Scrive Giovanna Paterniti in una nota a questo testo apparso nella raccolta Siesta del 1897 (Dronnigen av Saba, che ne è parte, registrerà la prima traduzione di Clemente Giannini nel 1940, poi riproposta nel 1966):
I costanti riferimenti diretti al lettore nella Regina di Saba, resi possibili dalla strutturazione in forma epistolare, altro non sono se non un espediente del protagonista per conferire un maggior grado di veridicità alla storia. L'effetto ironico, cui contribuiscono le ironiche e talvolta autoironiche considerazioni sul personaggio, deriva infatti in primo luogo proprio dalla palese discrasia che si viene a creare tra l'assurdità della storia d'amore, immediatamente evidente al lettore, e l'entusiasmo e la passionalità con cui il protagonista racconta di aver vissuto gli eventi.E oltre i ragionamenti che si possono fare su certe valenze epifaniche, catapultate fuori tempo nel nostro tempo, sempre più impalpabili e difficilmente credibili (kitsch addirittura?), viene da registrare che una caratteristica peculiare e notevole di questa novella è allora l'andamento ibridato e persino spurio tra l'onirico e il realista. Certo, come il protagonista all'inizio del suo lungo discorso, talvolta viene davvero da chiedersi se valga la pena raccontare, se valga la pena raccontare questa storia di rincorsa di un amore obbedendo alle ragioni di quel vitalismo che ha improntato tutta la vita di Hamsun; eppure, anche in questa "rilassatezza" della novella, in questa minore sorveglianza, nel tono di cui si diceva sopra, c'è la possibilità che l'episodio contingente e inatteso, circondato da niente o da corpose ellissi temporali, si tramuti in un sentimento della permanenza. Qualcosa di vicino può accadere in poesia (sarà la brevità, a volte).






