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venerdì 27 luglio 2018

"In questa grande epoca" di Karl Kraus tradotto per la prima volta in italiano: mezzi di comunicazione, impoverimento dell'immaginario e frasi fatte

Leggere una grande guerra #29

Pronunciato per la prima volta nel novembre del 1914, a poche settimane dallo scoppio della Prima guerra mondiale, In questa grande epoca appare oggi come un testo di svolta di Karl Kraus, incastrato com'è tra due silenzi, il primo che seguiva la febbrile attività per quel raro (e pressoché unico) esempio di rivista davvero militante e esposta che fu "Fackel" e un secondo silenzio che prelude alla stesura e apparizione nel 1922 della sua opera più nota, Gli ultimi giorni dell'umanità. Il testo del discorso, ricco di quei giochi di parole che erano essenziali nella vita di uno scrittore così attento alle manifestazioni della lingua - e lo stesso titolo del discorso riprende l'epiteto "grande" con cui si era soliti riferirsi all'epoca in quegli anni - è proposto per la prima volta in italiano per la cura e traduzione di Irene Fantappiè all'interno della collana "Gli Anemoni" di Marsilio (testo tedesco a fronte, pp. 104, euro 12), una serie di opere curata da Annalisa Cosentino e Luigi Reitani. La modernità e grande tenuta di questo discorso si può leggere lungo direzioni plurime. È una voce pacifista in un contesto dove molti intellettuali, tra cui Thomas Mann, Robert Musil e Hugo von Hofmannsthal, si dedicavano a difendere le ragioni della guerra, in compagnia di altre voci che rivangavano posizioni neoromantiche per avallare la necessità del conflitto, rifugiandosi "nella frase fatta" con la quale qualsiasi giornalista può tradurre l'indicibile dell'apocalisse che sta imperversando. Inoltre, come evidenzia la curatrice nell'introduzione, la sua diventa una postura "esposta" a costo di passare per il carnefice in un'epoca contraddistinta dal paradigma vittimistico o, peggio, dal paradigma (ignavo?) di chi non sa prendere posizione e assiste in un modo assurdo, tra l'allucinato, l'impotente e il blaterante, agli eventi. Infine, lo scritto di Kraus costituisce soprattutto un affilatissimo, inedito attacco al mondo dei mezzi di comunicazione. Si situa proprio a questa altezza la bruciante necessità di questo discorso con cui Kraus torna a riprendere la parola, ad uscire da un silenzio, prima di sprofondare in un altro silenzio. Per la prima volta in queste pagine si porta a galla l'impoverimento di immaginario del quale i mezzi di comunicazione sono stati i principali responsabili, un inaridimento e desertificazione che, uniti a una capacità mai vista prima di fiaccare le sinapsi del pensiero, sono responsabili del carnaio che si inizia a intravedere proprio in quelle settimane nei chilometri di trincee d'Europa. In un punto si legge che questi mezzi di comunicazione
esagerano le condizioni del mondo dopo averle prodotte. Sarebbe già abbastanza terribile se la stampa fosse solo l’espressione di tali condizioni. Ma ne è la causa. Ha inventato e alimentato lo sterile passatempo dei "conflitti di nazionalità" per far prosperare inosservata gli affari del suo turpe intelletto; raggiunti i propri fini, si sbarazza del suo patriottismo in cambio di futuri guadagni.
Kraus colpisce e demolisce a parole quel mondo "giornalistico" che egli stesso, con tutt'altre prerogative, alimenta dalle pagine di "Fackel", la rivista da lui fondata, diretta e per buona parte alimentata in modo solitario, in un fecondo cortocircuito del giornalismo dell'epoca. Nella parte introduttiva del volume, che prevede anche qualche necessario appunto sulle sempre ardue traduzioni da Kraus, Fantappiè puntella così il proprio ragionamento di accompagnamento all'opera:
Le frasi fatte dei giornalisti distruggono la capacità di usare la lingua come strumento dell'immaginazione e quindi del pensiero. Standardizzando il modo in cui si parla nel mondo, i mezzi di comunicazione di massa precludono ai singoli individui un accesso vero alla complessità del reale. Questo ha permesso lo scatenarsi della guerra: l'umanità, ottusa dai refrain vuoti della stampa, non ha saputo immaginarla prima che accadesse; se l'avesse potuta immaginare, la guerra non sarebbe accaduta.
È il 19 novembre 1914 quando In dieser großen Zeit è pronunciato al Wiener Konzerthaus. È doveroso riportare qualche passaggio del discorso per continuare a dare la temperatura di pensiero-scrittura di Kraus:
Il progresso vive per mangiare, e a volte dimostra addirittura di poter morire per mangiare. Sopporta ogni pena al fine di essere felice. Volge il pathos verso le premesse. L’estrema affermazione del progresso ha decretato ormai da tempo che la domanda si regoli sull’offerta, che si mangi perché sia un altro a diventare sazio, e che il venditore ambulante interrompa persino i nostri pensieri offrendoci cose di cui non abbiamo alcun bisogno. Il progresso, sotto i cui piedi l’erba si mette a lutto e il bosco diventa carta da cui crescono fogli di giornale, ha subordinato la vita ai viveri, trasformando noi stessi nelle viti di ricambio dei nostri utensili. Il dente dell’epoca è cavo; poiché quando era sano giunse la mano che vive di otturazioni. Là dove si è spesa ogni forza per togliere ogni asperità alla vita, non rimane nulla che ancora necessiti di essere protetto. In quei luoghi l’individualità può vivere, ma non può più nascere. Potrà forse, coi suoi desideri nevrotici, far comparsa come ospite in zone dove, nel comfort e nella prosperità, circolano avanti e indietro automi privi di volto e di saluto.
Questo breve scritto finalmente proposto in italiano è una porta d'accesso per una lettura inedita e sconcertante di quel primo conflitto mondiale, così come poi sarà anche Gli ultimi giorni dell'umanità. Ma va appunto rilevata ancora una volta la datazione precoce di questo discorso rispetto all'inesauribile "tragedia" krausiana del 1922. La sua portata tracima e va ben oltre, dentro e fuori il secolo, arrivando a toccare delle invarianti di queste epoche, fino a sfiorare questi giorni che ci vedono indaffarati con drammi non dissimili. L'antinicciano Kraus ha fatto confluire in questa manciata di pagine un distillato del suo pensiero sulla contemporaneità, utile per leggere sia gli anni antecedenti al conflitto, la guerra stessa, la crisi economica, politica e morale tra le due guerre e infine il "mondo della comunicazione", così come siamo soliti chiamarlo anche da prima dell'avvento di Internet. Il suo prendere parola avviene affinché si eviti che il tacere possa essere travisato. "Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia!" scrive ad un certo punto. (Per chi volesse approfondire, andando a saggiare ulteriormente lingua e pensiero krausiani, il quotidiano "la Repubblica" ha pubblicato un ampio estratto che si può leggere anche qui.)

