©overtures #18
Una poesia da #70
È disponibile da qualche settimana il nuovo libro di Roberto Amato. Si intitola Le attitudini terrestri e lo pubblica Elliot (pp. 108, euro 15), in continuità col passato e in una delle collane di poesia rimaste più in vista, a dispetto di una gabbia grafica tra le più discutibili in circolazione. Per certi aspetti tale gabbia grafica è unica, nel senso che quasi nessun editore ricorre più a una foto dell'autore per la copertina di un libro. Tuttavia, se questo accade, un motivo ci sarà, fosse anche solamente una scorciatoia: in fondo la copertina diventa spesso un problema da risolvere e non sempre si comprende come possa essere un'opportunità per incominciare il percorso di un libro. Non credo sia un caso che questo binomio costituito da foto dell'autore e copertina si instauri proprio in una collana di poesia, quasi ad avallo di un'immagine sociale della poesia assai datata, se non addirittura sepolta, che conferisce un primato quasi sacerdotale alla figura - in questo caso al ritratto fotografico in bianco e nero - del poeta. Ma tant'è, il mondo è pieno di bei libri con brutte copertine e di belle copertine che aprono libri brutti. Questa puntata di "©overtures" rappresenta un momento per suggerire che, anziché piangere ogni due per tre sui destini particolari della poesia, sarebbe meglio capire che anche attraverso la progettazione di superfici grafiche dove si intraveda un qualche sforzo, che possa riverberare davvero un immaginario e le istanze di una proposta poetica, potrebbe passare una salute e un filtro migliore su questa forma storica che è la poesia. Guardando fuori dall'Italia qualcuno potrebbe obiettare che è altrettanto vero che la prestigiosa casa editrice Faber & Faber si limita a riportare gigantescamente in copertina nome dell'autore e titolo, circa come la penultima versione de "Lo Specchio" di Mondadori. Tuttavia non è un discorso di prestigio che ora interessa, bensì di immaginario, di progetto, di veicolazione all'interno di quelli che rimangono i vincoli della progettazione e della filiera editoriale.
Torniamo brevemente al libro Le attitudini terrestri, che ben altro sforzo di copertina meriterebbe. Segue Le cucine celesti e L'agenzia di viaggi (usciti per l'emiliana Diabasis), Il disegnatore di alberi (ricordato qui), L'acqua alta, Le città separate e Lo scrittore di saggi (tutti pubblicati per Elliot, anche con precedenti e migliori vesti grafiche). Il libro nuovo conferma la singolarità della proposta poetica dello scrittore nato a Viareggio 65 anni fa, il quale, in prose o in versi, sembra talvolta sganciare il cervello e il polso per accogliere immagini e ritmi che trasformano kafkianamente un quaderno in un libro. Accompagno questa segnalazione con un testo tratto dalla sezione intitolata "La casa stretta".
Confesso che ho pochissimi ricordi infantili.
Forse l'unico che mi piace (anche se un po' mi fa soffrire)
è quando la mattina (prima che il sole galleggiasse)
andavo sugli scogli col mio Sussidiario,
e mi piaceva saltellare da un argomento all'altro:
dall'aritmetica alla scoperta dell'America.
Guardavo il mare che mi sembrava troppo piccolo per contenere i continenti.
E diventavo sospettoso:
mio padre probabilmente non andava da nessuna parte,
e i vicini chiaroveggenti dicevano che si chiudeva in un bar
(appena sotto il livello del mare)
e lì perdeva cifre astronomiche a Scopone Scientifico.
(da Le attitudini terrestri di Roberto Amato, Elliot, 2018)
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mercoledì 8 agosto 2018
venerdì 29 giugno 2018
Piccola Biblioteca a caccia di immagini?
Qualche trasgressione a una gabbia grafica solitamente sgombra si è vista altre volte nella "Piccola Biblioteca", la collana forse più nota della casa editrice dei "libri unici", quella che sogna-disegna-costruisce passo passo il proprio lettore seriale (non a caso compare il numero progressivo del volume in copertina e sul dorso, chiaro monito ai collezionisti). Nella maggior parte dei casi lo schema però è dato: colore cangiante ma scelto con criterio (Nietzsche giallo, Bennett rosa, verdino Flaiano, Schopenhauer arancione ecc.), nome dell'autore, titolo, emblema/nome dell'editore e cornicetta. Viene da chiedersi se due recenti proposte collocate in questa collana, Ombre giapponesi di Lafcadio Hearn e Giorni tranquilli a Clichy di Henry Miller (da poco in libreria), ci dicano però di una stanchezza di questa pulizia oppure di una rinuncia all'immagine di copertina che rischia di diventare un lusso persino per una collana che ha costruito la propria immagine sull'assenza di immagine. Naturalmente queste sono valutazioni estemporanee, fatte sulla base di un rapido giro in libreria, ma è sempre curioso seguire il diorama delle copertine in un mondo dove si pubblica tanto, si legge abbastanza poco, si rende molto e si va al macero (anche se non è questo il caso di chi è "editore di catalogo"). Almeno le copertine restano e le vediamo in tanti e dicono qualcosa dell'editore che propone determinati titoli. A volte le copertine sono dei sintomi. Potrebbe benissimo essere che queste trasgressioni della Piccola Biblioteca di Adelphi (c'è anche la Piccola Biblioteca Einaudi, per parlare di nomi di collana) siano perfettamente calcolate, con il fine di rafforzare quella che rimane una collana aniconica, eccezione fatta per l'emblema della casa editrice. Non credo che queste trasgressioni della norma possano diventare molto frequenti, pena la destabilizzazione di un formato così consolidato. Allo stesso tempo tuttavia mi pare percepibile una certa inquietudine della gabbia e una pressione a forzarla più spesso. E la questione delle copertine rimane per ora tutt'altro che secondaria.
venerdì 23 febbraio 2018
"Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo" di Riccardo Falcinelli: il design del libro è già un punto di vista sul suo oggetto
©overtures #16
È un libro eccezionale questo, frutto del lavoro di una persona che è ormai entrata nel novero dei grandi visual designer italiani. Con "lavoro" si intende quindi anche l'attività quotidiana non coincidente solo con la ricerca e scrittura di libri. Effettivamente credo sia davvero tra i più preparati Riccardo Falcinelli e lo ha dimostrato anche con altri libri. E dato che ci siamo ricordiamo alcuni di questi titoli: Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network per Einaudi, Fare i libri per Minimum Fax e l'assai utile Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design per Stampa Alternativa. È eccezionale perché fa eccezione. Detto in altre parole, si fatica a trovare un prodotto simile a Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo (Einaudi, pp. VIII - 472, euro 24) nel mercato editoriale odierno. Il libro parte dall'esempio delle matite, che dopo la nascita fortuita alla fine del Settecento si sono imposte come standard per la scrittura e sono quasi tutte... gialle. Perché è successo questo? Perché la "giallezza" (o "giallitudine") è diventata parte dell'idea che abbiamo di matita un po' a tutte le latitudini? Certo, esistono le matite verdi o rosse, ma la stragrande maggioranza delle matite prodotte sulla faccia della terra è verniciata di giallo. Per passare a un altro colore, siamo sicuri che il nero sia nero? ("Nera più del nero" cantava Riccardo Cocciante in "Margherita"). Molto importante è esercitarsi a capire quanti toni e aspetti si racchiudano nella semplice nostra espressione "nero". Oppure, vi siete mai chiesti perché i manti della madonna da neri nel Quattrocento sono passati al preziosissimo oltremare? Questo studio si propone come una storia materiale (e anche scientifica) del colore, cerca di dirci come il colore abbia influito sul nostro sguardo, e trapunta il proprio impaginato passando continuamente dentro e fuori concetti come standard ed eccezione. Anche se probabilmente ci pensiamo poco, il colore ha una posizione prominente nelle nostre giornate: orienta, guida, emoziona, gerarchizza, colloca. Questo studio fa anche molte altre cose. L'innovazione di Falcinelli è quella di non rimanere fermo alla storia dell'arte, ma di aprirsi, diversamente dai tanti libri sul colore scritti da storici dell'arte, alla quotidianità, all'economia, alla fisiologia e persino all'antropologia e etnologia del colore. Da questo punto di vista un libro così è davvero imperdibile e può interessare un pubblico vastissimo, direi un pubblico coincidente con la quasi totalità delle persone che, dai professionisti dei più disparati mestieri agli appassionati, abbiano ancora voglia di leggere un testo utile, scritto bene e impaginato ancora meglio (non si parla quasi mai di impaginazione quando si affrontano i discorsi sulla fattezza dei libri e questo testo ha delle peculiarità che invito a scoprire).
