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sabato 20 gennaio 2018

"La regina di Saba" di Knut Hamsun riproposto da Iperborea

Tra i libri stretti e alti di Iperborea ritorna con nuova grafica La regina di Saba di Knut Hamsun (pp. 64, euro 9, traduzione del Laboratorio di Iperborea). Il libro era già uscito nel 1999 per la stessa casa editrice. Quest'esemplare di short fiction mette in asse alcune delle caratteristiche che ricorreranno nella prosa successiva e nelle opere maggiori: una focalizzazione sul sé, un narratore sfuggente, il vagheggiamento della lontananza (torneremo a breve sul perché abbiamo marcato l'aspetto della short fiction). La cronaca vede protagonista un vagabondo, come spesso accade nei libri del millemestieri Hamsun. Stavolta è un artista e critico, ma non ben delineato, in viaggio per la Svezia (si noti la fuoriuscita dell'ambientazione: non la nativa Norvegia, bensì la "rivale" Svezia). L'incontro decisivo avviene nella stazione postale di Bärby (lì le stazioni postali sono anche alberghi) ed è qui che il nostro protagonista nota una ragazza fascinosa, gentile e subito s'aggancia allo sguardo di lei. La donna fatale è per definizione (fatalmente) votata alla fuga e di lei si perdono le tracce. Quattro anni più tardi l'incontro inatteso con la "regina" ("regina" perché assomiglia fortemente a un dipinto di Julius Kronberg intitolato proprio "La regina di Saba") avviene a Malmö, su un treno in partenza. Da qui questa sorta di inseguimento nel tempo continua, e si giunge persino a Kalmar sul Baltico. Ciò che più colpisce, al di là dello sviluppo in sé, abbastanza lineare anche nelle ellissi, e dell'epilogo, racchiuso nel dubbio di un'agnizione finale, è il tono del discorso che pare possibile proprio in virtù di quella brevità della novella che rincorre un fiato breve di sogno, mistero e, alla fine, quella massima apertura che nelle forme più lunghe (romanzo, ad esempio) pare difficilmente praticabile, se non addirittura preclusa.

Scrive Giovanna Paterniti in una nota a questo testo apparso nella raccolta Siesta del 1897 (Dronnigen av Saba, che ne è parte, registrerà la prima traduzione di Clemente Giannini nel 1940, poi riproposta nel 1966):
I costanti riferimenti diretti al lettore nella Regina di Saba, resi possibili dalla strutturazione in forma epistolare, altro non sono se non un espediente del protagonista per conferire un maggior grado di veridicità alla storia. L'effetto ironico, cui contribuiscono le ironiche e talvolta autoironiche considerazioni sul personaggio, deriva infatti in primo luogo proprio dalla palese discrasia che si viene a creare tra l'assurdità della storia d'amore, immediatamente evidente al lettore, e l'entusiasmo e la passionalità con cui il protagonista racconta di aver vissuto gli eventi.
E oltre i ragionamenti che si possono fare su certe valenze epifaniche, catapultate fuori tempo nel nostro tempo, sempre più impalpabili e difficilmente credibili (kitsch addirittura?), viene da registrare che una caratteristica peculiare e notevole di questa novella è allora l'andamento ibridato e persino spurio tra l'onirico e il realista. Certo, come il protagonista all'inizio del suo lungo discorso, talvolta viene davvero da chiedersi se valga la pena raccontare, se valga la pena raccontare questa storia di rincorsa di un amore obbedendo alle ragioni di quel vitalismo che ha improntato tutta la vita di Hamsun; eppure, anche in questa "rilassatezza" della novella, in questa minore sorveglianza, nel tono di cui si diceva sopra, c'è la possibilità che l'episodio contingente e inatteso, circondato da niente o da corpose ellissi temporali, si tramuti in un sentimento della permanenza. Qualcosa di vicino può accadere in poesia (sarà la brevità, a volte).

venerdì 18 agosto 2017

Henrik Ibsen, vita dalle lettere: "Tutta la parata delle generazioni mi ricorda un giovane calzolaio che butta gli stivali per darsi al teatro"

Riletture di classici o quasi classi (dentro o fuori catalogo) #36
Quote #17


"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.