sabato 30 giugno 2018

La nuova edizione di "Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale" a cura di Andrea Cortellessa

Leggere una grande guerra #28


Segnaliamo la presenza della nuova edizione di Le notti chiare erano tutte un'alba. Antologia dei poeti italiani nella Prima guerra mondiale a cura di Andrea Cortellessa. Il nuovo volume, che segue, integra e arricchisce di molto quello uscito per Bruno Mondadori nel 1998, curato da un Cortellessa appena trentenne, vede la luce nell'ultimo anno del fantomatico "centenario" della Grande guerra. Lo pubblica Bompiani (pp. 800, euro 22) e ha l'aria di suggellare con qualcosa di utile, sensato e rinnovato un quinquennio che a tutti gli effetti si può invece considerare un'occasione di ripensamento e riflessione mancata, a tutti i livelli, incluso quello editoriale. E ben venga allora questo colpo di coda, che torna alla poesia sommersa e emersa da quella guerra. Ma non solo alla poesia scritta durante quella guerra. C'è (c'era già nella prima edizione) anche Zanzotto, che nel 1918 non era ancora nato e ci sono nuovi autori antologizzati che si lasciano alla sorpresa di chi avvicinerà il volume dal montaliano titolo (curioso che quella poesia di Valmorbia coincida sostanzialmente con quanto Montale dedicò a quel conflitto nei suoi versi). C'è soprattutto - e va detto in questa cornice di segnalazione - un'aggiunta corposa rispetto alla prima edizione del volume: lo schedario biobibliografico contenente tutte le notizie militari disponibili di ciascuno dei 67 autori qui ospitati. Questo apparato si configura oggi come attrezzo indispensabile, quasi un libro parallelo e potenzialmente autonomo, che rende diversa questa nuova edizione di un titolo che da troppo si faticava a trovare in commercio. 

L'impianto, che già vent'anni fa si palesava come sicuramente innovativo e funzionale, non invecchia affatto. Tiene infatti ancora bene quel susseguirsi dei capitoli-palinsesti dati dalla "guerra attesa", "guerra-festa", "guerra-cerimonia", "guerra-comunione", "guerra-percezione", "guerra-riflessione", "guerra lontana", "guerra-follia", "guerra-tragedia", "guerra-lutto", "guerra ricordata" e "guerra postuma" dove calare i testi dei poeti già antologizzati e di quelli nuovi, tra i quali troverete pure una grande sorpresa-trasgressione.

(Ricordo qui il post sulla precedente edizione del libro, con il quale tra l'altro era iniziata questa serie di post legata a libri sulla Prima guerra mondiale.)


Andrea Zanzotto, Rivolgersi agli ossari (da Il Galateo in Bosco, 1978)


Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l’infinitudine del desìo
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

E la radura ha accettato più d’un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio speciale. Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d’infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell’alba, dell’azione, in piena diana. E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quai gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
Buoni, ossari – tante morti fuori del qualitativo divario
onde si sale a sicurezze di cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All’asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto di sangue.
Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichìo di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell’incoercibile sanguinare
ed il verde e l’argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d’erbe e d’enzimi
erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s’inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un sì a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco. 

lunedì 12 marzo 2018

Cimitero di guerra: un testo da "Preparativi per la villeggiatura" di Remo Pagnanelli

Leggere una grande guerra #27


Lo scorso anno, in occasione del trentennale della morte e grazie anche alla pubblicazione Quasi un consuntivo (1975-1987) (Donzelli, pp. 160, euro 15, a cura di Daniela Marcheschi), si è riattivata qualche attenzione attorno all'opera del poeta e critico Remo Pagnanelli (Macerata, 6 maggio 1955 - Macerata, 22 novembre 1987). Nella sua breve vita interrotta dal suicidio, oltre ad alcune pubblicazioni che, tra altri editori, hanno riguardato Scheiwiller, Forum e Il lavoro editoriale, il marchigiano Pagnanelli ha incrociato il Veneto in un paio di occasioni, prima con Atelier d’inverno (Accademia Montelliana, 1985) e poi con il volume postumo Preparativi per la villeggiatura (Amadeus, 1988, con una nota di Giampiero Neri). In biblioteca mi è capitato in mano proprio quest'ultimo volume marrone, del quale riporto il testo seguente. Di Pagnanelli si trova ancora il volumetto Prime scene da manuale della collana "Ocra gialla" delle Edizioni Via del Vento di Pistoia, mentre il versante critico della sua scrittura è più difficilmente accessibile. Oltre agli studi su Vittorio Sereni, ha senso ricordare il volume pubblicato sempre postumo da Mursia nel 1991 e intitolato Studi critici. Poesia e poeti italiani del secondo Novecento con contributi su Bellezza, Bertolucci, D'Elia, Giudici, Mussapi, Penna, Sereni e Zanzotto. 

