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martedì 19 dicembre 2017

"Quel Carso felice" di Srečko Kosovel. Uno scritto di Michele Obit e la traduzione di tre poesie

Transalpina Editrice ha da poco pubblicato Quel Carso felice, una raccolta di 40 poesie del poeta sloveno Srečko Kosovel (Sesana, 18 marzo 1904 – Tomadio, 27 maggio 1926). Il volume è curato da Michele Obit, autore anche delle traduzioni. Di seguito potete leggere un suo breve saggio e tre poesie tradotte.

«Attraverso la finestra vedo la strada, una bella strada grigio argento, luccicante nel sole autunnale. Di fronte c’è un muro, dietro il muro un ciliegio, dietro il ciliegio un pergolato, dietro il pergolato un campo, dietro il campo una landa, dietro la landa dei pini, dietro i pini le colline.
Questo vedo attraverso la finestra. E sotto la finestra scorre la strada e per essa la vita. Silenziosa si riversa da chi lo sa quanti anni per queste valli, ancor prima ci fosse questa strada, ancor prima ci fosse questa finestra, ancor prima ci fosse questo uomo che osserva e pensa.»
Noi lo immaginiamo, Srečko Kosovel, mentre attraverso le sue lenti sottili si immerge in quel paesaggio che non è cambiato poi tanto da allora — sono passati quasi cent’anni —, solo la strada è oggi asfaltata, ma non mancano i muretti ed i ciliegi, e la vita contadina qui non si è ancora arresa allo strapotere delle industrie e dei centri commerciali. Qui è Tomaj, oggi poco più di trecento abitanti, sull’altopiano carsico sloveno, nel comune di Sežana. La casa dove Kosovel ha vissuto gli ultimi anni della sua troppo breve vita, e da cui osservava quel paesaggio così mirabilmente descritto, esiste ancora, ed è diventata una casa-museo che offre ai visitatori oggetti, libri e sensazioni di quella che è stata una vita breve e intensa, sofferta e poetica.
Srečko nasce il 18 marzo 1904 a Sežana, ultimo di cinque figli. Il padre, Anton, di origine contadina, è prima maestro e poi direttore della scuola elementare del paese. È appassionato di musica e dirige un coro. La madre, Katarina Stres, originaria di Sužid presso Kobarid (Caporetto), è stata dama di compagnia di una nobile famiglia triestina. Srečko è il più giovane di cinque figli, il beniamino della famiglia. Più del fratello Stano e delle sorelle Karmela, Anica e Antonija avverte, allo scoppio della Prima guerra mondiale, lo strappo da un'infanzia serena, vissuta in un ambiente armonioso e denso di attività culturali, anche all'interno della stessa famiglia Kosovel. Famiglia che nel frattempo si è trasferita a Tomaj.
Nel 1916 Srečko si iscrive alle scuole superiori di Lubiana, dove è costretto a vivere in misere condizioni, in austere camere d’ affitto condivise con i compagni dei corsi. Gli anni di Lubiana sono caratterizzati dall’intenso studio e da una vita ascetica, che però non gli precludono la partecipazione alla vita culturale della città. Ma sono anche, e forse soprattutto, gli anni in cui nell’animo del poeta trova forma quel sentimento che gli sloveni usano indicare con la parola hrepenenje, termine che si potrebbe tradurre con desidero, anelito, ansia, non fosse che contiene qualcosa di nostalgico, il rimpianto per ciò che non è accaduto e tanto meno accadrà. Questa è la brama che Kosovel prova per il suo Carso, per un paio di anni raggiunto solo durante le vacanze scolastiche, poi, conclusa la guerra, ancora più lontano: un confine lo separa dalla sua casa e dai familiari. Da una parte il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, riconosciuto dalla Conferenza di pace di Parigi nel 1919 (per Kosovel, come scrive in una lettera a Dragan Šanda, poeta e professore di francese, la condizione degli sloveni è quella di chi si sente «sotto i tacchi dello jugoslavismo»), dall’altra l’Italia fascista, che perquisisce l’abitazione familiare perché il padre non vuole iscriversi al partito.
Il Carso, comunque, resta la ‘casa’. Ha scritto mirabilmente Boris Pahor, raccontando un poeta da lui molto amato e consentendo a noi di avvicinarci alla sua prima fase poetica, quella impressionista, quella dedicata alla nostalgia dei momenti felici: «Non è affatto strano che il giovane, innamorato della sua terra, senta confondersi nel suo essere un mare di energia, oppure provi l'impulso di inginocchiarsi davanti all’infuocata solennità dell’altro solare, andando poi per il Carso come un re, pieno di nuova vitalità.».
Kosovel trasforma questa vitalità in poesia. Lo fa cogliendo, del paesaggio impressionista, di ciò che osserva dalla finestra della casa di Tomaj — quel paesaggio così diverso dalla grigia coltre nebbiosa e dalla severità dei palazzi austroungarici di Lubiana — soprattutto alcuni aspetti: l’influenza della bora, la presenza dei frutti che di stagione in stagione colorano i campi, il profumo dei pini, alberi che paiono sentinelle, mentre il poeta e la sua gente sono colti dal turbamento dovuto alla presenza di un'autorità straniera. Così in Pesem s Krasa (Canto dal Carso) cogliamo un aspetto, un piccolo quadro del paesaggio carsico: peculiari sono, per la zona di Tomaj, due boschi di pino, uno a sud e l'altro a sud-ovest del villaggio, che fanno da contrasto alla landa carsica che si estende tra essi. I pini, alberi scuri odoranti di resina, il poeta li assume come fossero parte di sé, e così facendo li anima. In Vas za bori (Il paese dietro ai pini) comincia ad insinuarsi un cambiamento, pur se tutt'altro che brusco, verso l' espressionismo, con l'uso di nuove metafore: le braccia degli alberi, il villaggio come un uccello, stretto nell’abbraccio dei pini. In Balada (Ballata) è descritta con versi brevissimi la tragedia dell’uccisione di una cesena, forse testimonianza di una sciagura di ben altre dimensioni di cui il poeta è di certo consapevole. E ancora in Premišljevanje (Riflessione) all’immagine del paese carsico silente si aggiunge la nostalgia per il focolare di casa, l’impossibilità di un veloce ritorno tra le mura domestiche. Fino ad arrivare a Pesem s Krasa (Canto carsico) dove solo la solitudine del poeta toglie per un attimo splendore ad un paesaggio nel quale è possibile non solo vivere, ma anche combattere ed essere giovane e sano.
(...)

