Visualizzazione post con etichetta Alberto Lecaldano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alberto Lecaldano. Mostra tutti i post

lunedì 23 gennaio 2012

"Tentativo di esaurimento di un luogo parigino." La spossatezza di Georges Perec

Tentative d'épuisement d'un lieu parisien. Ecco Georges Perec in questo brevissimo libro proposto da Voland a trent'anni dalla morte dell'autore (pp. 64, euro 12, a cura di Alberto Lecaldano). Mi ha incuriosito quella parola "épuisement", come è stata tradotta in italiano, non solo dall'editore Voland, ma anche da altri. In effetti quella parola sta per esaurimento, ma anche per spossatezza. E sono questi concetti pertinenti alle quattro giornate trascorse da Perec, ora seduto a tavolini di bar ora su pachine in place Saint-Sulpice, disposto a spossare lo sguardo e a registrare per quattro giorni dell'Ottobre 1972 qualsiasi dettaglio captato dai propri movimenti oculari. (Un esercizio di scrittura che potremmo provare a fare tutti, avendo il tempo e la possibilità, un accumulo di dettagli e memoria che può ricordare anche quel personaggio di Borges, Ireneo Funes, "condannato" a non dimenticare nulla.)

Ma la realtà, la realtà-finzione di un luogo qualsiasi si può esaurire così? Non credo. Perec stesso adopera la parola "tentativo" nel suo titolo. Trovo sempre imbarazzanti, in un certo qual modo, queste descrizioni, questi accumuli, queste accanite restrizioni di visuale. Anche se, per contro, questo scorrere del tempo colto in dettagli, questo indugiare da macchina da presa, diventa, in maniera analoga a qualcosa che sembra stia accadendo nella fisica, un ridimensionamento della variabile tempo, una sua perdita di rilevanza. Naturalmente questa (progressiva?) esclusione di una variabile temporale è qualcosa che va tremendamente contro il senso comune (gli stessi riferimenti di Perec all'orologio sono qui tanti e continui). Ed è interessantissimo allora che questo scorrere di tempo aggrappato a uno sguardo che registra cose che nessuno solitamente nota, diventi il tentativo di "esaurire un luogo". Sembra quasi che Perec s'avvii a salutare quello che sarà lo spatial turn nei medoti di avvicinamento alla letteratura di oggi (spatial turn che tra l'altro è abbastanza attuale anche negli studi storici, studi del tempo per antonomasia; per la letteratura valga invece il consiglio di un bel libro curato da Flavio Sorrentino per Armando dal titolo Il senso dello spazio. Lo spatial turn nei metodi e nelle teorie letterarie). L'imbarazzo a cui mi riferisco allora è proprio questo miscuglio di non sapere: questo poco coraggio di uno sguardo spossato e aggrappato a tutto quel che scorre, questa rinuncia a priori ad una visione più larga, questo non capire ancora se la variabile tempo abbia perso parte del proprio peso in letteratura (se magari è letteralmente derelitta in seguito al capolavoro proustiano), se siamo già con un piede in a una nuova epoca di centralità dello spazio, spazio "temporalizzato" probabilmente. Nel caso più specifico di Perec poi, l'imbarazzo di cui scrivo sopra è chiedermi se "quello che generalmente non si nota", queste cose che potrebbero passare inosservate nella frenesia di una grande città, non siano invece oggi, in epoca di sguardi congestionati, cose che invece in molti notiamo:

"[...] In lontananza volo di piccioni.
Un mantello viola, una due-cavalli rossa, un ciclista.
Le campane di Saint-Sulpice cessano di suonare.
In lontananza, due uomini corrono. Un furgone della polizia frena di botto: la forza dell'inerzia fa chiudere la forza laterale, che una mano riapre e blocca.
Il caffè è pieno.
Passa un pullman affollato, ma non di giapponesi.
La luce comincia a calare, anche se si nota appena; il rosso dei semafori è più visibile [...]"

Questo di Perec resta appunto un tentativo. Qui è anche evidente la sua formazione sociologica, la passione documentaristica, il ritornare esplicitamente agli anni della formazione e degli esordi, allorquando nouveau roman e école du regard dettavano l'agenda in terra di Francia. Con questo esperimento, divenuto un classico, Perec sembra fornire delle "istruzioni per l'uso" per metterci alla prova. Allora tutti potremmo cimentarci in un tentativo di esaurimento di un luogo a nostra scelta finché la stanchezza non prenderà il sopravvento!