(Nell'edizione Amadeus del testo seguente, parole come "orto" o "uomo" sono effettivamente precedute dall'articolo indeterminativo con l'apostrofo.)


dentro un inizio di bosco curato più di un'orto il cimitero contiene novecento morti della prima guerra mondiale. Ci s'incappa per caso deviando dal sentiero segnato che conduce alla malga. Piccolo miracolo di perfezione giardiniera che un'uomo accudisce con ossessione. Uno di questi perimetri esagonali potrebbe essere il posto del riposo. Tutto sembra suggerirlo. Divisi da steccati trasparenti i sudditi austroungarici stanno agglomerati per etnie. Sono turchi, prigionieri russi, ebrei. Le date si riferiscono in massima parte al 1916. Scontri di retroguardia. Io e mio padre pronunciamo ridendo i nomi più strani (invariabilmente turchi), elogiamo la pulizia e la democraticità geometrica cercando qualche eccitazione di sussulto o fastidio. Col chiederci chi mai erano e il senso delle loro vite il gioco necrofilo su cui si regge la letteratura è ben avviato. Desidero una tomba di eguale essenzialità. Solo a queste altezze la povertà ha un suono sacro e sublime insieme. Non è del tutto vero se si pensa che qui la natura ha dispiegato con ostentazione erbe aromatiche, rivoli di fiori, resine profumate. L'inganno è più feroce della ridicola rimozione urbana. Qui agisce il mito del sonno dolce e progressivo, della giusta fine d'una bella biografia. Invece, la musica silenziosa è una riduzione della lingua, non il suo azzeramento. La morte sta nell'eliminazione d'ogni suono e residuo linguistico. Di conseguenza non sarebbero praticabili incontri con ombre, dèi, fate, cioè alcuna consolazione da scribi. Attraverso questa porta senza referenti si può dimenticare e essere dimenticati, non possedere né essere posseduti. Addio storia, addio natura. 

(cimitero di guerra)

mercoledì 28 febbraio 2018

Lionello Fiumi e i suoi "Chiaroscuri di guerra"

Leggere una grande guerra #26


Succede che sia una persona conosciuta tanti anni fa, Hideyuki Doi, di nazionalità giapponese e in Italia per motivi di studio e insegnamento, a parlarti per la prima volta di Lionello Fiumi (Rovereto 1894 - Verona 1973). Il la sono le sue raccolte di poesia dai titoli sdruccioli (Polline del 1914 che trovate quiMùssole del 1920). Succede poi che scopri che Fiumi è autore di una monografia su Corrado Govoni che ti interesserebbe almeno sfogliare (e lo si può fare sempre su archive.org, qui) o di un articolo sul poeta belga Émile Verhaeren che parimenti ti piacerebbe leggere. E succede infine che scopri che Scripta, editore di Verona, città di Fiumi - che però visse anche a Parigi dal 1925 al 1940-, abbia da poco pubblicato un volume dal titolo Chiaroscuri di guerra (pp. 96, euro 10, a cura di Agostino Contò) che raggruppa alcuni degli scritti di natura giornalistica pubblicati da Fiumi dopo l'entrata in guerra dell'Italia. Fiumi, nato nell'irredenta Rovereto e esonerato dalla leva, fu osservatore scrupoloso e inviato "stanziale" nella sua Verona. La città fu un punto d'osservazione interessante delle immediate retrovie del fronte, così come altre città del Veneto, prima e dopo lo spartiacque di Caporetto e del Piave. Qui avveniva l'ammassamento, qui frequenti transiti. Fiumi fu, tra altre cose, organizzatore di una curiosa biblioteca degli scrittori, grazie alla quale funzionavano i prestiti di libri per i soldati diretti al fronte.


Verona - Ospedale militare principale - Ingresso
Gli scritti radunati nel volume dell'editore veronese e curati da Agostino Contò rappresentano un punto di vista finora poco frequentato sui movimenti di quegli anni. L'operazione è possibile grazie all'attività gravitante sulla Biblioteca Civica di Verona e sul fondo Lionello Fiumi istituito nel 1976 per volontà della vedova dello scrittore, Beatrice Magnani (qui il rinvio al fondo con il bel catalogo, facilmente consultabile). Colpisce, ed è già evidente da questi scritti, la rete di contatti di Fiumi, nazionali e poi anche internazionali. Lionello Fiumi è autore e divulgatore, facilitatore e talvolta ponte, traduce molto, si prodiga per far conoscere i poeti italiani all'estero, fonda la sede francese della "Dante Alighieri", lui stesso compare in una antologia di poesia mondiale giapponese (Sisakù, Tokio 1936, unico italiano con D'Annunzio), mentre per Carabba cura assieme allo scrittore Kuni Matsuo il libro Poeti giapponesi d'oggi (quanta fatica oggi a ritrovare simili pubblicazioni!). Del 1934, tanto per dirne un'altra, è un sorprendente Supervielle, il poeta della relatività (e oggi di Jules Supervielle non si parla neanche più, mi pare). Gli scritti di area veronese dedicati al clima di guerra qui radunati rappresentano allora sia una specola inedita sugli anni del conflitto, sia un cancello d'entrata alla proteiforme carriera giornalistica e scrittoria che seguì. Tra le varie iniziative infatti, dopo la guerra, Fiumi fondò e diresse il "Gazzettino illustrato". Chiaramente qui il punto di vista è quello di chi alla guerra non partecipa, ma questo non toglie che anche questa visuale possa includere diversi barbagli di interesse. 

sabato 29 luglio 2017

"Guerra" di Ludwig Renn

Leggere una grande guerra #25
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).


