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venerdì 27 giugno 2014

"Con fatica dire fame". Quindici anni della poesia di Giovanni Turra, stilista dell'usuale

Uscire a venticinque anni con un libro d'esordio che si può ricordare tra i migliori degli anni Novanta è un vantaggio? Non lo so. Non penso nemmeno si possa parlare di vantaggi e svantaggi e davvero non so se la domanda abbia fondamento. Però quando l'esordio riesce bene, si rischia sempre di fare la figura del giovane brillante poeta promettente che poi è presto dimenticato. So però che la poesia di Giovanni Turra (Mogliano Veneto, 1973), dopo quel Planimetrie uscito per Book Editore nel 1998, è approdata in situazioni di lettura e ascolto più diradate, anche se c'è stata la non trascurabile pubblicazione della silloge Condòmini e figure nel Nono quaderno italiano di Marcos y Marcos, nel 2007, con un'importante prefazione di Franco Buffoni. Turra ha poi forse perso il treno non imperdibile della poesia al tempo dei social network, il che non è necessariamente un male per un'arte così lenta e anche ha perso il treno-freccia senza direzione della presenza massiva in rete ai tempi dei "tori da testiera" (come sono stati definiti i commentatori di certi lit-blog). Ecco allora che dopo un inusuale iato di quindici (15) anni, appare per le edizioni La vita felice Con fatica dire fame (pp. 92, euro 13, con un risvolto di Stefano Raimondi), un libro che consiglierei di tener ben presente in tempi di classifiche e carotaggi e prelievi a campione che cercano di sondare e fotografare la poesia degli anni zero (zero come nome che è tutto un programma?). 

L'arco temporale che racchiude questi testi, unito all'evidente meticolosità versificatoria di Giovanni Turra, dà subito l'impressione di un lavoro mai pago e inesauribile (ecco la fatica, sin dal titolo), di un bagno in un bacino lacustre dello stile che s'attesta ad un livello che è metrico e prosodico attentissimo, controllato, adatto a liberare piccole scosse di un novenario, la forza del settenario o l'enigma di un trisillabico. Un testo finito è frutto della religione (o della stanchezza) ricordava Jorges Luis Borges, e con queste poesie verrebbe facile dire che siamo dalla parte della stanchezza, dopo quindici anni di lavorio incessante e limatura. Lavoro di lima, già, bell'espressione. Si pensa sempre al pezzo finito e mai alla polvere di ferro o legno dell'atto del limare, che qui in queste poesie sembra un'acuta presenza. Proverò, nel poco spazio che mi do, a dire perché in fondo questo libro, oggi finito e dato alle stampe, stia quasi più dalla parte della religione, nel senso di recupero di una sacralità del lavoro sulla parola e in fondo un atto di fede pieno nella tradizione poetica di una grande eredità versificatoria e di una lingua come quella italiana, un atto che mi pare a tratti abbia davvero dell'incredibile, e che pure è l'unico criterio discriminante per poter continuare a scrivere di poesia, a parlarne, a riconoscerla (e non perché ci siamo tutti risvegliati nel bosco sacro eliotiano dalla sera al mattino). E anche la critica delle varianti forse non ci interessa più; ci interessa di più la critica della limatura, ma come limatura prodotto di scarto che cade a terra sotto la morsa che trattiene il pezzo di realtà che ogni volta proviamo a salvare. Voglio dire che la tradizione lirica italiana in questo libro di Turra batte anche laddove si avvertono gli strappi, le sincopi, le disparità delle contrazioni dei versi, in un cerchio che quasi prova la sempre difficile impresa di saldare forma-stile-etica in un solo giro di parole, in un camminare rischioso e rasente al muro di un'afasia che sembra persino suggerita dalla ripetizione di "fa-" nel titolo Con fatica dire fame, un titolo che tra l'altro adopera la parola "dire" nel momento in cui ne ammette una quasi disumana fatica.