Michele Obit


Tre poesie da Srečko Kosovel, Quel Carso felice, Transalpina Editrice.


Strada dei solitari


Appoggiato alla finestra osservo
i castagni dondolare lievemente,
un vento tenue vi è rimasto
impigliato, come un sogno inconsistente...

Ah, le nuvole così se ne sono andate
in uno sfavillio dorato, un lucore
e solo io qui son rimasto
in questo luogo senza rumore.

Come farfalle hanno volato,
vedo ancora delle ali il bianco luccichio,
sono rimasto solo, tutto solo.
Dove andare, qual proposito fare mio?


Cesta samotnih


Na oknu slonim in gledam
mehkó zibajoče se kostanje,
rahel veter se je ujel
vanje, rahel kot sanje...

Ah, odplavali so oblaki
v zlatem blestenju, v zlatem sijaju
in samo jaz sem tu ostal
v tihem tem kraju.

Kakor metulji odplavali so,
še vidim belo blestenje njih kril,
sam sem ostal, sam, čisto sam.
Kam in kod, kje mi je cilj?



Viaggio


Qui e là. Solo un breve viaggio.
L’albero, la torre. E la casa. Un monte. Un versante.
Come una fredda malinconia. Come sogni silenziosi.
Te ne vai. Un palpito stanco e pesante.

La stazione. Il ristorante. E le foglie
che dai castagni cadono sulla tavola imbandita.
E quella signora. Silenziosa e sola.
Lo sguardo. Le foglie brune. Un’impressione sbiadita.

Terra straniera: come l’autunno e la sconosciuta
tutta fuggevole, fredda. Qui da noi c’è tepore.
Le foglie svolazzanti. Verso le Caravanche.
Un tunnel: brilla il suo occhio nel tenue chiarore.


