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giovedì 13 aprile 2017

"La città interiore" di Mauro Covacich: scorribande tra identità fluttuanti, non appartenenti e deterritorializzate

Al celebre omaggio di Montale per La coscienza di Zeno, l'industriale triestino della Veneziani Vernici rispose con qualche ritardo, in una lettera del febbraio del 1926, esordendo con un è un’autobiografia e non la mia e, poco oltre, scrivendo anche ed io so di uno o due punti dove la bocca di Zeno fu sostituita dalla mia e grida e stuona. Il primo dei due frammenti è ricordato da Mauro Covacich in quest’ultimo libro uscito per La nave di Teseo, La città interiore (pp. 233, euro 17). La città è Trieste, ma anche no. Covacich ricorda quel frammento della lettera di Svevo in uno dei passaggi più curiosi di questo "romanzo" (così recita comunque la copertina per dovere d'ufficio), inconsueto nel suo percorso ormai ultraventennale, mentre rammenta una sorta di prolusione temeraria a cena con il Nobel John Maxwell Coetzee. E appunto, avendo messo in discussione la categoria "romanzo", giriamo la domanda: che libro è La città interiore? Un’autobiografia e non quella dell’autore? Difficile parlare di romanzo, autobiografia o di saga familiare, anche se i componenti della famiglia sono ricordati e agiscono in queste pagine con i loro nomi e cognomi. Il fatto è che questo libro dedicato alla città delle zone A (Italia) e B (Yugoslavia), è tutto fuorché un libro di interesse locale o localistico e assomiglia più a una sceneggiatura per un documentario (prova ne sia il frammento finale, che ha davvero il sapore di un documentario che si conclude sul senso di un luogo oggi, dopo una cavalcata lunga decenni). Insomma Covacich ci parla di sé, della propria vita e dei propri cari, dei luoghi in cui ha vissuto e della “città principale”. Anche il narratore si sposta e può coincidere con più persone. E così molte vite convergono in queste pagine, dove leggiamo come si viveva a Trieste negli anni Quaranta, Cinquanta e nei decenni seguenti, leggiamo di come si vive a Roma, città in cui tutto diventa indistinto e dove sembrano esistere soltanto Roma e un generico "fuori di Roma", dove tutto tende a sfumare e sovrapporsi (così Vicenza e Trieste son prese quasi per coincidenti, per fare un esempio preso dal testo). Leggiamo anche attraverso le inquadrature di una chiamata Skype con la sorella finita a Dubai per seguire l’apertura di un ufficio di una multinazionale italiana del settore Warehousing & Logistics.

Il punto però non è nemmeno domandarsi come definire questo nuovo lavoro scritto di Covacich. Sicuramente è il libro dove un corpo a corpo coi ricordi si fa netto, chiaro. Molto ricade in queste pagine, che tutto sommato non sono tante per l'ampio arco temporale che abbracciano (ma ci torneremo, perché l'elisione è uno degli aspetti portanti del libro). Lo sappiamo: la vagheggiata e talvolta fantomatica Mitteleuropa, la città delle guerre, delle industrie e dei servizi, dell’occupazione e dei trattati (Rapallo 1920, Osimo 1975), delle tante personalità politiche e artistiche che ne hanno calcato le vie ventose e in salita (spassoso il ricordo di un frettoloso esame universitario con Claudio Magris, ma vanno menzionate almeno le pagine dedicate al compositore Antonio Bibalo e quelle su Pier Antonio Quarantotti Gambini, oltre a quelle sui soliti noti triestini). E poi c'è la Trieste di Jan Morris di Trieste and the Meaning of Nowhere (in italiano si trova nel catalogo de Il Saggiatore). Tutto ciò rientra nel libro di Covacich. Il rischio di restrizione della visuale, quando si parla di Trieste, è sempre grande. Ma ecco allora che finiamo anche in Bosnia, seguendo lo scrittore febbricitante sulla pista di ricerche poetiche di Ivan Goran Kovačić (con la k, ed ecco la microvariazione consonantica che sostiene buona parte del movente di questo libro). Abbiamo l’impressione di uno scrittore che per guardare a sé preferisce prendersi da tergo, da lontano, e non tanto dalla generazione dei padri e delle madri, bensì da quella dei nonni (il libro si apre con un’immagine del padre bambino nella Trieste dell’aprile 1945). Si tratta di un dato non trascurabile se vogliamo provare a capire come si diventa ciò che si è oppure come si è ciò che siamo diventati. E il punto, in un libro inevitabilmente in bilico tra le due memorie, individuale e collettiva, sta anche qui, nel provare a capire quale dei due come prevale.