Tra gli epistolari che a spizzichi e bocconi mi è capitato di leggere negli ultimi tempi, ho trovato particolarmente vivido quello di Henrik Ibsen. Si può leggere in un libro ormai datato e tuttora in commercio pubblicato da Iperborea nel 1995 e intitolato Vita dalle lettere (pp. 188, euro 12,50, a cura di Franco Perrelli). Per uno scrittore che pensava di non essere a proprio agio nel rapporto epistolare, questa raccolta ha invece un nucleo di temi e moventi sorprendenti. Si presenta ricca di spunti, di traiettorie geografiche, di rimandi continui all'opera e alla sua interpretazione internazionale, ovviamente anche alla sua messa in scena, trattandosi spesso di teatro. Ad esempio, in una lettera del 1891 a Moritz Prozor, traduttore francese di Casa di bambola, parla dell'idea strampalata di Luigi Capuana, traduttore dal francese del noto dramma di Nora, della volontà di cambiare la scena finale per i teatri italiani. Ora, chi ha letto il testo, ha assistito a una messa in scena o ha anche solo sentito parlare di Casa di bambola, sa come tutta quest'opera assai dibattuta e quasi proverbiale trovi sostanza a partire dalla scena finale. E questo è anche quanto Ibsen ribadisce a Morotz, lamentandosi dell'idea di Capuana, fortunatamente sventata da chi doveva finire sul palco a recitare. Fu infatti Eleonora Duse, prima interprete del dramma al teatro Filodrammatico di Milano il 9 febbraio 1891, che convinse Capuana a mantenere il finale originale dell'opera. Va considerato anche il dato temporale poiché il dramma ibseniano comparve nel 1879 ed erano quindi già trascorsi un bel po' di anni quando Capuana si preoccupava della reazione del pubblico italiano davanti al finale originale: la nomea di Casa di bambola aveva già fatto il giro d'Europa. Ma questo è solo uno dei tanti aspetti interessanti che questo libro conserva. Tra i vari filoni di corrispondenza, quello più avvincente e nutrito mi è parso lo scambio con Georg Brandes. Ed è proprio una delle lettere a Brandes che riporto di seguito.



A GEORG BRANDES 
Dresda, 24 settembre 1871 
Caro Brandes,
[...] Ciò che vorrei soprattutto augurarle è un perfetto puro egoismo, che la spinga per un po' di tempo a considerare la sua attività come la sola cosa che abbia valore e significato, e tutto il resto come insussistente. Non reputi ciò indice di un tratto brutale della mia natura! Lei non può fare bene alla società in miglior modo che coniando il metallo che ha dentro. Io non ho mai posseduto un forte sentimento di solidarietà; in fondo l'ho soltanto recepito come un dogma tradizionale - e se si avesse il coraggio di non tenerne conto ci si sbarazzerebbe di quella zavorra che più grava sulla personalità. - In generale, a volte, tutta la storia universale mi appare come un grande naufragio; altro non resta che salvare se stessi.Non mi aspetto niente di riforme particolari. La specie umana tutta è sulla strada sbagliata, sì. O c'è qualcosa di difendibile nella situazione attuale? con i suoi inattingibili ideali ecc.? Tutta la parata delle generazioni mi ricorda un giovane calzolaio che butta gli stivali per darsi al teatro. Noi abbiamo fatto fiasco tanto nel ruolo di amante quanto in quello di eroe; l'unico nel quale abbiamo dimostrato una briciola di talento è il comico-naîf; ma con la nostra autocoscienza più sviluppata neanche lì faremo strada. Non credo che vada meglio altrove che in patria; le masse non hanno cognizione alcuna delle cose supreme, all'estero come da noi.[...] Durante la preparazione di Giuliano l'Apostata sono divenuto in un certo senso fatalista; ma questo dramma diventerà una specie di bandiera. Comunque non tema qualche opera di tendenza; io considero i caratteri, i piani incrociati, la storia, e non mi curo della "morale" della vicenda - sempre che lei nella morale della storia non comprenda la sua filosofia; perché va da sé ch'essa affiorerà come verdetto finale sul conflitto e la vittoria. Tanto questo però potrà chiarificarsi solo praticamente.[...] Infine il mio più cordiale ringraziamento per la sua visita a Dresda: ore memorabili per me. Fortuna, coraggio, salute e ogni bene.
Il suo affezionato
Henrik Ibsen

Nota: il primo incontro tra Ibsen e Brandes era infine avvenuto il 14 luglio. Congedandosi Ibsen aveva detto all'amico: «Lei scuota i danesi e io lo farò con i norvegesi».