E la fame allora? In realtà, il riuscito titolo che illumina tutta l'opera appare come un jeu interdit su due parole, "fatica" e "fame" per l'appunto, che rimandano entrambe al "venir meno", alla "mancanza". E diventa così un dito puntato in ogni componimento. Che cosa è mancato improvvisamente in questa vita, in queste vite che Turra raduna nei testi di questi quindici anni? La fatica diventa una condizione perenne e ineliminabile? E qual è la fame di cui si parla? Bruto bisogno fisiologico, fantomatica fame di conoscenza o una fame ben più sconvolgente (di progettualità, direzione, finanche fame di senso) che sta venendo a mancare? Si tratta forse di una fame di catastrofe, nel senso di scioglimento completo dell'intreccio delle vite per capire come sono fatte dentro davvero, quasi una fame di apocalisse rivelatoria che dica cosa sta sotto le numerose superfici descritte in questa poesia. Questo è un libro davvero superficiale, nel senso di un libro che sta sulle superfici delle cose e dei gesti, quasi a volerne preservare un'allegoria continua corrente sottopelle. Il libro, che s'apre con un'epigrafe dal Faust di Goethe ("tanto quel che sai di meglio non puoi dirlo ai tuoi alunni"), quasi a voler ricordare una grande nostalgia per un rapporto maestro-allievo ormai irrimediabilmente perso o impraticabile, pare snodarsi dapprincipio attorno a un immediato, palese omaggio montaliano:

Il pensile orologio da parete,
il metallo brunito della scocca.
Con tatto d’entomologo ne sfili
com’altrettante ali le lancette:
un volo di lancette sul quadrante,
tutta la tua vita in un botto.
E s’accampano di getto,
come usciti dall’armadio,
i tuoi morti tutti e due.
A mezzo busto dentro una cornice,
in un giorno di sole.


Il richiamo a Forse un mattino andando in un'aria di vetro e ai versi "Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto / alberi case colli per l'inganno consueto." sembra più una spia tematica, una conformità di voleri, una primissima intonazione come i suoni curiosi prodotti da un'orchestra che accorda e prova gli strumenti prima di uno spettacolo, che un montalismo vero e proprio. I temi della prima sezione, "Superfici", sembrano stare in tanti titoli che si susseguono: Superfici appunto, l'occhiuta e riuscitissima Bricolage concepita osservando una giovane collega a scuola, Auto nuova, Mani, Il barbiere, Giardino Zen, Cannocchiale. I temi della raccolta, se così vogliamo chiamarli, fanno il loro esordio già da queste prime battute: i luoghi di una giornata, gli spazi abitati, persino una sorta di voyeurismo/scopofilia in realtà rivolti all'eros sparso nel mondo intero, alle superfici, che poi non è tanto lontano dall'essere la ragione "erotica" per cui forse esiste la poesia (sotto certi aspetti lo ricordava bene anche Zanzotto). La seconda parte del libro, "Quando siamo via", è un inno al gioco inanimato che fanno le cose in nostra assenza, gli spazi, tra il limone cimato e l'annuario del telefono. In una poesia, Lo sgombero, assistiamo al massimo di variazione nel minor spazio possibile, da Lo sgombero del titolo allo "sgombro" (senza "e") che chiude la poesia:

Riscuotiti al suono fesso
del citofono. Nell’avello
cieco dell’androne, penetrane
l’eco, l’arcano degli oscuri
allacciamenti. Afferra
il saliscendi della porta,
inverti il giro all’ultima
mandata. Fatti viva.


Altro è dire forte
e chiaro e senza voce
il nostro nome, nella nostra
casa vuota, occhio per occhio
a cominciare dal letto,
buca d’obice, voragine d’alte
mura, nell’attimo
finale dello sgombro.