Covacich, autore di romanzi effettivi che hanno convinto molti, qui sembra porre qualche dubbio sulla tenuta della fiction, la quale comunque continua imperterrita là fuori la propria esistenza, tra narrazioni e storie nuove. Allo stesso tempo è consapevole di ogni passo falso che percorre la strada dell’autobiografia. Spostandosi con addosso una steadycam, denuda anche la preoccupazione e lo scrupolo che nascono quando si usa esplicitamente per scopi estetici frammenti della propria vita e della propria città, già ampiamente sfruttata e strizzata a livello editoriale e culturale. E allora che si fa? Succede che sorga il dubbio di aver letto un libro nato per necessità (e non è così frequente). Perché la vicenda della “città interiore” è quella di una microvariazione che scorre sul tessuto della lingua e delle lingue. Gli immaginari che interessavano e interessano tuttora l’autore, il discorso che preme non è cambiato, è solamente diventato più ingarbugliato e necessita di un tessuto nuovo che lo contenga, che si occupi della termoregolazione di un corpo che continua a muoversi. Allora, va da sé, non importa solo il cosa Covacich ha deciso di raccontare in questo testo così vicino all’autobiografia e alla saga familiare, ma il come l’ha fatto, riversando un universo di ricordi e differenze all'interno del mondo attuale che impressiona per come, pur in un contesto globale di disuguaglianze enormi, alla fine rischia di assomigliarsi sempre più dappertutto in un modo inquietante (ma quella che stiamo vivendo probabilmente è una fase breve). In questo straniamento, culturale e linguistico, abbiamo comunque iniziato a vivere e di ciò Covacich tenta, scrivendo questo non-romanzo, una misura, agendo anche attorno alle ellissi della narrazione dell’oblio in questo nuovo libro dedicato a Trieste (ma anche no) e a queste scorribande tra identità fluttuanti, non appartenenti e deterritorializzate.

martedì 8 maggio 2012

"L'arte contemporanea spiegata a tuo marito". Così Mauro Covacich ti parla delle altre mozzarelle in carrozza (quelle di De Domenicis)