Potovanje


In tu in tam. Le bežno potovanje.
Drevo in stolp. In hiša. Gora. Hrib.
Kot žalost mrzla. Kakor tihe sanje.
Odhajaš. Truden in težak utrip.

Postaja. Restavracija. In listje
se siplje raz kostanje preko miz.
In tista dama. Tiha je in sama.
Pogled. Rjavo listje. Bežen vtis.

Tujina: kot jesen in kot neznanka
vsa bežna, mrzla. Tu pri nas topló.
Leteče listje. Proti Karavankam.
Tunel: v poltemi sije nje oko.



Alla stazione provinciale


Sull’ottone (rotelle dorate,
dentellate e lisce, tasti ossuti)
luccica il sole
come avesse gli occhi socchiusi.
Qui e là la rotella si solleva –
un accordo lontano si è desto,
l’impiegato scioglie il nastro –
ogni giorno la stessa chiamata...
Monotoni passi, chiusi nell’atmosfera
da ufficio – due binari vanno al mondo,
attraverso la finestra – la desolazione del Carso,
pini e ginepri, acacie, fiori selvatici –
quattro treni al giorno. – –
Un suono. Da sopra i pugni
ha sollevato le guance
destandosi dai mesti sogni.


Na provincialni postaji


Na medenini (zlata kolesca,
zobata in gladka, tipke koščene)
sonce blešči
kakor s polzaprtimi očmi.
Tu in tam vstane kolesce –
daljen akord se je zbudil,
uradnik odveže trak –
vsak dan enak poziv ...
Monotoni koraki, v pisarniški vzduh
zaprti – dva tira v svet,
skozi okna – puščava Krasa,
brinje in bori, akacije, divje rože –
štirje vlaki na dan. – –
Pozvonilo je. Iznad pesti
je dvignil lice
in vstal iz žalostnih sanj.


(traduzioni dallo sloveno di Michele Obit)

lunedì 14 marzo 2016

Tre poesie di Primož Čučnik nella traduzione di Michele Obit

 
Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.


Pubblico di seguito tre poesie di Primož Čučnik (Ljubljana, 1971) nella traduzione di Michele Obit. Li ringrazio entrambi. Sotto troverete una breve nota del traduttore.


I VECCHI MUOIONO PIÙ GIOVANI


Quale senso ha per te, quale per me
l’aria che respiro, e/o l’acqua che bevo,
e/o la lingua che parlo, e posso continuare?
Così camminavo nel bosco, dove spiccano la felce
ed i cespuglio di mirtilli, là avevi
camminato anche tu, un tempo, forse avrai fatto caso
alle stesse incisioni nel taglio dei tronchi, al muschio sul lato esatto.
A tutti coloro che incontravo ho proposto
di parlare la mia lingua; ma in realtà non ve n’erano molti,
sui marciapiedi rotti ho scorto solo dei rami.
Leggero e sottile ero, quasi una foglia, quasi un sentimento
annacquato, quasi un’antera sparpagliata,
un’altra natura. Senza un senso messo in mostra,
senza preavviso. Una scritta strana sulla tua fronte,
bolle di sapone dei sorrisi dalle labbra,
rastrelliere rotte e granai colmi di attrezzi da giocoliere,
li usavi abilmente. In questo traffico confuso
è meglio rimanere giovani, agli occhi degli altri
e nel proprio bosco incantato. Con occhi altrui,
in un’altra natura che a volte ti esclude,
poi prende un’altra direzione, quella dove ti decidi per queste due parole
in una stanza silenziosa, silenziosa sino a che non cominciano a parlare
e/o a suonare un violino vaporoso,
i sussulti di corde amare.
 