domenica 7 agosto 2016

"La politica dell'impossibile" di Stig Dagerman: per non morire di vergogna

Quote #12

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

Dal 1991 la casa editrice Iperborea prosegue nella proposizione delle opere dello scrittore svedese Stig Dagerman, nato nel 1923 e morto suicida all'età di 31 anni. Dopo Il nostro bisogno di consolazione, Il viaggiatore, Bambino bruciato, I giochi della notte e Perché i bambini devono ubbidire? è la volta della traduzione dei saggi e contributi giornalistici usciti a Stoccolma nel 1958 col titolo Essäer och journalistik. La politica dell'impossibile (pp. 144, traduzione, cura e utile prefazione di Fulvio Ferrari, postfazione di Goffredo Fofi, euro 15) raccoglie diciassette interventi sui temi più disparati, tutti anticipati da un breve cappello introduttivo del curatore che contestualizza lo scritto e l’occasione per cui Dagerman si è pronunciato. Quello che davvero colpisce nella capacità di analisi nell’anarchico autore de Il serpente è quanto un tempo, con un’espressione un po’ scolastica e desueta, si sarebbe chiamato “spirito critico”. Che affronti i temi della poesia, il suo punto di vista sull’anarchismo, le nascenti ONU o NATO, che venga interrogato sul significato dei “classici”, sul compito della letteratura, sul mondialismo e il “movimento dei cittadini del mondo”, sul nascente dibattito Est/Ovest, Dagerman offre ai suoi lettori punti di vista mai scontati e ruminati e una chiara visione dei pericoli che corrono le democrazie europee degli oligocratici, una cultura già allora relegata all’intrattenimento, e la figura dello scrittore, che Dagerman vede inevitabilmente inserito in un qualche ruolo, ma per il quale rivendica libertà di immaginazione e lavoro in modi e toni nuovi per l’epoca. Leggendo questi testi pensavo a un’altra espressione scolastica e desueta, ovvero quella del “ruolo dello scrittore”. Potrei concludere, prima di lasciarvi all’ampio stralcio che ho scelto, che leggendo Dagerman queste espressioni desuete che talvolta potrebbero apparirci come inservibili fossili linguistici suonano un po’ meno ischeletrite, ancora vibranti in un’atmosfera di drammatica utopia.

Il brano che segue è tratto dallo scritto “Lo scrittore e la coscienza” del 1945 (mutatis mutandis notate come certe sue osservazioni sulla poesia, sulla sua popolarità e comprensione e quindi sul suo declassamento siano perfettamente mutuabili e adattabili al nostro tempo).

[…] Come chiunque altro, lo scrittore ha dovuto fare esperienza della propria dipendenza dall’arbitrio di un potere esterno e ha dovuto rendersi conto di quanto la sua libertà, al pari di quella altrui, sia condizionata. Del tutto apparente, per esempio, è la libertà di movimento, visto che ogni persona è data in prestito a se stessa per un periodo che è qualcun altro a decidere. E come risultano fragili qualsiasi riforma sociale e qualsiasi utopia in un sistema mondiale in cui la catastrofe è l’unica previsione certa! Eppure è necessario ribellarsi, attaccare questo ordine nonostante la tragica consapevolezza – che rappresenta forse il dilemma di tutti i socialisti del mondo d’oggi – che ogni difesa e ogni attacco non possono essere altro che simbolici, e tuttavia devono essere tentati, se non altro per non morire di vergogna. Se in questa situazione mi si accusa dicendo «La tua poesia non è capita dal popolo, dalle masse, dagli operai, non è abbastanza sociale», io ho il diritto di rispondere che un tale ragionamento si basa su una concezione sbagliata, quella secondo cui per essere sociale la poesia deve essere «capita» da tutti. Per «capire» si intende purtroppo poterla comprendere senza alcuno sforzo del pensiero, più o meno come si comprende un annuncio o una insegna al neon. Per certi presunti rappresentanti del «popolo», la poesia deve essere l’annuncio pubblicitario del mondo nuovo, ma se il testo è abbastanza gustoso può anche parlare dei piaceri dell’estate o della pesca ai gamberi ed essere ugualmente letteratura per il «popolo». Per loro la poesia ha smesso di costituire un messaggio da essere umano a essere umano. L’hanno declassata a gioco di società. Non hanno mai capito che nasce invece da una necessità: non è un lavoro di falegnameria fatto con ritmi e rime, che possa essere praticato nei momenti liberi da rivoluzionari in pensione che non hanno mai preso sul serio la letteratura. Gridano alla reazione se si imbattono in un brano poetico che non si può imparare a memoria in cinque minuti o che non rende immediatamente accessibile il suo pensiero, ma sono loro a essere reazionari, sia perché negano il dovere dello scrittore di creare secondo la sua necessità, sia perché mettono in discussione la possibilità che la poesia riguardi l’essere umano, non in quanto gioco di società, ma come pietra di paragone della sua sincerità nei confronti della vita. […]
Mi auguro che questo ampio stralcio tratto da La politica dell'impossibile di Stig Dagerman sappia funzionare come invito alla ricerca e alla lettura del libro

mercoledì 29 luglio 2015

"Dostoevskij, Nietzsche e la crisi del cristianesimo in Europa" di Vladimir Kantor

