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lunedì 27 agosto 2018

"Kronos", l'altro diario di Witold Gombrowicz


Storia lunga quella di Witold Gombrowicz e i diari. Anche il libro d'esordio, che poi prese il titolo di Bacacay, si intitolava "Diario del periodo della maturazione" e già metteva a fuoco due nuclei del suo pensiero-scrittura, il diario/taccuino da un lato e l'ossessione per il binomio maturità-immaturità. Nel 1951 Gombrowicz inizia a collaborare con la rivista "Kultura", la quale pubblicò quanto è confluito nell'opera bina Diari dal 1953 al 1969 (anno della morte) e pubblicata in italiano da Feltrinelli in due volumi. I Diari però sono tutto fuorché diari comunemente intesi, semmai rappresentano una sorta di autocreazione letteraria frammentaria e deformata, dove davvero trova spazio di tutto, dall'episodio quotidiano alla polemica, dalla disquisizione musicologica alla parodia. Per la traduzione di Irene Salvatori, la cura di Francesco M. Cataluccio e con una nota introduttiva di Rita Grombrowicz, Il Saggiatore manda in libreria Kronos (pp. 386, euro 32), un altro diario, quello segreto iniziato probabilmente tra il 1952 e il 1953. È questo un libro che fa coppia con Cosmo, suo ultimo romanzo, altro titolo nel catalogo della casa editrice fondata da Alberto Mondadori, che prosegue così nella pubblicazione nell'opera integrale dello scrittore polacco e aggiunge un tassello fino a poco fa inedito (Kosmos è infatti uscito per la prima volta nel 2013, dopo una decisione lungamente meditata di Rita Gombrowicz).

Per la sua stessa natura interstiziale, frammentaria e pervasiva e per l'arco temporale amplissimo che raduna, Kronos fa coppia in realtà con l'intera opera letteraria di Gombrowicz. È infatti il suo grande libro non letterario, da non confondere con i Diari già pubblicati da Feltrinelli che, come ricordato sopra, a dispetto del titolo costituiscono opera letteraria scientemente "preparata". Kronos è composto in tre sezioni che toccano Polonia, Argentina e Europa e rispettivamente gli intervalli temporali degli anni Venti-Trenta, dal 1939 al 1963 (ovvero la lunga parentesi argentina) e gli ultimi sei anni di vita. Viene subito da domandarsi: hanno senso i diari per un lettore? All'interno della produzione di un autore che posto spetta loro? Quando è il momento giusto per pubblicarli? Sono interrogativi che riguardano noi, ma anche gli eredi, i soggetti che almeno in un primo momento hanno davvero in mano l'eredità letteraria di uno scrittore (tema tutt'altro che secondario). E un lettore come si avvicina a una scrittura che dovrebbe essere privata e che invece spesso non lo è, diventa altro, diventa pubblica, diventa persino parte fondamentale del corpo d'opera di un autore (pensiamo ai diari di Gide o a quello interessantissimo di Guido Morselli). Ecco, Gombrowicz teneva moltissimo al proprio diario privato, alla cartella "Kronos", tanto da avvertire la moglie di trarla in salvo "in caso di incendio" come la cosa più importante.

Questo Kronos libro è un libro di completamento allora, non di complemento, ed è dedicato a chi ha già apprezzato i libri dello scrittore stroncato da Pasolini dalle colonne de "Il Tempo" nel 1972 (così scriveva PPP, che qualche libro brutto o "sbagliato" l'ha fatto: "La figura dell’autore che ne viene fuori e quella di un uomo sbagliato, non solo poco colto, ma anche poco intelligente: una specie di sgraziato buffone senza corte che crede sia difficile capire la verità e soprattutto che sia obbligatorio dirla, che l’inopportunità possa essere programmata, che la sgradevolezza sia un elemento del genio e che ghignare sia segno di superiorità"). Questo diario privato assomiglia spesso a una lista, non è immune al fascino per la numerologia e le date. Gombrowicz nel diario privato e segreto si rifiuta di accettare subito di essere polvere, pone una minuscola, flebile resistenza a Kronos. E il modo migliore per saggiare i diari, che non sono tutti uguali, non sono tutti parimenti interessanti, non sono tutti meritevoli di pubblicazione, è prenderne a caso qualche pagina oppure leggerli in modo discontinuo, come un livre de chevet per qualche tempo, a maggior ragione quando la mole del volume è notevole. Gombrowicz stesso era appassionato lettore di diari, si era interrogato su questi, a partire dalla frequentazione con il Journal di André Gide. E poco importa che i diari siano in genere sempre falsati, abbelliti, diminuiti o aumentati perché restano comunque una "tana" della vita altrui e assomigliano a un "brodo con il sapore della realtà". Solo un avvertimento, e lo dà la moglie: "Si può leggere il Diario senza Kronos, ma non viceversa". 

Il vero regesto estemporaneo, con tanti materiali grezzi e senza filtri, pieno di appunti spesso disordinati, cenni a incontri e altre registrazioni del quotidiano è quindi questo Kronos ora disponibile in italiano. Un fatto interessante è pensare che Gombrowicz nel fascicolo "Kronos" si spinga fino al 1922, anche se ne ha iniziato la stesura solamente trent'anni dopo, come abbiamo visto: come lavora la memoria in quel lasso grande di tempo, per di più in un diario che, nella sua parte iniziale, si presenta come "diario retrospettivo"? Per dare un'idea di cosa si può leggere in Kronos, ecco un passo del 1951 dove si cita Miłosz, che nella grande diversità, fu interlocutore di Gombrowicz e contribuì alla sua conoscenza con un profilo a lui dedicato all'interno del libro che scrisse sulla storia della letteratura polacca:


XII

Articolo di Miłosz in Kultura su Contro i poeti, molto lusinghiero.
Questione della vendita della banca, molto preoccupante. 
I Nowiński partono per Mar del Plata – silenzio in banca.
Comincio a scrivere il romanzo Cosmo 
Capodanno dai Grodzicki.
Salute: L’eczema sulla testa si fa gradualmente meno fastidioso. Nella seconda metà dell’anno i denti (2 si guastano alla radice, un ascesso). A parte questo, notevole miglioramento dell’intestino e del fegato. Letteratura: nella seconda meta notevole aumento di prestigio tra i polacchi. Ma non faccio nulla (qualche schizzo di un testo di teatro). Lavoro: in banca non faccio praticamente nulla. Noia. Finanze: male a causa della svalutazione. Sueldos extra. Erot. – molto poco, [manoscritto illeggibile] i denti mi hanno fatto male. Avvenimenti principali: soggiorno dei Rodziński [manoscritto illeggibile] Trans-A. [manoscritto illeggibile].

Se i Diari sono un esempio unico nel panorama del Novecento di autocreazionismo in letteratura, Kronos presenta le pagine dove il combattimento contro la propria scorza si fa meno teso, più franco. La polpa si fa più molle. Eppure arrivano entrambi dalla stessa penna, quella che ha provato a dire con coraggio il bailamme incomprensibile di un secolo sfibrato e sfibrante, che ha mostrato come sia possibile sottrarre la letteratura ai tanti servilismi cui spesso si presta e che in Cosmo ha creato un romanzo che finalmente nasce durante la stessa scrittura.

domenica 10 aprile 2016

"Nella notte cosmica" di Roberta Durante. Una nota di lettura a cura di Luca Rizzatello

Pubblico di seguito una nota di lettura scritta da Luca Rizzatello sull'ultimo libro di poesia di Roberta Durante intitolato Nella notte cosmica uscito qualche settimana fa per Luca Sossella Editore.


