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venerdì 31 agosto 2018

"Marie aspetta Marie" di Madeleine Bourdouxhe: "la vita non è una storia che si racconta"

Uscito la prima volta nel 1943 in Belgio, À la recherche de Marie di Madeleine Bourdouxhe ebbe una seconda edizione soltanto nel 1989 con il titolo Wagram 17-42. Marie attend Marie. La prima edizione fu presto ritirata per volontà di Madeleine Bourdouxhe in quanto la casa editrice che la pubblicava si rivelò controllata dai nazisti. Il suo ritiro coincise con l'inizio di quasi mezzo secolo di silenzio o apparente inattività letteraria dell'autrice. Il secondo titolo del libro, o meglio il secondo emistichio del titolo del 1989, assai meno proustiano del primo titolo del 1943, è ripreso da Adelphi per la versione italiana del romanzo Marie aspetta Marie (pp. 145, euro 16, traduzione di Graziella Cillario, con una nota di Faith Evans). L'editore milanese torna sulla scrittrice a tredici anni dalla pubblicazione de La donna di Gilles. Come La donna di Gilles, anche questo libro si fonda su triangolazioni e stavolta pure l'ambientazione è, nella brevità del romanzo, una triangolazione di luoghi: si comincia con la coppia protagonista, moglie e marito, Marie e Jean, in vacanza in Costa Azzurra, ci si sposta nella Parigi degli anni Trenta per buona parte della narrazione, ma si ritorna anche verso il Belgio, dove era ambientato La donna di Gilles (a Liegi, mentre in questo romanzo si finisce a Maubeuge, che sta davvero prossima al confine belga). Le due opere, raffrontate anche nel proverbiale risvolto dell'editore Adelphi, hanno in effetti punti di contatto tematici (la coppia, il tradimento, il desiderio, l'annientamento, il suicidio) e pure geografici. In entrambi i casi protagonista è una donna. Chiaramente diverso è lo svolgimento di questo romanzo di poco successivo a La Femme de Gilles che fu scritto e uscì nel 1937 ed è considerato - credo a ragione, anche se la lettura risale appunto a tredici anni fa - il migliore tra i due libri. Per la cronaca editoriale: il suo primo romanzo, Vacances, non ancora tradotto in italiano, apparve nel 1934 e successivamente nella rivista anarchica "Le Rouge et le Noir".

Cosa si può dire di questo romanzo che ispirò alcune pagine del Secondo sesso di Simone de Beauvoir e che tra i personaggi cosiddetti secondari cela, secondo Faith Evans, una donnaiolo "alla Sartre"? Non molto, se si teme la bacchettata di chi è a caccia degli svelatori di trame. È senz'altro un libro meno cupo de La donna di Gilles, che si caricava anche dell'ambientazione scura di Liegi e del suicidio della protagonista. Marie invece è una giovane donna sui trent'anni, felice del legame con il marito, rigogliosa, ottimista. Proprio nella vacanza in Costa Azzurra di cui si diceva poco sopra incontra un ragazzo di vent'anni, si scambiano un numero di telefono. Una volta rientrata a Parigi, Marie cerca il ragazzo e si vedono in una stanza a ore. E si rivedranno ancora. Il personaggio Marie, scrive Faith Evans, è "traboccante" d'amore per il marito, il ragazzo, il mondo intero (questo è evidente nella sorridente scena finale del libro). Sempre per l'autore della nota finale, il desiderio sessuale nei libri di Bourdouxhe "non è mai negoziabile". Insomma, è un libro che affronta la passione erotica con sguardo finalmente libero, quasi un ritrovamento di qualcosa che è solamente stato sopito da un matrimonio precoce. Ma sopra ogni altro aspetto, di questa "eroina" mi è parso notevole il bisogno di silenzio che più volte ricerca nella trama delle pagine. E il suicidio che ne La donna di Gilles aveva riguardato la protagonista, qui diventa il tentato suicidio della sorella di Maria, Claude, un personaggio tutt'altro che secondario, con la quale si sviluppa anche una delle battute memorabili del libro, allorquando Claude intuisce che Marie le nasconde qualcosa e la invita a raccontare. Risponde Marie: "La vita non è una storia che si racconta... Esigere dalla vita, cioè da se stessi".

venerdì 29 giugno 2018

Piccola Biblioteca a caccia di immagini?

©overtures #17



Qualche trasgressione a una gabbia grafica solitamente sgombra si è vista altre volte nella "Piccola Biblioteca", la collana forse più nota della casa editrice dei "libri unici", quella che sogna-disegna-costruisce passo passo il proprio lettore seriale (non a caso compare il numero progressivo del volume in copertina e sul dorso, chiaro monito ai collezionisti). Nella maggior parte dei casi lo schema però è dato: colore cangiante ma scelto con criterio (Nietzsche giallo, Bennett rosa, verdino Flaiano, Schopenhauer arancione ecc.), nome dell'autore, titolo, emblema/nome dell'editore e cornicetta. Viene da chiedersi se due recenti proposte collocate in questa collana, Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn Giorni tranquilli a Clichy di Henry Miller (da poco in libreria), ci dicano però di una stanchezza di questa pulizia oppure di una rinuncia all'immagine di copertina che rischia di diventare un lusso persino per una collana che ha costruito la propria immagine sull'assenza di immagine. Naturalmente queste sono valutazioni estemporanee, fatte sulla base di un rapido giro in libreria, ma è sempre curioso seguire il diorama delle copertine in un mondo dove si pubblica tanto, si legge abbastanza poco, si rende molto e si va al macero (anche se non è questo il caso di chi è "editore di catalogo"). Almeno le copertine restano e le vediamo in tanti e dicono qualcosa dell'editore che propone determinati titoli. A volte le copertine sono dei sintomi. Potrebbe benissimo essere che queste trasgressioni della Piccola Biblioteca di Adelphi (c'è anche la Piccola Biblioteca Einaudi, per parlare di nomi di collana) siano perfettamente calcolate, con il fine di rafforzare quella che rimane una collana aniconica, eccezione fatta per l'emblema della casa editrice. Non credo che queste trasgressioni della norma possano diventare molto frequenti, pena la destabilizzazione di un formato così consolidato. Allo stesso tempo tuttavia mi pare percepibile una certa inquietudine della gabbia e una pressione a forzarla più spesso. E la questione delle copertine rimane per ora tutt'altro che secondaria.