L'Orma editore ovviamente non pubblica solo i libri di Annie Ernaux (ho espresso qualche discutibile perplessità su uno di questi intitolato Il posto, qui in caso), ma anche altri titoli che, secondo me, costituiscono letture più interessanti di quelle di Ernaux. Abbastanza fresco di stampa è ad esempio Guerra di Ludwig Renn (pp. 320, euro 18), riproposto nella traduzione dal tedesco di Paolo Monelli, che per primo, a un anno dall'uscita in lingua originale col titolo Krieg, lo tradusse per Fratelli Treves nel 1929 (il titolo allora prevedeva l'articolo ed era La guerra, rimando immediato per l'epoca a quella guerra che si era conclusa dieci anni prima). Il genere è quello controverso e difficile della memorialistica, la localizzazione è ancora una volta la più celebre e battuta, vale a dire il fronte franco-tedesco. La nota conclusiva del volume cerca di spiegare perché si sia scelto di riproporre una traduzione del 1929 e non di procedere a una nuova traduzione dell'opera. Al di là dell'evidente risparmio, di tempo e suppongo anche in termini meramente economici, c'è da dire che questa scelta rappresenta una precisa operazione di indirizzo: da un lato si propone Monelli assieme a Renn, cioè si compie un'azione che ha un certo sapore (soprattutto se si pensa a Le scarpe al sole. Cronaca di gaie e di tristi avventure di alpini di muli e di vino, libro di Monelli, titolo fra i più noti tra quanto uscito dall'esperienza italiana della Grande guerra); dall'altro lato si mostra un caso singolarissimo di traduzione rimasta giovane dopo quasi novant'anni e il fatto è strabiliante, perché tutti sanno che le traduzioni invecchiano presto. La lingua e il lessico che Monelli ha saputo ricreare non sono invecchiati anche grazie all'abilità che proveniva dalla sua professione di giornalista? O forse è anche il libro di partenza che ha reso possibile questo prodigio? Il libro è emblematicamente diviso in tre sezioni che rimandano ad altrettanti momenti topici e tipici dell'immaginario della Prima guerra mondiale, che ritroviamo in quasi ogni opera, letteraria o anche filmica, dalla guerra innescata: "L'avanzata", "La guerra di posizione" e "Lo sfacelo". Per chi cerca un libro di "fatti e percezioni", come ricordava Monelli stesso, "senza nemmeno il nesso causale fra le sensazioni annotate", questo è un titolo sulla Grande guerra da tenere in considerazione (non capita spesso in quest'arco di tempo fatidico e viziato del centenario).

mercoledì 1 marzo 2017

La presentazione del libro "Davanti a Trieste. Esperienze di un fante sul Carso" di Mario Puccini alla libreria Ubik di Trieste

Leggere una grande guerra #24
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).


Venerdì 3 marzo alle ore 18.00, presso la libreria Ubik di Trieste (Piazza della Borsa, 15) si terrà la presentazione del volume Davanti a Trieste. Esperienze di un fante sul Carso di Mario Puccini, da poco edito da Mursia per la cura di Tancredi Artico. Di seguito il comunicato stampa della presentazione. Ringrazio in particolar modo Daniela Madonna e Chiara Isidora Artico per questa segnalazione relativa all'opera di un autore di cui altre volte è capitato di scrivere su queste pagine. 

Mario Puccini torna a rivivere nella città che diede il titolo a una delle più rappresentative opere memorialistiche di guerra del Novecento, ovvero il suo libro Davanti a Trieste. Venerdì 3 marzo alle ore 18.00, presso la libreria Ubik di Trieste (Piazza della Borsa, 15), verrà infatti presentata l'edizione critica del volume, curata dal dott. Tancredi Artico ed edita per Mursia quasi un secolo dopo la sua composizione. Il progetto, che annovera la collaborazione della Regione Friuli Venezia Giulia e il patrocinio sia dell'UNESCO sia del Consiglio d'Europa, si pone come esito editoriale di uno dei progetti di ricerca intrapresi da IoDeposito Ong, realizzati con la collaborazione di docenti universitari, dottorandi e giovani ricercatori. La presentazione triestina rientra infatti nel nutrito programma della terza edizione di B#SIDE WAR, rassegna artistica e culturale impegnata nell'organizzazione di numerosi eventi nazionali e internazionali tra cui mostre d'arte, performing, installazioni artistiche, conferenze e pubblicazioni.
 
Autore prolifico, Mario Puccini (Senigallia, 1887 - Roma, 1957) rappresentò un riferimento importante per il panorama letterario nazionale compreso tra le due guerre, ma anche dei primi anni Cinquanta: collaboratore della «Voce», definito da Vasco Pratolini «uno dei maestri a cui la letteratura italiana deve rendere giustizia», combatté inoltre nella Prima guerra mondiale sul fronte carsico, attraversando tutto il Friuli Venezia Giulia. È proprio in questa esperienza umana che quella letteraria si fonde con quella bellica, dando vita ad uno straordinario trittico diaristico sulla Grande Guerra inaugurato da Dal Carso al Piave (1918), e proseguito con Davanti a Trieste (1919) e Come ho visto il Friuli (1919). 


Trieste, il molo
Davanti a Trieste è un ritratto fedele ed empatico dei giorni di guerra, attraverso il quale lo scrittore riporta alla luce anche quel sentire collettivo dei suoi commilitoni, che li porta ad agire percependo la realtà come fossero un unico organismo. Il sottotenente Puccini giunge dunque al cuore delle cose, rendendo omaggio agli uomini che, accanto a lui, hanno sacrificato la loro stessa vita con una valorosa e al contempo commovente semplicità di chi è convinto di fare solo il proprio dovere. La scrittura è nitida e incisiva, volta alla dimensione umana del conflitto, in una efficace modernità formale che evita qualsiasi baluardo di retorica (cifra stilistica dell'intera prosa pucciniana).  