Cyrano de Bergerac, The Other World: History of the States and Empires of the Moon, 1657

Io sono nero di amore
né fanciullo né usignolo
tutto intero come un fiore,
desidero senza desiderio.

Mi sono alzato tra le viole,
mentre albeggiava,

cantando un canto dimenticato
nella notte uguale.
Mi sono detto: «Narciso!»,
e uno spirito col mio viso
oscurava l’erba
al chiarore dei suoi ricci.
1

La prima poesia di Nella notte cosmica, di Roberta Durante (Luca Sossella Editore, 2016) esordisce in medias res, ma questo lo si capirà soltanto alla fine; che poi è l’inizio; forse. Ciascuna poesia del libro, tripartito in TerraLuna e Cielo, va intesa come una tappa di un viaggio che, va ribadito, non prevede una vera partenza, e non prevede un vero arrivo. È proprio il rapporto tra il vero e il finto (più che tra il vero e il falso) uno degli oggetti di analisi di uno sviluppo narrativo che si risolve, a un grado zero, in un dialogo (in effetti sui generisma qui nessuno aveva detto niente a nessuno/ il nostro era stato soltanto un gioco di sguardi, p. 602) tra chi ci racconta la storia – che chiamerò S – e la luna.
Un fremito percorse l’assemblea: Barbicane, cavatosi il cappello dal capo con rapido gesto, continuò il suo discorso con voce pacata:
«Non v’ha alcuno tra voi, onorevoli colleghi, che non abbia veduto la luna, e tanto meno che non ne abbia udito parlare. Non vi sorprenda se qui vengo a intrattenervi dell’astro della notte; forse ci è riserbato di essere il Colombo di questo mondo sconosciuto. Comprendetemi, secondatemi con tutte le vostre forze, io vi guiderò alla sua conquista, ed il suo nome si unirà a quelli dei trentasei stati che costituiscono il gran paese dell’Unione.
— Viva la luna! esclamò il Gun-Club ad una voce.
— Si è molto studiato la luna, riprese Barbicane! la sua massa, la sua densità, il suo peso, il suo volume, la sua costituzione, i suoi movimenti, la sua distanza, la sua parte nel mondo solare sono perfettamente determinati; si sono fatte carte selenografiche con una perfezione che pareggia, se pure non la supera, quella delle carte terrestri; la fotografia ha dato prove d’incomparabile bellezza del nostro satellite. In una parola, si conosce della luna tutto ciò che le scienze esatte, l’astronomia, la geologia, l’ottica possono apprenderci; ma fino ad oggi non è mai stata stabilita alcuna diretta comunicazione con essa.»3
Quindi: il viaggio di S origina da un desiderio, esaudito dalla luna; e le metamorfosi che seguiranno, necessitate per lo più da contingenze ambientali, saranno esse stesse delle estensioni del desiderio di metamorfosi, ponendo la questione di cosa sia in funziona di cosa:

soltanto lei sapeva come mi sentivo:
già carica di nulla
con tutto l’entusiasmo
di chi sospende in gioco l’incredulità
un teatro già vivo e già morto
una storia senza storia
un carnevale con tutte le mie facce4
(p. 12)

In contrasto con la finta umiltà del pellegrino Dante (che non è né Enëa  Paulo eccetera), S smania all’idea del viaggio (convinta ormai com’ero/ che senza gravità sarebbe stata tutta un’altra cosa, p. 23), nonostante gli avvertimenti della luna (che tu non creda – continuò/ che farti un giro senza gravità ti renda più leggera”, p. 15), che a questo punto visualizzo come un mash-up tra Virgilio e il Grillo Parlante5. Ancora: se il pellegrino Dante si deve mettere in viaggio per non farsi sbranare dalla lupa (che in altri termini significa che non ha scelta), S si trova a dover gestire un numero imponderabile di possibilità (mi volle più indecisa ancora e ancora senza scelta, p. 22).
Passarono le ore. Dorothy si sentiva tranquilla ma anche molto sola; il vento continuava ad ululare così forte che quasi l'assordava. In principio aveva temuto che la casa ripiombasse a terra, seppellendola tra le macerie, poi, visto che il tempo trascorreva senza che accadesse niente, decise che non era il caso di preoccuparsi ma di aspettare con calma gli eventi. Strisciò sul pavimento oscillante fino al suo letto, ci si arrampicò e si sdraiò, subito imitata da Toto6.
Nella sezione Cielo, che ha la funzione di raccordo – narrativo e teorico –, vengono descritte le procedure con cui avviene il distacco, non senza ripensamenti (mi fecero passare oltre la voglia/ la forma che pensavo fosse la vera materia/ che non fosse il caso pensai/ di ritornare piedi a terra a vivermi la vita in gravità/ continuando a temere non me/ ma le cose che erano tutte sparite?, p. 49). Sulle cangianti modalità del viaggio non dirò nulla, per non rovinare la sorpresa al lettore; dirò che l’individuazione di S si esprime in forma radicalmente creativa (in una lotta più lunga della vita/ contro l’identità già fatta e finita, p. 78), e prende le mosse dall’eventualità del non ritorno (attenta a non aprirmi a non disperdermi/ a perdere di nuovo tutta me in un attimo, p. 55)7.
Così, nella sezione Luna, scompare la luna, e compare il mirto (che, per mantenere in piedi l’analogia, potrebbe ricoprire il ruolo di Beatrice/Fata dai capelli turchini8). Quello che è accade, avendolo già visto, non so né posso ridirlo.
Ma allora, quando nomino l’oblio, riconoscendo contemporaneamente ciò che nomino, lo riconoscerei, se non lo ricordassi? Non parlo del semplice suono di questa parola, ma della cosa che indica, dimenticata la quale, non varrei certamente a riconoscere cosa vale quel suono. Dunque, quando ricordo la memoria, proprio la memoria è in sé presente a sé stessa; allorché invece ricordo l’oblio, sono presenti e la memoria e l’oblio: la memoria, con cui ricordo; l’oblio, che ricordo. […] Così abbiamo presente, per non dimenticare, ciò che con la sua presenza ci fa dimenticare. Dovremo quindi intendere che non si trova nella memoria proprio l’oblio in sé, quando lo ricordiamo, bensì la sua immagine, poiché la presenza diretta dell’oblio ci farebbe non già ricordare, ma obliare? Chi potrà mai indagare questo fatto? chi comprendere come stanno le cose? […] Supererò anche la memoria, ma per trovarti dove, o vero bene, o sicura dolcezza, per trovarti dove? Trovarti fuori della mia memoria, significa averti scordato. Ma neppure potrei trovarti, se non avessi ricordo di te9.