Per chi si fosse perso lo scorso anno a pordenonelegge la lectio magistralis di Vladimir Kantor, annoverato da "Le Nouvel Observateur" tra i 25 filosofi di fama mondiale (destano sempre la mia curiosità queste definizioni, tra il perentorio e il numerico), c'è la possibilità di leggerne ora il testo che Amos Edizioni pubblica, in edizione completa e con testo russo a fronte, nel primo volume della collana "Esodo" (pp. 120, euro 10, traduzione di Emilia Magnanini). L'editore veneziano è sostanzialmente l'unico ad essersi occupato di Kantor, sin dallo scorso anno quando ha pubblicato il lungo racconto Morte di un pensionato. Ora questo testo, programmatico sin dal titolo, ci porta dentro almeno tre questioni fondamentali: 1) la crisi del cristianesimo europeo tra fascismo e comunismo come elemento sconvolgente del XX secolo; 2) ci offre un interessante raffronto e distinzione tra le posizioni di Dostoevskij e Nietzsche su questi temi (il libro, soprattutto sul versante dostoevskiano, è davvero una preziosa ricognizione delle opere principali, con in testa il capitolo de Il grande inquisitore) e infine 3) la tesi di fondo di questo scritto, passibile della tentazione di esser giocata in chiava "attualistica", cioè che la crisi del cristianesimo è (è stata) la crisi dell'Europa. Tra le pagine inoltre potrete trovare un ritorno d'analisi sulla figura di Barabba, che mi ha riportato alla memoria il romanzo di Pär Lagerkvist intitolato appunto Barabba (lo pubblicò Iperborea).

Kantor prende le mosse da ciò che definisce "l'affanno d'Europa" e proficuamente attinge da José Ortega y Gasset, spagnolo che aveva studiato in Germania, a Marburgo, in pieno neokantismo. L'aristocratico pensatore di Madrid resta tuttora imprescindibile per capire il salto del contemporaneo, nei vari livelli della sua speculazione. Il filosofo e narratore russo ci ricorda infatti come La rebelión de las masas del 1930 rimanga un testo fondamentale per chi intenda occuparsi di storia delle idee nell'entre-deux-guerres e fissa puntualmente tutto in questo paragrafo:

"Il primo è il problema della rivolta delle ragioni pagane, legate all’ingresso sulla scena della storia dei ceti inferiori del popolo, nel quale il cristianesimo era un fragile strato sopra la mole dei principi pagani. In seguito Ortega y Gasset avrebbe definito questo fenomeno «la rivolta delle masse». Il quarto stato entra nella vita sociale attiva, pretendendo l’eguaglianza spirituale oltre che materiale. Tuttavia, l’archetipo che agiva nella mole di questa massa era ancora interamente pagano. Non è un caso che Černyševskij nutrisse dubbi circa  l’evangelizzazione di tutta la popolazione europea, e supponesse che «le masse popolari sia in Germania sia in Inghilterra sia in Francia, siano ancor oggi sprofondate nella più grande ignoranza, [esse] credono negli stregoni e nelle streghe, tra di loro abbondano i racconti superstiziosi di carattere ancora del tutto pagano». Per la Russia ciò suonava molto più attuale."