sabato 14 maggio 2011

Daniela Di Sora di Voland

Librobreve intervista #2




----
Nota ai più per i successi di Amélie Nothomb, Voland è una casa editrice in grado di reggere un non facile equilibrio tra scouting e riproposizione di classici (pensiamo alla recente e innovativa collana di classici russi proposti in "traduzione d'autore", il cui progetto grafico è stato affidato a un grande del visual design, Alberto Lecaldano). Daniela Di Sora, fondatrice di Voland e madrina al Salone del libro di Torino in corso in questi giorni, ha accettato di rispondere alle domande di Librobreve. L'occasione per conoscerci è stato il bellissimo piccolo libro di Alberto Olmos di cui ho parlato qualche tempo fa.
----

LB: Editoria formato (davvero) tascabile. Necessità dell’editore e/o del lettore, trend passeggero. Qual è la vostra valutazione?
RISPOSTA: Per quanto mi riguarda, io amo il libro breve, tascabile, facilmente maneggevole, che si può leggere in qualunque situazione. Me lo porto in borsa, in tasca, in mano. Ma purtroppo spesso in libreria spariscono, se non sono vicino alla cassa, e i librai non li amano (di solito, almeno).

LB: All’interno del vostro catalogo come strutturate l’offerta di libri di piccola taglia? Quali i titoli di “libri brevi” che vi hanno dato maggiore soddisfazione negli ultimi tempi?
RISPOSTA: Per noi i libri “piccoli” sono trasversali alle collane, e nel catalogo seguono l’ordine alfabetico per autore, con l’indicazione del  formato. L’anno scorso però, per i 15 anni della casa editrice, abbiamo ideato una collana di 10 titoli: classici russi tradotti da scrittori italiani, che si chiama Sírin classica. Il formato è quello della BUR classica e sono già usciti tre titoli: Lev Tolstoj tradotto da Paolo Nori (Chadzi-Murat), Anton Cechov tradotto da Pia Pera (Tre racconti), Ivan Turgenev tradotto da Alessandro Niero (Diario di un uomo superfluo). Stanno andando sorprendentemente bene tutti e tre, ma Chadzi-Murat è quello che mi ha sorpreso di più, in positivo. Quest’anno poi usciremo con i tascabili, i Supereconomici Voland, prezzo 7 euro, i primi volumi in libreria a fine aprile. Incrociamo le dita, le prenotazioni sono molto buone.

LB: In quel meccanismo che rischia di trasformare l’editore in un operatore al centro di due poli costituiti da distribuzione e ufficio stampa-promozione, quale importanza ricopre la mole di un libro nei meccanismi promozionali? Uno degli assunti da cui parte Librobreve è la difficile visibilità di questi volumi, sia sulla stampa che in libreria. Lo condividete?
RISPOSTA: In effetti, la visibilità del libro breve in libreria non è alta. Vanno di moda i romanzi-fiume… Ma secondo me perché valga la pena di leggere un romanzo di 1000 pagine, deve essere Guerra e pace. Io preferisco le forme più “condensate”.

LB: Parliamo di e-book. Con il diffondersi dei devices di lettura elettronici, una volta che si sarà trovata una soluzione per il prezzo degli e-book, credete che la mole di un libro possa essere determinante per decidere se proporlo su carta o in formato elettronico? Se sì, in che senso?
RISPOSTA: Parlo come lettore prima che come editore: io non amo leggere su schermo troppo a lungo, anche se gli ultimi device pare non siano faticosi per la vista. In ogni caso ho pubblicato in formato e-book anche libri molto consistenti, come numero di pagine. Per il momento, devo dire però che l’istinto è quello di fare in formato e-book libri brevi. Il mio bestseller e-book è Cosmetica del nemico, di Amelie Nothomb: breve e fulminante.

LB: Parlando di libri brevi ci troviamo spesso a parlare di progetto grafico globalmente inteso (carta, copertine, aspetti tipografici). Quello della “confezione” di un libro è un aspetto sicuramente molto interessante e, tra le altre cose, è stato strategico negli ultimi decenni. Non credete però che con la diffusione del libro elettronico questa attenzione ai paratesti si perderà a favore del vero e proprio contenuto del libro, il quale potrebbe essere oggetto di esperimenti di “realtà aumentata” (da vedersi magari come una nuova vita per le “vecchie” note a piè di pagina)?
RISPOSTA: Credo che la perdita di tutto quello che è l’aspetto grafico di un libro sia la cosa più inquietante, pensi che io, in controtendenza, ho fatto disegnare un carattere apposta per noi, che si chiama come la casa editrice: Voland, e con cui stampiamo i nostri libri, dallo scorso anno.

(Intervista a Daniela Di Sora di Alberto Cellotto, raccolta nell'aprile 2011)