Note

1 Pier Paolo Pasolini, Danza di Narciso, in La meglio gioventù, Sansoni, 1954
2 analogamente [contiene spoiler]: il mirto mi guardava senza gli occhi, p. 83
3 Jules Verne, Dalla Terra alla Luna, 1865, capitolo II
4 nella poesia successiva, coerentemente, si legge: pensavo per esempio/ al bruco quello perfetto che sarei stata;
[…] e poi cambiare rotta con il volo/ farfalla se decido quando voglio; nella quarta dimensione che è il libro
Club dei visionari (Di Felice Edizioni, 2014), di Roberta Durante, alla poesia 27 si legge: sarei stata un bruco
perfetto […] mi attaccavo alle pareti/ per risalire pian piano a ritroso
5 una metamorfosi che disattende le speranze di leggerezza, a vantaggio della gravità, mi fa pensare anche a 
Apuleio, Metamorfosi, XXIV: dopo avermi ripetuto più volte tali assicurazioni, entrò tutta emozionata in quella stanzetta e prese dallo scrigno il vasetto. Come io l'ebbi fra le mani me lo strinsi al petto e cominciai a baciarlo pregando che mi facesse fare voli felici, poi, liberatomi in fretta di tutti i vestiti, immersi avidamente le dita nel barattolo e preso un bel po' di unguento me lo spalmai su tutto il corpo. Poi, agitando le braccia su e giù mi misi a fare l'uccello, ma niente: penne non ne spuntavano e nemmeno piume; piuttosto i peli cominciarono a diventare ispidi come setole, la pelle, delicata com'era, a farsi dura come il cuoio, alle estremità degli arti le dita si confusero, riunendosi in una sola unghia e in fondo alla colonna vertebrale spuntò una gran coda.
6 Frank L. Baum, Il mago di Oz, 1900, capitolo I
7 sul tema dell’indicibilità dell’esperienza, si confronti sul finire continuo dell’infinito mio/ al limite della mia luce (p. 40) con nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende, Paradiso, I, vv. 4-6
8 che come tale fa sia tremare che piangere, p. 74
9 Agostino d’Ippona, Le confessioni, X, 16

domenica 25 ottobre 2015

Poesie, prose e traduzioni di Clemente Rebora. Un'intervista ad Adele Dei, curatrice del Meridiano

Librobreve intervista #62


Ospito qui di seguito un'intervista ad Adele Dei, docente di letteratura italiana all'Università di Firenze e curatrice assieme a Paolo Maccari di Poesie, prose e traduzioni (Mondadori, pp. CXXXIII-1338, euro 80), Meridiano che finalmente restituisce alle librerie Clemente Rebora in ogni sfaccettatura della sua controversa opera. Sappiamo in realtà che Rebora non ha mai smesso di essere un termine di confronto per molti, tanto che Pasolini sancì a suo tempo questa carsica presenza con la celebre definizione di "maestro in ombra". Con l'intervista che segue, si prova a restituire almeno parte delle antinomie che attraversano questa fondamentale figura del Novecento letterario italiano. Per un discorso davvero approfondito, il rinvio è a Sul filo della spada, ovvero l'introduzione che Adele Dei ha scritto per quest'opera.

LB: Quando si inizia a profilare l'idea di un Meridiano dedicato a Rebora e quali sono le prime direttrici su cui si indirizza la discussione sulla curatela e sulla costituzione dell'opera, nella quale prende parte attiva anche Paolo Maccari?
R: 
Il problema preliminare è stato quello di come organizzare e costruire il libro, ripensarlo completamente mettendo in discussione i criteri e la stessa consistenza dell’edizione Garzanti delle Poesie, che mi sembrava per molti aspetti insoddisfacente. L’idea di accludere tutte le prose pubblicate fino al 1930 e le traduzioni è venuta in un secondo tempo, per rendere il volume più completo e utile. Ne ho parlato più volte con Paolo Maccari e, alla fine, con Renata Colorni ed Elisabetta Risari della Direzione Classici di Mondadori.  

LB: La sua prefazione si apre giustamente con un monito a fare attenzione alle tante mitizzazioni cui Rebora è stato sottoposto e con un chiaro invito a fare attenzione alle antinomie molteplici della sua opera. Potrebbe da un lato sintetizzare le principali mitizzazioni (la sua "incrostazione" critica, diciamo) e dall'altro i principali nuclei di contraddizioni di questo poeta?
R: Rebora è da tempo imprigionato in una visione prevalentemente agiografica ed apologetica, volta a farne un esempio monolitico di carità e di spiritualità, se non addirittura di santità. Molti degli scritti di critici e biografi (con le dovute evidenti eccezioni) puntano a questa interpretazione, spesso nella totale noncuranza di qualunque cautela filologica e in assenza di qualunque vera ricerca. Ne risulta un appiattimento che non rende giustizia al poeta e all’intellettuale che Rebora è  stato – a cui invece è dedicato il Meridiano - né alle varie, tormentate fasi della sua vita. Il discorso sulle antinomie e sulle contraddizioni sarebbe molto lungo e complesso e non riesco a riassumerlo in poche parole. Accennerei soltanto al perenne conflitto fra singolare e plurale (fra l’io e il noi) che anima tutta la sua poesia, conducendo infine alle scelte irreversibili della conversione e del sacerdozio, o al conflitto fra corpo e spirito, risolto talvolta con slanci quasi autopunitivi. Ma una sorta di complesso manicheismo è onnipresente fino agli anni ’30 in tutti i suoi scritti, lettere comprese.    


LB: In quel libro straordinario di recensioni che è Plausi e botte Giovanni Boine sancisce in qualche modo la "fortuna" dei Frammenti lirici con la celebre chiusa ("GRANDE"). In realtà si trattò di un bel ripensamento! Libro emblematicamente collocato un anno prima della catastrofe della guerra che condusse Rebora nei territori attigui alla pazzia, opera a dir poco complessa eppure presenza costante, Frammenti lirici rappresenta una sorta di enigma vitale della nostra poesia. Da studiosa di letteratura, qual è la sua personale visione dell'attraversata di secolo compiuta da questo libro, che fra l'altro fu dedicato ai primi anni del secolo scorso?
R: Proprio la difficoltà dei Frammenti lirici ne ha da un lato limitato la diffusione e quindi l’influenza, ma dall’altro si è rivelata una sfida, e ha attirato lettori di grande sensibilità poetica che ne hanno tratto notevole frutto. Credo che abbiano ragione sia Pasolini, che riconosceva in Rebora una presenza sotterranea ma viva (un maestro in ombra), sia Caproni, che indicava nella sua poesia  una possibile strada non percorsa, un’occasione mancata (un rimorso) per il novecento italiano. Ed entrambi pensavano soprattutto ai Frammenti lirici, così ancorati storicamente, come dimostra la loro famosa dedica, e insieme così intempestivi, così spiazzanti già allora, forse respingenti. Un libro anomalo e unico, che guarda insieme indietro e avanti, che richiede ancora oggi a chi lo avvicina un impegno e un’applicazione che non tutti si sentono di offrire.     


LB: Tra i vari saggi di Rebora ripresi da questo Meridiano qual è a suo avviso il più innovativo nell'impostazione e quale il più ingiustamente negletto dalla nostra storia letteraria?
R: 
Uno dei più impegnativi e significativi – quasi del tutto trascurato fino a tempi recenti - è sicuramente quello giovanile su Leopardi e la musica (Per un Leopardi mal noto), derivante da una tesina che Rebora aveva preparato prima della laurea. Oltre ad osservazioni di notevole rilievo su un tema allora pressoché ignoto, contiene moltissimi spunti utili per l’interpretazione di Rebora stesso, che era anche un appassionato di musica,  e componeva improvvisando al piano, a lungo oscillante fra la strada della musica e quella della poesia.

Leonid Nikolaevič Andreev
LB: Mi pare si parli poco del Rebora traduttore. L'opera appena uscita per Mondadori invece dedica ampio spazio alle traduzioni di Rebora. Potrebbe illustrarci il rapporto e le tappe principali del capitolo "Rebora traduttore" confluito nel Meridiano?
R: 
Le traduzioni di Rebora appartengono ad un periodo abbastanza ristretto ma cruciale, dal 1916 al 1922, e si intersecano continuamente con la parallela attività di scrittura poetica. Quella dei racconti di Andreev, oltre ad essere davvero notevole, è imprescindibile per la comprensione delle contemporanee poesie e prose del 1916-1917. E ancor più Il cappotto di Gogol e la lunga novella di ispirazione indiana Gianardana, corredate dagli impegnativi commenti del traduttore, costituiscono un vero e proprio trittico con la plaquette di poesie reboriane Canti anonimi, uscita nel 1922.