Si procede, e non poteva essere diversamente, con Condòmini, dove lo spostamento d'accento indietro (o in avanti) ci porta continuamente a un gioco di pieni e vuoti che si rivolge agli spazi abitati e alle persone che li abitano: condòmini e condomìni. Turra, sin dalla silloge del Quaderno di Marcos y Marcos, sembra scegliere la lectio difficilior di una parola sdrucciola. "Il cadavere di Cook" è la sezione del cadavere dell'esploratore-poeta fatto in pezzi, vivisezionato e spartito tra gli isolani che rimangono, e si muove in una serie di testi che indugiano su singoli pezzi o situazioni, in feroci macro fotografiche o impietosi e lunghi piani-sequenza. La poesia che segue, da questa sezione, si intitola Denti:
 
I miei denti:
cresciuti me li diresti
in un pendio
– un dirupo di gladioli –
precipitevole tanto
quanto me
se mi vedi dal basso.


Minuscoli cippi, segnali
di confine, nel breve camposanto
della mia vita. 


Il massimo rigore e concentrazione a mio avviso si ravvisano nella bellissima sezione (sin dal titolo) "Manovre per l'addiaccio", dove l'anacoluto, l'iperbato, quel calco sospeso tra certe costruzioni della lingua latina e certi costrutti di frase anglosassone, come il "quando siamo per dormire", lasciano spazio a uno dei più bei componimenti della raccolta, in corsivo. Qui le alte gru nei quartieri sorti dai disgraziati piani urbanistici del Veneto assomigliano a delle giraffe sperse allo zoo.

La notte,
quando siamo per dormire,
noi si volge il capo ad est,
nel disordine sparso
dei nuovi quartieri.

Un’alberatura fitta di guglie,
alti pinnacoli, antenne
dove girano le gru.

E v’è stupore nel sangue,
ammirazione, quasi ci fosse vicino
il mare.


Credo sia in questo frangente del libro, in questa sezione, che la sonda della poesia di Turra prenda di petto il tempo della memoria, il paesaggio, lo sbattere e sbatacchiare delle imposte dello sguardo sul Veneto (Francesco Maino scriverebbe "veneto", con la minuscola), senza però quel livore inutile che rischia ormai solo di fregare molte altre generazioni a venire. Ed ecco il terremoto del Veneto orientale del 1976, il rapporto col padre, il fare la spesa ("Nessuna cosa nuova nei discount /  potè mai avere inizio") quando "ecco ti scoppia nel cervello / un lampo senza aloni", le leirisiane età d'uomo ("L’io che ero io a sedici anni / io dico: era, è stato. / E vide, crebbe, disse. / E tutto è dentro me, / dov’è uno spazio grande / apposta per il gioco."). Nella sezione conclusiva, quella che si intitola come il libro, compaiono gli animali, alci, animali allo zoo e animali da soma. E se Un tempo unisoni potrebbe ricordare la rilkiana pantera, Animali da soma è un testo che sorprende per l'impennata che prende e per come si conclude, in un finale dove la ricerca delle parole rare ("i ginocchi", la sella denominata "basto") non potrà essere scioccamente scambiata per ricerca di inutili preziosismi lessicali:

Parlano alemanno
un uomo in età e una giovane
donna, come dolendosi
liricamente
di qualcosa. Avrebbe potuto
essere questo il tono
e la posa, l’afflato
dei sodali amici di Gesù
ai piedi della croce.

Parlano i due
come da una grata.
Alternano velari
e gutturali
negli orecchi a un cavallo.

Ha la bocca sconciata dal morso
madido. Gli zoccoli son fessi
e mezzo aperti. Non nitrisce,
raglia. Gli si rompono i ginocchi
per la fatica del basto.