In questo lavoro eccezionale c'è però una cosa che curiosamente non è uscita particolarmente bene o che quantomeno non fa eccezione. Mi riferisco alla copertina, il che potrebbe far sorridere, considerando la galleria di bellissime copertine allestite da Falcinelli per più case editrici italiane. Vedremo tra qualche riga che si tratta sicuramente di una scelta ponderata e coerente con l'impaginazione del volume. Alla fine, in fondo, è comunque una copertina efficace. Tuttavia non è una copertina particolarmente innovativa e si potrebbe aprire una lunga parentesi su cosa sia innovativo e cosa sia efficace e chiederci se i due termini vadano spesso in contrasto o meno. Credo che in definitiva sia proprio questo che colpisce, cioè il fatto che il contenuto davvero innovativo della trattazione non sia supportato da una copertina altrettanto innovativa. Tutto qui. La scelta di giocare la parola principale del titolo in corpo molto grande, con le lettere "bucate" di modo da lasciare intravedere soggetti di diversi colori, è sicuramente un modo coerente di illustrare quella stessa parola "Cromorama", disposta su due righe. In gergo pubblicitario si potrebbe dire che visual e headline si sostengono l'un l'altro in maniera salda. Allo stesso tempo però è uno stratagemma già visto e rivisto. Diciamo pure che c'è stata una stagione della grafica in cui si è abusato di questo stratagemma (mi tornano alla mente certe campagne stampa dell'emittente Sky di parecchi anni fa, prima del cambio del logo). Questa osservazione nulla toglie all'interno del libro, che come detto rappresenta la trattazione più aggiornata ed efficace si possa trovare oggi sul colore e la sua pervasità nel sistema che tiene insieme il nostro sguardo, la fisiologia, l'economia, i desideri e forse persino i sogni (Lei sogna a colori? era il bellissimo e curioso titolo di un libro-intervista di Eckhard Roelcke al musicista György Ligeti). Quando si arriva alla fine del libro, che può essere letto anche felicemente a piccoli sorsi, si scopre su fondo giallo una "Nota iconografica" che ci dice perché questa copertina, alla fine, sta bene in questo libro. La nota si riferisce alle immagini impaginate nel libro sotto forma di dettagli o brandelli e non nella loro interezza a differenza del modello editoriale classico, ma si può applicare anche alla copertina. Tra le altre cose ci dice che l'idea è "proporre un apparato figurativo che, scorrendo parallelamente al testo, solleciti uno sguardo articolato sulle immagini, rendendo fruttuoso il sincretismo che è ormai norma attraverso Internet e i social network." Poco prima Falcinelli aveva fatto bene a ricordare che "la maniera in cui il volume è impaginato è da considerarsi consustanziale al testo: il design del libro è già un punto di vista sul suo oggetto".
È un libro eccezionale questo, frutto del lavoro di una persona che è ormai entrata nel novero dei grandi visual designer italiani. Con "lavoro" si intende quindi anche l'attività quotidiana non coincidente solo con la ricerca e scrittura di libri. Effettivamente credo sia davvero tra i più preparati Riccardo Falcinelli e lo ha dimostrato anche con altri libri. E dato che ci siamo ricordiamo alcuni di questi titoli: Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network per Einaudi, Fare i libri per Minimum Fax e l'assai utile Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design per Stampa Alternativa. È eccezionale perché fa eccezione. Detto in altre parole, si fatica a trovare un prodotto simile a Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo (Einaudi, pp. VIII - 472, euro 24) nel mercato editoriale odierno. Il libro parte dall'esempio delle matite, che dopo la nascita fortuita alla fine del Settecento si sono imposte come standard per la scrittura e sono quasi tutte... gialle. Perché è successo questo? Perché la "giallezza" (o "giallitudine") è diventata parte dell'idea che abbiamo di matita un po' a tutte le latitudini? Certo, esistono le matite verdi o rosse, ma la stragrande maggioranza delle matite prodotte sulla faccia della terra è verniciata di giallo. Per passare a un altro colore, siamo sicuri che il nero sia nero? ("Nera più del nero" cantava Riccardo Cocciante in "Margherita"). Molto importante è esercitarsi a capire quanti toni e aspetti si racchiudano nella semplice nostra espressione "nero". Oppure, vi siete mai chiesti perché i manti della madonna da neri nel Quattrocento sono passati al preziosissimo oltremare? Questo studio si propone come una storia materiale (e anche scientifica) del colore, cerca di dirci come il colore abbia influito sul nostro sguardo, e trapunta il proprio impaginato passando continuamente dentro e fuori concetti come standard ed eccezione. Anche se probabilmente ci pensiamo poco, il colore ha una posizione prominente nelle nostre giornate: orienta, guida, emoziona, gerarchizza, colloca. Questo studio fa anche molte altre cose. L'innovazione di Falcinelli è quella di non rimanere fermo alla storia dell'arte, ma di aprirsi, diversamente dai tanti libri sul colore scritti da storici dell'arte, alla quotidianità, all'economia, alla fisiologia e persino all'antropologia e etnologia del colore. Da questo punto di vista un libro così è davvero imperdibile e può interessare un pubblico vastissimo, direi un pubblico coincidente con la quasi totalità delle persone che, dai professionisti dei più disparati mestieri agli appassionati, abbiano ancora voglia di leggere un testo utile, scritto bene e impaginato ancora meglio (non si parla quasi mai di impaginazione quando si affrontano i discorsi sulla fattezza dei libri e questo testo ha delle peculiarità che invito a scoprire).
In questo lavoro eccezionale c'è però una cosa che curiosamente non è uscita particolarmente bene o che quantomeno non fa eccezione. Mi riferisco alla copertina, il che potrebbe far sorridere, considerando la galleria di bellissime copertine allestite da Falcinelli per più case editrici italiane. Vedremo tra qualche riga che si tratta sicuramente di una scelta ponderata e coerente con l'impaginazione del volume. Alla fine, in fondo, è comunque una copertina efficace. Tuttavia non è una copertina particolarmente innovativa e si potrebbe aprire una lunga parentesi su cosa sia innovativo e cosa sia efficace e chiederci se i due termini vadano spesso in contrasto o meno. Credo che in definitiva sia proprio questo che colpisce, cioè il fatto che il contenuto davvero innovativo della trattazione non sia supportato da una copertina altrettanto innovativa. Tutto qui. La scelta di giocare la parola principale del titolo in corpo molto grande, con le lettere "bucate" di modo da lasciare intravedere soggetti di diversi colori, è sicuramente un modo coerente di illustrare quella stessa parola "Cromorama", disposta su due righe. In gergo pubblicitario si potrebbe dire che visual e headline si sostengono l'un l'altro in maniera salda. Allo stesso tempo però è uno stratagemma già visto e rivisto. Diciamo pure che c'è stata una stagione della grafica in cui si è abusato di questo stratagemma (mi tornano alla mente certe campagne stampa dell'emittente Sky di parecchi anni fa, prima del cambio del logo). Questa osservazione nulla toglie all'interno del libro, che come detto rappresenta la trattazione più aggiornata ed efficace si possa trovare oggi sul colore e la sua pervasità nel sistema che tiene insieme il nostro sguardo, la fisiologia, l'economia, i desideri e forse persino i sogni (Lei sogna a colori? era il bellissimo e curioso titolo di un libro-intervista di Eckhard Roelcke al musicista György Ligeti). Quando si arriva alla fine del libro, che può essere letto anche felicemente a piccoli sorsi, si scopre su fondo giallo una "Nota iconografica" che ci dice perché questa copertina, alla fine, sta bene in questo libro. La nota si riferisce alle immagini impaginate nel libro sotto forma di dettagli o brandelli e non nella loro interezza a differenza del modello editoriale classico, ma si può applicare anche alla copertina. Tra le altre cose ci dice che l'idea è "proporre un apparato figurativo che, scorrendo parallelamente al testo, solleciti uno sguardo articolato sulle immagini, rendendo fruttuoso il sincretismo che è ormai norma attraverso Internet e i social network." Poco prima Falcinelli aveva fatto bene a ricordare che "la maniera in cui il volume è impaginato è da considerarsi consustanziale al testo: il design del libro è già un punto di vista sul suo oggetto".
venerdì 30 giugno 2017
Lo Specchio Mondadori rilancia con discutibili richiami "vintage" alla propria storia
Covertures #15
Come già saprà chi presta qualche attenzione alle nuove uscite di poesia (uno zoccolo "tenero" di lettori?), la collana di poesia "Lo Specchio" di Mondadori è stata recentemente oggetto, dopo un periodo silenzioso, di un rilancio che ha previsto una nuova gabbia grafica, nuova carta, nuova impaginazione dei testi (nuova rispetto alle ultime impaginazioni della collana). I tre titoli che accompagnano questo rilancio sono I canti di Mihyar il damasceno di Adonis, Tutte le poesie (1969-2015) di Milo De Angelis e Ipotesi di felicità di Alberto Pellegatta (titolo che mi ha improvvisamente ricordato il Prove di libertà di Stefano Dal Bianco). Questo breve intervento non discute i contenuti dei tre libri, appartenenti ad autori rilevanti per motivi diversi, bensì il modo in cui questo tentativo di rilancio della collana si pone attraverso scelte che investono i paratesti editoriali e l'impaginazione della collana stessa. Se la grafica delle nuove copertine, per quel che mi riguarda e per quel che vale, ha superato positivamente il test della "prima vista" (sopra avete un teaser, un classico wall delle copertine delle prime uscite), quello che mi ha convinto assai meno è l'operazione tutta chiusa tra nostalgia della heritage (aziendale) e richiami vintage che ha accompagnato l'interno, dai paratesti all'impaginazione tipica della serie più fortunata de Lo Specchio (per capirsi: quell'impaginazione secondo cui una poesia di soli dieci versi poteva presentarne quattro nella pagina di destra e finire con gli altri sei versi nella successiva pagina pari di sinistra, con il titolo staccatissimo dal primo verso). Si tratta di un mood, come direbbe qualche arredatore abbronzato o qualche pubblicitario, senza dubbio ricercato. E il testo che accompagna l'apertura dei volumi e l'operazione-rilancio è tutto incentrato sulle passate glorie della collana di poesia mondadoriana e ricorda persino un frammento testuale che su questa collana compariva all'altezza degli anni Quaranta. Ecco un pezzo del nuovo testo di accompagnamento che si trova all'apertura dei volumi:
Orsù, bene, Alfonso Berardinelli forse dovrà rivedere i suoi interventi sulle collane di poesia che chiudono. Berardinelli a parte, no, non mi pare così bene. Questo è quanto, per quel che riguarda la prima impressione. Ma io sono di parte, come del resto chiunque legga questo breve scritto e chiunque prenda in mano i libri di questa rinnovata collana poetica. Ripeto, qui si discute solo del modo di porsi attraverso strategie paratestuali e di impaginazione e non dei libri pubblicati; inoltre si vuole mettere in dubbio l'opportunità di rievocare quella storia editoriale e aziendale. Alla fine, l'impressione che ho avuto sfogliando un esemplare della nuova collana in libreria è uno sconsolato acronimo che usava spesso mio fratello allargando le braccia: NCSP (Non Ci Siamo Proprio). E anche questo è detto, per quel che vale. Non penso sia lontano il momento in cui il libro di poesia sarà solamente uno dei tanti oggetti di design. Ma allora, forse, tornerà a vendere?