Per Kantor Dostoevskij e Nietzsche si completano a vicenda, sono inquadrati in una luce di parentela stretta, anche se i distinguo tra i due giganti sono la vera risorsa di questo breve libro. Dostoevskij parla per primo di morte del cristianesimo e alcuni passi di Dostoevskij sembreranno schiudersi solo alla lettura di altri passi di Nietzsche. Fra loro e le loro pagine c'è davvero un passaggio fondamentale della vicenda europea, alla quale s'aggiungerà poi l'analisi heideggeriana, con il "Dio è morto" inteso come condizione precipua della storia dell'Occidente e non come tesi dell'ateismo. Il punto di vista di Kantor ci immerge anche nella Russia dove risiede e dov'egli insegna, e ciò aggiunge un elemento di ulteriore interesse a questo libro. Il resto, ad esempio l'antropofagia che emerge in un pensiero di Dostoevskij, la spinosa eredità del pensiero nicciano in tutta la sua portata, la riflessione costante sullo scivolamento e corrugamento di sfondo pagano, cristianesimo ed emersione dell'uomo-massa sono tutti gangli, fra altri, che lasciamo agganciare a chi si avventurerà nella lettura di questo contributo notevole di Kantor su uno dei temi più ricorrenti e centrali dell'immaginario e della realtà europea.

mercoledì 11 febbraio 2015

Il nuovo abito di Iperborea. Alcune domande a Pietro Biancardi

Librobreve intervista #51
©overtures #8

In occasione del rinnovo della veste grafica di Iperborea ho rivolto alcune domande a Francesca Gerosa, responsabile dell'ufficio stampa. Ha risposto Pietro Biancardi, direttore editoriale della casa editrice fondata da Emilia Lodigiani nel 1987. Ringrazio entrambi per la collaborazione.



LB: Iperborea cambia grafica. Si tratta del primo cambio di direzione dalla sua fondazione?
R: Il restyling non è stato pensato come un cambio di direzione ma come – speriamo – una piccola accelerazione: c'erano elementi che funzionavano ancora molto bene dopo quasi 30 anni e altri che avevano bisogno di una ringiovanita. Abbiamo cercato di mantenere i primi e lavorare sui secondi. E poi abbiamo avvertito il bisogno di migliorare la leggibilità dei nostri libri, da qui la necessità di lavorare sui materiali, cambiando sia la carta di copertina sia quella degli interni.

LB: Di Iperborea mi ha sempre colpito il formato dei libri, stretti e alti. Come nasce l'idea di progettarli così? Ci sono state delle sorgenti di ispirazione? Col tempo avete notato vantaggi o svantaggi di questo formato pressoché unico nel panorama?

R: In molti ci chiedono il perché del formato dei nostri libri. C'è chi lo ama e chi meno. È stata una scelta molto meditata fatta alle origini, ovvero nel 1987. Queste, in sintesi, le ragioni: 1. Principale ed essenziale: che fosse un po' diverso dagli altri, facilmente riconoscibile e identificabile subito, ma senza dare fastidio nelle normali librerie di casa, di fianco agli altri libri. 2. Lungo e stretto, con un leggero richiamo alle guide turistiche, visto che per primi stavamo introducendo in Italia le letterature nordeuropee: un invito ad affrontare una nuova area geografica culturale con lo spirito aperto e curioso che si ha quando si intraprende un viaggio. 3. 10x20: il formato dell'antico mattone di cotto, ovvero l'oggetto più maneggevole inventato dall'uomo, e in più con l'idea di libri-mattoni (ovviamente non nel senso di noiosi e pesanti, ma nel senso di costruttivi) che contribuissero a costruire la personalità, la mente e l'anima del lettore e anche (ambiziosamente) contribuissero a diffondere la reciproca conoscenza dei paesi europei e quindi a rinsaldare l'idea di Europa e di uno spirito e di una cultura comuni europei. 4. Perché la gabbia interna (ovvero la lunghezza delle righe, di 7,5 cm) è troppo lunga per permettere la lettura rapida (i 4 cm delle colonne dei giornali) che non si addice a un romanzo, ma riposante per gli occhi che non si stancano a passare dalla fine di una riga più lunga all'inizio di quella successiva. Quindi a rendere la lettura più piacevole e meno faticosa.
Gli svantaggi sono quelli a cui accennavo prima: alcuni lettori si lamentano per la difficile "apribilità" dei nostri libri. Con il restyling dovremmo aver risolto il problema grazie a carte più morbide, flessibili e altrettanto (se non più) pregiate.

LB: L'identità della casa editrice è legata al suo "concept" ovvero alla proposta in traduzione di testi del "Nord" (di qui anche il nome della casa editrice). Avete mai pensato di allargarvi ad altre letterature o è - per statuto - impensabile?
R: Il legame con il Nord Europa è un patto di sangue. Scherzi a parte, non escludo che in futuro Iperborea possa fare anche altro, ma al momento rimaniamo focalizzati su quell'area culturale, che in questi anni e forse decenni tra l'altro è forse la regione al mondo con i più alti tassi di creatività. I paesi scandinavi, poi, sono un modello di democrazia, libertà, giustizia che tutti dovrebbero prendere a esempio e non a caso sono anche i paesi al mondo che investono di più in cultura.