Trieste, via del Pane
L'opera si configura pertanto come preziosa testimonianza storica, in una dimensione narrativa costruita con un disarmante equilibrio tra l'immediata crudezza della testimonianza documentaria da un lato e, dall'altro, la schiettezza di un'esperienza umana che fa della scrittura un mezzo di salvazione esule da tentazioni estetiche. La compassione genuina e pulsante dell'uomo di guerra si intreccia, allora, con una spiccata e attenta sensibilità verso la sperimentazione linguistica e letteraria, distaccandosi coraggiosamente dal monopolio dell'estetismo dannunziano contemporaneo. Fotografata dal curatore Tancredi Artico come «eccezionale testimonianza diretta della Grande Guerra, degna di opere come Guerra del ’15 di Stuparich e Giorni di guerra di Comisso», Davanti a Trieste traspone su carta, con vibrante maestria intellettuale, l'esperienza bellica di un combattente che è anche scrittore e dunque, proprio per questo, capace di regalare un documento così vivo ed espressivo.

 
Contatti

Link dell'evento
Infoline: www.iodeposito.org; www.bsidewar.org 
Direzione: info@iodeposito.org
Ufficio stampa: daniela.madonna@iodeposito.org

lunedì 24 ottobre 2016

Ernst Jünger e il "Diario di guerra 1914-1918" per Libreria Editrice Goriziana

Leggere una grande guerra #23
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).


Per la cura di Helmuth Kiesel e la traduzione di Francesca Sassi esce per LEG Libreria Editrice Goriziana Diario di guerra 1914-1918 di Ernst Jünger (pp. 642, euro 28). Per chi segue le pubblicazioni che si avvicendano in occasione del Centenario potrebbe essere questa una delle più attese. Per il resto, diciamolo pure, l'editoria in concomitanza delle ricorrenze comandate rischia di dare il peggio di sé, con rare eccezioni, come, nello specifico caso del Centenario della Grande Guerra, l'atteso Addio a tutto questo di Robert Graves appena proposto da Adelphi (traduzione di Annalisa Carena). Con riferimento alla produzione scritta legata al primo conflitto mondiale, c'è spesso una netta divisione tra diari, quindi pagine di taccuino vergate sul farsi delle cose e degli avvenimenti, e romanzi e memoriali, talvolta meditati e usciti a distanza di anni dalla fine della guerra. Le date di questo diario iniziano a susseguirsi dalla fine del 1914 e arrivano a coprire quasi l'intero arco temporale della guerra, concludendosi nella tarda estate del 1918. Naturalmente è anche questa ampiezza a rendere la pubblicazione di LEG interessante. Chi ha letto Nelle tempeste d'acciaio trova qui una prima camera magmatica nonché un doveroso invito a guardare con la giusta cautela i tentativi odierni di parlare in letteratura di una guerra "simbolica". La pubblicazione dei Diari di Jünger corona un percorso di completamento nella proposta dell'opera di questo autore morto a quasi 103 anni. Dal 2014 registriamo infatti anche la pubblicazione di La battaglia come esperienza interiore (Piano B, traduzione di Simone Buttazzi), Il tenente Sturm e Fuoco e sangue. Breve episodio di una grande battaglia (Guanda, entrambi nella versione di Alessandra Iadiccio).

martedì 23 agosto 2016

"Tre soldati" di John Dos Passos

Leggere una grande guerra #22
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Avvistamenti #3

 
Poche righe su libri che faremmo bene a tradurre o ritradurre (o che stanno finalmente arrivando). 


Si tratta di uno dei due romanzi giovanili che John Dos Passos (Chicago 1896 - Baltimora 1970) dedicò alla propria esperienza nella Prima guerra mondiale. Già abbiamo parlato dei suoi giorni sul fronte italiano, molti dei quali attorno al Monte Grappa, che ritroviamo anche nel suo diario L'allegra montagna di menzogne uscito per Gammarò e curato da Silvia Guslandi. Con One Man's Initiation del 1917, Three Soldiers pubblicato nel 1921 a New York dall'editore Doran (a lato la copertina della prima edizione) va a costituire un dittico importante di libri d'esordio di un narratore fondamentale del secolo scorso. Il libro racconta le vicende di tre soldati americani coinvolti nella preparazione in patria e in uno degli scenari principali della Prima guerra mondiale, il fronte francese. I tre sono Fuselli, commesso italo-americano di San Francisco, Chrisfield contadino dell’Indiana e il talentuoso Andrews, formatosi a Harvard, per tanti versi alter ego dell’autore. I tre rappresentano uno spaccato significativo dell’America bianca di allora nel momento in cui si affaccia la guerra nel ventre molle della neonata società di massa.

In Three Soldiers immaginari diversi vanno a scontrarsi nei congegni e negli ingranaggi della vita militare, nella burocrazia, nella noia e infine nelle menzogne e nel carnaio della guerra. Il congegno narrativo di Dos Passos si propone di sondare gli effetti disumanizzanti della macchina di guerra sulla paura, sull’istinto di ribellione e sull’individualità di ciascuno dei protagonisti, i quali vivono una sorta di triangolazione e danno vita a un inedito “romanzo triplice” in uno.


Nella realtà Three Soldiers, più che un romanzo della Grande Guerra, può essere il romanzo nato in seno a questa, una delle prime opere di narrativa che si è proposta di raccontare l’incontro/scontro tra America e Europa nel momento in cui una guerra europea si trasforma in guerra mondiale. I tre personaggi mostrano caratterizzazioni psicologiche assai distinte e marcate e concorrono a dar vita ad uno dei primi efficaci scandagli della solitudine dell’uomo moderno, qui colta nel momento peculiare di due mondi - America e Europa - che si avvicinano per la guerra. Di particolare interesse, oltre alla detta caratterizzazione psicologica e linguistica dei protagonisti, anche quella geografica del romanzo, nonché la comparsa di un immaginario cinematografico ormai maturo, caratteristica pressoché unica dell’opera.