Come già saprà chi presta qualche attenzione alle nuove uscite di poesia (uno zoccolo "tenero" di lettori?), la collana di poesia "Lo Specchio" di Mondadori è stata recentemente oggetto, dopo un periodo silenzioso, di un rilancio che ha previsto una nuova gabbia grafica, nuova carta, nuova impaginazione dei testi (nuova rispetto alle ultime impaginazioni della collana). I tre titoli che accompagnano questo rilancio sono I canti di Mihyar il damasceno di Adonis, Tutte le poesie (1969-2015) di Milo De Angelis e Ipotesi di felicità di Alberto Pellegatta (titolo che mi ha improvvisamente ricordato il Prove di libertà di Stefano Dal Bianco). Questo breve intervento non discute i contenuti dei tre libri, appartenenti ad autori rilevanti per motivi diversi, bensì il modo in cui questo tentativo di rilancio della collana si pone attraverso scelte che investono i paratesti editoriali e l'impaginazione della collana stessa. Se la grafica delle nuove copertine, per quel che mi riguarda e per quel che vale, ha superato positivamente il test della "prima vista" (sopra avete un teaser, un classico wall delle copertine delle prime uscite), quello che mi ha convinto assai meno è l'operazione tutta chiusa tra nostalgia della heritage (aziendale) e richiami vintage che ha accompagnato l'interno, dai paratesti all'impaginazione tipica della serie più fortunata de Lo Specchio (per capirsi: quell'impaginazione secondo cui una poesia di soli dieci versi poteva presentarne quattro nella pagina di destra e finire con gli altri sei versi nella successiva pagina pari di sinistra, con il titolo staccatissimo dal primo verso). Si tratta di un mood, come direbbe qualche arredatore abbronzato o qualche pubblicitario, senza dubbio ricercato. E il testo che accompagna l'apertura dei volumi e l'operazione-rilancio è tutto incentrato sulle passate glorie della collana di poesia mondadoriana e ricorda persino un frammento testuale che su questa collana compariva all'altezza degli anni Quaranta. Ecco un pezzo del nuovo testo di accompagnamento che si trova all'apertura dei volumi:
Negli anni ’40, sull’aletta de “Lo Specchio”, l’Editore scriveva: «Di qui si irradia il canto della nostra lirica, qui giungono le voci nuove della giovane poesia e si affiancano ai grandi nomi già noti in tutto il mondo continuando la gloriosa tradizione italiana attraverso i secoli e i tempi».Tutto questo accade come se, in piena epoca di adorazione del vintage, almeno per i frigoriferi, le auto e altri oggetti di design e consumo, anche la poesia potesse passare di lì per provare a tornare X (X sta per un aggettivo a piacere, ma lascio immaginare quali).
Orsù, bene, Alfonso Berardinelli forse dovrà rivedere i suoi interventi sulle collane di poesia che chiudono. Berardinelli a parte, no, non mi pare così bene. Questo è quanto, per quel che riguarda la prima impressione. Ma io sono di parte, come del resto chiunque legga questo breve scritto e chiunque prenda in mano i libri di questa rinnovata collana poetica. Ripeto, qui si discute solo del modo di porsi attraverso strategie paratestuali e di impaginazione e non dei libri pubblicati; inoltre si vuole mettere in dubbio l'opportunità di rievocare quella storia editoriale e aziendale. Alla fine, l'impressione che ho avuto sfogliando un esemplare della nuova collana in libreria è uno sconsolato acronimo che usava spesso mio fratello allargando le braccia: NCSP (Non Ci Siamo Proprio). E anche questo è detto, per quel che vale. Non penso sia lontano il momento in cui il libro di poesia sarà solamente uno dei tanti oggetti di design. Ma allora, forse, tornerà a vendere?
sabato 22 aprile 2017
Bruno Munari per Laterza: le nuove copertine "google" di Riccardo Falcinelli
Covertures #14
Il nome di Riccardo Falcinelli è una garanzia in tema di copertine, grafica editoriale e visual design. Non solo con il proprio lavoro per importanti case editrici, ma anche cementando il proprio operato con libri teorici, Falcinelli è diventato un nome di riferimento. Tra le sue opere di riflessione vanno ricordate Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network (Einaudi), Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design (Stampa Alternativa) e Fare i libri (Minimum Fax), libri utili ben al di fuori dell'ambito del design editoriale (soprattutto i primi due), che non dovrebbero mancare nelle biblioteche di chi si occupa di design, pubblicità, packaging e altre attività a stretto contatto con la parola larga - ma in realtà assai attillata - che è "design".
La casa editrice Laterza ha recentemente rilanciato alcuni dei più noti titoli di Bruno Munari del proprio catalogo, sempre all'interno della collana "Economica Laterza", e ha affidato la veste grafica, diversa dagli altri libri della collana, proprio a Falcinelli. Detto in altre parole potremmo dire che un affermato visual designer di oggi è stato chiamato a vestire le copertine dei libri di un visual designer tra i più importanti del nostro passato. Il risultato sono le copertine che potete vedere qui sopra, che a mio avviso risentono di un'immagine "google": il nome di Munari è giocato con colori cangianti per ogni singola lettera su fondo bianco nella parte bassa della copertina, un po' come nel caso del motore di ricerca. Il titolo campeggia invece in alto. In ogni libro è poi giocata un'illustrazione a un colore (nero) vicino al nome dell'autore. In questi casi, dal momento che si suppone Falcinelli abbia presentato più progetti a Laterza, verrebbe voglia di spulciare tra quelli scartati dal committente.
Il nome di Riccardo Falcinelli è una garanzia in tema di copertine, grafica editoriale e visual design. Non solo con il proprio lavoro per importanti case editrici, ma anche cementando il proprio operato con libri teorici, Falcinelli è diventato un nome di riferimento. Tra le sue opere di riflessione vanno ricordate Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network (Einaudi), Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design (Stampa Alternativa) e Fare i libri (Minimum Fax), libri utili ben al di fuori dell'ambito del design editoriale (soprattutto i primi due), che non dovrebbero mancare nelle biblioteche di chi si occupa di design, pubblicità, packaging e altre attività a stretto contatto con la parola larga - ma in realtà assai attillata - che è "design".
La casa editrice Laterza ha recentemente rilanciato alcuni dei più noti titoli di Bruno Munari del proprio catalogo, sempre all'interno della collana "Economica Laterza", e ha affidato la veste grafica, diversa dagli altri libri della collana, proprio a Falcinelli. Detto in altre parole potremmo dire che un affermato visual designer di oggi è stato chiamato a vestire le copertine dei libri di un visual designer tra i più importanti del nostro passato. Il risultato sono le copertine che potete vedere qui sopra, che a mio avviso risentono di un'immagine "google": il nome di Munari è giocato con colori cangianti per ogni singola lettera su fondo bianco nella parte bassa della copertina, un po' come nel caso del motore di ricerca. Il titolo campeggia invece in alto. In ogni libro è poi giocata un'illustrazione a un colore (nero) vicino al nome dell'autore. In questi casi, dal momento che si suppone Falcinelli abbia presentato più progetti a Laterza, verrebbe voglia di spulciare tra quelli scartati dal committente.
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mercoledì 16 novembre 2016
Il manuale di Epitteto tradotto da Giacomo Leopardi (e qualche nota editoriale)
Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #33
Covertures #13
Il Manuale di Epitteto, redatto in realtà dall'allievo Arriano di Nicomedia, ebbe a partire dal Cinquecento rinnovata fortuna fino ai giorni nostri e prova ne siano le diverse edizioni in commercio, qua rappresentate anche dalle loro copertine (manca l'edizione della collana Piccola Biblioteca Einaudi curata da Pierre Hadot e quella di Garzanti dei Grandi Libri). Quando il manuale, nell'autunno del 1825, incontrò l'intento traduttorio di Giacomo Leopardi durante il suo soggiorno bolognese, non era insomma opera dimenticata e il lettore colto poteva disporre di una manciata di traduzioni e pure della versione latina curata da Angelo Poliziano (sia detto per inciso che l'edizione Garzanti del Manuale propone sia il testo leopardiano che la versione latina del Poliziano). Leopardi, che con l'editore milanese Stella stava provando a progettare in quel tempo una serie di libri dal formato contenuto che proponessero le principali opere dei moralisti greci e altre iniziative editoriali che dovevano, almeno negli intenti, contribuire al suo mantenimento economico, lavorò sul testo greco per un paio settimane e consegnò il manoscritto della traduzione all'editore senza tenere copia per sé. Non vide mai pubblicata l'opera, che fu stampata soltanto dopo la sua morte nell'edizione delle opere curata dal Ranieri. Si tratta di una traduzione che tenne per sempre molto cara e che a più riprese provò a far pubblicare senza successo. Il periodo bolognese-milanese del poeta coincideva con l'inizio della stesura della sua opera capitale, le Operette morali, le quali videro la prima edizione non lontana dalla ventisettana de I promessi sposi e quindi varie edizioni successive.