LB: Potete dare qualche anticipazione sul 2015?
R: Nel 2015 abbiamo subito cominciato con il lancio del restyling, e i primi libri che lanciamo in nuova veste grafica sono dei classici – non a caso: innovare mantenendo un fortissimo rigore editoriale: La congiura dell'estone Jaan Kross, la Laxdæla saga islandese, le Storie di Amsterdam dell'olandese Nescio. Tra i nuovi autori vi consiglio di tenere d'occhio lo svedese Fredrik Sjöberg con il suo L'arte di collezionare mosche (uscita: marzo). E poi tre grandi del catalogo Iperborea: Björn Larsson con una raccolta di saggi sulla letteratura di mare (di cui è uno dei maggiori esperti mondiali), Lars Gustafsson con il nuovo romanzo L'uomo sulla bicicletta blu e l'attesissima nuova opera di Jón Kalman Stefánsson: I pesci non hanno gambe, in arrivo a maggio.
Sempre a maggio stiamo lanceremo la prima edizione de I BOREALI - Nordic Festival. Sarà a Milano, nel pieno dell'Expo, in collaborazione con il Comune di Milano e alcuni dei luoghi della cultura milanese più prestigiosi: Piccolo Teatro, Spazio Oberdan / Cineteca Italiana, PAC, ecc. Abbiamo fatto tesoro dell'esperienza dei precedenti festival culturali organizzati sempre a Milano da Iperborea (Caffè Helsinki, Caffè Stoccolma, Caffè Copenaghen, Caffè Amsterdam) e abbiamo alzato l'asticella. Porteremo 7 autori nostri e di altre case editrici, cinema, teatro, musica, lingue, design, cucina, libri e fotografia. Sarà il più grande festival mai organizzato in Italia dedicato alla cultura del Nord Europa.

LB: Esercizio di immaginazione per chiudere: vi chiedono di fornire un vostro spunto per uno spot televisivo che incoraggi la lettura (uno di quegli spot che un tempo si chiamavano spot di "pubblicità progresso" e che forse si chiamano anche ora così). Che cosa suggerite? Grazie.
R: Non ho mai creduto nella pubblicità progresso, ma nella forza dell'esempio. La tv può essere un ottimo mezzo. Perché non tornare a proporre programmi con i libri al centro? Mi pare che qualche esempio di successo in Italia ci sia stato. O anche importare qualche format che funziona all'estero. Ma se questo è chiedere troppo perfino al nostro servizio pubblico, perché in alcune occasioni, come la giornata mondiale per il libro, o altre ricorrenze, tutti i personaggi della tv non si presentano con un libro in mano in trasmissione e raccontano ai loro fan in un minuto quale libro stanno leggendo e perché? Per esempio quello che ha fatto ieri
(il 2 febbraio, ndr) il presidente del Consiglio Matteo Renzi di entrare in una libreria e comprare 5-6 libri (con anche scelte per nulla scontate) seguito dai fotografi e dalle tv è un piccolo gesto ma che può avere un impatto sulle abitudini di lettura degli italiani.

martedì 1 gennaio 2013

"La casa bianca" di Herman Bang

Complice il centenario della morte, nel 2012 Iperborea ha ripreso a pubblicare i romanzi di Herman Bang con una certa regolarità. Lo scrittore danese, nato nello Jutland nel 1857 e morto negli Stati Uniti nel 1912, giaceva infatti da più anni in una trascuratezza editoriale per molti versi inspiegabile. La casa editrice specializzata nelle letterature del Nord d'Europa, guidata dalla bravissima Emilia Lodigiani, torna quindi su questo autore, dopo averne pubblicato nel 1999 I Quattro Diavoli, e facendo uscire in rapida sequenza L'ultimo viaggio di un poeta, La casa bianca e La casa grigia. Ed è del primo titolo del dittico che vorrei qui dar notizia, La casa bianca, Det hvide Hus nell'originale (pp. 144, euro 13, traduzione di Hanne Jansen e Claudio Torchia, con una postfazione di Luca Scarlini). 