Mutatis mutandis, Bach oggi suonerebbe come i Sonic Youth? Chi lo sa. Forse ci proverebbe, abbracciando con amore tutta una tradizione di poesia che ci parlava di respiro, piede metrico, sguardo e che oggi prova ancora a carpirne la centralità, a metterla in opera, anche se al posto dello sguardo s'avvicendano sguardi distratti e muti, al posto del piede metrico ci sono piedi dall'aspetto sinistro "ingombranti e comatosi" e al posto del respiro, in questa epoca, sembra rimasta soltanto una "rauca ruggine del fiato". Turra ha sicuramente letto a lungo Philip Larkin, the master of the ordinary secondo la celebre definizione di Derek Walcott. A me però tornava in mente Nelo Risi che nel primo testo del suo Di certe cose del 1970 scriveva "Se occorre arte perché siano vere / le parole rare / forse più ne occorre / per essere stilisti dell'usuale". 

martedì 3 dicembre 2013

"Per restare fedeli". La poesia di Stefano Raimondi

Librobreve intervista #31

C'è l'impressione che Transeuropa si sia un po' persa per la via. Del resto i tempi sono difficili per ogni azienda, figuriamoci in editoria. Il fatto è che fino a poco tempo fa questa casa editrice di Massa dava l'idea di poter diventare un punto di riferimento per la poesia in Italia, capace di coprire con un bel progetto e un promettente catalogo quello spazietto che le due collane poetiche maggiori, di Mondadori e Einaudi, occupano più che altro per rendita di posizione, quasi svogliatamente, per heritage più che per reale convinzione o "missione". L'impressione che l'editore promettente abbia mostrato difficoltà, soprattutto nella distribuzione e nella promozione, rimanendo invece assai invitante nelle scelte editoriali, non è soltanto mia. Ovviamente, chiunque abbia a cuore la ricerca poetica spera che simili impressioni, giustificate però da difficoltà oggettive a reperire tanti titoli (è la personale esperienza), non siano del tutto vere e che si tratti solo di una fase, tra l'altro comune a tanti soggetti impegnati nell'editoria. Se le impressioni però fossero corrispondenti al vero, sarebbe un peccato perché alcuni titoli di questa casa editrice, transitati anche in questo blog, sono davvero tra i più validi degli ultimi anni ed il merito va probabilmente ascritto al comitato editoriale operante in seno alla casa editrice. Ed è anche il caso di Per restare fedeli (pp. 96, euro 9,90), il libro di Stefano Raimondi del quale colloquio nelle righe che seguono con l'autore, fresco di importanti riconoscimenti e prossimo alla finale del Premio "Città di Fabriano", che si terrà il prossimo sabato 7 dicembre.

LB: Fammi partire dal titolo, che poi è sempre un asse(t) fondamentale di un libro. Ci racconti dove nasce questo titolo intrigante?
RISPOSTA: Ogni titolo è davvero un calco riassuntivo della storie che nel libro vengono raccontate e lascia sempre quell'orizzonte d'attesa a sollecitare la curiosità e l'attenzione di chi ha scelto di seguirne il destino. “Per restare fedeli" è un verso del mio poema, è un passo che ritengo essere l'insieme di due parole fondamentali: “Restare” nonostante tutto e nonostante il tutto e “fedeli” che dice il gesto, l'intenzione di un rapporto, di una relazione. Questo è un libro di fedeltà e d'abbandono e proprio su questo “chiasmo”, che la scelta diventa ancora più radicale, importante. Per restare fedeli è un titolo nato per farsi capire e per farsi intendere. Qui inoltre c'è anche un riferimento alla fedeltà a se stessi e alle proprie scelte, perché solo da questo calco iniziale, si può incominciare a “restare fedeli” a chi saprà condividere con te una reale progettualità esistenziale e non solo.

LB: Nella tua nota ci sono pochi cenni sulla genesi di questo libro di poesia. Quale arco di scrittura prende quest'ultimo libro e quali le motivazioni più profonde (se si può parlare di "motivazioni" in poesia)?