LB: A lungo lei si è occupata di un altro fondamentale poeta del Novecento: Giorgio Caproni. Su quali linee articolerebbe un discorso che vada a toccare le convergenze tra queste due importanti voci della poesia italiana?
R: 
Si potrebbe senza dubbio impostare un discorso proprio sul principio di contraddizione, o almeno sulle dicotomie che, sia pure diversamente, sono alla base delle loro poesie. Sul piano del linguaggio noterei la compresenza di spunti filosofici e meditativi, per non dire metafisici, con la concretezza degli oggetti, con una evidente e perfino ‘bassa’ fisicità. Ma anche qui bisognerebbe distinguere e approfondire assai meglio di come sia possibile in poche righe. 

LB: Come spesso faccio giunto alla fine di un'intervista, le chiedo di scegliere una poesia di Rebora come congedo. Grazie.
R: 
Sceglierei una straordinaria poesia scritta nel 1914, con la guerra incombente, Notte a bandoliera.

NOTTE A BANDOLIERA


Alghe di tènebra
sull’umida terra
in romba di piena;
scaglie di vetro
dal ràpido cielo
che stelle nel vento
librato riassorbe;
gesto falcato di forme
uscite a capirsi nell’ombre;
fissa follia dell’aria
su nero abbaglio di lampo;
sordo scavare tenace
in eco di màdida pace:
– Balzerà, chi ci spia,
a schiacciar la lumaca
che invischia molliccia la via? –

Per la nerezza sinuosa
prèmono tìnnuli urti,
s’incàrnano stocchi di gelo,
scuri di brìvidi rìgano: –
 Scatterà, l’insidia feroce,
a scovarci nel sangue la vita
che doviziosa s’incrosta
e imbarbarita zampilla?  

Voci osannanti in soffio di sibilla,
e frenesia di muscoli ondanti
per la cupezza emanata;
ossessïone d’attesa,
truce allegria sospesa,
fischi strisciati in domanda,
drappello che annusa
frusciando carponi
in una ràffica chiusa,
chiostra di denti a lame di luce,
intenti occhi a dorso di coltello…
– È giunta la razza assassina!
Son giunti i violenti e gli eroi
che svelan momenti
dell’impossibile eterno:
i buoni di prima,
e i buoni di poi. –


Marzo, 1914

mercoledì 9 settembre 2015

da "Allergia" di Massimo Ferretti

Una poesia da #53
Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #27


Se incrociate il suo nome è facile che troviate anche quei discorsi sul poeta dimenticato, sulle ingiuste manchevoli amnesie della memoria letteraria. Oppure sulla promessa falciata, fragile vermena strappata dalla vita. Si sa com'è, ora un suicidio (potrebbe essere il caso di Michelstaedter), ora una malattia (nel caso più volte trattato di Carnevali fu l'encefalite letargica, in quello di oggi l'altrettanto tremenda endocardite reumatica). Evito di rincarare la dose. Tutto ciò sarebbe una falsa partenza, anzi, una partenza sbagliata. Mesi fa, scrivendo delle poesie di Lorenzo Calogero, ho provato a dire come la penso su questi sdrucciolevoli temi della dimenticanza contrapposta magari al "ritorno in auge" di un poeta (qui, in caso). Io credo che poi dobbiamo ficcarci bene in testa che una cosa è l'entrata o la fuoriuscita di un autore dal fantomatico "canone", un'altra cosa ben distinta è invece la lettura, più o meno diffusa e continuativa, a suo modo proficua, delle opere di un autore (e qui la parola opere, cioè testi, mi interessa assai di più della parola autore). In questo senso Leopardi e le sue opere non sono mai andati fuori canone, ma questo fatto, evidente a tutti, non ci consente comunque di rilevare con quale profitto, creatività, giustezza, coraggio interpretativo lo si rilegga (legga, togliamo pure il ri-). Spesso poi il mantenimento di un autore nel canone assomiglia ad uno sterile tatticismo oppure alla melina tipica di tanti sport di squadra, messa in atto da quella squadra della Res Publica Litterarum che in quel preciso frangente storico si ritiene in vantaggio; e allora non pensate anche voi che diventerà memorabile l'azione di quel giocatore della squadra già destinata a perdere che ruba palla e riesce a fare un gran gol in contropiede, foss'anche il gol della bandiera? E chi lo sa se sarà solo il gol della bandiera? (Le faccende della letteratura assomigliano a volte a partite a doppio turno in cui ci si ferma o si ricorda solo la partita d'andata.) Mutatis mutandis, per quel che concerne il poeta e l'opera di oggi, ricordo per dovere di cronaca che dopo la prima edizione di buona reperibilità per Garzanti del 1963, il libro Allergia di Massimo Ferretti (Chiaravalle, Ancona, 1935 - Roma, 1974) conobbe una sola riemersione in un'edizione di Marcos y Marcos del 1994, stampata fra l'altro con il contributo della Biblioteca Civica di Chiaravalle e in un'occasione particolare come il ventennale dalla morte. 

Il nostro libro è apparso esattamente sessant'anni fa e con Deoso del 1954 costituisce il lascito poetico dello scrittore marchigiano, il quale scrisse anche due romanzi negli anni Sessanta (Rodrigo e Il gazzarra). Sempre per restare alla reperibilità di un libro, vorrei aggiungere che sebbene assorbite dall'organizzazione di corsi, centri estivi e incontri di tanti tipi, esistono ancora le biblioteche comunali che conservano libri come questo, qualora qualcuno desideri riprenderlo in mano dopo anni, come con piacere mi è capitato, o magari per la prima volta. (Un inciso di biblioteconomia: lo statuto di queste biblioteche comunali - oggi qualcuno preferirebbe scrivere la loro mission - andrebbe rivisto ed è un peccato che in passato non si pensasse già in ottica di una messa in rete di specializzazioni del patrimonio librario e che ogni biblioteca puntasse invece, come una monade, a seconda delle proprie risorse, ad avere un po' di tutto, dando vita così a un panorama di tanti piccoli doppioni poco vitali, magari tutte con 4 copie di epoche diverse di Cristo si è fermato a Eboli o altri libri mai andati fuori catalogo e nessuna con almeno una copia de Il volto e il ritratto di Georg Simmel, tanto per dire un titolo. Sarebbe bastato creare delle reti di specializzazioni tematiche - una specie di funzione di ricerca e sviluppo - per pensare oggi con maggior ottimismo al ruolo di queste biblioteche e ottimizzare i budget di acquisto di libri forniti dalle amministrazioni. Comunque non è mai troppo tardi, anche se bisognerebbe imparare a dire che non è mai troppo presto). 

Visto che ho ricordato quel titolo di Simmel, accompagno tutto questo con un duplice ritratto fotografico, dato dall'unione delle uniche due foto di Ferretti facilmente reperibili in rete. Mi sembrava che così accostate si rafforzassero, pur in uno sguardo poggiato nella stessa direzione e su un medesimo piano. E mi parevano più interessanti della ripetizione di certe formule che riguardano Ferretti e il suo principale mentore (Pasolini) o i rapporti con la neoavanguardia (se ricordate l'edizione di Garzanti data proprio '63). E infine prelevo un testo soltanto da questo libro il cui titolo anagramma un'allegria evidentemente ungarettiana. Autore di un unico libro, a sua agio nella misura lunga, come dimostra nel bellissimo poemetto "La croce copiativa", poeta in grado di scrivere sull'atto sessuale come pochi altri tra quelli che mi sia capitato di leggere, inscritto ma anche proscritto in una perenne costellazione di morte, Ferretti con la sua opera poetica rappresenta sempre una lettura o una rilettura di cui si conosce vagamente il punto di partenza e di cui si ignora clamorosamente l'approdo.