venerdì 7 luglio 2017

Due libri di Osip Mandel’štam: "Quaderni di Voronež. Primo quaderno" e le ottave di "Quasi leggera morte"

Gli ammiratori di Osip Mandel’štam, autore ormai ampiamente "fuori diritti", hanno di che rallegrarsi in questo primo semestre del 2017. Quasi sicuramente propedeutiche a un climax ascendente di pubblicazioni che si concluderà il prossimo anno, con l'ottantennale della morte, sono ben due le novità editoriali di un certo rilievo che si sono viste in libreria. La casa editrice Giometti&Antonello-Macerata (curioso e sicuramente d'antan questo ripescaggio della città dell'editore nel nome e sulle copertine) ha dato il via a quella che si annuncia come una serie di pubblicazioni che si concluderà con l'edizione del suo epistolario. Quaderni di Voronež. Primo quaderno (pp. 112, euro 16, a cura di Maurizia Calusio) raduna testi del primo dei tre fascicoli vergati dal poeta durante il triennio d'esilio nella pianeggiante Voronež, tra il 1934 e il 1937. Si tratta del periodo che solitamente è fatto coincidere con una terza stagione della sua scrittura (ma a periodizzare all'interno di una "produzione" di uno scrittore si fa sempre in tempo, e a che pro?), dopo l'esordio acmeista e la stagione dei grandi componimenti nel primo lustro degli anni Venti. Ora, basta una scorsa al luogo e alla data di morte del poeta (Vladivostock 1938) per ricordarsi di fatti perlopiù noti e capire che si tratta di scritti terminali sorti in attesa di un arresto definitivo, che lo condurrà alla morte in Siberia. Il volume curato da Maurizia Calusio e corredato di un'appendice iconografica, raccoglie principalmente le poesie del primo anno, preludio di un periodo di scrittura poetica che diventerà quasi torrenziale e che scopriremo via via con le prossime pubblicazioni dedicategli dalla casa editrice marchigiana.


Il così detto periodo di Voronež inizia in realtà con una ricostruzione dei testi inediti dei primi anni Trenta, in una rocambolesca fuga-salvataggio ricordata dalla moglie Nadežda e citata anche nell'edizione delle ottave di Quasi leggera morte (Adelphi, pp. 100, euro 10, a cura di Serena Vitale; una curiosità sulla copertina a lato presa dal sito della casa editrice: non è quella finale riportante anche la dicitura "Ottave" e il nome della curatrice). Gli undici testi che qui ritroviamo sono arrivati a noi perché salvati dalle perquisizioni tra le federe di cuscini. Ottave come la numero 4 del maggio 1932 si leggono e si ammirano, e poco altro c'è da dire. Pur breve, non credo però abbia senso riportarla tutta, visto che il libro è composto da quegli undici testi. Poi, certamente, altri testi di consistente peso specifico concorrono a formare questo secondo libro di Osip Mandel’štam di cui si dà notizia. Lo si capisce leggendo la prefazione di Serena Vitale, dove colpirà il racconto dell'amicizia con il biologo e entomologo Boris Kuzin. E parimenti desta ammirazione la compilazione della "Nota al testo" finale, dove ogni poesia è accompagnata da un microsaggio con plurime aperture sulla "conoscenza" che rintracciano questi testi. Chi apprezza Osip Mandel’štam non ha insomma bisogno di molti inviti alla lettura, ma semplicemente di un rinvio a una novità editoriale che copre qualche lacuna. Chi non l'ha ancora avvicinato dovrà accettare che l'esercizio di una recensione si ponga stavolta in tutta la sua affascinante inutilità. Una cosa importante sia detta in chiusura: Mandel’štam è sicuramente passato, o quantomeno rischia di passare, al mito e alla leggenda della poesia novecentesca. Questo, editorialmente parlando, fa gioco, ma è terribilmente pericoloso e stolto. L'incrostazione mitologica sta rovinando anche quel poco che ancora rimane di interessante nella scrittura e nella letteratura, quello che ci fa dire che vale la pena leggere qualcosa (fa specie vedere leggende e automitologie perseguite anche a livelli caserecci da certi autori nostrani ancora in vita). Si torni alla già citata ottava 4 o si apra in libreria il volumetto verdino all'ottava 11, a pagina 55. Comincia così: "E dallo spazio esco nel giardino / incolto delle grandezze, / strappo l'immaginaria costanza, / l'autoconsenso delle cause." Il finale, ovvero gli ultimi quattro versi dell'ottava, è tutto per voi.

lunedì 5 giugno 2017

"Nuova enciclopedia" di Alberto Savinio: fine supremo della cultura è l'ignoranza