Dopo il "Preambolo del volgarizzatore", laddove Leopardi riduce la dimensione eroica dei potenziali destinatari dell'opera, così attacca la traduzione del Manuale del filosofo stoico Epitteto:
Molto interessante è quindi lo studio di Leopardi anche alla luce dei suoi rapporti editoriali mentre era in vita, così come spesso è interessante compiere simile analisi con altri autori (si è già parlato in termini analoghi per Manganelli). Oggi non abbiamo bisogno di sforzarci per trovare la sua traduzione da Epitteto, che potete scaricare come PDF qui, oppure acquistare nei volumi rappresentati in foto (dall'alto: Salerno editrice, SE, Bur e a voi giudicare le copertine più riuscite e quella davvero fuori centro...). Ci si è chiesti se la sua versione deviasse in qualche modo l'interpretazione "giusta" di questo classico collocato in un'epoca di apparente fine della filosofia, eppure i precetti di Epitteto raccolti da Arriano e tradotti, fra molti altri, anche da Giacomo Leopardi stanno lì a raccontarci anche dell'incalcolabile destino dei libri e dei classici. Per ricordare un'altra celebre versione, il Manuale fu tradotto anche dal gesuita Matteo Ricci come libro di mediazione (più che di meditazione) nel proprio viaggio cinese e titolato Il libro dei 25 paragrafi. Sono tanti oggi i libri sulla saggezza, sui precetti, sulla sapienza, quasi un genere editoriale a sé in grado di attrarre lettori anagraficamente diversi. Eppure in questo "libricciuolo" contenente i precetti di Epitteto possiamo riscontrare un andirivieni del destino che ci parla da vicino dei classici, del loro essere tutt'altro che libri immutabili e dati una volta per tutte. Il lascito di Leopardi allora sta anche nell'intendere questa non immutabilità del classico che ha goduto di molta fortuna.
Covertures #13
Il Manuale di Epitteto, redatto in realtà dall'allievo Arriano di Nicomedia, ebbe a partire dal Cinquecento rinnovata fortuna fino ai giorni nostri e prova ne siano le diverse edizioni in commercio, qua rappresentate anche dalle loro copertine (manca l'edizione della collana Piccola Biblioteca Einaudi curata da Pierre Hadot e quella di Garzanti dei Grandi Libri). Quando il manuale, nell'autunno del 1825, incontrò l'intento traduttorio di Giacomo Leopardi durante il suo soggiorno bolognese, non era insomma opera dimenticata e il lettore colto poteva disporre di una manciata di traduzioni e pure della versione latina curata da Angelo Poliziano (sia detto per inciso che l'edizione Garzanti del Manuale propone sia il testo leopardiano che la versione latina del Poliziano). Leopardi, che con l'editore milanese Stella stava provando a progettare in quel tempo una serie di libri dal formato contenuto che proponessero le principali opere dei moralisti greci e altre iniziative editoriali che dovevano, almeno negli intenti, contribuire al suo mantenimento economico, lavorò sul testo greco per un paio settimane e consegnò il manoscritto della traduzione all'editore senza tenere copia per sé. Non vide mai pubblicata l'opera, che fu stampata soltanto dopo la sua morte nell'edizione delle opere curata dal Ranieri. Si tratta di una traduzione che tenne per sempre molto cara e che a più riprese provò a far pubblicare senza successo. Il periodo bolognese-milanese del poeta coincideva con l'inizio della stesura della sua opera capitale, le Operette morali, le quali videro la prima edizione non lontana dalla ventisettana de I promessi sposi e quindi varie edizioni successive.
Dopo il "Preambolo del volgarizzatore", laddove Leopardi riduce la dimensione eroica dei potenziali destinatari dell'opera, così attacca la traduzione del Manuale del filosofo stoico Epitteto:
Le cose sono di due maniere; alcune in potere nostro, altre no. Sono in potere nostro la opinione, il movimento dell'animo, l'appetizione, l'aversione, in breve tutte quelle cose che sono nostri propri atti. Non sono in poter nostro il corpo, gli averi, la riputazione, i magistrati, e in breve quelle cose che non sono nostri propri atti.Si tratta di una distinzione fondamentale, su cui è ancorato tutto il resto del discorso dello stoico. Quel che interessa oggi, al di là di tutti i ragionamenti che leopardisti, critici illustri e divulgatori hanno già prodotto, è un grumo di riflessioni che si possono fare e che partono e arrivano a questo Manuale: si può affermare che Leopardi è autore di una prima versione in italiano moderno del "libricciuolo", lo traduce in appena un paio di settimane in un momento centrale della propria riflessione filosofica, non ne violenta la natura e non trasforma Epitteto in uno dei propri precursori rifacendosi, in qualche modo, alla massima che ogni autore "crea" i propri precursori; sarebbe troppo limitante traslare questa massima anche in terreno leopardiano, tanto imponente è infatti l'arcata di ponte che Leopardi getta tra due epoche. (In realtà, sulla chiave di lettura "attualizzante" del Manuale fornita dal recanatese il dibattito non è unanime, mentre è quasi unanime l'apprezzamento della lingua scelta da Leopardi per la traduzione.) Inoltre, cosa non da poco, Giacomo Leopardi cala in Epitteto, in quattro operette morali di Isocrate e in altre traduzioni soltanto ipotizzate un progetto editoriale che mai vide la luce e che tuttavia sarebbe interessante provare a ripercorrere e ricostruire. Molte sono le ragioni per cui tutto naufragò e non ultima va considerata l'urticante scomodità politica del pensiero leopardiano. Tuttavia ci sono le premesse per poter parlare o tornare a parlare anche di un certo pensiero pratico-editoriale di Leopardi o, se non altro, di un suo rapporto con l'atto del pubblicare (verbo che oggi assume connotati sempre cangianti). Anche quando consegna al mondo la propria opera più sconvolgente camuffata dal diminutivo del titolo, le Operette morali, viene da chiedersi se Leopardi riponga nel meccanismo dialogico, così preponderante in questo libro, la possibilità di aggirare certi meccanismi censorei che difficilmente forse avrebbe superato.
Le cose poste in nostro potere sono di natura libere, non possono essere impedite né attraversate. Quelle altre sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui.
Molto interessante è quindi lo studio di Leopardi anche alla luce dei suoi rapporti editoriali mentre era in vita, così come spesso è interessante compiere simile analisi con altri autori (si è già parlato in termini analoghi per Manganelli). Oggi non abbiamo bisogno di sforzarci per trovare la sua traduzione da Epitteto, che potete scaricare come PDF qui, oppure acquistare nei volumi rappresentati in foto (dall'alto: Salerno editrice, SE, Bur e a voi giudicare le copertine più riuscite e quella davvero fuori centro...). Ci si è chiesti se la sua versione deviasse in qualche modo l'interpretazione "giusta" di questo classico collocato in un'epoca di apparente fine della filosofia, eppure i precetti di Epitteto raccolti da Arriano e tradotti, fra molti altri, anche da Giacomo Leopardi stanno lì a raccontarci anche dell'incalcolabile destino dei libri e dei classici. Per ricordare un'altra celebre versione, il Manuale fu tradotto anche dal gesuita Matteo Ricci come libro di mediazione (più che di meditazione) nel proprio viaggio cinese e titolato Il libro dei 25 paragrafi. Sono tanti oggi i libri sulla saggezza, sui precetti, sulla sapienza, quasi un genere editoriale a sé in grado di attrarre lettori anagraficamente diversi. Eppure in questo "libricciuolo" contenente i precetti di Epitteto possiamo riscontrare un andirivieni del destino che ci parla da vicino dei classici, del loro essere tutt'altro che libri immutabili e dati una volta per tutte. Il lascito di Leopardi allora sta anche nell'intendere questa non immutabilità del classico che ha goduto di molta fortuna.
Sovvengati che tu non sei qui altro che attore di un dramma, il quale sarà o breve o lungo, secondo la volontà del poeta. E se a costui piace che tu rappresenti la persona di un mendico, studia di rappresentarla acconciamente. Il simile se ti è assegnata la persona di un zoppo, di un magistrato, di un uomo comune. Atteso che a te si aspetta solamente di rappresentar bene quella qual si sia persona che ti è destinata: lo eleggerla si appartiene a un altro.Anche in un passo come questo sopra riportato - siamo nel secondo secolo dopo Cristo - si nota l'inversione di una concezione radicata: il teatro che passa da mimesi della vita a paradigma della conoscenza. Si tratta di uno dei tanti motivi di interesse per l'Enchiridion di questo ennesimo schiavo frigio a cui dobbiamo molto (un altro era Esopo). Oggi, se dovessi indicare una direzione su cui questo testo è più che mai attivo, indicherei la questione del narcisismo; anche quell'incipit sopra riportato spedisce diritto a una quantomai opportuna distinzione tra io e non-io e a una feconda delimitazione della prima persona, soprattutto in senso morale. In questo riesce il Manuale, pur non accennando ad alcuna divinità e in questo riesce anche il ridimensionamento eroico del Leopardi-editore:
Io per verità sono di opinione che la pratica filosofica che qui s'insegna, sia, se non sola tra le altre, almeno più delle altre profittevole nell'uso della vita umana, più accomodata all'uomo, e specialmente agli animi di natura o d'abito non eroici, né molto forti, ma temperati e forniti di mediocre fortezza, o vero eziandio deboli, e però agli uomini moderni ancora più che agli antichi. (dal "Preambolo del volgarizzatore")
martedì 25 ottobre 2016
"L’epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti" di Zbigniew Herbert (e sui sottotitoli che marcano la poesia nelle copertine)
Covertures #12
Per Adelphi la poesia parla spesso polacco. Sia chiaro, non parla solo polacco: c'è in preparazione, ad esempio, un volume di poesie scelte di Auden tradotte da Massimo Bocchiola e Ottavio Fatica e molti altri sono i poeti pubblicati dalla casa editrice di Milano. Tuttavia, anche sulla scia felice di Wisława Szymborska, non è un grosso azzardo ipotizzare che da quelle parti guardino alla poesia polacca con più di qualche interesse e fiducia. Oltre a Wisława Szymborska si pensi a Czesław Miłosz, a Zbigniew Herbert (Rapporto dalla Città assediata nella traduzione di Pietro Marchesani comparve già nel 1993), a Adam Zagajewski oppure a quel Tadeusz Różewicz che non è ancora un autore pubblicato da Adelphi ma la cui citazione nel risvolto del libro di cui parlo oggi potrebbe far pensare a un futuro sviluppo dell'albero del catalogo. Per Adelphi i risvolti, così come certi libri di critica che fungono anche da anticipatori, servono spesso a fornire velate anticipazioni su possibili sviluppi del catalogo o comunque a lanciare rimandi e rafforzi interni al catalogo stesso, un organismo che nelle sue gemmazioni nuove deve sempre andare a giustificare retroattivamente il tronco originario. Vedremo se arriverà anche il turno di Różewicz oppure se si tratta di una supposizione infondata.