In ambiente editoriale esiste ancora quel vecchio adagio che vede protagonisti i tre potenziali argomenti di vendita racchiusi nella copertina di ogni libro: il nome dell'autore, il titolo, il nome dell'editore. In alcuni casi il nome dell'autore prevale sul titolo e sull'editore (pensate a come vi aspettate una copertina di un John le Carré o di un Ken Follett, col nome dell'autore a caratteri cubitali), in altri l'autore è sconosciuto, allora sarà un titolo possibilmente accattivante ad attirare l'attenzione, in altri l'autore può essere ugualmente sconosciuto, ma se la gabbia grafica che ospita il tutto è una copertina Adelphi o Einaudi, allora il lettore medio è indotto a pensare di avere davanti un buon libro, che qualcun altro ha scelto per lui. Nel caso del libro di cui scrivo ora, L'arte contemporanea spiegata a tuo marito di Mauro Covacich (Laterza, pp. 120, euro 14) siamo forse un po' spiazzati. Il romanziere Mauro Covacich, conosciuto per libri fatti prima per Mondadori e poi Einaudi, approda a Laterza (a dire il vero con quest'editore ha pubblicato due interessanti libri per la collana Contromano, Trieste sottosopra e Storia di pazzi e di normali) con un libro godibilissimo dedicato a trenta tra i principali e più noti artisti contemporanei. Il titolo è furbamente capzioso, sembra studiato appositamente per il lavoro d'ufficio stampa delle case editrici e per approdare senza filtri sulle pagine redazionali dei femminili pronti a darne notizia. Da compilatore di M davanti alla casella  M/F dei questionari, forse avrei dovuto astenermi, ignorare il libro, invece ho voluto seguire Covacich in questo suo percorso tra trenta personalità (la maggior parte uomini) la cui opera equivale a trenta grosse "dita puntate" su qualcosa. L'arte contemporanea è spesso questo, un dito puntato. Insomma, del trio autore-titolo-editore, stavolta viene sacrificato il nome di Laterza. Bisognava giocare sul binomio autore-titolo ironico per impacchettare quell'attenzione che, a mio avviso, il libro meriterebbe comunque, a prescindere da questi ragionamenti. 

Covacich è un cultore attento della materia, sa separare il grano dal loglio, "le dita puntate" che gli artisti contemporanei sanno sa far scattare assieme alle loro opere (sempre più spesso dei veri e propri interrogativi), dalle azioni pazzesche di speculazione registrabili nel mercato dell'arte. Il suo punto di vista è informato ma sufficientemente vergine per poter ambire a inquadrare le opere sotto una lente con curvatura inedita. Se tanta parte dell'arte contemporanea è rimasta, ad un livello di percezione comune (per questa strada torniamo al titolo!), attaccata alla boutade "questo lo sapevo fare anch'io", come a sottolineare la disarmante semplicità e banalità di certe soluzioni degli artisti, leggendo Covacich sugli artisti contemporanei verrà più facile dire "questo a me non sarebbe mai venuto in mente" o, meglio, "questo lo poteva fare solo questo dato artista". In questa risposta implicita ho ravvisato il denominatore comune di queste agili trenta schede. Ad ogni artista Covacich riserva un'immagine significativa e una trattazione rapida, in media sulle tre pagine. Le chiuse di queste scorrevoli schede spesso ritornano sul titolo del libro, su quello che lei dovrebbe spiegare, dire, suggerire a lui per tentare di avvicinarlo a un mondo altrimenti impenetrabile, forse persino risibile e repellente.

Un libro così non può non partire dall'orinatoio-fontana di Marcel Duchamp, soffermarsi sul chiacchieratissimo Maurizio Cattelan (questo non lo dice Covacich ma lo penso da un po': nessuno di coloro che si scandalizzano per La nona ora o per i bambini-pupazzi appesi ha mai letto in quest'ultimo un chiaro rimando a Pinocchio? Come? Collodi sì e Cattelan no?), passare per autentiche mozzarelle (latticini) in carrozza di Gino De Dominicis, Jackson Pollock, Mark Rothko (forse una delle schede più belle, una pittura sicuramente sentita da Covacich), l'imprescindibile Andy Warhol, Joseph Beuys, i palloni gonfiati di Jeff Koons, Haruki Murakami, le vacche squartate o i teschi diamantati di Damien Hirst,  il blu brevettato di Yves Klein, l'altro imprescindibile ovvero l'enfant terrible Piero Manzoni (precursore di Koons?), Francis Bacon, Lucian Freud, la Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto (leggetela in parallelo a Ninfa moderna di Didi-Huberman), i concetti spaziali-vaginali di Lucio Fontana, le combustioni di Alberto Burri, Chris Burden, il fetore insopportabile delle ossa spolpate da Marina Abramović durante Balkan Baroque a La Biennale di Venezia del 1997, e poi Richard Long, gli alberi di Giuseppe Penone, Bruce Nauman, Bill Viola, Sophie Calle (artista cara all'autore, presente anche nei suoi romanzi), Anselm Kiefer, William Kentridge, Matthew Barney, Patricia Piccinini, quella Mona Hatoum che proiettò la propria gastroscopia per finire con l'iphone/tablet art di David Hockney (classe 1937). Impossibile qui approfondire ogni singola trattazione; è un libro che si legge con grande interesse. Possono comprarlo e leggerlo tranquillamente anche i mariti (e pure i ragazzi).