Quote #16

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

Nuova enciclopedia di Alberto Savinio è da poco disponibile anche in edizione tascabile e economica (pp. 401, euro 15, la precedente edizione, ritratta accanto, era del 1971 e costa 10 euro di più). Si tratta di un libro adatto, com'era il Cynar, a combattere il "logorio della vita moderna". Lo dico sia nel senso della consultazione per voci che si incunea bene nei vari interstizi di una giornata, sia nel senso di liberazione che la lettura di alcune di queste voci procura. Riferendosi a quest'opera "enciclopedica" saviniana nata dal personale scontento per le enciclopedie esistenti ed entrata in gestazione già negli anni Quaranta, Giorgio Manganelli ha scritto così: "Il suo universo è discontinuo, senza approdi, soprattutto senza destinazione. Non si troverà mai il cosmo, non si indagherà mai il significato. Non esiste profondità, ma solo una infinita serie di superfici. Il mondo è una liscia pelle che nasconde altre pelli lisce: all'infinito." Si tratta di una delle possibili fantasie di avvicinamento a queste pagine. Ma ogni voce, che sia "CUPOLA", "DOLCI", "DRAMMA" o "FUCILE", è destinata a depositare qualche scoria nella testa di chi legge. In "DRAMMA" per esempio c'è un passaggio sulla percezione del tempo che definire profetico è dir  poco, e si ricordi il periodo di scrittura di questa enciclopedia. Scrive Savinio: "Vi siete domandati perché la vita oggi è tanto rapida, tanto fluida, tanto scorrente? Vi siete domandati perché oggi il tempo passa più presto?... Già ho dato più sopra la risposta: perché oggi la vita è tutta orizzontale e il tempo non trova intoppi al suo cammino". E naturalmente questa felice impostazione per lemmi, sostanziosi o apparentemente frivoli, cuce un libro destinato a persistere nel ricordo di chi lo vorrà leggere. C'è anche quest'aspetto di memorabilità di una lettura sul quale capita raramente di confrontarsi, ma che ogni tanto varrebbe la pena di stanare. Non ho ancora terminato di leggere questo tomo considerevole che tuttavia si presta, come detto, a una lettura frammentaria come la mia e com'è la lettura di qualsiasi enciclopedia. Questa che segue su "CULTURA" è una delle molte voci che mi sono segnato.

CULTURA. La cultura ha principalmente lo scopo di far conoscere molte cose. Più cose si conoscono, meno importanza si dà a ciascuna cosa: meno fede, meno fede assoluta. Conoscere molte cose significa giudicarle più liberamente e dunque meglio. Meno cose si conoscono, più si crede che soltanto quelle esistono, soltanto quelle contano, soltanto quelle hanno importanza. Si arriva così al fanatismo, ossia a conoscere una sola cosa e dunque a credere, ad avere fede soltanto in quella. Cfr. i tedeschi che sono portati alla specializzazione. Anche il fanatismo è una specializzazione. Conclusione: poiché fine della cultura è di far conoscere il maggiore numero di cose, e poiché conoscere una cosa significa distruggerla, fine supremo della cultura è l'ignoranza. Mi si passi questa dichiarazione di orgoglio: io già intravedo questo supremo stato di cultura - questo supremo stato di ignoranza. Già intravedo questa calma suprema, questo sguardo estremamente sapiente che spazia su un mondo di cose conosciute - di cose distrutte. Questo cimitero di cose. Questa pace ultima. In fondo questa mia ‘meta’ si confonde col principio stesso della vita cristiana, che è ignorare; e la supera anzi, perché la meta mia ignora anche Dio. Io non so dire veramente se ignoro Dio perché la mia conoscenza lo ha ‘traversato’, o perché non lo ho mai conosciuto. Resta a sapere se Dio è cosa ‘da conoscere'.

martedì 25 ottobre 2016

"L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti" di Zbigniew Herbert (e sui sottotitoli che marcano la poesia nelle copertine)

Covertures #12

Per Adelphi la poesia parla spesso polacco. Sia chiaro, non parla solo polacco: c'è in preparazione, ad esempio, un volume di poesie scelte di Auden tradotte da Massimo Bocchiola e Ottavio Fatica e molti altri sono i poeti pubblicati dalla casa editrice di Milano. Tuttavia, anche sulla scia felice di Wisława Szymborska, non è un grosso azzardo ipotizzare che da quelle parti guardino alla poesia polacca con più di qualche interesse e fiducia. Oltre a Wisława Szymborska si pensi a Czesław Miłosz, a Zbigniew Herbert (Rapporto dalla Città assediata nella traduzione di Pietro Marchesani comparve già nel 1993), a Adam Zagajewski oppure a quel Tadeusz Różewicz che non è ancora un autore pubblicato da Adelphi ma la cui citazione nel risvolto del libro di cui parlo oggi potrebbe far pensare a un futuro sviluppo dell'albero del catalogo. Per Adelphi i risvolti, così come certi libri di critica che fungono anche da anticipatori, servono spesso a fornire velate anticipazioni su possibili sviluppi del catalogo o comunque a lanciare rimandi e rafforzi interni al catalogo stesso, un organismo che nelle sue gemmazioni nuove deve sempre andare a giustificare retroattivamente il tronco originario. Vedremo se arriverà anche il turno di Różewicz oppure se si tratta di una supposizione infondata. 

Dopo aver riposto L'epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti, recente pubblicazione di Zbigniew Herbert (pp. 180, euro 20, a cura di Francesca Fornari), riflettevo su un dettaglio forse banale della copertina: il sottotitolo "Poesie 1990-1998 e altri versi inediti". Sono così andato a rivedere altre copertine di libri di poesia, specialmente di quelli pubblicati nella collana "Biblioteca Adelphi" e notavo che il ricorso a un sottotitolo del genere è raro. Non dubito che stavolta il sottotitolo si sia reso necessario per evidenziare un frammento temporale significativo: Herbert è morto proprio nel 1998 e il richiamo all'inedito è sempre rilevante anche se contraddittorio (l'aggettivo "inedito" pronunciato in una copertina sottointende sempre un "finora"). Nel caso di un altro poeta polacco, Adam Zagajewski, Adelphi aveva pubblicato Dalla vita degli oggetti senza sottotitoli in copertina. Tuttavia, se cercate la scheda dell'opera nel sito della casa editrice, troverete un "Poesie 1983-2005" come sottotitolo. Ora non so se vi sia una linea guida o un preciso criterio di attribuzione dei sottotitoli, specialmente nel caso dei libri di poesia. Tuttavia questo dato mi ha fatto riflettere, anche sul modo in cui propone il genere poesia uno dei principali e noti editori italiani, che persevera nella scelta di non pubblicare certa poesia italiana (a meno che non sia di secoli passati da un pezzo oppure quella di Tommaso Landolfi e di Leonardo Sciascia, vale a dire autori entrati in catalogo per altre radici, quasi mai radici poetiche)L'epilogo della tempesta è un volume che raduna i componimenti da Elegia per l'addio del 1990, Rovigo del 1992 (libro già proposto dalle rodigine edizioni Il Ponte del Sale), L'epilogo della tempesta del 1998 e alcune poesie prese dal volume postumo curato da Ryszard Krynicki. Ha scritto Silvano De Fanti in Storia della letteratura polacca a cura di Luigi Marinelli (Einaudi) che nella sua poesia "l'afflato moralistico e la descrizione realistica sono mitigati, l'uno, e accentuati, l'altra, da un un'ironia espressa da parabole e allegorie spesso sorprendenti". Herbert fu scrittore che abitò sovente la forma esopica della poesia e che non a caso si dichiarò perfettamente a suo agio in situazioni di censura. Al di là dello specifico caso da lui rappresentato, non è un mistero che la poesia funzioni meglio tra i divieti che tra le libere concessioni.