Dopo aver riposto L'epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti, recente pubblicazione di Zbigniew Herbert (pp. 180, euro 20, a cura di Francesca Fornari), riflettevo su un dettaglio forse banale della copertina: il sottotitolo "Poesie 1990-1998 e altri versi inediti". Sono così andato a rivedere altre copertine di libri di poesia, specialmente di quelli pubblicati nella collana "Biblioteca Adelphi" e notavo che il ricorso a un sottotitolo del genere è raro. Non dubito che stavolta il sottotitolo si sia reso necessario per evidenziare un frammento temporale significativo: Herbert è morto proprio nel 1998 e il richiamo all'inedito è sempre rilevante anche se contraddittorio (l'aggettivo "inedito" pronunciato in una copertina sottointende sempre un "finora"). Nel caso di un altro poeta polacco, Adam Zagajewski, Adelphi aveva pubblicato Dalla vita degli oggetti senza sottotitoli in copertina. Tuttavia, se cercate la scheda dell'opera nel sito della casa editrice, troverete un "Poesie 1983-2005" come sottotitolo. Ora non so se vi sia una linea guida o un preciso criterio di attribuzione dei sottotitoli, specialmente nel caso dei libri di poesia. Tuttavia questo dato mi ha fatto riflettere, anche sul modo in cui propone il genere poesia uno dei principali e noti editori italiani, che persevera nella scelta di non pubblicare certa poesia italiana (a meno che non sia di secoli passati da un pezzo oppure quella di Tommaso Landolfi e di Leonardo Sciascia, vale a dire autori entrati in catalogo per altre radici, quasi mai radici poetiche). L'epilogo della tempesta è un volume che raduna i componimenti da Elegia per l'addio del 1990, Rovigo del 1992 (libro già proposto dalle rodigine edizioni Il Ponte del Sale), L'epilogo della tempesta del 1998 e alcune poesie prese dal volume postumo curato da Ryszard Krynicki. Ha scritto Silvano De Fanti in Storia della letteratura polacca a cura di Luigi Marinelli (Einaudi) che nella sua poesia "l'afflato moralistico e la descrizione realistica sono mitigati, l'uno, e accentuati, l'altra, da un un'ironia espressa da parabole e allegorie spesso sorprendenti". Herbert fu scrittore che abitò sovente la forma esopica della poesia e che non a caso si dichiarò perfettamente a suo agio in situazioni di censura. Al di là dello specifico caso da lui rappresentato, non è un mistero che la poesia funzioni meglio tra i divieti che tra le libere concessioni.
Per Adelphi la poesia parla spesso polacco. Sia chiaro, non parla solo polacco: c'è in preparazione, ad esempio, un volume di poesie scelte di Auden tradotte da Massimo Bocchiola e Ottavio Fatica e molti altri sono i poeti pubblicati dalla casa editrice di Milano. Tuttavia, anche sulla scia felice di Wisława Szymborska, non è un grosso azzardo ipotizzare che da quelle parti guardino alla poesia polacca con più di qualche interesse e fiducia. Oltre a Wisława Szymborska si pensi a Czesław Miłosz, a Zbigniew Herbert (Rapporto dalla Città assediata nella traduzione di Pietro Marchesani comparve già nel 1993), a Adam Zagajewski oppure a quel Tadeusz Różewicz che non è ancora un autore pubblicato da Adelphi ma la cui citazione nel risvolto del libro di cui parlo oggi potrebbe far pensare a un futuro sviluppo dell'albero del catalogo. Per Adelphi i risvolti, così come certi libri di critica che fungono anche da anticipatori, servono spesso a fornire velate anticipazioni su possibili sviluppi del catalogo o comunque a lanciare rimandi e rafforzi interni al catalogo stesso, un organismo che nelle sue gemmazioni nuove deve sempre andare a giustificare retroattivamente il tronco originario. Vedremo se arriverà anche il turno di Różewicz oppure se si tratta di una supposizione infondata.
Dopo aver riposto L'epilogo della tempesta. Poesie 1990-1998 e altri versi inediti, recente pubblicazione di Zbigniew Herbert (pp. 180, euro 20, a cura di Francesca Fornari), riflettevo su un dettaglio forse banale della copertina: il sottotitolo "Poesie 1990-1998 e altri versi inediti". Sono così andato a rivedere altre copertine di libri di poesia, specialmente di quelli pubblicati nella collana "Biblioteca Adelphi" e notavo che il ricorso a un sottotitolo del genere è raro. Non dubito che stavolta il sottotitolo si sia reso necessario per evidenziare un frammento temporale significativo: Herbert è morto proprio nel 1998 e il richiamo all'inedito è sempre rilevante anche se contraddittorio (l'aggettivo "inedito" pronunciato in una copertina sottointende sempre un "finora"). Nel caso di un altro poeta polacco, Adam Zagajewski, Adelphi aveva pubblicato Dalla vita degli oggetti senza sottotitoli in copertina. Tuttavia, se cercate la scheda dell'opera nel sito della casa editrice, troverete un "Poesie 1983-2005" come sottotitolo. Ora non so se vi sia una linea guida o un preciso criterio di attribuzione dei sottotitoli, specialmente nel caso dei libri di poesia. Tuttavia questo dato mi ha fatto riflettere, anche sul modo in cui propone il genere poesia uno dei principali e noti editori italiani, che persevera nella scelta di non pubblicare certa poesia italiana (a meno che non sia di secoli passati da un pezzo oppure quella di Tommaso Landolfi e di Leonardo Sciascia, vale a dire autori entrati in catalogo per altre radici, quasi mai radici poetiche). L'epilogo della tempesta è un volume che raduna i componimenti da Elegia per l'addio del 1990, Rovigo del 1992 (libro già proposto dalle rodigine edizioni Il Ponte del Sale), L'epilogo della tempesta del 1998 e alcune poesie prese dal volume postumo curato da Ryszard Krynicki. Ha scritto Silvano De Fanti in Storia della letteratura polacca a cura di Luigi Marinelli (Einaudi) che nella sua poesia "l'afflato moralistico e la descrizione realistica sono mitigati, l'uno, e accentuati, l'altra, da un un'ironia espressa da parabole e allegorie spesso sorprendenti". Herbert fu scrittore che abitò sovente la forma esopica della poesia e che non a caso si dichiarò perfettamente a suo agio in situazioni di censura. Al di là dello specifico caso da lui rappresentato, non è un mistero che la poesia funzioni meglio tra i divieti che tra le libere concessioni.
giovedì 13 ottobre 2016
"Lettera al padre" di Franz Kafka. Un classico ritradotto da Nicoletta Giacon
Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #32
Covertures #11
Ha un sapore vagamente kleeano l'illustrazione scelta per la prima edizione ne "I grandi libri" di Garzanti della celebre Lettera al padre di Franz Kafka (pp. 68, euro 6, a cura di Nicoletta Giacon), una lunga missiva del 1919 composta per Hermann Kafka e mai spedita o consegnata (uscì postuma). Del resto, da Benjamin in giù, Paul Klee è stato un artista molto saccheggiato da chi si occupa di grafica editoriale. Se cercate nel colophon di questo libro maggiori informazioni sull'opera che illustra la copertina troverete soltanto la dicitura "iStock Photo by Getty Images", e il rimando per acquistare l'immagine, ovvero un "Triste uccello in Gabbia per gli uccelli" come vogliono i metadati del motore di ricerca di iStock, lo fornisco a questo link. A chi pensa di proiettare l'autore di questa celebre e lunga lettera nella sagoma di quell'uccelletto andrebbe parimenti ricordato quel suo aforisma dove parla di una gabbia che se andò in cerca di un uccello. Al di là di significati intrinsechi o estrinsechi, c'è una tendenza progressiva alla somiglianza delle copertine nei banchi delle librerie, da quando le grandi banche dati di immagini sono diventate il principale braccio destro per chi deve costruire la copertina di un libro. Fatta la gabbia (grafica, stavolta), spesso si cerca un'immagine che possa dare il mood o il look&feel del libro (gli anglismi non sono forzati bensì mimetici, perché la maggior parte dei grafici vi parlerebbe proprio così). Il gioco è fatto in rapidità e non dimentichiamo che anche la copertina può richiedere tempo e i tempi sono sempre e comunque stretti, per definizione, anche in editoria, un settore dove soltanto i tempi di pagamento sono invece più laschi. Brutto però vanificare con la fretta un'opera sulla quale si è lavorato molto e dico questo pensando alla nuova traduzione di Nicoletta Giacon. C'è anche da osservare curiosamente che chi come Guanda aveva affidato tutta la propria immagine a una mano sola (e che mano, trattandosi di Guido Scarabottolo) ha fatto retromarcia, concludendo una prolungata collaborazione.