IV

Ho nascosto in un cassetto vuoto
il pacchetto di morte sigarette
che avevi stretto nella mano oscura:
per trovarlo nel buio senza attendere
e riprenderci l'impulso della vita.

Sui tuoi occhi ho perduto la mia morte
e col terrore d'essere felice
ho spiato il potere dell'amore.

E in un antico sonno musicale
ho danzato fino all'altopiano
dove tu dormivi inaccessibile,
e furtivo ho appoggiato alla scarpata
la bianca scala del mio inondato sogno:
ma aveva gradini troppo nudi
e per raggiungerti
dovevo camminare sul mio cuore;
e mi sono arrampicato sulla tua
e ad ogni passo ho calpestato un nome -
nomi che ricordavano e ridevano...

E nell'azzurro reale del mattino
ho adorato i sogni chiusi della notte
che si ricordano fino ad una curva.



(Per proseguire con altre due poesie potete andare qui. Vi rimando anche a questo articolo di Dario Borso intitolato Il giovane Ferretti.)

giovedì 21 maggio 2015

Giorni rubati: Pier Paolo Pasolini letto e musicato lontano dall'Italia. Intervista a Teho Teardo

Librobreve intervista #55

A inizio aprile ho scritto a Teho Teardo mentre era in tour in Cina con Blixa Bargeld. L'idea di contattarlo mi era venuta girando in auto in Friuli in un giorno festivo di primavera, insomma da uno spunto geografico piuttosto banale (Teardo è di Pordenone) e poi anche dal ricordare un suo progetto con Erik Friedlander su Pasolini. Volevo appunto proporgli alcune domande su PPP. Visto che qui si parla di libri dico anche questo: al volante ripensavo anche a un professore di storia e filosofia avuto in quinta, un supplente più bravo di tanti altri insegnanti di ruolo avuti in quelle stesse materie. La sua occupazione principale era allenare una squadra di pallavoliste a livelli medio-alti e quando lo chiamavano faceva pure delle supplenze. Stava spiegando e a un certo punto si inceppò meravigliato a guardare fuori dalla finestra. Notò l'insegnante di educazione fisica - una bella signora che gettammo in piscina all'ultima lezione di nuoto, senza incappare in provvedimenti disciplinari, anzi - e soprattutto un cronometro a fotocellula che questa usava durante la lezione e che lui voleva assolutamente comprare per le pallavoliste. Ritornando a spiegare riprese il filo consigliando di leggere le Lettere luterane (un ottimo consiglio su Pasolini). Teho Teardo ha accettato l'idea di questa intervista senza troppe domande supplementari e lo ringrazio per le risposte. Sono contento di questo: prima ancora del suo sodalizio come autore di colonne sonore per molti film, tra cui quelli di Paolo Sorrentino, prima ancora delle sue numerose collaborazioni internazionali (i già citati Bargeld e Friedlander), prima ancora di recenti lavori per il teatro come il bellissimo Ballyturk per Enda Walsh, per me il suo lavoro di musicista è legato ai vinili dei Meathead di mio fratello, che giravano per casa a metà anni Novanta (gli stessi anni del professore allenatore-supplente). Sono abbastanza certo - cercherò di impormelo, se non altro - che la sua intervista sarà la sola cosa pasoliniana che ospiterà questo blog nel 2015, appositamente in largo anticipo sul quarantennale della morte.

LB: Ho deciso di fare un esperimento con te e ti ringrazio di aver accettato. In poche parole, anche a costo di una piccola forzatura, volevo trovare un modo per coinvolgerti in questo spazio, che perlopiù parla di libri e scrittori e mi è venuto così il collegamento con Pasolini, non solo per ragioni geografiche.  Che cosa ti va di dire, per incominciare?
R: Quali sarebbero le ragioni geografiche, forse il Friuli? Senza azzardare nessuna analogia con un artista come lui, al confronto mi sento un microbo, ma andrebbe ricordato che Pasolini è stato costretto a rifugiarsi lì per la guerra ed io per questioni di nascita e poi dalla gioventù. Lui è stato cacciato, io ho capito che era meglio andare altrove per seguire le mie passioni.

​LB: Come è cambiato Pasolini? Intendo chiederti se ci sono diversi Pasolini, quello che leggevi magari vent'anni fa e quello che avverti ora, rileggendolo o tornandoci sopra. A proposito, quali suoi scritti restano per te tra i più importanti?
R: Non ho più riletto i suoi romanzi, pur avendoli amati molto. Preferisco ritornare sulle sue poesie. La sostanza non cambia, siamo noi che possiamo giungere a conclusioni diverse sul lavoro altrui. Ma non mi pare interessante il nostro parere. E' l'ossessione generata da facebook dove tutto si risolve con un like, come se il nostro parere fosse sempre determinante ai fini della storia. A me piace stare ad ascoltare.

​LB: C'è un fronte (o più fronti) sul quale ti sembra sia stato travisato?
R: Non sta a me dirlo. Vedo proliferare opinioni e sciocchezze circa Pasolini. Lascerei la risposta a chi è davvero competente, il resto sono chiacchiere. Penso solo che sia inevitabile che i morti vengano riutilizzati per scopi spesso non nobili. Ma i morti sono morti e fa fede quel che sono stati, senza ulteriori rimaneggiamenti. Dovrebbe esser uno dei vantaggi della morte.

LB: E su quale altro versante ti sembra persista una coltre di polvere difficile da smuovere?
R: L'Italia è sotto metri cubi di polvere.

LB: Fra gli altri, hai collaborato con Erik Friedlander musicando alcune poesie di PPP. Come nacque quella collaborazione e quali attenzioni o precauzioni richiede il musicare poesie? Farai o rifarai qualcosa quest'anno o il 2015 è già sostanzialmente saturo?
R: Non ho alcuna intenzione di sfruttare il cadavere per le celebrazioni. Ho realizzato un album di poesie ispirate a Pasolini nel 2004, come vedi ben lontano dalle celebrazioni. Era un progetto che ho cercato di realizzare dal 1997. Ho anche chiesto una liberatoria alla famiglia di Pasolini per l'utilizzo delle sue poesie. Quando seppero che volevo lavorare con le traduzioni inglesi fatte da Ferlinghetti ebbi un rifiuto categorico. Qualche anno dopo, stavo camminando a Soho, in borsa avevo una edizione delle poesie tradotte da Ferlinghetti ed una bottiglia di vino rosso italiano. Ero diretto a casa di Erik Friedlander con il quale ho scritto Giorni Rubati, a New York. Volevo essere lontano da qualsiasi riferimento italiano per questo progetto. E così è stato. Nel disco ci sono anche due letture, una di Ferlinghetti stesso che ho incontrato ad Asolo. Ci siamo rifugiati nel camerino di un negozio di abbigliamento per registrare un paio di letture. L'altra è del mio amico Daniele Della Vedova.