lunedì 1 agosto 2016

"Giù in fondo" di Leonora Carrington

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #30


Nel 1979 uscì per Adelphi la traduzione italiana di En bas di Leonora Carrington (Giù in fondo, pp. 76, traduzione di Ginevra Bompiani, libro del quale si dovrebbe riuscire a recuperare qualche copia). Il breve racconto, uscito in prima battuta a Parigi nel 1973, si tiene in forma diaristica tra il 23 agosto e il 27 agosto 1943 e si apre con una lettera all'editore che dice: "Come una vecchia Talpa che nuota sotto i cimiteri mi rendo conto che sono sempre stata cieca - cerco di conoscere La Morte per avere meno paura, cerco di vuotar via le immagini che mi hanno resa cieca - Le mando ancora molto affetto e la bacio attraverso la mia Dentiera (che tengo accanto a me, la notte, in una scatoletta di plastica celeste) NON HO PIÙ NEANCHE UN DENTE" e poi un significativoo P.S. "Se i giovani mi dicono che ho lo Spirito giovane mi offendo - Ho lo SPIRITO VECCHIO Cerchi di capirlo -". Forse la dentiera è una spia, uno dei tratti che rimandano anche alla sua lunga frequentazione surrealista, ma non formalizziamoci troppo coi surrealisti. Leonora Carrington fu infatti una pittrice e scrittrice che sicuramente visse dal di dentro quella "corrente" ma con una libertà di gesto ineguagliata. Normale ricordare la relazione con Max Ernst, dalla quale anche questo En bas scaturisce, sebbene in absentia. Sono infatti raccolti qui i giorni dell'internamento in manicomio dopo il trapasso del confine spagnolo, in fuga dalla Francia occupata dal Reich e in seguito alla rottura della serenità speculativa che Leonora Carrington e Max Ernst avevano costruito nella casa di Saint-Martin d’Ardèche. Ma tralasciamo per oggi le intricate vicende sentimentali interne al quartier generale surrealista e le altrettanto intricate vicende sentimentali che portano - neanche a farlo apposta - sempre a Peggy Guggenheim (che fra l'altro poi sposò Ernst) e al suo salvataggio di mezzo esercito di artisti figurativi con un volo Pan Am Lisbona-New York nel luglio del 1941 (tra cui proprio Carrington e Ernst).

In questo memoir sull'esperienza dell'internamento nella clinica di Santander gestita dal filonazista Luis Morales, Leonora Carrington semina per strada il ricordo delle terapie brutali, le cure al Cardiazol, le violenze sessuali, i cibi inghiottiti secondo un rituale ben preciso, l'ossessione per certi numeri, la relazione con la lordura della propria condizione di internata, le droghe allucinatorie e arriva a formare un universo di realismo magico dove il dato reale avanza in un deserto di visioni e allucinazioni. L'arrivo in Spagna coincide con il seguente ricordo linguistico: "Dover parlare una lingua che non conoscevo fu molto importante per me. Non ero impacciata da un'idea preconcetta delle parole e capivo soltanto a metà il loro significato moderno. Ciò mi permetteva di attribuire un senso ermetico alle frasi più banali." (corsivo mio). Oggi leggiamo Giù in fondo quasi come una inconsulta reazione scritta dal di dentro di una pazzia incipiente mentre là fuori il mondo va in fiamme e deflagra la rovina bellica. Eppure c'è sempre un occhio che analizza e l'altro che soffre per il continuo cambio di fuoco tra immenso e minuscolo, fuori e dentro. E la pazzia è una sentenza della società salutata positivamente, sin dall'incipit, perché "ingnoravo l'importanza della salute, cioè la necessità assoluta di avere un corpo sano per evitare il disastro nella liberazione dello spirito".

Max Ernst, Leonora nella luce del mattino, 1940
Leonora Carrington fu probabilmente il più gran autore di prosa in un movimento a trazione maschile e figurativa. Ma come accennato fu surrealista per così dire (è stata con Max Ernst, insomma, e Max Ernst è stato con lei), anti-freudiana, seppe correre fuori dall'alveo che Breton (che le dedicò un capitolo nella sua Antologia dello humor nero del 1939) e gli altri surrealisti volevano in un certo senso tracciare per lei. Fu capace di trattare la follia, il sogno e la relazione con gli oggetti all'insegna di una libertà maggiorata rispetto a quella mostrata da certi altri automatismi (e automi) di quel movimento. Per questo oggi, a cinque anni della morte avvenuta in quel Messico dove trascorse larga parte della sua esistenza, possiamo riappropriarci dei fantasmi che ha lasciato sulla pagina e sulle tele e percorrere quest'ennesima discesa agli inferi che la scrittura ha saputo consegnarci, una memoria nera scritta nella "paura di cadere nella finzione, veritiera ma incompleta", un altro notevole risultato ottenuto nell'immondo e nella prosa disposta veramente a lordarsi.