RISPOSTA: Il testo è stato scritto più di dieci anni fa. Il suo inizio è databile intorno al 2001 e precisamente in seguito ai fatti sconvolgenti di Genova. Per restare fedeli nasce dunque proprio da un cortocircuito storico-emotivo che mi ha colto durante quegli anni. Un lungo rapporto amoroso finito e lo scoppio delle guerre e delle rivolte che ho sentito come il riverbero/riflesso della mia situazione interiore. Due guerre: una privata e l'altra storica/epocale. Gli eventi di Genova, la caduta delle torre gemelle e lo scoppio della guerra d'Iraq, sono stati qui i puntelli che hanno incardinato il mio sentire dentro una narrazione dialogica e bifronte. Le guerre e il loro continuo disamore e, di rimando, l'amore con la sua guerra e le sue morti, le sue uccisioni sono le vie sulle quali ho progettato la scrittura di questa raccolta. Da entrambi si esce per speranza e con la voglia di rimediare ai torti subiti, ai dolori patiti. Ma se nel primo caso è la fortuna a farci restare in vita, nel secondo caso è solo lo scambio autentico con la persona amata, a portare provviste per il “dopo”, o meglio, anche per il “dopo”. Le motivazioni interiori plasmano ogni cosa mentre sono le progettualità artistiche – le poetiche – a definire nell'opera il suo perimetro: lo spazio per l'affondo etico. Ogni parola in poesia pone l'attesa del vero.

LB: Torna la guerra protagonista e penso anche al tutto sommato recente Guerra di Franco Buffoni. Ma Buffoni non è l'unico. Ci racconti meglio che territorio occupa la guerra (le guerre) nella tua scrittura poetica?
RISPOSTA: La guerra è per me un racconto continuo. Le guerre sono anche le parole tolte alle narrazioni: parole tolte male. Ma proprio per il fatto di raccontarle si presume di esserne scampati, sopravvissuti. Per fortuna non ho mai vissuto una guerra reale e non me lo auguro proprio, ma ciò che mi rende vicino empaticamente ad una guerra svolta nel mio tempo, nella mia epoca è il dolore della fatica e della fame che mi vengono incontro per farsi interpretare/sentire. Non ci sono guerre lontane. La “guerra” dovunque essa sia ci riguarda sempre! Io sono della generazioni di chi ha avuto i genitori nati e cresciuti sotto le bombe della seconda guerra mondiale; genitori e conoscenti che hanno passato ore e giorni nei rifugi, scampando ai bombardamenti in una città (Milano) che, a differenza della campagna, diventò una vera trappola per topi. Nelle città la guerra - mi diceva mio padre - la sentivi sulla testa e tra un bombardamento e l'altro si pregava di essere risparmiati. Ma era soprattutto la miseria e la fame a mietere più vittime, a fare del proprio vivere un'elemosina. La raccolta delle provviste era un esporsi reale e pericoloso e poter mangiare qualcosa ogni giorno era un'ossessione/desiderio che deflagrava più che le bombe. I racconti fatti dai miei, sono stati una storia reale che ho assunto come verità e spavento: come vita. La guerra detta da loro è stata la guerra capita da me!
Ogni guerra fa stragi e porta a degli stravolgimenti che nessuno può prevedere e le soluzioni di sopravvivenza delle persone si fanno estreme e decisive, nelle vite messe a prestito in quel tempo. Ho ascoltato la storia della fame e delle fughe, facendomi l'idea di una città distrutta fino alle cantine. Nel mio libro ci sono molto riferimenti ai rifugi e alla paura del buio illuminato solo da una fioca lampadina (come l'immagine perfetta ed essenziale che compare sulla copertina del mio libro), che dondola sulle facce di tutti , tra la paura di chi stava seduto ad aspettare che i caccia bombardieri finivano di mordere il cielo. Questi racconti , questa memoria/esistenza si è sovrapposta/sovrimpressionata alle notizie che leggevo quotidianamente dai giornali durante la seconda guerra del Golfo e la cronaca si intrecciava anche alla mia solitaria e privata guerra interiore: storia con la “S” maiuscola insieme alla storia con la “s” minuscola . È stato davvero un cortocircuito questo poema, un autentico lavorio di sovrimpressioni.