sabato 9 aprile 2011

Sul tatami con Alberto Olmos


Volo di linea Madrid Barajas-Tokyo Narita. Lei, Olga, la ragazza di 24 anni che in questo lungo racconto dice “io” senza esserne la protagonista, è diretta in Giappone per lavorare all’università. Ci racconta del suo rapporto con i viaggi in aereo, mezzo del quale apprezza le cinture di sicurezza perché non creano problemi al suo seno che ha dimensioni imponenti. Giusto il tempo di prendere confidenza con quella che sarà la postazione nella traversata intercontinentale e nota che l’anomalo passeggero al suo fianco ha già iniziato a fissarle il petto.

Inizia così Tatami (“libri piccoli” Voland, pag. 112, traduzione di Giona Tuccini), prima opera disponibile in italiano del trentaseienne autore spagnolo Alberto Olmos. L’aereo, con quella lieve sensazione di “non esistenza” che trasmette ai passeggeri (curioso come Olmos riprenda in parte certe considerazioni sul volo lette in A perdifiato di Mauro Covacich), sembra essere l’ambientazione perfetta per quello che ci accingiamo ad ascoltare assieme a Olga: la storia di un guardone.

Luis, il passeggero anomalo, non intende mollare l’osso. Fissa continuamente il seno di Olga finché il ghiaccio non si rompe. Comprendiamo subito che Luis è motivato a raccontare la sua storia fino in fondo e che Olga, nonostante la resistenza e il pudore mostrati, è curiosa, ascolta, inizia a fare domande e a riflettere quando le normali operazioni di servizio e le soste fisiologiche dentro l’aeromobile comportano qualche interruzione.

Il dialogo tra i due è irresistibile - Olmos ha talento - mentre il racconto della vita da guardone in Giappone, nazione dove Luis ha insegnato letteratura spagnola diversi anni prima, è il vero motore del libro. Luis è diretto, essenziale, lapidario. Racconta la sua esperienza voyeuristica con una giovane giapponese, dirimpettaia del suo appartamento. Durante il volo Olga conoscerà le linee salienti del pensiero di Luis sul rapporto tra uomo e donna, sull’eros e sulla sua deformazione sociale: Luis, questo curiosissimo filosofo che ad un certo punto definisce “marce” le parole, così lontane dalla purezza e dalla muta eccitazione intellettuale del voyeur, costringe la compagna di viaggio, con una supremazia tutt'altro che celata, ad un continuo gioco sospeso tra indignazione e curiosità, ritegno e desiderio di approfondire. Luis è  tutto teso a raccontare il suo "lavoro" di guardone, per il quale necessitava di una "costanza ciclopica". Ad un certo punto, colpendoci un po' tutti al cuore, arriva a postulare che "non esiste la stanchezza, esiste solo la demotivazione".

L'attenzione sui temi del voyeurismo qui racchiusa è molto graffiante e tra le altre cose credo che la realtà degli attuali mezzi di comunicazione elettronici debba riportare alla ribalta prepotentemente temi simili. Non è questo il momento per svilupparli, meglio lasciare la discussione ai commenti. Non credo sia facile parlarne, tantomeno con un racconto, brillante e senza sbavature. Alberto Olmos è credibile, per come ha pensato questa storia, per le ambientazioni, per i dialoghi tra Olga e Luis. Non era facile. Ecco un autore da seguire con attenzione.