Sarà perché sono uno della vecchia guardia, ma inizio a stancarmi di queste copertine "risolte" dalle banche dati. Il problema tuttavia è e rimane solo mio. Probabilmente sono copertine che "funzionano", non lo so. Magari la copertina non è più così rilevante e se un libro ha successo, come La solitudine dei numeri primi, tanto vale scopiazzare a tappeto il mood e il taglio di quella copertina, con un comportamento un po' "da cinesi", come dicevamo una volta, almeno in un certo ambito imprenditoriale, non senza un pizzico di disprezzo. Stavolta ho avvertito il demone facile della banca dati in un libro di una collana che mi è stata cara, perché sostanzialmente ho iniziato col vizietto di comperare troppi libri proprio con "I grandi libri" di Garzanti, quelli che mettono solo il cognome dell'autore in copertina, tanto sono autori affermati (avranno mai affrontato casi di omonimia?). Dal punto di vista del progetto grafico, bisognerebbe parlare anche della carta, e allora mi sembra meno interessante il cartoncino dell'attuale copertina rispetto a quello della vecchia serie de "I grandi libri". Il mio discorso però, mi rendo conto, inizia ad assumere perniciose pieghe nostalgiche. A mio avviso comunque la copertina resta sempre fondamentale e non è male ogni tanto cercare di capire quello che si muove là attorno. Detto questo, all'interno di questa edizione della Lettera al padre, brillante esempio di classico ritradotto, torniamo alla cura solita de "I grandi libri": lungo e assai scandito apparato introduttivo e ottima traduzione. Naturalmente non sono certo io ad affermare questo giudizio sulla traduzione, dal momento che non ho gli strumenti, bensì Claudio Magris, autore molto legato alla casa editrice Garzanti, in un articolo apparso sul "Corriere della Sera" che potete leggere a questo link.
Covertures #11
Ha un sapore vagamente kleeano l'illustrazione scelta per la prima edizione ne "I grandi libri" di Garzanti della celebre Lettera al padre di Franz Kafka (pp. 68, euro 6, a cura di Nicoletta Giacon), una lunga missiva del 1919 composta per Hermann Kafka e mai spedita o consegnata (uscì postuma). Del resto, da Benjamin in giù, Paul Klee è stato un artista molto saccheggiato da chi si occupa di grafica editoriale. Se cercate nel colophon di questo libro maggiori informazioni sull'opera che illustra la copertina troverete soltanto la dicitura "iStock Photo by Getty Images", e il rimando per acquistare l'immagine, ovvero un "Triste uccello in Gabbia per gli uccelli" come vogliono i metadati del motore di ricerca di iStock, lo fornisco a questo link. A chi pensa di proiettare l'autore di questa celebre e lunga lettera nella sagoma di quell'uccelletto andrebbe parimenti ricordato quel suo aforisma dove parla di una gabbia che se andò in cerca di un uccello. Al di là di significati intrinsechi o estrinsechi, c'è una tendenza progressiva alla somiglianza delle copertine nei banchi delle librerie, da quando le grandi banche dati di immagini sono diventate il principale braccio destro per chi deve costruire la copertina di un libro. Fatta la gabbia (grafica, stavolta), spesso si cerca un'immagine che possa dare il mood o il look&feel del libro (gli anglismi non sono forzati bensì mimetici, perché la maggior parte dei grafici vi parlerebbe proprio così). Il gioco è fatto in rapidità e non dimentichiamo che anche la copertina può richiedere tempo e i tempi sono sempre e comunque stretti, per definizione, anche in editoria, un settore dove soltanto i tempi di pagamento sono invece più laschi. Brutto però vanificare con la fretta un'opera sulla quale si è lavorato molto e dico questo pensando alla nuova traduzione di Nicoletta Giacon. C'è anche da osservare curiosamente che chi come Guanda aveva affidato tutta la propria immagine a una mano sola (e che mano, trattandosi di Guido Scarabottolo) ha fatto retromarcia, concludendo una prolungata collaborazione.
Sarà perché sono uno della vecchia guardia, ma inizio a stancarmi di queste copertine "risolte" dalle banche dati. Il problema tuttavia è e rimane solo mio. Probabilmente sono copertine che "funzionano", non lo so. Magari la copertina non è più così rilevante e se un libro ha successo, come La solitudine dei numeri primi, tanto vale scopiazzare a tappeto il mood e il taglio di quella copertina, con un comportamento un po' "da cinesi", come dicevamo una volta, almeno in un certo ambito imprenditoriale, non senza un pizzico di disprezzo. Stavolta ho avvertito il demone facile della banca dati in un libro di una collana che mi è stata cara, perché sostanzialmente ho iniziato col vizietto di comperare troppi libri proprio con "I grandi libri" di Garzanti, quelli che mettono solo il cognome dell'autore in copertina, tanto sono autori affermati (avranno mai affrontato casi di omonimia?). Dal punto di vista del progetto grafico, bisognerebbe parlare anche della carta, e allora mi sembra meno interessante il cartoncino dell'attuale copertina rispetto a quello della vecchia serie de "I grandi libri". Il mio discorso però, mi rendo conto, inizia ad assumere perniciose pieghe nostalgiche. A mio avviso comunque la copertina resta sempre fondamentale e non è male ogni tanto cercare di capire quello che si muove là attorno. Detto questo, all'interno di questa edizione della Lettera al padre, brillante esempio di classico ritradotto, torniamo alla cura solita de "I grandi libri": lungo e assai scandito apparato introduttivo e ottima traduzione. Naturalmente non sono certo io ad affermare questo giudizio sulla traduzione, dal momento che non ho gli strumenti, bensì Claudio Magris, autore molto legato alla casa editrice Garzanti, in un articolo apparso sul "Corriere della Sera" che potete leggere a questo link.
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lunedì 16 maggio 2016
"The Book Cover in the Weimar Republic / Buchumschläge in der Weimarer Republik" di Jürgen Holstein
Covertures #10
In quanto a copertine in Italia non siamo messi così male. D'accordo, dopo La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano e il suo strepitoso successo è stata un'invasione di volti in primo piano, occhi su quella tonalità, sguardo circa come quello, inclinazione del collo circa come quella, sfondo verdino circa come quello, foglie e boschetti ecc. Non è difficile capire il motivo: annaspando si cercano appigli e la copertina è uno dei principali appigli per adescare lo sguardo in libreria. Di qui l'imitazione dei casi di successo e il benchmark. Nei 20-30 secondi che prevedono il richiamo dell'attenzione di una persona in libreria, l'interesse di afferrare un libro, sfogliarlo e leggerne risvolti e altri paratesti, il desiderio di leggerlo per intero e l'azione di acquistarlo, un editore si gioca spesso il destino di una copia venduta. Naturalmente c'è chi arriva in libreria con le idee già formate su cosa acquistare e allora la copertina non avrà questa rilevanza. Quel che però spesso non si ricorda è che la copertina può e dovrebbe far parte sostanziale di un progetto di libro (e parlo di libro e non di collane coi loro "format"). Non è difficile ravvisare una certa uniformazione e banalizzazione delle copertine da quando anche le case editrici hanno iniziato ad utilizzare scriteriatamente le stesse banche date di immagini delle agenzie di pubblicità e comunicazione (Getty Images, iStockphoto ecc). Il volume di Taschen The Book Cover in the Weimar Republic / Buchumschläge in der Weimarer Republik curato dal librario Jürgen Holstein (pp. 452, euro 49,99, in inglese e tedesco) ricolloca la copertina del libro sul suo terreno d'appartenenza, cioè quello della cultura del progetto, dove tuttavia oggi sembra abitare sempre più malvolentiere e lo fa isolando un certo modo di progettare copertine emerso nella fucina della Germania weimariana, disponendo nell'impaginato un migliaio di esempi. Sotto alcuni scatti dall'interno del bel volume.
In quanto a copertine in Italia non siamo messi così male. D'accordo, dopo La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano e il suo strepitoso successo è stata un'invasione di volti in primo piano, occhi su quella tonalità, sguardo circa come quello, inclinazione del collo circa come quella, sfondo verdino circa come quello, foglie e boschetti ecc. Non è difficile capire il motivo: annaspando si cercano appigli e la copertina è uno dei principali appigli per adescare lo sguardo in libreria. Di qui l'imitazione dei casi di successo e il benchmark. Nei 20-30 secondi che prevedono il richiamo dell'attenzione di una persona in libreria, l'interesse di afferrare un libro, sfogliarlo e leggerne risvolti e altri paratesti, il desiderio di leggerlo per intero e l'azione di acquistarlo, un editore si gioca spesso il destino di una copia venduta. Naturalmente c'è chi arriva in libreria con le idee già formate su cosa acquistare e allora la copertina non avrà questa rilevanza. Quel che però spesso non si ricorda è che la copertina può e dovrebbe far parte sostanziale di un progetto di libro (e parlo di libro e non di collane coi loro "format"). Non è difficile ravvisare una certa uniformazione e banalizzazione delle copertine da quando anche le case editrici hanno iniziato ad utilizzare scriteriatamente le stesse banche date di immagini delle agenzie di pubblicità e comunicazione (Getty Images, iStockphoto ecc). Il volume di Taschen The Book Cover in the Weimar Republic / Buchumschläge in der Weimarer Republik curato dal librario Jürgen Holstein (pp. 452, euro 49,99, in inglese e tedesco) ricolloca la copertina del libro sul suo terreno d'appartenenza, cioè quello della cultura del progetto, dove tuttavia oggi sembra abitare sempre più malvolentiere e lo fa isolando un certo modo di progettare copertine emerso nella fucina della Germania weimariana, disponendo nell'impaginato un migliaio di esempi. Sotto alcuni scatti dall'interno del bel volume.