Il breve libro è allora un'opportunità per avvicinarsi ad uno scrittore al quale guardavano con attenzione Thomas Mann e Rainer Maria Rilke. Forse giova una rapida incursione pittorica e ricordare Monet che guardò a lui come precursore dello stesso Impressionismo. Ed è curioso pensare che gli stessi impressionisti siano andati a scovare i propri "precursori letterari" a nord, nel caso di questo libro nell'isola di Als, dove si trova la residenza di campagna del pastore Fritz Hvide (capite ora perché vi abbia citato anche il titolo originale), scenario delle vicende. La casa bianca è il mondo e il colore dell'infanzia, mentre la successiva casa grigia, dove è ambientata la seconda parte di questa sorta di dittico, è la casa dell'adolescenza: anche per questo motivo ha senso iniziare a leggere Bang proprio da La casa bianca. Il libro appartiene alla cornice di opere autobiografiche e legate all'infanzia. Lo scenario ozioso della casa, animata dall'anima gentile di Stella, carattere fortemente contrastante con la rigidità di Fritz, è posto in contrapposizione alla collocazione della Danimarca nel contesto bellicoso delle cosiddette guerre dello Schleswig.

Per quel che mi riguarda, avvicinare libri simili significa interrogarmi su un fatto, cioè sulla "femminilizzazione" della pratica della lettura in Italia. Mi pare sia evidente e a volte credo che la confezione dei libri lo confermi: sono principalmente le donne a leggere, a decretare il successo di un libro o di un autore. Ci si metta pure il cuore in pace e si parta a riflettere, con l'anno nuovo che inizia, anche su questo dato statistico e di genere, un dato tra l'altro noto ad ogni editore. Non sto naturalmente dicendo che gli uomini non leggono, sto affermando che senza l'apporto femminile i numeri dell'editoria sarebbero completamente diversi da quelli attuali. Questo dato ha delle ripercussioni, non è certo negativo in sé, anzi, ma invita a porsi delle domande. La stessa pregevole linea editoriale di Iperborea sembra stia lì a rimarcare questa cornice.

Tornando al nostro Herman Bang, è probabile che di lui si continui a parlare, nei grandi discorsi su dandismo e omosessualità a cavallo tra Ottocento e Novecento, delle sue esperienze con il teatro (Eleonora Duse, alle prese con Ibsen, si affidò ripetutamente a lui) e persino del suo essere quasi un regista ante litteram. La sua opera ammaliò pure Stanislavskij. Claudio Magris ne parla come del "poeta dell'inespresso". Insomma, Bang è senza dubbio una di quelle figure con le quali, a cadenze più o meno regolari, la storia delle letterature è chiamata a fare i conti. Quando capita l'occasione "comoda" e pure "breve", meglio approfittare.

(Con gli auguri di buon 2013 a tutti i lettori del blog.)

giovedì 5 gennaio 2012

"I ricordi mi guardano". Le prose del Nobel per la letteratura Thomas Tranströmer

Recensioni rapide #3
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"Recensioni rapide": due paragrafi fissi dove cerco di rispondere brevemente alle domande "che libro ho davanti?" e "perché vale la pena/non vale la pena avvicinarlo?" (solitamente resto su quelli che vale la pena). 
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Qualcuno ha ironizzato che, in tempi di crisi, all'Accademia Svedese si siano guardati bene dal far fuoriuscire dal paese i cospicui proventi del Nobel per la letteratura, optando quindi per l'indigeno Thomas Tranströmer. Le sue opere di poesia erano già note al pubblico italiano grazie all'operato di un benemerito editore come Crocetti. I ricordi mi guardano (prontamente proposto da Iperborea per la cura di Enrico Tiozzo, pp. 96, euro 10) rappresenta invece l'unica opera narrativa del più importante poeta svedese vivente. Troviamo qui un viaggio a ritroso nel periodo fondamentale dell'infanzia-adolescenza. L'infanzia, nella similitudine tra vita-cometa percorsa dall'autore sin dalle prime battute, rappresenta la testa di questa cometa. I titoli dei singoli capitoli raccontano già molto di quello che possiamo trovare e scoprire in questo centinaio di pagine che ricostruiscono alcune scaturigini della sua poesia: Musei, Scuola elementare, La guerra, Biblioteca, Ginnasio, Esorcismo, Latino. Trovo interessante questa similitudine tra vita e cometa, con l'infanzia che rappresenta il nucleo-testa di cometa delle esperienze più compatte, epoca in cui il mistero del vivere cerca di trovare una propria collocazione, con una rarefazione progressiva (coda della cometa) costituita dagli anni che seguono l'infanzia, fino alla rarefazione pulviscolare - quando arriva e per chi arriva - della vecchiaia. Questa similitudine è ricca di implicazioni e dialoga apertamente con poeti di ogni epoca e latitudine.