LB: C'è per caso un suo film (o una sua opera) che ti piacerebbe musicare?
R: Ho fantasticato su un possibile intervento su La Ricotta, lo immaginavo come un film muto dove il suono avrebbe generato la musica. Va bene anche sognare perché il film è perfetto così e non ha certo bisogno del mio intervento. Sarebbe solo la proiezione del proprio ego.

LB: Credo che si possa dire che esista un filo che lega la tua musica alla scrittura, sia questa scrittura tout court o scrittura per il cinema. Vorrei chiederti se esiste una cosa che hai fatto tua frequentando gli scrittori e un aspetto importante per la tua ricerca musicale che hai fatto tuo frequentando i registi.
R: La musica è anche scrittura e montaggio, è un luogo dove letteratura e cinema possono dialogare. Tranne qualche raro e straordinario caso, sfortunatamente i pochi scrittori che ho conosciuto erano persone noiose, conducevano vite noiose ed i loro libri, anche quando erano scritti bene, risultavano noiosi. Ma sono ottimista per il futuro.

LB: Ci saluti scegliendo una poesia di Pasolini? Grazie.

Ciant da li ciampanis


Co la sera a si pièrt ta li fontanis
il me país al è colòur smarít.
Jo i soi lontàn, recuardi li so ranis,
la luna, il trist tintinulà dai gris.
A bat Rosari, pai pras al si scunís:
jo i soj muàrt al ciant da li ciampanis.
Forèst, al me dols svualà par il plan,
no ciapà pòura: jo i soj un spirt di amòur
che al so país al torna di lontàn.




(Qui la pagina Wikipedia di Teho Teardo e qui la biografia contenuta nel suo sito.)

lunedì 18 marzo 2013

Walter Siti e "Il realismo è l'impossibile"

Ben venga un nuovo contributo critico su quella parola-chiave della letteratura che è "realismo". E tanto più se a scriverlo è una figura emblematica per la storia di questo "lemma", qual è Walter Siti, il quale già in passato aveva disseminato la parola in titoli di altri suoi studi, come in Il neorealismo nella poesia italiana (1941-1956) del 1980 o Il realismo dell'avanguardia del 1973. Ora Nottetempo manda in libreria nella collana "gransassi" un libretto smilzo dal titolo Il realismo è l'impossibile (pp. 81, euro 6) che affonda la sua origine in un contributo recente al Festival della Mente di Sarzana. Dico smilzo perché il tema è solitamente uno di quelli che fanno versare fiumi e fiumi di inchiostro, basti pensare al monumentale e imprescindibile Mimesis di Auerbach o alle non meno abbondanti dissertazioni d'area marxista che solitamente si coagulano attorno alla pietra miliare di Lukács. Nella mia storia, il realismo mi fa ripiombare ai primi approcci, timidi e faticosi, coi romanzi di Pasolini, del quale il nostro è oggi il più noto studioso. E ho ricordi di un certo insistere sul "particolare", sul "dettaglio" in ogni discussione che rinvii al realismo. Così avviene anche in Siti, ad esempio quando scrive di realismo come antiabitudine o "leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale", laddove "la nostra enciclopedia percettiva non fa in tempo ad accorrere per normalizzare".

Ma procedo con ordine e cerco di essere, pure io, breve. Il titolo del saggio subito mette in guardia dalla grande vulgata che porta fino all'oggi. Il realismo non è quello che a tutti, anche ai più esperti, potrebbe venire in mente quando pronunciamo quella parola. Non è una riproposizione fedele della realtà. Dopo tanti studi sul realismo, Siti arriva persino a formulare una definizione sintetica che vede nel realismo "quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparata la realtà, o ci coglie impreparati di fronte alla realtà". La realtà ci supera e sorprende sempre, occupa uno spazio profondamente diverso da quello che è dato alla letteratura e all'invenzione. Soprattutto la "realtà", e con essa la vita, è densa e il mondo della fiction è sempre il risultato di una selezione. Sempre nelle prime, galoppanti battute di questo saggio si legge anche del realismo come "una forma di innamoramento", una sorta di accumulo che "secolarizza il mondo solo per re-incantarlo". Sono punti importanti, che segnano il passo necessariamente puntiforme di questo saggio che allontana definitivamente il realismo dalle forme più comuni di pensiero che lo hanno attorniato e imbrigliato. Realismo non è il racconto verosimile, credibile, rispecchiante, oggettivo. Questo è un saggio che si può benissimo raccomandare ai più disparati livelli, da chi si affaccia per la prima volta a simili temi a chi li ha masticati per una vita e mezza, magari dopo una lettura di Zola. Niente di più fecondo del "realismo" che emerge dal Chisciotte di Cervantes, pare affermare talvolta Siti, o almeno così pensavo andando con la mente al saggio di Schütz sul problema della costituzione intersoggettiva della "realtà" (parola virgolettata per antonomasia, secondo Nabokov). Senza considerare poi che alla luce di queste pagine si potrebbe benissimo dare il giusto peso e il giusto volume (e sarebbero un peso assai piccolo e un volume impalpabile) alla nuova ondata di pseudoletteratura apparsa su determinati temi caldi e "sociali" degli ultimi anni (e non oso nemmeno immaginare quello che il futuro ci riserverà!). Ed è per questo che il realismo lavora negli interstizi, sul dettaglio, per dare voce alla realtà in un modo che non è riconducibile alla facile similitudine con lo specchio. Queste poche pagine, pur aperte ed evocative nelle definizioni riportate, riescono comunque a ricondurre realtà e letteratura dentro binari definiti. Se fiction è, fiction allora rimane (interessanti gli sviluppi kitsch che si intravedono in un presunto realismo-quotidianizzazione televisiva di maniera, tipica appunto della fiction, l'altra fiction, il primo significato di "fiction" che forse dovrebbe registrare oggi un dizionario, almeno in quando ad uso qui nel nostro paese). La realtà non può essere afferrata e catturata dall'arte. La letteratura e l'arte possono illuminare determinati aspetti della realtà, ma il problema non è il livello di precisione e approssimazione. Il vero problema diviene forse allora un altro, e magari più ingombrante: come accade e si sviluppa quel patto e compromesso di senso e sensi che definiamo realtà?

Tra i tanti esempi-punti menzionati da Siti ne isolo uno soltanto che riguarda Etty Hillesum, la quale "rinchiusa nel lager, non si degna di odiare i tedeschi, anzi ci offre una descrizione spiazzante parlando della bellezza del lager: "quella baracca talvolta, al chiaro di luna, fatta d'argento e d'eternità, come un giocattolino sfuggito alla mano distratta di Dio". Lirismo in fuga ma anche paradossale realismo di un attimo, perché lei c'era (e io no)."