Tre soldati è un romanzo di guerra che manca da troppo in italiano (scrisse a proposito F. Scott Fitzgerald, coetaneo di Dos Passos: “the first war book by an American which is worthy of serious notice”). Uscì nel 1967 in un’edizione di Gherardo Casini Editore (traduzione di Luigi Ballerini). La fatica del nostro poeta autore di Cefalonia fu curiosamente divisa in due volumi. Il titolo originale fu reso in piccolo in copertina con il ricorso all'articolo determinativo I tre soldati, mentre i titoli principali dei due volumi diventarono La lunga attesa e Il mondo cambia, segno forse di un'editoria che sulla mole di un volume ragionava in modo assai lontano da quella attuale. Diversa la fortuna dell'altro libro che Dos Passos dedicò a quella sua esperienza di guerra, One Man's Initiation, che conta addirittura due traduzioni italiane disponibili (per Gingko e Piano B edizioni).

martedì 28 giugno 2016

"La mano mozza" di Blaise Cendrars in una traduzione après Caproni

Leggere una grande guerra #21

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Chi ha già letto questo libro di Blaise Cendrars è probabile lo abbia fatto nella traduzione di Giorgio Caproni. Centenario o meno, è positivo che il titolo, uno dei pilastri della narrativa uscita dalla Prima guerra mondiale, apparso in Francia solo nel 1946, sia stato riproposto da Elliot nel 2014 in una nuova traduzione di Raphael Branchesi (pp. 271, euro 19,50), al principio del quinquennio del centenario. Positivo anche il fatto ci si sia confrontati con una "traduzione d'autore" antecedente e con la continua creazione linguistica dello scrittore di La Chaux-de-Fonds, cantone di Neuchâtel. Assieme a Le feu di Henri Barbusse (lo trovate in ben tre edizioni: Kaos, Castelvecchi e Elliot) e a La peur di Gabriel Chevallier (Adelphi), La main coupée compone un trittico abbastanza "facile" da menzionare ogniqualvolta ci si propone di affrontare il versante della narrativa francese venuta dalle trincee. Ma sono ovviamente trittici di comodo, visto che dovremmo almeno ricordare Céline o Drieu La Rochelle e potremmo, con qualche distinguo, aggiungerci i Souvenirs de guerre di Alain (che vi segnalo fra l'altro disponibili in questo file per tutti). Senza dire nulla della trama (il libro di Cendrars riporta l'esperienza del fronte e ne restituisce un quadro che si è ampiamente impresso nei lettori), notavo più che altro la distanza tra gli eventi narrati e il momento di uscita del libro. Anche la principale opera italiana di narrativa sulla Prima guerra mondiale, Un anno sull'altipiano di Lussu, così diversa nei moventi e nello stile rispetto alla tessitura linguistica ardita di Cendrars, non esce affatto a ridosso del quadriennio di guerra, ma molti anni dopo, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Con Cendrars siamo addirittura oltre, nel 1946, quindi in un anno in cui le macerie della seconda guerra fumavano ancora in tutta Europa. Che anche quest'autore di origini svizzere abbia portato a termine dopo molti anni quella che è diventata un'opera di riferimento su un dato tema a me ha dato da pensare, sia nei termini dell'evoluzione di una materia nella scrittura di un autore e sia, dal punto di vista eminentemente storico, del come si siano sovrapposte le due guerre nella mente di chi le ha vissute entrambe nella prima metà del secolo scorso, il quale, a bene vedere, fu sostanzialmente mezzo secolo di guerre europee.

domenica 1 maggio 2016

Ritorna disponibile "Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918" di Leo Spitzer

Leggere una grande guerra #20

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Ritorna finalmente a disposizione di chi voglia leggerlo uno dei testi più noti di Leo Spitzer, contributo fondamentale allo studio dell'italiano popolare nonché specula per addentrarsi nelle vite dei prigionieri della Prima guerra mondiale. Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918 è infatti nuovamente proposto grazie alla progettualità di una casa editrice come Il Saggiatore (pp. 482, euro 30). La precedente edizione era di Bollati Boringhieri. Sembra quasi impossibile, eppure se si guarda al catalogo e alla lungimiranza de Il Saggiatore è ancora sensato parlare di progettualità in editoria. Del linguista e filologo la casa editrice ha in catalogo altri due titoli, Piccolo Puxi e La lingua italiana del dialogo. Questo corpus di missive analizzato dal filologo romanzo, capitato nella posizione privilegiata di censore per il ministero della Guerra austro-ungarico, riveste ovviamente un duplice interesse, storico e linguistico. Come dice già il titolo, è la visuale del prigioniero che emerge qui, non quella del combattente che in altre lettere potremmo aver conosciuto. Questo è un dato ulteriormente significativo. La cosiddetta cultura popolare e quella lingua che si è palesata in essa - per la prima volta in modo così massiccio - trova qui un primo tentativo di sistemazione e studio approfondito. La nuova edizione de Il Saggiatore può interessare anche chi possiede la vecchia, perché le lettere sono qui completate coi nomi dei combattenti e presentano svariate correzioni. Uno studio linguistico capitale della prigionia dei campi, un quarto di secolo prima di un'altra serie impressionante di scritti sorti da altri campi di prigionia.

giovedì 31 dicembre 2015

"Globus. Per una teoria storico-universale dello spazio" di Franz Rosenzweig

Leggere una grande guerra #19

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).