venerdì 12 giugno 2015
La collala "Idòla" di Laterza
Storie di collane micro #13
©overtures #9
Il libro più recente della collana "Idòla" di Laterza, l'unico uscito finora nel 2015, è «Il matrimonio omosessuale è contro natura». Falso! (pp. 152, euro 9) della filosofa teoretica Nicla Vassallo. Il titolo è centrato, semplice e va diritto al punto: non possiamo enunciare un istituto, culturale giuridico e/o religioso, come il matrimonio e parlare poi di "contro natura" nel caso di quello omosessuale. Ogni matrimonio è "contro natura" e quest'affermazione non sottende un giudizio di valore sul matrimonio in quanto istituto, bensì una banalissima constatazione. Possiamo parlare di tantissimi aspetti, ma non uscire con un'affermazione come quella virgolettata nel titolo di questo libro e dobbiamo capirlo, pena la penosità penosa di qualsiasi argomentazione, più o meno improvvisata, più o meno umorale, che si può ascoltare in giro. C'è qualcosa che fa a cazzotti sin da subito, insomma, e il libro di Nicla Vassallo sostanzialmente si sofferma su questo (e per quanto concerne il caso italiano e la sua unicità in Europa, cerca coraggiosamente di non trovare scorciatoie dando tutta la colpa alla vicinanza del Vaticano). Va da sé che l'ho fatta fin troppo semplice, ma il libro in questione, interessante attuale e quanto mai necessario, mi offre lo spunto per spostarmi e fare qualche osservazione su questa collana e sulla tenuta del concetto di collana in editoria. Laterza e Il Mulino, sotto certi aspetti, licenziano collane simili, contraddistinte da una tematizzazione forte, concept di collana e concept grafico molto diretti che prevedono spesso una sostanziale assenza di immagini in copertina (questo fatto, oltre a garantire un risparmio su eventuali diritti d'immagine, velocizza non poco la grafica). Nel caso specifico di Laterza abbiamo il titolo in primo piano, riportato tra virgolette, come a dire "campionatura di una frase che si sente spesso dire in giro", quindi un ben visibile timbro rosso VERO! o FALSO! (un po' televisiva come scelta, ma di sicuro impatto) e quindi sulla parte bassa nome dell'autore (o degli autori) e rimandi al nome di collana e all'editore. Il tutto giocato a tre colori, anzi due, nero e rosso su fondo bianco. La cosa migliore, per farsi un'idea di come è stata architettata la collana, è scorrere i titoli sinora usciti.
Andrea Baranes, “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati” Falso!
Zygmunt Bauman, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!
Luciano Canfora, “È l'Europa che ce lo chiede!” Falso!
Innocenzo Cipolletta, “In Italia paghiamo troppe tasse” Falso!
Paolo Flores d'Arcais, “La democrazia ha bisogno di Dio” Falso!
Ippolita, “La Rete è libera e democratica” Falso!
Loredana Lipperini, Michela Murgia, “L'ho uccisa perché l'amavo” Falso!
Ugo Mattei, “Senza proprietà non c'è libertà” Falso!
Federico Rampini, “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale” Falso!
Marco Revelli, “La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi”. Vero!
Nicla Vassallo, “Il matrimonio omosessuale è contro natura”. Falso! (Qui un video con un'intervista all'autrice)
(Al di là di tutto questo, ad un livello più generale, nello sconquasso dell'editoria, mi domando spesso se e fino a quando reggerà il concetto di "collana" così come lo abbiamo conosciuto. Non so se vi capiti mai di pensarci.)
©overtures #9
Il libro più recente della collana "Idòla" di Laterza, l'unico uscito finora nel 2015, è «Il matrimonio omosessuale è contro natura». Falso! (pp. 152, euro 9) della filosofa teoretica Nicla Vassallo. Il titolo è centrato, semplice e va diritto al punto: non possiamo enunciare un istituto, culturale giuridico e/o religioso, come il matrimonio e parlare poi di "contro natura" nel caso di quello omosessuale. Ogni matrimonio è "contro natura" e quest'affermazione non sottende un giudizio di valore sul matrimonio in quanto istituto, bensì una banalissima constatazione. Possiamo parlare di tantissimi aspetti, ma non uscire con un'affermazione come quella virgolettata nel titolo di questo libro e dobbiamo capirlo, pena la penosità penosa di qualsiasi argomentazione, più o meno improvvisata, più o meno umorale, che si può ascoltare in giro. C'è qualcosa che fa a cazzotti sin da subito, insomma, e il libro di Nicla Vassallo sostanzialmente si sofferma su questo (e per quanto concerne il caso italiano e la sua unicità in Europa, cerca coraggiosamente di non trovare scorciatoie dando tutta la colpa alla vicinanza del Vaticano). Va da sé che l'ho fatta fin troppo semplice, ma il libro in questione, interessante attuale e quanto mai necessario, mi offre lo spunto per spostarmi e fare qualche osservazione su questa collana e sulla tenuta del concetto di collana in editoria. Laterza e Il Mulino, sotto certi aspetti, licenziano collane simili, contraddistinte da una tematizzazione forte, concept di collana e concept grafico molto diretti che prevedono spesso una sostanziale assenza di immagini in copertina (questo fatto, oltre a garantire un risparmio su eventuali diritti d'immagine, velocizza non poco la grafica). Nel caso specifico di Laterza abbiamo il titolo in primo piano, riportato tra virgolette, come a dire "campionatura di una frase che si sente spesso dire in giro", quindi un ben visibile timbro rosso VERO! o FALSO! (un po' televisiva come scelta, ma di sicuro impatto) e quindi sulla parte bassa nome dell'autore (o degli autori) e rimandi al nome di collana e all'editore. Il tutto giocato a tre colori, anzi due, nero e rosso su fondo bianco. La cosa migliore, per farsi un'idea di come è stata architettata la collana, è scorrere i titoli sinora usciti.
Andrea Baranes, “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati” Falso!
Zygmunt Bauman, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!
Luciano Canfora, “È l'Europa che ce lo chiede!” Falso!
Innocenzo Cipolletta, “In Italia paghiamo troppe tasse” Falso!
Paolo Flores d'Arcais, “La democrazia ha bisogno di Dio” Falso!
Ippolita, “La Rete è libera e democratica” Falso!
Loredana Lipperini, Michela Murgia, “L'ho uccisa perché l'amavo” Falso!
Ugo Mattei, “Senza proprietà non c'è libertà” Falso!
Federico Rampini, “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale” Falso!
Marco Revelli, “La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi”. Vero!
Nicla Vassallo, “Il matrimonio omosessuale è contro natura”. Falso! (Qui un video con un'intervista all'autrice)
(Al di là di tutto questo, ad un livello più generale, nello sconquasso dell'editoria, mi domando spesso se e fino a quando reggerà il concetto di "collana" così come lo abbiamo conosciuto. Non so se vi capiti mai di pensarci.)
mercoledì 11 febbraio 2015
Il nuovo abito di Iperborea. Alcune domande a Pietro Biancardi
Librobreve intervista #51
©overtures #8
In occasione del rinnovo della veste grafica di Iperborea ho rivolto alcune domande a Francesca Gerosa, responsabile dell'ufficio stampa. Ha risposto Pietro Biancardi, direttore editoriale della casa editrice fondata da Emilia Lodigiani nel 1987. Ringrazio entrambi per la collaborazione.
LB: Iperborea cambia grafica. Si tratta del primo cambio di direzione dalla sua fondazione?
R: Il restyling non è stato pensato come un cambio di direzione ma come – speriamo – una piccola accelerazione: c'erano elementi che funzionavano ancora molto bene dopo quasi 30 anni e altri che avevano bisogno di una ringiovanita. Abbiamo cercato di mantenere i primi e lavorare sui secondi. E poi abbiamo avvertito il bisogno di migliorare la leggibilità dei nostri libri, da qui la necessità di lavorare sui materiali, cambiando sia la carta di copertina sia quella degli interni.
LB: Di Iperborea mi ha sempre colpito il formato dei libri, stretti e alti. Come nasce l'idea di progettarli così? Ci sono state delle sorgenti di ispirazione? Col tempo avete notato vantaggi o svantaggi di questo formato pressoché unico nel panorama?
R: In molti ci chiedono il perché del formato dei nostri libri. C'è chi lo ama e chi meno. È stata una scelta molto meditata fatta alle origini, ovvero nel 1987. Queste, in sintesi, le ragioni: 1. Principale ed essenziale: che fosse un po' diverso dagli altri, facilmente riconoscibile e identificabile subito, ma senza dare fastidio nelle normali librerie di casa, di fianco agli altri libri. 2. Lungo e stretto, con un leggero richiamo alle guide turistiche, visto che per primi stavamo introducendo in Italia le letterature nordeuropee: un invito ad affrontare una nuova area geografica culturale con lo spirito aperto e curioso che si ha quando si intraprende un viaggio. 3. 10x20: il formato dell'antico mattone di cotto, ovvero l'oggetto più maneggevole inventato dall'uomo, e in più con l'idea di libri-mattoni (ovviamente non nel senso di noiosi e pesanti, ma nel senso di costruttivi) che contribuissero a costruire la personalità, la mente e l'anima del lettore e anche (ambiziosamente) contribuissero a diffondere la reciproca conoscenza dei paesi europei e quindi a rinsaldare l'idea di Europa e di uno spirito e di una cultura comuni europei. 4. Perché la gabbia interna (ovvero la lunghezza delle righe, di 7,5 cm) è troppo lunga per permettere la lettura rapida (i 4 cm delle colonne dei giornali) che non si addice a un romanzo, ma riposante per gli occhi che non si stancano a passare dalla fine di una riga più lunga all'inizio di quella successiva. Quindi a rendere la lettura più piacevole e meno faticosa.
Gli svantaggi sono quelli a cui accennavo prima: alcuni lettori si lamentano per la difficile "apribilità" dei nostri libri. Con il restyling dovremmo aver risolto il problema grazie a carte più morbide, flessibili e altrettanto (se non più) pregiate.
LB: L'identità della casa editrice è legata al suo "concept" ovvero alla proposta in traduzione di testi del "Nord" (di qui anche il nome della casa editrice). Avete mai pensato di allargarvi ad altre letterature o è - per statuto - impensabile?
R: Il legame con il Nord Europa è un patto di sangue. Scherzi a parte, non escludo che in futuro Iperborea possa fare anche altro, ma al momento rimaniamo focalizzati su quell'area culturale, che in questi anni e forse decenni tra l'altro è forse la regione al mondo con i più alti tassi di creatività. I paesi scandinavi, poi, sono un modello di democrazia, libertà, giustizia che tutti dovrebbero prendere a esempio e non a caso sono anche i paesi al mondo che investono di più in cultura.