Mi auguro soltanto una cosa, cioè che queste distinzioni e questo riflettere attorno al realismo non appaia mai lezioso, visto che parliamo delle riflessioni e delle distinzioni su cui l'umanità giustamente si affanna da (Platone e) Aristotele in poi. Sono distinzioni importanti, che riconducono dritte a quel difficile ma fondamentale esercizio di vita che è l'equilibrio o l'equidistanza tra verità e menzogna e quindi, neanche tanto indirettamente, all'etica. Il realismo è magico, e non tanto in un senso bontempelliano, ma perché crea un inganno e, come ha scritto Siti stesso, "dona a chi guarda il piacere di ingannarsi". Ogni autore compie delle scelte, sottrae, aggiunge, moltiplica o divide e poi lavora sulle alleanze tra i sensi. In fondo nemmeno gli specchi si limitano a rispecchiare o a "riflettere" la realtà, bensì la deformano, invertono destra e sinistra, lavorando sulla chiralità dei corpi, sul volume, sia su quello spaziale (togliendo una dimensione), sia che su quello audio (azzerandolo del tutto). Eppure, scrisse un tale di una certa Alice Through the Looking-Glass...

lunedì 4 febbraio 2013

“Zebio Còtal” di Guido Cavani

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #13
Ripescaggi #19












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Ripesco dal cilindro (che per me è un parallelepipedo di 500 gigabyte) una recensione che scrissi per la rivista daemon diversi anni fa. Anche allora ci divertivamo a scovare testi inspiegabilmente finiti fuori catalogo. “Inspiegabilmente” per il valore, almeno ai nostri occhi, anche se le ragioni che spingono un testo fuori catalogo sono spesso così banalmente semplici: non vende (o, peggio ancora, si presume non possa vendere!). La cosa bella e curiosa è che qualche anno dopo il libro di Cavani fu riproposto da Isbn Edizioni nella collana Novecento Italiano a cura di Guido Davico Bonino.
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Forse è il caso di dire che certi libri vanno e vengono. E forse è anche inutile cercare di capire perché un testo non si possa trovare con continuità in libreria. Anche perché è "fisiologico" (leggi anche: "è bene") che certi testi spariscano dalla circolazione per qualche tempo. La sorte di questo romanzo di Guido Cavani appare però singolare. Collocato nella "Biblioteca di letteratura" di Feltrinelli diretta da Giorgio Bassani (con i vari Arbasino, Buttitta, Cancogni, Delfini, Fortini, Meneghello, Testori, Tomasi di Lampedusa ecc.) solamente nell'anno 1961 questo testo ebbe tre edizioni. Pier Paolo Pasolini, in sede prefatoria, concludeva: "[...] sono pronto a scommettere che figure come quella di Zebio, della vecchia moglie, della figlia, del bambino che muore e certe primavere, certe nevicate dell'Appennino, sono tra le cose più solide e durature della narrativa contemporanea (da porre forse accanto a quelle dei due "outsiders", Silvio D'Arzo e il Lampedusa)." Ora, è vero che il Lampedusa ha sempre tenuto alta l'attenzione del pubblico e che D'Arzo è protagonista di un recente revival editoriale che vede più sigle impegnate. Per quanto riguarda Cavani, Pasolini non aveva colto, editorialmente parlando, nel segno: Cavani è una presenza discontinua (se non addirittura un’assenza) del mercato.

Ma allora perché riproporre un avvicinamento al testo di Cavani? Innanzitutto perché Pasolini aveva comunque ragione, artisticamente parlando: la descrizione dei paesaggi degli Appennini modenesi e la loro "interazione" con l'anima dei personaggi, ad esempio, vale più del tempo della lettura. E poi perché l'autore sa riprendere con crudezza, dolcezza e pudore la vita dei propri protagonisti. Già dall'elenco di personaggi riportato nel passo di Pasolini si intuisce come la storia di Zebio Còtal si possa avvicinare ai lavori di Verga (la mente va a I Malavoglia). In sintesi: il libro narra le disperse vicende della numerosa famiglia Còtal, presa nella morsa della miseria materiale e della miseria morale del capofamiglia (Zebio, per l'appunto). I movimenti avvengono tra le zone di Pazzano, Maranello e altri luoghi dell'Appennino tosco-emiliano.

Non sappiamo l'effetto suscitato da questo aspro romanzo d'ascendenza verghiana nell'Italia già avviata al boom. E non sappiamo nemmeno il perché dell'attenzione scostante per quest'opera e quest'autore (se oggi l'interesse di un autore si "misura" anche in Internet, nel caso di Cavani siamo fritti). Fatto sta che, al di là del plot che non suonerà come la parte innovativa dell'opera, questo libro di Cavani stupisce per come affronta i paesaggi (ma è forse il Novecento il secolo dove il paesaggio ha trovato la sua più sicura, fortunata e prolifica collocazione?). E inoltre colpisce l'irrimediabilità dei personaggi che popolano questo romanzo rustico, definito anche "variante odierna del poema pastorale" (sempre Pasolini). Si tratta di un'irrimediabilità che non si tramuta, come si potrebbe credere, in fissità. Il capolavoro, in tal senso, è proprio il personaggio di Zebio, tutt’altro che univoco.

Infine, se in Verga s'era parlato di "regressione del narratore" (Baldi), qui, in Cavani, in Zebio Còtal, se "regressione" c'è, questa rilascia una lingua più pura di quella di Verga. Sotto certi aspetti Verga, sempre alla ricerca di impersonalità, distacco, non-giudizio, riesce a creare per i propri lettori, quasi per contrasto, una lingua permeata di uno strano cosmopolitismo (Verga aveva girato molto, se non altro in Italia ed era preparato da più punti di vista teorici). Cavani, anche e soprattutto in fatto di lingua, appare invece ascrivibile a quella peculiare e interessantissima schiera di autori definiti "provinciali". Per concludere, ancora con le penetranti frasi di Pasolini, "la sua lingua ha nel tempo stesso qualcosa di scialbamente provinciale e qualcosa di prodigiosamente extra-temporale. È un fatto […] per definizione italiano [...]. In provincia di Modena un uomo colto è con un piede nella melma piccolo-borghese e con l'altro nei regni della morte. È così divaricato che pare vivere il Cavani." Frasi, queste di Pasolini, valide anche per Antonio Delfini, un altro modenese per eccellenza?

sabato 10 marzo 2012

Marco Belpoliti racconta "La canottiera di Bossi"

Recensioni rapide #4
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"Recensioni rapide": due paragrafi fissi dove cerco di rispondere brevemente alle domande "che libro ho davanti?" e "perché vale la pena/non vale la pena avvicinarlo?" (solitamente resto su quelli che vale la pena). 
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Appare quasi come un filone quello inaugurato da Marco Belpoliti. Qualche anno fa era uscito Il corpo del capo, libro dove il rapporto triangolare tra Berlusconi-corpo-fotografia veniva sviscerato in maniera esemplare, con gli strumenti che l'intelligentemente eclettico studioso sapeva mettere sulla scacchiera. Dopotutto a Belpoliti siamo tutti riconoscenti per studi fondamentali come Settanta, Doppio Zero, Crolli, la curatela delle opere di Primo Levi e, ancor di più per chi scrive, per quel magnifico progetto di rivista che è "Riga" per Marcos y Marcos. Il filone politico al quale mi riferisco è anche un filone "corporeo" che, sotto certi aspetti, si poteva intravedere già in un bel libro minuscolo apparso per nottetempo nel 2008, Le foto di Moro, dove l'autore partiva da un'attenta analisi delle foto dello statista democristiano diffuse dalle Brigate rosse. Se ci soffermiamo poi su un certa centralità del corpo, allora riusciamo pure a inserire il più recente Pasolini in salsa piccante, studio di Belpoliti che meglio di altri ha provato a riposizionare un intellettuale italiano tra i più controversi e imprescindibili, sopravvalutato forse in alcuni frangenti (per quel che mi riguarda penso soprattutto alla sua narrativa) e sottovalutato per altri (Scritti corsari e Lettere luterane). La canottiera di Bossi è allora quasi una logica conseguenza di questo percorso che allinea politica-corporeità-immagine-brand e restituisce il personaggio Bossi ad una certa tradizione iconografica (un capitolo si intitola "Marlon Brando a Varese"!), gestuale, antropologica (l'eterno Fascismo italiano di cui parlava Sciascia oppure la tradizione del "vitellone" italico).