giovedì 14 luglio 2016

La gratitudine "periodica" di Oliver Sacks

Gratitude uscì negli Stati Uniti a novembre dello scorso anno, a tre mesi dalla morte di Oliver Sacks, avvenuta il 30 agosto 2015. La traduzione italiana (Gratitudine, Adelphi, traduzione di Isabella C. Blum, pp. 57, euro 9, con 6 fotografie b/n) arriva a fare il paio con In movimento, la sua autobiografia, pubblicata sempre da Adelphi. Il piccolo volume contiene quattro brevi interventi scritti fra il 2013 e il 2015. A Sacks era stato diagnosticato un raro melanoma oculare già nel 2005, un tipo di malattia che solitamente metastatizza in un caso su due. Lui rientrò in quel caso su due, quasi dieci anni dopo quella diagnosi. A febbraio del 2015 questo aveva infatti metastatizzato nel fegato. Un intervento consentì di arrestare il processo per qualche tempo, tanto che nella tarda primavera del 2015, Sacks si trovò persino in un periodo di buona salute: aveva ripreso a suonare il piano, a nuotare (anche un chilometro e mezzo al giorno!) e a viaggiare (nel libro si ricorda la visita al centro studi sui lemuri della Duke University). La primavera del morente durò tuttavia poco e Sacks iniziò presto a sentirsi affaticato all'arrivo dell'estate. I quattro scritti qui radunati, usciti tutti sul "New York Times", non sono tuttavia quattro atti raccolti in articulo mortis bensì quattro lodi della vita, all'insegna di quel sentimento così difficile - eppure così elementare - da dire che dà il titolo all'opera. Sacks parla della gratitudine per la vita e per stati in contatto e relazione con il mondo. Il primo di questi quattro scritti, fra l'altro, "Mercurio" (The Joy of Old Age, 6 luglio 2013), fu scritto in occasione del suo ottantesimo compleanno, quando Sacks non sapeva della fine imminente. "Mercurio" perché Sacks era solito contare gli anni con gli elementi della tavola periodica nella quale il mercurio occupa appunto l'ottantesima posizione (io ho così scoperto di vivere nell'anno del rubidio e di avvicinarmi a quello dello stronzio).


Con "La mia vita" (My Own Life, 19 febbraio 2015) entriamo negli scritti terminali, che manifestano un distacco progressivo dalla vita, sulla scia di quanto aveva scritto l'amato Hume dopo aver saputo di essere stato colpito da un male incurabile ("È difficile essere più distaccati dalla vita di quanto lo sia io adesso"). "La mia tavola periodica" (My Periodic Table, 24 luglio 2015) ritorna sulla passione per la tavola periodica degli elementi, li passa in rassegna. Sacks sa che non arriverà al radioattivo Polonio (elemento numero 84). Il conclusivo "Shabbat" (Sabbath, 14 agosto 2015) - che chi desidera potrà leggere in originale qui - parte dai ricordi della comunità ebraica ortodossa di Cricklewood, in Inghilterra, per ripercorrere alcune tappe della propria vicenda famigliare, intellettuale e lavorativa (è altresì una lode del lavoro e dell'amore questo insieme di pagine, aspetti della vita umana ancora una volta uniti, come nelle canzoni di Celentano o Battisti), l'omosessualità finalmente detta in famiglia, la scoperta del nuovo mondo americano dopo il 1960, la prossimità al suicidio nel periodo delle anfetamine. Evidente è il senso di prossimità al riposo, sin dal titolo.

La reazione all'annuncio di una morte imminente può comportare svariate reazioni in una persona, a maggior ragione se questa conserva una lucidità notevole e, per un certo periodo, persino la capacità di continuare a nuotare per oltre un chilometro (d'accordo, a livello cardiovascolare il nuoto non è l'attività fisica più proibitiva, ma non so quanti ultraottantenni facciano più di un chilometro al giorno di nuoto). La scrittura è sicuramente uno dei luoghi dove il morituro può rifugiarsi, ma è un luogo pericoloso, perché lì può facilmente sopraggiungere il desiderio di scrivere e provare a dire troppo, di fare consuntivi e bilanci, di consolidare la propria "fama" ed eredità, scientifica o artistica che sia. "Rifugiarsi" nel sentimento di gratitudine è stata la scelta di Sacks, interessarsi di quel che resta tralasciando i problemi dei quali dovrà occuparsi necessariamente il futuro (chi sta per morire, pur interessato al global warming, non può farne il pensiero principale). Il neurologo che soffriva di prosopagnosia e che nella sua scrittura ha via via mostrato una possibile strada di incrocio tra esperimento scientifico ed esperimento romanzesco, raccontandoci le allucinazioni come pochi altri, ci potrebbe aiutare ogni volta che proviamo a parlare di poesia (belli i riferimenti a W.H. Auden in questo libro). Sacks descrive senza esitazione la brama con cui attendeva le nuove uscite delle principali pubblicazioni scientifiche e ricordo che lo stesso Andrea Zanzotto consigliava a chi scrive poesia di rivolgersi più a una buona rivista di scienze che ad altri cespiti di "ispirazione". Non ho dubbi che vi sia un legame covalente tra poesia e scienza che può essere avvertito da tutti noi, sicuramente a differenti livelli di profondità. Non so se nell'estate poetica italiana, in cui gli effimeri bisticci e baruffe su Facebook diventano carburante di "attesi" incontri in festival/sfilate letterarie, quintessenza del narcisimo delle patrie lettere, tutto questo interessi ancora a qualcuno di quelli che scrivono versi. Ma, come potete immaginare, son altri discorsi, per giunta poco interessanti. Di interessante c'è piuttosto il legame tra il sentimento di gratitudine, di lode e di intima relazione con la vita e il cosmo, un legame che la poesia e la scienza hanno sempre parimenti cantato.

domenica 29 maggio 2016

"Estrosità rigorose di un consulente editoriale" di Giorgio Manganelli

Mi sbaglierò, ma credo che libri come questo di Giorgio Manganelli appena pubblicato da Adelphi funzioneranno come serbatoio di idee e innesti per le articolazioni future dell’albero del catalogo di Adelphi. Estrosità rigorose di un consulente editoriale (pp. 340, euro 15, a cura di Salvatore Silvano Nigro) raduna infatti un considerevole numero di risvolti, lettere editoriali, proposte ma soprattutto sintetici, precisi e tagliatissimi pareri e schede di lettura su opere esaminate con perizia e acume e quindi vagliate per conto di Garzanti e Einaudi, in ottica di eventuali traduzioni. La maggior parte dei materiali è inedita e si concentra nel decennio dei Sessanta (Hilarotragoedia esce nel 1964 e anche le date, comprese quelle che hanno battezzato gruppi, vanno quantomeno pensate, per avere il polso del momento di vita in cui Manganelli fa anche questo lavoro). Tuttavia, i materiali del volume, per la maggior parte messi a disposizione dagli archivi delle case editrici, arrivano a ridosso della morte dell’autore con alcune lettere del 1990.