Globus. Per una teoria storico-universale dello spazio di Franz Rosenzweig non è una novità editoriale, ma nessuno si formalizzerà per questo, visto che non ho mai impostato questo blog sulle novità editoriali soltanto. Uscì, non senza qualche refuso di troppo, nel 2007 per Marietti 1820 (pp. 176, traduzione di Stefania Carretti, a cura di Francesco Paolo Ciglia). Globus non è nemmeno un libro interamente dedicato alla Prima guerra mondiale, tuttavia il sottufficiale dell'esercito tedesco Franz Rosenzweig, impegnato sul fronte macedone ("Mazedonikus" era il suo nomignolo nella corrispondenza), attinse da quell'esperienza e da quei giorni per stendere queste note di storia geografica, geografia storica, storia universale dell'umanità, meditazione filosofica sulla storia e sulla spazialità geografica. Per un attimo ho pensato di usare la parola "geopolitica" nella precedente sequenza di etichette che tenta di definire per approssimazione l'opera, ma la geopolitica universale dell'autore de La stella della redenzione non va fraintesa con l'accezione e soprattutto con l'uso odierno del termine "geopolitica", perché rischierei di non restituire per intero gli immaginari plurimi e ondeggianti evocati dal pensatore e accolti nella sua prosa, i quali non sono soltanto legati al potere e al dominio di determinate aree geografiche nel corso dei vari secoli, alla loro separazione e differenziazione secondo confini, ma sono ancorati in ultima analisi pure a un pensiero di riunificazione escatologica. Il ragionamento larghissimo di Rosenzweig arriva a lambire la guerra in corso in quei mesi. Dalla corrispondenza riportata alla fine del volume ricaviamo che quasi tutto l'anno 1917 lo vede coinvolto a scrivere e riscrivere Globus, a ipotizzarne vari titoli, a mandare lettere a genitori ed amici e a cercare un editore. Il libro così prende avvio: "Il primo uomo che delimitò per sé e per i suoi un pezzo del suolo terrestre per farne una proprietà inaugurò la storia mondiale". I capitoli sono due: il primo si intitola proprio Ecumene, il secondo Thalatta. E sono proprio i bracci di terra e di mare a formare questo grande originalissimo abbraccio della storia mondiale, che si sofferma in particolar modo su Alessandro Magno, su Cesare e la fondamentale conquista della Gallia, sul papato, su Carlo V e sui grandi esploratori (Colombo, De Gama, Magellano e Cook). La prosa di Rosenzweig è sorprendente anche laddove mette a contrasto l'immaginario omerico del globo terracqueo con quello biblico (terra e mare occupano posizioni e valori opposti in questi due immaginari fondanti). E in tutta questa peculiare lettura delle vicende storiche e del continuo riformarsi e rimarginarsi di confini e flussi attraverso assi soprattutto longitudinali - la terra in fondo è più cilindrica che sferica, secondo il pensiero che emerge - arriviamo al punto che la Grande guerra in corso può essere meglio compresa come un conflitto per il dominio del continente africano. Avete letto bene: Rosenzweig collega la Grande guerra al problema della grande placca africana. Chi l'avrebbe mai detto? Noi leggiamo quel conflitto come guerra primariamente europea, che nel suo progressivo allargarsi tiene a battesimo l'ingresso e l'affacciarsi sulla scena mondiale della potenza americana. Eppure, da un punto di vista geografico e geopolitico (sì, diremmo proprio "geopolitico" oggi), l'ipotesi di Rosenzweig non è priva di molteplici ed echeggianti suggestioni. E soprattutto questa centralità africana oggi ci porta a nuove formulazioni e pensieri. Da ultimo si deve quantomeno accennare al fatto che l'attenzione di Rosenzweig per spazi terrestri e marittimi rimanda, quasi per calco, all'apparizione nella storia universale dell'uomo di un nuovo spazio che durante la Grande guerra si iniziò ad esplorare, diciamo pure in modo maldestro e non ancora evoluto. Mi riferisco naturalmente a quello spazio aereo (poi diventato più semplicemente spazio nelle missioni spaziali della Guerra fredda), che dai palloni dei fratelli Montgolfier ci porta diritti dentro le guerre di oggi, comprese quelle a distanza e televisive, di cui sappiamo o crediamo di sapere.


(Buon 2016 a tutti)

martedì 3 novembre 2015

da "Le poesie" di Georg Trakl

Una poesia da #55
Leggere una grande guerra #18 

Sulla spiaggia del Lido di Venezia, 1913
Stimato amico, abbiamo alle nostre spalle quattro settimane di marce faticosissime lungo tutta la Galizia. Da due giorni sostiamo in una cittadina della Galizia occidentale nel cuore di un dolce e ridente paesaggio collinare, e dopo tutti gli enormi avvenimenti dell'ultimo periodo ci concediamo finalmente un po' di pace. Domani o dopodomani riprenderemo a marciare. Sembra prepararsi un nuovo, immane massacro. Voglia il cielo esserci misericordioso questa volta! Cordiali saluti a Sua moglie e ai Suoi cari figli.  Suo devoto Georg Trakl

Queste parole, indirizzate all'amico Ludwig Von Ficker, partivano alla volta di Innsbruck verosimilmente dalla cittadina di Limanova, ai primi di ottobre del 1914. Circa un mese più tardi, il 3 novembre, nella notte di Cracovia, l'anticipatore delle catastrofi mondiali (nella lettera, fra l'altro, fa riferimento alla recente carneficina di Grodek, alla quale dedicò una delle sue poesie più note), da molti considerato il più grande poeta di lingua tedesca del Novecento, morì per un'overdose di cocaina. Nella sua cortissima Prefazione al volume di Garzanti intitolato Le poesie (pp. 336, euro 9, a cura di Vera degli Alberti e Eduard Innerkofler, con introduzione di Margherita Caput e Maria Carolina Foi, prima edizione del 1983), Claudio Magris notava che "L'avventura randagia della poesia, che scopre la verità della condizione umana, è irriducibile al programma politico, ma proprio in questa scissione risiede il suo valore politico, la violenta illuminazione con la quale essa mette in luce il nucleo della situazione storica, quell'antitesi fra il singolo e la società che costruisce già il mondo contemporaneo". Dal nucleo di testi relativi all'esperienza bellica estrapolo Im Osten. La lettera riportata in apertura e la foto di Trakl sulla spiaggia del Lido a Venezia un anno prima della morte si trovano in Gli ammutoliti. Lettere 1900-1914 (Quodlibet, 2006, pp. 240, euro 16,50, a cura e con un saggio di Clio Pizzingrilli).