LB: Il binomio poesia-storia sembra più forte che mai. Penso anche ad un altro libro uscito per Transeuropa come Il noto, il nuovo di Giovanna Frene. Ma ci sono tanti altri libri che negli ultimi tempi sono tornati a scontrarsi/confrontarsi con questo binomio, che poi rimanda direttamente alla poesia come "forma di storiografia possibile". In Italia ma anche fuori dall'Italia. Che cosa pensi a riguardo?
RISPOSTA: Il binomio poesia e storia è una condizione naturale della poesia stessa. La Storia è la macrostruttura delle storie (quelle di tutti) e in questa relazione continua, la parola poetica diventa sismografica, tracciante, percettiva. La poesia è fatta di esperienze e dove le vite vanno ad intrecciarsi con i giorni, le opere diventano una testimonianza evidente del proprio agire, del proprio volere. La Storia è un racconto e la poesia una sua cifra. Non penso che la poesia possa essere civile solo come “genere”. Ogni poesia è civile perché politica in quanto portatrice dell'evento persona. Il rapporto poesia e Storia è dunque una condizione dello scrivere e di chi usa le parole per “dire” la sua possibilità d'esistere.

LB: Il tuo libro mi sembra un interessante banco di prova e sperimentazione per i rapporti tra testo e paratesti e tra poesia e prosa poetica. Come ti sei mosso nella scrittura in merito a questi vertici di un ipotetico perimetro di scrittura?
RISPOSTA: Sì questa raccolta ha un banco di lavoro molto ampio e molto vissuto. Ho voluto infatti tenere aperti due registri: poesia e cronaca. Soprattutto nella sezione centrale di “Blog out”, si possono notare come i brani dei quotidiani, letti in quei giorni di battaglia, siano divenuti i versi proemiali che solitamente abitano la mia scrittura poetica e che graficamente sono sempre posti in alto a destra, scritti in un corpo minore rispetto al testo centrale. Sono brani che innescano una situazione e propongono un legame con il resto che accade nel corpo centrale della pagina. Sono rimandi ma anche reali “immagini” di realtà che dialogano per rarefazione. Li intendo anche come “microfilmati” che si propongono come avvio a qualcosa che deve accadere, una sorta di prima intuizione. Ho ritagliato e sottolineato pagine e pagine in quei giorni, archiviandole, selezionando poi i dettagli che maggiormente sentivo capaci di racchiuderne gli eventi, ma anche le singole inquadrature. Questo modo di procedere, questo “montaggio” filmico dei testi è per me essenziale. Mi piace infatti affermare che io “giro” poesie più che scriverle. Il lavoro del montaggio ha per me la stessa importanza che il lavoro della gettata creativa. Jean-Luc Godard è un maestro per me in poesia quanto Giuseppe Ungaretti o Paul Celan.
Per quanto riguarda invece la comparsa di inserti di prosa poetica anche questa modalità è frutto di una “fucina” arredata nel tempo. La prosa poetica aveva già avuto una sua piccola apparizione nella raccolta d'esordio La città dell'orto (Casagrande, 2002) e poi più estesamente in Il mare dietro l'autostrada (Lietocolle, 2005), fino a concretizzarsi realmente come progetto scritturale, nella raccolta Interni con finestre (La Vita Felice, 2009). E' stato dunque un lento apprendistato e un pacato modo d'ascoltare questa particolare “misura” che, nella brevità ha la sua forza e nel ritmo il suo tono e la sua sostanza. Ho sempre pensato di non essere in grado di scrivere un romanzo e gli incipit mi hanno sempre invece molto affascinato. Ma il mio fiato è corto ed ogni tentativo di proseguire oltre “l'inizio” ha sempre dato scarsi risultati. Dunque la misura della piccola prosa poetica è la distanza massima che posso percorrere e da qui il tentativo di “dire” - nella tensione del “togliere” più che dell'aggiungere - ha realizzato in me la strada per questa scrittura ibrida e sincopata. La poesia resta a fare da partitura ritmica là dove la necessità di narrazione si fa prepotente e necessaria.