LB: Potete dare qualche anticipazione sul 2015?
R: Nel 2015 abbiamo subito cominciato con il lancio del restyling, e i primi libri che lanciamo in nuova veste grafica sono dei classici – non a caso: innovare mantenendo un fortissimo rigore editoriale: La congiura dell'estone Jaan Kross, la Laxdæla saga islandese, le Storie di Amsterdam dell'olandese Nescio. Tra i nuovi autori vi consiglio di tenere d'occhio lo svedese Fredrik Sjöberg con il suo L'arte di collezionare mosche (uscita: marzo). E poi tre grandi del catalogo Iperborea: Björn Larsson con una raccolta di saggi sulla letteratura di mare (di cui è uno dei maggiori esperti mondiali), Lars Gustafsson con il nuovo romanzo L'uomo sulla bicicletta blu e l'attesissima nuova opera di Jón Kalman Stefánsson: I pesci non hanno gambe, in arrivo a maggio.
Sempre a maggio stiamo lanceremo la prima edizione de I BOREALI - Nordic Festival. Sarà a Milano, nel pieno dell'Expo, in collaborazione con il Comune di Milano e alcuni dei luoghi della cultura milanese più prestigiosi: Piccolo Teatro, Spazio Oberdan / Cineteca Italiana, PAC, ecc. Abbiamo fatto tesoro dell'esperienza dei precedenti festival culturali organizzati sempre a Milano da Iperborea (Caffè Helsinki, Caffè Stoccolma, Caffè Copenaghen, Caffè Amsterdam) e abbiamo alzato l'asticella. Porteremo 7 autori nostri e di altre case editrici, cinema, teatro, musica, lingue, design, cucina, libri e fotografia. Sarà il più grande festival mai organizzato in Italia dedicato alla cultura del Nord Europa.
LB: Esercizio di immaginazione per chiudere: vi chiedono di fornire un vostro spunto per uno spot televisivo che incoraggi la lettura (uno di quegli spot che un tempo si chiamavano spot di "pubblicità progresso" e che forse si chiamano anche ora così). Che cosa suggerite? Grazie.
R: Non ho mai creduto nella pubblicità progresso, ma nella forza dell'esempio. La tv può essere un ottimo mezzo. Perché non tornare a proporre programmi con i libri al centro? Mi pare che qualche esempio di successo in Italia ci sia stato. O anche importare qualche format che funziona all'estero. Ma se questo è chiedere troppo perfino al nostro servizio pubblico, perché in alcune occasioni, come la giornata mondiale per il libro, o altre ricorrenze, tutti i personaggi della tv non si presentano con un libro in mano in trasmissione e raccontano ai loro fan in un minuto quale libro stanno leggendo e perché? Per esempio quello che ha fatto ieri (il 2 febbraio, ndr) il presidente del Consiglio Matteo Renzi di entrare in una libreria e comprare 5-6 libri (con anche scelte per nulla scontate) seguito dai fotografi e dalle tv è un piccolo gesto ma che può avere un impatto sulle abitudini di lettura degli italiani.
©overtures #8
In occasione del rinnovo della veste grafica di Iperborea ho rivolto alcune domande a Francesca Gerosa, responsabile dell'ufficio stampa. Ha risposto Pietro Biancardi, direttore editoriale della casa editrice fondata da Emilia Lodigiani nel 1987. Ringrazio entrambi per la collaborazione.
LB: Iperborea cambia grafica. Si tratta del primo cambio di direzione dalla sua fondazione?
R: Il restyling non è stato pensato come un cambio di direzione ma come – speriamo – una piccola accelerazione: c'erano elementi che funzionavano ancora molto bene dopo quasi 30 anni e altri che avevano bisogno di una ringiovanita. Abbiamo cercato di mantenere i primi e lavorare sui secondi. E poi abbiamo avvertito il bisogno di migliorare la leggibilità dei nostri libri, da qui la necessità di lavorare sui materiali, cambiando sia la carta di copertina sia quella degli interni.
LB: Di Iperborea mi ha sempre colpito il formato dei libri, stretti e alti. Come nasce l'idea di progettarli così? Ci sono state delle sorgenti di ispirazione? Col tempo avete notato vantaggi o svantaggi di questo formato pressoché unico nel panorama?
R: In molti ci chiedono il perché del formato dei nostri libri. C'è chi lo ama e chi meno. È stata una scelta molto meditata fatta alle origini, ovvero nel 1987. Queste, in sintesi, le ragioni: 1. Principale ed essenziale: che fosse un po' diverso dagli altri, facilmente riconoscibile e identificabile subito, ma senza dare fastidio nelle normali librerie di casa, di fianco agli altri libri. 2. Lungo e stretto, con un leggero richiamo alle guide turistiche, visto che per primi stavamo introducendo in Italia le letterature nordeuropee: un invito ad affrontare una nuova area geografica culturale con lo spirito aperto e curioso che si ha quando si intraprende un viaggio. 3. 10x20: il formato dell'antico mattone di cotto, ovvero l'oggetto più maneggevole inventato dall'uomo, e in più con l'idea di libri-mattoni (ovviamente non nel senso di noiosi e pesanti, ma nel senso di costruttivi) che contribuissero a costruire la personalità, la mente e l'anima del lettore e anche (ambiziosamente) contribuissero a diffondere la reciproca conoscenza dei paesi europei e quindi a rinsaldare l'idea di Europa e di uno spirito e di una cultura comuni europei. 4. Perché la gabbia interna (ovvero la lunghezza delle righe, di 7,5 cm) è troppo lunga per permettere la lettura rapida (i 4 cm delle colonne dei giornali) che non si addice a un romanzo, ma riposante per gli occhi che non si stancano a passare dalla fine di una riga più lunga all'inizio di quella successiva. Quindi a rendere la lettura più piacevole e meno faticosa.
Gli svantaggi sono quelli a cui accennavo prima: alcuni lettori si lamentano per la difficile "apribilità" dei nostri libri. Con il restyling dovremmo aver risolto il problema grazie a carte più morbide, flessibili e altrettanto (se non più) pregiate.
LB: L'identità della casa editrice è legata al suo "concept" ovvero alla proposta in traduzione di testi del "Nord" (di qui anche il nome della casa editrice). Avete mai pensato di allargarvi ad altre letterature o è - per statuto - impensabile?
R: Il legame con il Nord Europa è un patto di sangue. Scherzi a parte, non escludo che in futuro Iperborea possa fare anche altro, ma al momento rimaniamo focalizzati su quell'area culturale, che in questi anni e forse decenni tra l'altro è forse la regione al mondo con i più alti tassi di creatività. I paesi scandinavi, poi, sono un modello di democrazia, libertà, giustizia che tutti dovrebbero prendere a esempio e non a caso sono anche i paesi al mondo che investono di più in cultura.
LB: Potete dare qualche anticipazione sul 2015?
R: Nel 2015 abbiamo subito cominciato con il lancio del restyling, e i primi libri che lanciamo in nuova veste grafica sono dei classici – non a caso: innovare mantenendo un fortissimo rigore editoriale: La congiura dell'estone Jaan Kross, la Laxdæla saga islandese, le Storie di Amsterdam dell'olandese Nescio. Tra i nuovi autori vi consiglio di tenere d'occhio lo svedese Fredrik Sjöberg con il suo L'arte di collezionare mosche (uscita: marzo). E poi tre grandi del catalogo Iperborea: Björn Larsson con una raccolta di saggi sulla letteratura di mare (di cui è uno dei maggiori esperti mondiali), Lars Gustafsson con il nuovo romanzo L'uomo sulla bicicletta blu e l'attesissima nuova opera di Jón Kalman Stefánsson: I pesci non hanno gambe, in arrivo a maggio.
Sempre a maggio stiamo lanceremo la prima edizione de I BOREALI - Nordic Festival. Sarà a Milano, nel pieno dell'Expo, in collaborazione con il Comune di Milano e alcuni dei luoghi della cultura milanese più prestigiosi: Piccolo Teatro, Spazio Oberdan / Cineteca Italiana, PAC, ecc. Abbiamo fatto tesoro dell'esperienza dei precedenti festival culturali organizzati sempre a Milano da Iperborea (Caffè Helsinki, Caffè Stoccolma, Caffè Copenaghen, Caffè Amsterdam) e abbiamo alzato l'asticella. Porteremo 7 autori nostri e di altre case editrici, cinema, teatro, musica, lingue, design, cucina, libri e fotografia. Sarà il più grande festival mai organizzato in Italia dedicato alla cultura del Nord Europa.
LB: Esercizio di immaginazione per chiudere: vi chiedono di fornire un vostro spunto per uno spot televisivo che incoraggi la lettura (uno di quegli spot che un tempo si chiamavano spot di "pubblicità progresso" e che forse si chiamano anche ora così). Che cosa suggerite? Grazie.
R: Non ho mai creduto nella pubblicità progresso, ma nella forza dell'esempio. La tv può essere un ottimo mezzo. Perché non tornare a proporre programmi con i libri al centro? Mi pare che qualche esempio di successo in Italia ci sia stato. O anche importare qualche format che funziona all'estero. Ma se questo è chiedere troppo perfino al nostro servizio pubblico, perché in alcune occasioni, come la giornata mondiale per il libro, o altre ricorrenze, tutti i personaggi della tv non si presentano con un libro in mano in trasmissione e raccontano ai loro fan in un minuto quale libro stanno leggendo e perché? Per esempio quello che ha fatto ieri (il 2 febbraio, ndr) il presidente del Consiglio Matteo Renzi di entrare in una libreria e comprare 5-6 libri (con anche scelte per nulla scontate) seguito dai fotografi e dalle tv è un piccolo gesto ma che può avere un impatto sulle abitudini di lettura degli italiani.
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