Un libro del genere innesca un eterno interrogativo mai sopito, tra l'altro ripreso anche nella nota finale di Fulvio Ferrari: quanto è utile conoscere la vita del poeta per leggere e comprenderne appieno la poesia? L'interrogativo andrebbe forse aggiustato, se non capovolto, rivedendo il fondamentale nesso tra poesia e autobiografia: quanto ci è utile la poesia per comprendere l'autobiografia di un poeta? Nel caso di Thomas Tranströmer e di questi suoi ricordi veniamo a conoscenza dei momenti preparatori della poesia, di quegli accenti che probabilmente hanno caricato come una molla il grande salto della sua migliore poesia. Così come nella prosa finale, Latino, dove la riscoperta della forma, della splendida disciplina della metrica classica, prepara l'autore all'inevitabile riflessione sulla forma che ogni artista deve affrontare a viso aperto e con coraggio.

sabato 27 agosto 2011

Hella Haasse alla ricerca del Genius loci

Per una casa editrice come Iperborea, che negli anni ha costruito il proprio catalogo traducendo le cose più interessanti che provenivano da un'area data, l'Europa del nord, è quasi fin troppo coerente scegliere per questo nuovo libro di Hella Haasse (pag. 74, euro 9,50) il titolo di Genius loci.

Il volumetto contiene due racconti della scrittice nederlandese (Giacarta, 1918) già nota al pubblico italiano, sempre per le numerose traduzioni pubblicate da Iperborea e tradotte, in più di un caso, dalla stessa brava traduttrice del libro in questione, Laura Pignatti (William Trevor e Anne Tyler per Guanda le sue "specialità").

Il primo racconto, che presta il titolo al volume, vede una coppia di coniugi ormai anziani alle prese con la costruzione di una residenza per la villeggiatura estiva in un versante misterioso e inquietante di una collina disabitata. Per la protagonista è questa l'occasione per ricercare negli spazi circostanti e disabitati il genius loci, unendosi idealmente e carnalmente con Renaud, un cavaliere "mancato" di qualche secolo prima, fatto morire di solitudine anzitempo a causa della lebbra contratta. Renaud è una figura completamente inventata dalla mente della protagonista e un chiaro assaggio delle abilità dell'autrice di muoversi sul terreno del romanzo storico. Qui interessa soprattutto l'abile sovrapposizione di due epoche remote e l'accumulo sullo stesso spazio (la collina e il bosco di Vy) delle due anime vissute a distanza di secoli, le loro frustrazioni e la loro comunione carnale scatenata sul finale da... una corteccia di betulla.

Una sorta di unione-ritrova torna anche nel secondo racconto, La casetta in fondo al giardino, questa volta tra una madre e una figlia che per anni hanno vissuto un distacco profondo. Il distacco rimarrà tale anche dopo un'improvvisa apertura verificatasi nell'arco temporale del breve racconto. Anche la centralità di un dato luogo, del "posto dove si sta", unita a quella del mondo vegetale, accomuna questi due racconti della Haasse. In questo caso, veniamo a conoscenza dell'episodio che giace all'origine del distacco tra madre e la figlia, nell'unità di luogo data dal giardino, descritto dalla Haasse in un modo che non mancherà di colpire i lettori.

Piccola parentesi per concludere. Io scrivo "lettori", intendendo uomini e donne, ma ogni tanto mi chiedo se dovrei parlare di lettrici visto che, dati alla mano, sembra che a leggere siano quasi soltanto le donne e, a maggior ragione, libri confezionati in questa maniera. Il quadro dell'impressionista americano (un'etichetta che è un programma) William Merritt Chase scelto per la copertina, The Open Air Breakfast (un titolo che è più di un programma!), mi sembra un evidente segnale della strategia dell'editore di voler intercettare lo sguardo delle lettrici. Ecco un tema assai interessante: se a leggere e a fare il mercato editoriale sono soprattutto le donne, ci chiediamo assai banalmente che cosa leggono gli uomini. Io, per fortuna, mi sono concetrato prima sulla quarta di copertina del libro e poi ho visto la copertina. Fosse stato il contrario, o mi fossi limitato alla copertina, probabilmente non l'avrei acquistato, per una pura questione pregiudiziale (e lasciate che usi l'aggettivo pregiudiziale senza sollevare scandali). Anche perché credo che la pittura di William Merritt Chase, pur ritraendo un giardino, non renda giustizia alle atmosfere di Hella Haasse.