SUL FRONTE ORIENTALE


Ai selvaggi organi della tempesta invernale
somiglia del popolo l'oscura collera,
la purpurea onda della battaglia,
di stelle sfondate.

Con cigli infranti, argentee braccia
fa cenno ai soldati morenti la notte.
Nell'ombra dell'autunnale frassino
sospirano gli spiriti degli abbattuti.


Sterpaglia spinosa cinge la città.
Da sanguinanti gradini discaccia la luna
le atterrite donne.
Selvaggi lupi irruppero attraverso la porta.


IM OSTEN


Den wilden Orgeln des Wintersturms
Gleicht des Volkes finstrer Zorn,
Die purpurne Woge der Schlacht,
Entlaubter Sterne.

Mit zerbochnen Brauen, silbernen Armen
Winkt sterbenden Soldaten die Nacht.
Im Schatten der herbstlichen Esche
Seufzen die Geister der Erschlagenen.

Dornige Wildnis umgürtet die Stadt.
Von blutenden Stufen jagt der Mond
Die erschrockenen Frauen.
Wilde Wölfe brachen durchs Tor.

mercoledì 28 ottobre 2015

Renato Serra tra le nuvole e la luna fresca

Leggere una grande guerra #17

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Non propriamente un libro sulla Grande Guerra è questo Tra le nuvole e la luna fresca che l'editore Nino Aragno dedica a Renato Serra (euro 12, a cura di Luigi Bonanate). Tuttavia si sa che la pallottola che colpì il direttore della Biblioteca Malatestiana in fronte, il 20 luglio di cent'anni fa sul monte Podgora, durante la Seconda battaglia dell'Isonzo, ha indissolubilmente legato il suo nome a quel conflitto per il quale aveva espresso il proprio peculiare favore. Se scorriamo l'indice del volume, capiamo comunque che si tratta anche di un libro utile per provare a leggere quella guerra. Vi troviamo l'approfondita prefazione di Bonanate, nella quale avviene anche una sommaria ricomposizione della vita del critico romagnolo, con qualche concessione ai dettagli (dal Serra sciupafemmine al patito del gioco d'azzardo), una ricognizione sulle opere e sulle tantissime lettere (Serra si muoveva poco da Cesena e la sua opera più affascinante resta forse l'epistolario), l'affastellarsi dei ricordi di amici e di Giuseppe De Robertis in particolare modo. Dopo la prefazione, il libro prende due strade. Una prima parte raggruppa le Lettere in pace e in guerra già pubblicate dallo stesso editore, il celebre Esame di coscienza di un letterato e il puntiforme Diario di trincea (6-20 luglio 1915); una seconda sezione è invece tutta dedicata a De Robertis, con gli scritti La realtà e la sua ombra, quella sorta di necrologio impossibile che fu Per la morte di Serra e infine Conversazione sulla vita e sulla morte. Una selezione di lettere di Serra è recentemente comparsa anche nella bella collana "Maestri" curata da Antonio Debenedetti per Elliot con il titolo Lettere dal fronte (pp. 96, euro 9,50, con una prefazione di Massimo Onofri). Su questa collana dovremmo prima o poi ritornare. Ma è bene tornare ogni tanto anche sul "mito Serra", dentro e fuori l'aria viziata e perniciosa del centenario. Ecco quindi due segnalazioni di libri, come due finestre aperte a salutare spiffero.

martedì 14 luglio 2015

Quinto Antonelli e la "Storia intima della grande guerra. Lettere, diari e memorie dei soldati dal fronte"

Leggere una grande guerra #16

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Quinto Antonelli è direttore dell'Archivio della scrittura popolare presso il Museo storico del Trentino. Ha collaborato a La Grande guerra, l’opera edita da Utet curata da Mario Isnenghi e Daniele Ceschin. Da tempo il suo interesse staziona sulle narrazioni autobiografiche. Questo libro intitolato Storia intima della grande guerra. Lettere, diari e memorie dei soldati dal fronte (Donzelli, pp. XVIII-320, euro 32, con allegato il dvd del film di Enrico Verra Scemi di guerra) restituisce, ancora una volta, quella che fu l'esplosione di scrittura che il conflitto fece deflagrare. Queste pagine riordinano un lavoro che prosegue da molto tempo e che finalmente trova la giusta collocazione all'interno di un catalogo di un editore rilevante a livello nazionale. Il titolo aggiunge l'aggettivo "intima" alla parola "storia" e se ne capiscono chiaramente le motivazioni: si crea così una provvisoria contrapposizione con la storia ufficiale, scritta dai vincitori o dai vinti, oppure con la storia dei bollettini, dei proclami. Non so se e a chi giovi questo frazionamento della storia in tante storie (intime, sociali, popolari, militari ecc.), ma si capisce quali sono i presupposti di una simile titolazione. Il libro in questione, unito al DVD del film di Verra, può essere impiegato a molti livelli, dalla lettura personale alla didattica. Naturalmente, in questi casi,  il pensiero ritorna anche agli studi di Leo Spitzer sulle lettere di prigionieri di guerra italiani. Chiudo con un'annotazione: oltre all'istituto trentino ricordato in apertura, su temi affini va senz'altro menzionato anche l'aretino "Archivio Diaristico Nazionale" di Pieve Santo Stefano, del quale segnalo questa recente iniziativa lanciata assieme a Finegil e L'Espresso.