LB: Per concludere vorrei chiederti se sta accadendo qualcosa di importante e significativo attorno a questa tua ultima uscita poetica. Grazie.
RISPOSTA: Non so cosa sia importante realmente per la poesia, se non il fatto emblematico della sua resistenza come linguaggio. Attorno poi alla mia ultima raccolta si sono mosse risposte e ritorni davvero interessanti e, non in ultimo, premiazioni che mi hanno rallegrato. Ho partecipato e vinto al premio Marazza e ora sono in finale al Fabriano, dopo essere stato tra i finalisti del Fogazzaro e del Maconi. Vedremo cosa mi riserverà ancora il 2013.
Comunque sia se qualcosa di importante deve accadere intorno a un nuovo libro di poesia è sempre la sua relazione/reazione con il mondo e con la gente che ti sceglie per passare con te del tempo: il suo tempo! Questo è per me una grande cosa: il tempo dedicato. Bisogna sempre essere Ospiti e Ospitali in poesia!

Milano 2 dicembre 2013


Ad uso dei forzati del copia-incolla delle note biobibliografiche, ricopio qui sotto una sempre utile nota relativa all'intervistato:

Stefano Raimondi (Milano, 1964) poeta e critico letterario, laureato in Filosofia (Università degli Studi di Milano). Sue poesie sono apparse nell’Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2006) e su Nuovi Argomenti (2000; 2004). Ha pubblicato Invernale (Lietocolle, 1999); Una lettura d’anni , in Poesia Contemporanea. Settimo quaderno italiano (Marcos y Marcos, 2001); La città dell’orto, (Casagrande, 2002 - Premio Sertoli Salis 2002); Il mare dietro l’autostrada (Lietocolle, 2005); Interni con finestre (La Vita Felice, 2009); Per restare fedeli (Transeuropa, 2013 – Premio Marazza 2013). È inoltre autore di saggi come: La ‘Frontiera’ di Vittorio Sereni. Una vicenda poetica (1935-1941), (Unicopli, 2000); Il male del reticolato. Lo sguardo estremo nella poesia di Vittorio Sereni e René Char, (CUEM, 2007); Portatori di silenzio, (Mimesis, 2012) e curatore dei seguenti volumi: Poesia @ Luoghi Esposizioni Connessioni, (CUEM, 2002) e [con Gabriele Scaramuzza] La parola in udienza. Paul Celan e George Steiner, (CUEM, 2008). È tra i fondatori della rivista di filosofia “Materiali di estetica”. Collabora a “PULP libri”, “Bookdetector”, “QuiLibri”, “Poesia” e tiene corsi sulla poesia in diverse associazioni culturali e strutture scolastiche. Curatore del ciclo d’incontri “Parole Urbane”. Svolge inoltre attività di consulenza editoriale, docenza presso la Libera Università dell'Autobiografia ed è tra i fondatori dell'Accademia del Silenzio.

sabato 30 marzo 2013

I "portatori di silenzio" di Stefano Raimondi e la collana dell'Accademia del silenzio