VARIAZIONI SU APORIE, STRADE E VOCI

più di uno, occorre
che le parli più di uno...
JACQUES DERRIDA

più di uno, occorre che le parli più di uno
ripeto, per questo servono più voci
ha piovuto tutto il giorno, il sole avanza ancora sulla facciata
quando lei dice: a voi va bene, voi potete saltare, ragazzi

ripeto, per questo servono più voci
come se fosse una prova generale, davanti ad una sala vuota
quando lei dice: a voi va bene, voi potete saltare, ragazzi
più a lungo di quanto è ragionevolmente concesso

come se fosse una prova generale, davanti ad una sala vuota
dio si preoccupa per le cure mediche urgenti
più a lungo di quanto è ragionevolmente concesso
non fraintendetemi, è sempre impenetrabile

dio si preoccupa per le cure mediche urgenti
quando il medico è ancora a metà strada, avvolto in una tormenta di neve
non fraintendetemi, è sempre impenetrabile
solo non essere come gli altri e sarai sempre in un deserto

quando il medico è ancora a metà strada, avvolto in una tormenta di neve
o quando oltrepassa la porta, la vede già guarita
solo non essere come gli altri e sarai sempre in un deserto
questo devi scriverlo, pur se non conviene

o quando oltrepassa la porta, la vede già guarita
qualcosa succede per la strada, per tutto il viaggio qualcuno pregava
questo devi scriverlo, pur se non conviene
devi essere stata tu a non chiudere la porta

qualcosa succede per la strada, per tutto il viaggio qualcuno pregava
anche quando facciamo ritorno, è spalancata
devi essere stata tu a non chiudere la porta
la solitudine è necessaria, non so a chi si potrebbe negarlo

anche quando facciamo ritorno, è spalancata
il caldo ronzava attraverso il lucernario
la solitudine è necessaria, non so a chi si potrebbe negarlo
anche se di questo non si parla e non ci si vanta

il caldo ronzava attraverso il lucernario
ti lascia continuamente, ma non se ne va da te
anche se di questo non si parla e non ci si vanta
davvero non vi è morte senza vita, e viceversa
 
ti lascia continuamente, ma non se ne va da te
più di uno, occorre che le parli più di uno
davvero non vi è morte senza vita, e viceversa
ha piovuto tutto il giorno, il sole avanza ancora sulla facciata
 

DUE FRAMMENTI


1


Nessuno ricordava nulla.
Orologi da taschino sulle bancarelle, forchette e coltelli usati,
cornici di poco valore, vetro e metallo...
tutta questa cianfrusaglia, sa.
Com’è vedersi nelle lenti di grandi occhiali
o almeno negli specchietti – specchio dimmi
chi in queste lande
ha comprato tutti i cucchiaini da te.

Per questo le cose più belle,
più vicine a ciò che ci circonda ed al mondo,
preferisco portarle in discarica che al mercato delle pulci.
Là forse qualcuno le prenderà
e sfrutterà meglio. Finalmente mi vedrò visibile.
Un paio di stelle nasceranno ed i lampioni.
Tutti, tranne quelli fulminati.
Instabile è la mia condizione.


2


Ma anche questo sarà come un magnete.
Le bancarelle stanno sotto gli ombrelli per via della pioggia.
Preferirei ascoltarmi che vedermi,
preferirei ascoltarmi ascoltato.
Così sussurrano i sussurri
del mondo sussurrante – sibili e  fruscii
più vicini a ciò che ci circonda.
Instabile è la nostra situazione.

Preferirei non badarvi.
In quel tu, che scrive,
diventare ciò che solo si dice.
Perché poi nessuno ricordava nulla.
Tutto era già stato. La cianfrusaglia sa come va con gli oggetti.
Gli oggetti sono qui per l’oggettività.
Per vedersi così come dico:
onda oppure vento – una esplode, l’altro affonda.