Il libro è diviso in sei parti. Nella prima il centro dell’attenzione è sul costrutto di collana, sulla sua progettazione, vestizione e sulla rilevanza di quarte di copertina, risvolti e note critiche. Nella seconda potrete leggere alcune lettere, mentre nella terza vi addentrerete nella parte più interessante del libro: le schede contenenti i pareri di lettura. Sono testi di lunghezza simile, che tratteggiano il libro letto, lo contestualizzano e si chiudono con un pensiero sulla fattibilità editoriale. Non di rado le chiuse, laddove Manganelli deve propendere per un sì o per un no, sono la parte più memorabile fra tutte (“Lettura ferroviaria, da treni accelerati, novembrini. No.”, così decide di By the Waters of Whitechapel di Bernard Kops). Il registro si mantiene tra il colloquiale e il tecnico, dando forma a dei pareri che si manifestano a noi con quella brillantezza e coraggio del giudizio precoce, in cui una lettura individuale e isolata è consapevole di poter essere l’impulso per un acquisto di diritti di un libro da tradurre e collocare dentro un catalogo (parlando di un libro di racconti di Donald Windham, The Warm Country, Manganelli  chiude con un dubbio che si potrebbe rivolgere pari pari a molte case editrici oggi: “Mi pare da tradurre (ignoro, tuttavia, quale sia l’opinione editoriale sui libri di racconti.”) C’è un aspetto da sottolineare ed è importante: le schede editoriali che stroncano non sono meno interessanti di quelle che caldeggiano la traduzione di un libro, perché motivano il no in un modo per noi del tutto istruttivo. Anche la quarta parte contiene una ricca serie di pareri di lettura, oltre a dei pensieri sul tradurre. Il Commento invece suggella i materiali dispiegati in sequenza contestualizzando fatti, luoghi e persone in quello che diventa, alla fine, un efficace compendio di storia dell’editoria italiana.

Nella sesta parte del volume Salvatore Silvano Nigro, sotto un’epigrafe manganelliana presa da un verbale di riunione Einaudi del 1966 (“Ho un buon tonnellaggio di carta”), unisce in una nota i momenti principali del percorso consulenziale che ha coinvolto l'autore sin dal periodo dei primi anni Sessanta, quand'era docente di inglese in un istituto tecnico femminile popolato da “quelle donne ansiose di farsi segretarie d’azienda”, e ricorda anche i suoi principali contatti presso le case editrici (leggendo questa nota ho pensato che sarebbe giunto il momento di valutare con maggiore attenzione e consapevolezza l’azione canonizzante di Pietro Citati nella letteratura e editoria italiana del Ventesimo secolo). Ma al di là di questo inciso, per definizione secondario, il materiale qui raccolto, unito alla nota di Salvatore Silvano Nigro e persino all’utile e indispensabile indice dei nomi e delle opere predisposto dai curatori, fanno di Estrosità rigorose di un consulente editoriale un’opera che non mancherà di attrarre i lettori di Manga, i curiosi di quel che accadeva nell’editoria di allora e magari anche chi cerca qualche opera sfuggita a una traduzione italiana. Ce ne sono parecchie e alcune le troviamo qui caldeggiate da Manganelli. Le poche righe di una sua scheda basterebbero a favorire una ricerca o una lettura dell’opera di cui egli consiglia l’acquisto dei diritti di traduzione. Per questo motivo il mio intervento inizia con quel pensiero sulla possibilità, non tanto remota, che un libro simile si trasformi nell’anticamera di alcuni sviluppi del catalogo della casa editrice che sta via via pubblicando tutte le opere di Manganelli, consulente editoriale estroso e rigoroso che agisce ancora dal suo ufficio d’oltretomba.

domenica 17 gennaio 2016

Giovanni Comisso fra i "Ritratti italiani" di Alberto Arbasino

Quote #9

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.



Dallo scorso anno trovate Ritratti italiani di Alberto Arbasino anche in edizione economica all'interno della collana "Gli Adelphi" (pp. 554, euro 14). Per me è uno di quei libri perfetti per una vita con molte interruzioni: lo lasci in giro appoggiato da qualche parte e lo prendi per andare al gabinetto, per un interstizio spaziotemporale che si è improvvisamente creato, per un cuscinetto di silenzio creatosi durante una giornata o per una consultazione differita su un autore sul quale magari ti stai confrontando. I ritratti raccolti in questo volume, da Gianni Agnelli a Federico Zeri, sono oltre novanta. Sono perlopiù ritratti di scrittori, registi, critici, politici e musicisti e possono avere un'ampiezza variabile dalle due alla decina di pagine. Non tutto di questi ritratti mi convince: l'ampollosità di certi dettagli svia spesso l'attenzione da un midollo di prosa che talvolta non si riesce ad afferrare e nemmeno ad accarezzare. Sono pezzi, in fin dei conti, e alcuni sono semplicemente più riusciti di altri. Mi sono soffermato oggi su quello di Giovanni Comisso, un grande scrittore a mio avviso. Quando scrivo scrittore scrivo appunto scrittore. Se qualcuno per caso sa che scrivo dalla provincia di Treviso potrebbe pensare che sostenga questo per una forma di campanilismo (anche se a nessuno passerebbe per la testa di usare la categoria di campanilismo per un milanese, bolognese, fiorentino, marchigiano, romano, napoletano che elogia uno scrittore della stessa provincia o zona). Comunque, dovesse capitare, lo si pensi pure: l'affare non mi tocca. Sulla fortuna di Comisso invece non mi va di pronunciarmi troppo. Che sia entrato ne "I Meridiani" qualche anno fa vuol dire tutto e vuol dire anche niente, in fin dei conti. Ma non mi pare che a Comisso sia stata riconosciuta una grande abilità scrittoria, quella insomma che gli riconobbe da subito Goffredo Parise. Se è Javier Marías a doverci ricordare di un suo libro come Agenti segreti di Venezia 1705-1797, riproposto nel 2012 da Pgreco col titolo Agenti segreti veneziani nel Settecento, vuol dire che Comisso non sta in cima ai pensieri di molti. Ecco allora il breve passo strappato dal ritratto dell'Arbasino:

"Giovanni Comisso ormai impoverito era del tutto regale e grandioso, nel tratto generoso e cortese; e quel suo famoso e dimenticato titolo, Felicità dopo la noia, sarebbe tutto ciò di cui sentiamo il bisogno adesso, nel fondo del tedio commercial-letterario italiano, ove nessuno fa niente per niente, e se si dice «che bello» ci sono dietro calcoli. La favorita è un'Italia in terza classe bellissima e disinteressata, e spesso sublime: Chioggia e Gorizia e la Lucania, Venezia d'inverno e Cremona d'estate, i sardi e gli etruschi, domeniche ebbre a Torino (!) e una Liguria mai vista da Montale, giovani signore che tracciano il nome amato con l'ombrellino sulla sabbia, marinai che ridono coi denti bianchi e la brillantina Venus Bertelli sui riccioli neri, l'Arena di Pola come un Colosseo della via dei Serpenti...
[...]
Ora un'operosa e meritoria manifattura ricorda il grande amico che non c'è più, con una scelta delle lettere che inviava su carte di trattoria a proposito di racconti di «viaggio felice» che lo stimolavano a un confronto di generazioni erratiche. E c'è tanto De Pisis, dagli anni migliori, tra Ferrara e Treviso... Ma dopo le curiosità epistolari inedite, bisognerebbe riprendere, ripubblicare, rileggere (o leggere per la prima volta, con incanto) una prosa tra le più affascinanti e sensuali del Novecento europeo. Citando (ancora una volta!) Flaiano, per cui Comisso scrive «come su seta»."

mercoledì 9 dicembre 2015

Terre senz'ombra. Anna Ottani Cavina risponde ad alcune domande sull'Italia dipinta dagli artisti europei tra Seicento e Ottocento

Librobreve intervista #64

Nel 2015 Adelphi ha inaugurato una nuova collana intitolata "Imago" che sinora prevede due titoli: Paura reverenza terrore di Carlo Ginzburg, volume inaugurale dedicato al potere politico di qualsiasi immagine, e Terre senz'ombra di Anna Ottani Cavina. Il formato della collana è corposo e incoraggiante a compiere un percorso significativo e magnificamente illustrato, tra scrittura e immagine. Il progetto grafico è innovativo, adatto ad ospitare opere del genere, dove né il testo né l'immagine vuole essere prevalente o prevaricante. Non che la casa editrice milanese avesse snobbato il mondo dell'arte nei decenni passati, però la scelta di aprire una collana così intitolata e dedicata all'immagine, al nostro rapporto con le immagini, è degna di attenzione. Se pensiamo all'editoria d'arte infatti, spesso la troviamo relegata dentro un qualche solco sin troppo specialistico e l'editoria cosiddetta, almeno un tempo, "di cultura" tendeva a seguire questo andamento. Con questo gesto Adelphi sembra voler far scorrere finalmente, nell'alveo del proprio catalogo e non in un'appendice di questo, pubblicazioni sull'arte visiva e le sue implicazioni, più o meno visibili. Per percorrere qualche tratto di questo volume ho rivolto alcune domande a Anna Ottani Cavina, docente di Storia dell'Arte Moderna all'Università di Bologna e alla Johns Hopkins University. La ringrazio per la disponibilità a rispondere e anche per aver messo a disposizione le immagini che chiudono questa intervista.

LB: Il suo ultimo libro, Terre senz'ombra, trova una collocazione editoriale all'interno della neonata collana di Adelphi "Imago", inaugurata da volume di Carlo Ginzburg Paura reverenza terrore. Per quel che riguarda questa sua opera, si tratta di un felice e casuale incontro e comunione di intenti tra autore ed editore al momento giusto oppure di una progettazione che parte da più lontano?
R: Ci tenevo molto, avendo a lungo pubblicato con alcune case editrici che privilegiano gli studi sull'arte, a incontrare Adelphi, il suo pubblico più trasversale, la sua qualità straordinaria dal punto di vista editoriale.


LB: Vorrei rimanere ancora per un istante sulle ragioni "editoriali" che hanno spinto Adelphi a inaugurare una collana come "Imago" (suppongo abbia letto i comunicati della casa editrice al momento del lancio della collana). Sembra quasi che un editore di parole non sia più intenzionato a lasciare l'editoria d'arte ai soli ambiti ai quali è spesso relegata (editoria specializzata, cataloghistica, monografie). Insomma un recupero pieno dell'arte nell'editoria nell'alveo di una certa editoria. Quali sono i suoi pensieri a riguardo?
R: In questa nuova collana l'immagine è al centro. Viene letta da angolazioni diverse in quanto gli autori hanno un diverso background. Ma la cosa più interessante è la flessibilità dell'impianto del libro, la duttilità di una gabbia entro cui le immagini corrono insieme al testo, non sono riunite per blocchi, separate, in fondo al volume. Le immagini sono perfettamente integrate al racconto.

LB: Veniamo a terre Terre senz'ombra: che cosa rappresenta e come arriva questo studio all'interno del suo tragitto di ricerca?
R: Ci sono forse due ragioni che mi hanno spinto in questi ultimi anni a esplorare il tema della natura dipinta. La prima è un mio desiderio di sconfinare rispetto ai campi che negli anni hanno segnato i miei studi: la pittura caravaggesca, il rapporto con l'antichità, il mondo neoclassico... Credo infatti che, scivolando verso altri temi si sia costretti a rigenerare anche gli strumenti della ricerca, a fossilizzarsi un po' di meno. La seconda ragione è che, negli anni fra Sette e Ottocento, il paesaggio diventa un genere privilegiato che canalizza le grandi tensioni dell'uomo e offre una chiave importante per leggere la storia.