Storie di collane micro #8


Che le quotazioni del silenzio stiano salendo potrebbe risultare un'asserzione che fa sorridere. Eppure, in quest'epoca di chiasso frastornante, alternata sui ritmi dell'iperfrequentazione mediatica o della sua artata rarefazione, credo che saremo ricacciati a forza a esplorare il silenzio, se già non lo stiamo facendo senza accorgercene. Twitteremo silenzio? Qui non si tratta di rinverdire gli assiomi di Watzlawick sull'impossibilità di non comunicare o di riscoprire il valore comunicativo del silenzio. Non è di mancanza di comunicazione o di valore di comunicativo del silenzio che sto parlando (e tra l'altro siamo tutti consapevoli di quali difficoltà ponga oggi la parola "comunicazione"). In letteratura il suicidio di Celan del 1970 ha fatto fatto echeggiare una sorta di primato del silenzio (e Celan ritorna anche in questo bel libro di Stefano Raimondi, poeta, che qui scelgo per illustrare la collana "micro" di cui vi parlo stavolta). Prima ancora, filosoficamente, il silenzio aveva ricevuto da Wittgenstein e dal suo successo (quasi modaiolo a tratti, ci mancava solo il finale del Tractatus sull'incarto dei Baci Perugina ed eravamo fritti!) una spinta non trascurabile. Nella stessa arte contemporanea pensiamo ai silenzi di Rothko o Fontana o Giacometti. E per chiudere con la madre di tutto, la storia, soffermiamoci solo a quello che può essere stato il silenzio dopo il massimo rumore, cioè il silenzio post-atomico.

Il libro di Stefano Raimondi, da leggere anche ad incastro nel suo banco di scrittura poetica (ricordo Interni con finestre uscito per La Vita Felice, di cui trovate un assaggio significativo qui) si dipana attraverso pregni riferimenti a Celan, a Ungaretti, al ritiro/contrazione silenziosa dello Tzimtzum ebraico di Isaak Luria, Edmond Jabès, María Zambrano, Iosif Brodskij in un percorso a tappe/stazioni numerate. I riferimenti non spaventino, perché la prosa scorre, quasi come il silenzio stesso.  Il merito del libro di Raimondi è tutto nel problematizzare e mostrare quanto controverso e scivoloso sia questo tema. L'autore sembra donarci con questo libriccino qualcosa di propedeutico, un gesto preparatorio allo spazio creato dal silenzio e, in fondo, alla bella idea di questa stessa collana che lo ospita.

La collana si era aperta con Il silenzio di un altro poeta, Franco Loi, e annovera ora al suo interno i seguenti librini (tutti sotto i 5 euro): C'è silenzio e silenzio. Forme e significati del tacere di Giovanni Gasparini, Una luminosa quiete. La ricerca del silenzio nelle pratiche di meditazione di Giampiero Comolli, Pause. Sette oasi di sosta sull'orizzonte del silenzio di Nicoletta Polla-Mattiot e I sensi del silenzio. Quando la scrittura si fa dimora di Duccio Demetrio. Fa riferimento ad un'accademia, di cui qui potete trovare il sito internet. Scuola, laboratorio, occasione di incontro e confronto, vacanza dal rumore. 

Leggiamo che L’Accademia del silenzio che dà il nome alla collana è:
- un luogo dove incontrarsi per condividere esperienze di riflessione e creatività legate al silenzio;
- uno spazio didattico dove seguire corsi e seminari pratici per apprendere le potenzialità comunicative, ideative, relazionali, terapeutiche del silenzio;
- un gruppo di studiosi convinti che “fare silenzio” è un’arte, con delle regole che si possono imparare, trasmettere, condividere ed esercitare;
- una comunità virtuale e reale di persone impegnate a promuovere il valore, l’insegnamento e l’esperienza del silenzio.

Oltre agli autori citati, tra i promotori dell'Accademia ricordiamo, tra gli altri, Valentina D’Urso, Marco Ermentini, Emanuele Ferrari, Daniela Finocchi, Giorgio Ieranò, Emanuela Mancino, Francesco Marchioro, Giampaolo Nuvolati, Antonella Parigi, Luigi Perissinotto, Gian Piero Quaglino, Antonio Ria, Francesca Rigotti, Luigi Spina, Manuela Trinci. Stanno pensando ad un manifesto in parte già reperibile in coda ai libri della collana. Credo sia un progetto da seguire con curiosità e interesse.