la questione posta da Socrate sul "come vivere". Tale frequentazione e meditazione, che in questo breve scritto affiora, diventerà un perno per tutta la riflessione sulla controversa e spinosa vicenda della democrazia moderna e del rapporto, mai dato una volta per tutte, tra filosofia, politica e società.

È uno Strauss scettico quello che si consegna nelle pagine di questo scritto apparentemente occasionale, che fa leva sulla forma dialogica di Platone per scardinare le odierne concezioni e inganni di rappresentazione politico-morale. L'orizzonte giusnaturalista, il ritorno a una filosofia premoderna e il primato greco, quell'elitismo/esoterismo filosofico spesso chiamato in causa nella sua vicenda, l'attenzione per la "scrittura reticente" e dissimulata dei filosofi del passato e soprattutto l'ossessione per il metodo dialogico platonico (una scrittura che riprende il parlato) sono già presenti in queste pagine. Qualsiasi sforzo che contribuisca a sollevarci dalle paludi del relativismo e del nichilismo, prodromi delle tirannidi plurime e delle barbarie affossanti nelle quali annaspiamo, è degno di esser messo in risalto, così come qualsiasi tentativo di riportare la filosofia fuori da un banale mercato delle idee da votare con le stelline del rating tipiche di un processo post-vendita di un sito di ecommerce. Strauss aveva già visto questa possibile deviazione pericolosa della filosofia e in questo panorama di rischio aveva posizionato la propria interpretazione platonica, fondata su quanto il curatore definisce un "radicale scetticismo zetetico" che necessariamente inietta in qualsiasi filosofo un solitario, indefesso orientamento alla pratica imposta via via dal contesto, alla critica costante dei meccanismi costitutivi e delle opinioni della polis. Insomma, "un Socrate con l'anima di Nietzsche" per il curatore dell'opera Camellone, una figura di primo piano che tuttavia oggi rischia di essere appiattita a seguito dell'appropriazione non altrettanto "dialogica" della sua eredità filosofica da parte del pensiero neocon.

giovedì 4 febbraio 2016

"Giorni e opere" di Stefan George

Quote #10

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.


Uscì nel 1903 Tage und Taten. Aufzeichnungen und Skizzen, unica opera in prosa del poeta tedesco Stefan George (1868 - 1933). Qualche mese fa il testo è stato finalmente proposto in italiano da SE per la cura di Giulio Schiavoni (pp. 118, euro 19, con apparato iconografico comprendente tavole di Cimabue, Quentin Metsys, Dierick Bouts, Arnold Böcklin, Max Klinger). Questo libro che inverte gli elementi del titolo dell'opera esiodea ha più di un motivo per imporsi alla nostra attenzione: la singolarità di essere l'unica opera in prosa di George, il collocarsi a metà del suo percorso, negli anni in cui il poeta smise, almeno per un po', uno stile di vita girovago per abitare più stabilmente a Monaco di Baviera, il periodo di avvicinamento all'efebo Maximin (che di lì a poco morì, a soli 18 anni). Insomma, è un libro che assomiglia da vicino a uno spartiacque, anche per la poesia - e quindi per il pensiero - che verrà. Si tratta di un insieme di annotazioni e abbozzi, così come recita il sottotitolo dell'originale, che consente a George una ripresa di possesso della materia vitale, eludendo provvisoriamente il percussivo problema della "forma", rimasto sempre inchiodato centralmente nella sua riflessione poetica.

Oggigiorno non è del tutto errato parlare della marginalità di questo poeta che tradusse Dante in tedesco, ma sarebbe un errore invece far coincidere questa marginalità con la marginalità più larga in cui vediamo riversare la poesia. George fu una figura di poeta controversa e di enorme influenza (si pensi al George-Kreis e a chi vi transitò), fu fondamentale nella formazione di Benjamin, Brecht, Buber, Rosenzweig e pure Zweig. Sappiamo che Heidegger si confrontò con lui nelle passeggiate sul linguaggio, ma la sua opera fu anche letta "da sinistra" da Adorno e Lukàcs; infine in qualche modo fu persino corteggiato dal Reich nascente, al quale rispose con un rifiuto e conseguente esilio nell'anno della sua morte. Cinque anni prima di morire, nel 1928, aveva pubblicato un libro che già dal titolo (Das neue Reich; "Il nuovo regno") auspicava un rinnovamento del "regno" che andava in una direzione totalmente opposta a quella del "terzo regno" e undici anni dopo la sua morte, nel 1944, i sodali fratelli von Stauffenberg furono protagonisti della resistenza e dell'attentato contro Hitler. Ora la riconsiderazione dell'opera di Stefan George va di pari passo con quella, altrettanto importante, dell'andamento essenziale da tenere per ripercorrere il ritmo di marcia dei primi decenni del secolo scorso, in prospettiva della conquista di uno studio meno evenemenziale della storia letteraria e della storia delle idee. Il passo che riporto di seguito fornisce un lampo sul senso di quest'unica opera di prosa finalmente disponibile italiano.


IL LAGO MORTO

Tutta la regione, su cui si estende un cielo basso e oscurato, è coperta di miseri sterpi tutti bruciacchiati, che per di più in vaste zone non crescon neppure. Alcune informi pietre nude disposte in tutti i possibili sensi accennano un viottolo che sembra non volere più finire. Poi tutt'a un tratto ecco spuntare, in mezzo a quel deserto, una collinetta piatta avvolta dalla nebbia e sul cui bordo sta un palo tutto disfatto che reca un cartello indicatore. Su quella collina deve trovarsi il lago morto, che sicuramente è nero e denso; e proprio di lì viene quell'odor di bruciato che s'avverte tutt'intorno. Uno dei miei piedi vorrebbe salire, ma l'altro è trattenuto, da un doloroso terrore, dallo spingersi oltre quel palo.


A questo link potete vedere una foto del 1924 dove George, come nella copertina del libro, è ritratto di profilo. Il poeta è in compagnia dei giovani fratelli Von Stauffenberg. Sempre allo stesso link potete ascoltare la registrazione di una lezione del prof. Adone Brandalise in cui si parla, fra gli altri, del nostro poeta.