LB: Spero accetti ora un piccolo esperimento. Per quel che mi riguarda, aprendo il volume in libreria, sono stato catturato subito dal dipinto dei cipressi di Villa d'Este di Johann Wilhelm Schirmer. Isoliamo quest'opera con elemento singolo all'interno di un volume ricchissimo di immagini. Come e perché appare nello svolgersi della sua opera? La domanda è volutamente pretestuosa, ma i pretesti possono servire ad allargare uno sguardo...
R: C'è un paragrafo del libro che si intitola "Cipressi". Vorrebbe dimostrare che a volte sono  stati gli artisti a "plasmare" il nostro paesaggio, a estrarre dal suo DNA alcune  sequenze che poi sono diventate identitarie. La campagna romana ad esempio, quasi immutata negli anni, viene rappresentata da Poussin attraverso la forma espansa ed eroica delle grandi querce che corrisponde a una visione ideale e classica. Più tardi, in età romantica, sono le verticali scure dei cipressi a rivelare di quello stesso paesaggio il lato oscuro e inquietante.


LB: Terre senz'ombra è un libro di storia dell'arte. Qual è lo stato di salute della disciplina, da un punto di vista accademico, ma ancora più, epistemologico e di riflessione su di sé, sulle proprie prerogative e i propri metodi? Se la domanda le sembra esagerata per gli spazi a disposizione, potrebbe ricorrere ad un esempio per puntare il dito su un problema che le sta a cuore nell'ambito della disciplina e del suo statuto?
R: Penso che servirebbe a tutti noi non dimenticare che la storia dell'arte è parte della storia. Un dialogo serrato con le discipline contigue è forse un'esigenza necessaria, insieme a una scrittura che dovrebbe essere penetrante e pulita.

LB: Infine una riflessione. Il suo studio si presenta e resterà come un eloquente "omaggio" all'Italia, senza nuove o vecchie retoriche. Se è vero che per un libro "chiuso" altri di possibili se ne aprono, quali strade vorrebbe aprisse questa sua ultima fatica?
R: Non ho l'ambizione di aprire delle strade. Vorrei aggiungere che, nella celebrazione di un'Italia intatta e bellissima dipinta da artisti che sono poco conosciuti da noi, non c'è un atteggiamento nostalgico. L'Italia è ancora, in molte sue parti, intatta e bellissima e da sempre il suo paesaggio è stato un paesaggio lavorato e modificato dall'uomo. Per evitare il disastro e la perdita, si tratta di ritrovare quella capacità di armonizzare l'intervento dell'uomo sulla natura che, nei secoli, ha disegnato quella terra incantata che a tutti appariva una "Magic Land".


 Gustaf Wilhelm Palm, Nei giardini di Villa Borghese

  Thomas Jones
Un muro a Napoli
1872
Londra, The National Gallery

  Johann Martin von Rohden
Tivoli von Westen
1808-1815
Hannover, Landesmuseum

  Adam Elsheimer
Fuga in Egitto (particolare)
1609
Monaco, Alte Pinakothek

  Joseph Mallord William Turner
Il campanile di San Marco e Palazzo Ducale
1819
Londra, Tate Gallery

  Johan Christian Dahl
Dalla finestra, il Castello di Pillnitz a Dresda
1823
Essen, Museum Folkwang

 John Ruskin
Studio di nuvole
1859-60
Oxford, Ashmolean Museum

lunedì 2 novembre 2015

"Egrette bianche" di Derek Walcott

Avvistamenti #2

Poche righe su libri che faremmo bene a tradurre o che stanno finalmente arrivando.
 
Chi ama la poesia di Derek Walcott può rallegrarsi. A brevissimo infatti sarà disponibile nella collana "Biblioteca Adelphi" Egrette bianche (pp. 189, traduzione di Matteo Campagnoli). Si tratta della traduzione della quattordicesima raccolta del poeta caraibico, Nobel per la letteratura nel 1992. Una curiosità: in copertina troverete Applicando l'esca all'amo, opera del 1984 dello stesso Walcott. In questa pagina si legge in anteprima la scheda del libro. Tempo fa ho tentato in un post una traduzione di una poesia contenuta nel libro grigio di cui sopra vedete la copertina (l'ultimo testo dell'opera, per la precisione). La ripropongo qui sotto, nell'attesa curiosa di leggere quella di un traduttore di rango come Campagnoli.


Questa pagina è una nuvola tra i cui bordi
sfilacciati appare a tratti un promontorio
di montagne che poi si nasconde ancora,
finché quello che affiora dall'azzurro adesso terso
è il mare solcato e, intera, l'isola che si chiama da sé, gli orli ocra,
le valli sprofondate nell'ombra e una spirale di strada
che unisce i villaggi dei pescatori, i bianchi e silenziosi flutti
dei frangenti lungo la costa, dove una linea di gabbiani sfreccia
verso il porto sempre più grande di una città senza rumore,
le sue strade diventano più vicine come lettere leggibili,
due navi da crociera, golette, un rimorchiatore, canoe ancestrali,
mentre una nuvola lenta copre la pagina che ritorna
bianca e il libro finisce.



This page is a cloud between whose fraying edges
a headland with mountains appears brokenly
then is hidden again until what emerges
from the now cloudless blue is the grooved sea
and the whole self-naming island, its ochre verges,
its shadow-plunged valleys and a coiled road
threading the fishing villages, the white, silent surges
of combers along the coast, where a line of gulls has arrowed
into the widening harbour of a town with no noise,
its streets growing closer like print you can read,
two cruise ships, schooners, a tug, ancestral canoes,
as a cloud slowly covers the page and it goes
white again and the book comes to a close.