STARI LJUDJE UMIRAJO MLAJŠI


Kaj tebi pomeni to, kar meni pomeni
zrak, ki ga diham, in/ali voda, ki jo pijem,
in/ali jezik, ki ga govorim, in tako naprej?
Tako sem se sprehajal skozi gozd, kjer sta poganjala
praprot in borovničevo grmičje, tam si se
sprehajal tudi ti, nekoč, mogoče si opazoval
iste zareze na deblih zasek, mah v pravi smeri.
Vsakomur, ki sem ga srečal, sem predlagal,
naj govori moj jezik; pa jih v resnici ji bilo veliko,
na strtih pločnikih sem samo oplazil nekaj vej.
Bil sem lahek in tenak, skoraj list, skoraj razvodenelo
čustvo, skoraj razsuta prašnica,
drugačna narava. Brez izpostavljenega smisla,
brez svarila. Čuden tekst na tvojem čelu,
milni mehurčki nasmehov z ustnic,
podrti kozolci in kašče, polne žonglerskih rekvizitov,
tvoja spretnost. V tem zmedenem prometu
je bolje ostati mlad, v očeh drugih
in v svojem začaranem gozdu. Z očmi drugih,
v drugačni naravi, ki ti včasih pusti zraven,
potem pa steče v drugo smer, kjer se odločiš za teh par besed
v tihi sobi, ki je tiha, dokler ne spregovorijo
in/ali zaigrajo na izparelo violino,
trzaje grenkih strun. 



VARIACIJA NA APORIJE, POTI IN GLASOVE
več kot eden, nujno je,
da jih govori več kot eden ...
JACQUES DERRIDA

več kot eden, nujno je, da jih govori več kot eden
ponavljam, za to je potrebnih več glasov
ves dan dežuje, sonce se šele prebija na fasadi
ko ona pravi: vam je dobro, ker lahko skačete, fantje
 
ponavljam, za to je potrebnih več glasov
kot da bi šlo za generalko, pred prazno dvorano
ko ona pravi: vam je dobro, ker lahko skačete, fantje
dlje od tistega, kar je razumno dovoljeno
 
kot da bi šlo za generalko, pred prazno dvorano
bog poskrbi za nujno zdravniško oskrbo
dlje od tistega, kar je razumno dovoljeno
ne razumite me narobe, še vedno je skrivnosten
 
bog poskrbi za nujno zdravniško oskrbo
ko je zdravnik šele na pol poti, zavit v snežni metež
ne razumite me narobe, še vedno je skrivnosten
samo ne bodi tak kot drugi in povsod boš v puščavi
 
ko je zdravnik šele na pol poti, zavit v snežni metež
ali ko stopi skozi vrata, jo zagleda že ozdravljeno
samo ne bodi tak kot drugi in povsod boš v puščavi
to moraš zapisati, čeprav je neustrezno
 
ali ko stopi skozi vrata, jo zagleda že ozdravljeno
nekaj se zgodi na poti, vso pot je nekdo molil
to moraš zapisati, čeprav je neustrezno
najbrž si ti pustila nezaprta vrata
 
nekaj se zgodi na poti, vso pot je nekdo molil
tudi ko se vrnemo, je na stežaj odprto
najbrž si ti pustila nezaprta vrata
samota je potrebna, ne vem, čemu bi to tajili
 
tudi ko se vrnemo, je na stežaj odprto
toplota je bučala skozi strešno okno
samota je potrebna, ne vem, čemu bi to tajili
čeprav se tega ne omenja in ne hvali
 
toplota je bučala skozi strešno okno
nenehno te zapušča, ne da bi odšla od tebe
čeprav se tega ne omenja in ne hvali
zares ni smrti brez življenja in narobe
 
nenehno te zapušča, ne da bi odšla od tebe
več kot eden, nujno je, da jih govori več kot eden
zares ni smrti brez življenja in narobe
ves dan dežuje, sonce se šele prebija na fasadi
 

 
DVA FRAGMENTA



1


Nihče se ni ničesar spomnil.
Žepne ure na stojnicah, stare vilice in noži,
malovredni okvirji, steklenina in kovina ...
vsa ta krama, ve.
Kako se je videti v večjih špeglih
ali vsaj v ogledalcih – ogledalcih povej,
kdo je v tej deželi
kupil vse čajne žličke in žličice.
 
Zato bom najlepše reči
bližnje okolice in sveta,
raje odnesel v smeti kot na bolšjaka.
Od tam jih bo mogoče kdo pobral
in unovčil bolje. Končno se bom videl videnega.
Par zvezd bo vzšlo in ulične svetilke.
Vse, razen pregorelih.
Nestabilna je moja kondicija.
 
 
2

 
Ampak tudi to bo kot magnet.
Stojnice so pod dežniki zaradi dežja.
Raje bi se slišal kot videl,
raje bi se slišal slišanega.
Tako šumijo šumi
šumečega sveta – sičniki in šumniki
bližnje okolice.
Nestabilna je naša situacija.
 
Najraje pa bi se preslišal.
V tistem ti, ki piše,
postati, kar se samo govori.
Saj se ni nihče ničesar spomnil.
Vse je že bilo. Krama ve, kako in kaj s stvarmi. 
Stvari so tu zaradi stvarnosti.
Da bi se uzrl takšnega kot pravim:
val ali veter – ta raznese, tisti potopi.



Una nota di Michele Obit

Queste tre poesie sono tratte da ‘Trilogija’, raccolta poetica di Primož Cučnik pubblicata nel 2015 dalla casa editrice Lud Literatura di Lubiana che raccoglie i versi di tre libri precedentemente editi: Nova okna (Nuove finestre) del 2005, Delo in dom (Casa e lavoro) del 2007 e Kot dar (Come un dono) del 2010.
Primož Čučnik è nato nel 1971 a Lubiana, dove si è laureato in filosofia e sociologia della cultura. La sua prima raccolta Dve zimi nel 1999 ha ottenuto il premio come miglior libro esordiente in Slovenia. I suoi successivi libri sono stati: Ritem v rokah (2002), Oda na manhatanski aveniji (2003, assieme a Gregor Podlogar e Žiga Kariž), Akordi (2004), Nova okna (2005), Sekira v medu (2006) e Delo in dom (2007). A Cracovia, presso la casa editrice Zielona sowa, nel 2002 è uscita una sua miscellanea intitolata Zapach herbaty. Sue poesie sono state pubblicate nell’antologia A Fine Line: New Poetry from Eastern & Central Europe. Traduce dal polacco e dall’inglese. Scrive in oltre critiche letterarie e saggi ed è redattore della rivista Literatura nonché fondatore e redattore della casa editrice di tascabili Šerpa.

domenica 13 ottobre 2013

Gregor Podlogar e una poesia da "Loro tornano la sera", sette poeti sloveni tradotti da Michele Obit

Una poesia da #25


Recentemente ho partecipato ad un laboratorio di traduzione poetica dall'italiano e dallo sloveno a Pordenonelegge. Eravamo tre italiani e tre sloveni guidati da Michele Obit e Marco Fazzini. Non conosco lo sloveno e due dei tre sloveni non conoscevano l'italiano. Si usava l'inglese (o l'italiano) come lingua di scambio e si lavorava sulla traduzione "grezza" in italiano e in sloveno fornita da Michele Obit. Una procedura strana ma forse non così infrequente. L'esperienza del laboratorio è stata faticosa e curiosa ad un tempo. Due ore a porte chiuse a lavorare a coppie, su due testi brevi ciascuno. Poi l'apertura delle porte e l'incontro con il pubblico (pensavo meno persone presenziassero all'incontro dopo un laboratorio del genere, ma a Pordenone succedono fortunatamente cose strane per la poesia, che però non sono improvvisate, bensì frutto di anni di costante "semina" e cura). A me è capitato di lavorare assieme a Gregor Podlogar. Nel libro che Michele Obit mi ha regalato alla fine della giornata ho ritrovato altre poesie di Gregor che mi sono piaciute e mi hanno ricordato alcuni aspetti dei testi sui quali avevamo lavorato a Pordenone (l'andamento franto della scrittura, le molte domande, la presenza stellare di Lubiana, l'insistenza su un interlocutore che appare lontano, un interrogativo apparentemente bizzarro eppure decisivo nel fazzoletto di spazio della poesia). Se riuscite a trovare il libro e vi interessa cosa si scrive di là del confine orientale scoprirete in questo volume anche altri sei poeti sloveni. Il libro si intitola Loro tornano la sera. Sette autori della giovane poesia slovena (cura e traduzione di Michele Obit, Prefazione di Miran Košuta, ZTT – Editoriale Stampa Triestina, 2011). Assieme a Podlogar potete trovare qui Jure Jakob, Karlo Hmeljak, Lucija Stupica, Miklavž Komelj, Primož Čučnik e Stanka Hrastelj. Di Podlogar ho scelto la poesia E-pošta. Un suo profilo e un insieme più cospicuo di testi si può leggere qui mentre qui trovate una selezione dagli altri poeti sloveni scelti per il florilegio curato da Michele Obit.




Posta elettronica


Forse ti avevo già scritto.
Mi è sempre più difficile separare
in                     tanto
cosa sogno cosa scrivo
cosa pensavo di fare
cosa ho fatto a che livello
qualcosa accade ed ora il disco
con la foto di David Oistrach in copertina
            sta saltando.
C'è qualcosa di urgente? Cosa c'è di nuovo?
Non credo ci sia davvero qualcosa.
Ho buttato via (strada facendo) i giornali
            lo scomparto della storia è chiuso.
                        Lubiana
                        splende il sole.
                        Ti ricordi
fresco sulla bicicletta nella neve sta l'uomo
                        da giovane.
Qui Malevič è il migliore.
Anche Joe Wenderoth
            che sto leggendo adesso
brontola soddisfatto
                                    ed è in Wendy's.
Musica. Musica. Silenzio. Musica.
Qui è lo spazio                         interpreto
qui il rumore                                     rumore
il pianoforte preparato
                        il sonaglietto sullo sfondo
La voce di Raudive sulle voci dei morti
penetra di soppiatto attraverso gli altoparlanti in
                                                            questo mondo.
Di nuovo sono in ritardo meglio che smetta.
Dovunque sarò ancora fino a lunedì
poi avrò molto da fare
                        non dimenticare
invia il numero GSM di Mustar
                        ma non del fumettista
rumeno che non è rumeno
ehi salutami Cǎrtǎrescu.
            Tutti mi prendono in giro.
A volte l'amore spegne.
Fine dell'amore
                        fine del film.
E non che ci sia qualcosa di sbagliato.
Non metto i punti interrogativi
            perché non li trovo.
Però si capisce, non è vero.
Non ci sono altri piccioni in città.
E devo vedere questo film
Il cellulare segna le 12:47
probabilmente invece sono
                                                le 12:20.
E Lubiana splende nel sole.
E la gente qui dipende dalla gente
            dal tempo
                        e dalla luce
            che oggi mangio a colazione.

(traduzione di Michele Obit)


E-pošta

Mogoče sem ti že pisal.
Čedalje težje ločujem
med           tem
kaj sanjam kaj pišem
kaj sem mislil storiti
kaj sem storil na kateri ravni
se kaj dogaja in zdaj plošča
s fotko Davida Oistracha na naslovnici
            preskakuje.
Je kaj nujnega? Kaj je novega?
Ne mislim da je res kaj.
Časopise sem (spotoma) zavrgel
        predal zgodovine je zaprt.
             Ljubljana
             sije sonce.
             Se spomniš
frišen na biciklu v snegu je človek
                  ko je mlad.
Tukaj je Malevič najboljši.
Tudi Joe Wenderoth
        ki ga zdaj berem
zadovoljno brunda
                              in je v Wendy's.
Glasba. Glasba. Tišina. Glasba.
Tukaj je prostor     razlagam
tukaj hrup              hrup
prepariran klavir
                            ropotuljica v ozadju
Raudivejev glas o glasovih mrtvih
se tihotapi skozi zvočnike na
                                                  ta svet.
Spet sem pozen  bolje bo      da neham.
Kjer koli sem še do ponedeljka
potem imam veliko dela
                     ne pozabi
pošlji Mustarjevo številko GSM-a
Romuna ki ni Romun
ej   pa pozdravi Cǎrtǎrescuja.
         Cel svet me zabava.
Včasih ljubezen ugasne.
Konec ljubezni
                         konec filma.
In s tem ni nič narobe.
Ne postavljam vprašajev
      ker jih ne najdem.
Ampak se razume kajne.
Ni drugih golobov v mestu.
In ta film moram videt
moja ura na mobiju kaže že  12:47
verjetno pa je
                                             12:20.
In Ljubljana sije v soncu.
In ljudje so tukaj odvisni od ljudi
    vremena
                   in svetlobe
       ki jo danes jem za zajtrk.