Per chi ha letto Il corpo del capo questo libro fa il paio perfetto con l'altro emisfero dell'ex maggioranza politica di questo paese e ci avvicina a comprendere il fenomeno-Bossi con una strumentazione rinnovata. Non è scontato che uno studioso del calibro di Belpoliti si sia messo ad analizzare la figura di Bossi. Per troppi anni il fenomeno Lega è stato sottovalutato ingenuamente da un certa frangia di operatori della cultura o intellettuali, se tale parola ha ancora qualche senso oggi; poi abbiamo iniziato a vedere studi come quello di Ilvo Diamanti. Per chi ama Belpoliti si tratta dell'ennesima conferma del suo talento, come dicevo di una metodologia d'indagine mai ingenuamente eclettica. Per chi ha snobbato Bossi con imperdonabile sufficienza è un buon pretesto per riflettere, così come questo libro costituisce parimenti un buona occasione di riflessione per i molti fan del senatur. Insomma, non mancano certo i motivi per avvicinare La canottiera di Bossi (Guanda, pp. 105, euro 8.50).

mercoledì 30 novembre 2011

"Canti dell'offesa" di Fabio Franzin: molto più dell'indignazione.


C’è ormai un’onda lunga che dura da qualche tempo, anche a livello editoriale, ed è quella dell’indignazione. Non serve qui enumerare gli esempi. A mio avviso quest’onda ha mostrato anche certi limiti, il marketing e il giornalismo hanno trasformato in prodotto di facile smercio qualcosa che aveva una qualche ragion d’essere, una parola che poteva diventare rilevante. Serviva allora un poeta che riprendesse le scaturigini di quell’onda e la restituisse sotto una luce più adeguata, quella dell’offesa. Credo si possa iniziare a raccontare anche così Canti dell’offesa (Il Vicolo Divisione Libri, pp. 48, euro 10, per contatti editore@ilvicolo.com), l’ultimo libro di poesie di Fabio Franzin.

Offesa è molto più di indignazione. Serviva un poeta per farcelo notare. L’offesa urta, tocca, provoca danno, ricade sul corpo dell’offeso. Franzin sceglie la terzina per contenere tutto, una scelta stilistica che apre da sola molteplici sfondi di lettura (da quello religioso, anche qui in senso etimologico, come un patto saltato irrimediabilmente). Ancora Dante, più di altre corone della nostra letteratura, sembra indirizzare molta parte della poesia italiana e personalmente reputo interessante questo dato. La terzina è anche poesia morale, allegorica, è quel Pascoli che il Franzin dialettale ha rielaborato, terzina è Le ceneri di Gramsci (e allora, a proposito, leggiamo: “Guarda poi quando sanno di essere / ripresi quando sono ospiti in un talkshow / un programma nessuno che sappia // star zitto un po’ ascoltare scattare biliosi / sulla sedia rubarsi le parole via di bocca / sputare sentenze insulti bieca saggezza // risse create ad hoc per l’audience lo so sì / scelte prima a tavolino le parole che pena / però vedere Platinette al posto di Pasolini.”). Cantare l'offesa sembra un ossimoro, eppure non poteva essere altro titolo: solo l'elevazione della voce umana può cantare l'offesa, spiccare nella coralità odiosa e tediosa dei media, provare a rimagliare, a partire dal sentimento di offesa, un nuovo stare assieme degli uomini E credo anche che, se c'è qualcosa da rivalutare in un autore forse frainteso e letto oggi malamente com'è Pasolini, sia proprio questo aspetto, il Pasolini delle Lettere luterane, ad esempio.

C’è molta televisione in questo libro di Franzin. Vi rimando anche alla poesia che riporto in chiusura dove rientrano magnificamente il dolore, la famiglia, il consumo, l’entertainment, il "tecnicismo infantile”, le marche che popolano le nostre giornate. Poi c’è persino Unamuno in Franzin, il filosofo spagnolo che parlava della vita come di un problema “religioso-economico”. La poesia di Franzin è anche questo saper reggersi in uno straziante equilibrio di un sentimento religioso che ha sempre uno sguardo puntato sull’economia bruta, sulla scienza triste per antonomasia (di qui il collegamento con il filosofo spagnolo): “Oggi il kosovaro che lavora con me / mi ha chiesto se potevo imprestargli / cinquanta euro si guardava nei piedi // mentre formulava quella sua richiesta / chissà quanto a lungo meditata - lo sa / che ho due figli il mutuo per la casa // e tutto il resto - e sono sicuro sapesse / anche la mia risposta perché non se l’è / presa sì sì certo comprendo continuava // a dire scrollando la testa intanto che ci avviavamo verso i reparti stretti i guanti / nella mano. Però io non lo riconoscevo // quello che ha dovuto dire mi dispiace / proprio quando suonava la sirena e non / c’era più tempo neanche per la vergogna.”

Oltre al già citato aspetto metrico, avrete notato una sintassi inedita per la poesia di Franzin ma anche per la nostra poesia in generale. L’autore de Il groviglio delle virgole qui lascia poche virgole per strada, addensa, accumula e tiene tutto magnificamente assieme. Virtù della terzina, probabilmente! Trovano posto in tanti in questo inferno degli anni duemila: chi ruba il pezzo di grana al supermarket, chi non può rifarsi i denti, chi ha il terrore della prossima bolletta. Qui Franzin si allontana momentaneamente dalla televisione, che abbiamo visto essere mezzo congeniale per antonomasia nell'esercizio sistematico dell’offesa. C’è in Franzin un sentimento di pietas che non alberga frequentemente nella poesia contemporanea: “Perché è sempre sempre stato / lo straniero il capro espiatorio / di una società quando cieca si // ammanta di un’aurea innocenza / per il carnevale delle colpe ed è / storto il dito che punta al troppo // comodo torto di pelle e di razza / è monco e indica spesso colui che / non c’entra e l’altra mano quella // che stringe la pietra del linciaggio / è corrotta dalla convenienza neanche / si accorge di indicare lo specchio.

Ancora televisione. Il passo più ficcante della prefazione di Gianfranco Lauretano è, a mio avviso, quello conclusivo, un passo da... Italia 1: “Lo spettacolo ingloba i suoi stessi spettatori, nell’estrema menzogna di renderli protagonisti degli eventi, mentre di fatto ne fa dei minchioni: «Ma siamo proprio noi quelli là / quelli che compaiono così allegri / e minchioni nei video fatti in casa». Basterebbe, sì, davvero poco per rendersene conto, basterebbe la parola fragile e, in verità, pericolosissima per il potere (a proposito di Pasolini…) della poesia. Si potrebbe tornare a compatire gli altri, cioè ad appassionarsi con loro del destino comune, ad adirarsi per la giustizia che non c’è, per il pane che manca, per lo sciatto e finto essere umano che stiamo generando.”

Canti dell'offesa è un libro che saprebbe ferire nel modo giusto, se solo potesse essere letto in prima serata in qualche rete solitamente compresa tra il numero 1 e 7 del telecomando.

Ma era proprio così il mondo
che sognavamo? Questa teoria
di strade e viadotti e villette

a schiera le gru a incombere
come diplodochi a sbranarci
luce le case di wafer e sbarre

notti lacerate dall’ululato degli
allarmi e pomeriggi a vagare
fra outlet e centri commerciali

è proprio questa la vita che ci
siamo meritati? La maglietta
scontata del trenta consente

di cenare al Mc Donald’s per
la gioia dei bambini l’happy
meal il regalino fatto in Cina

poi la coda l’anaconda di fanali
nel rientrare giusto in tempo per
la trasferta del Milan sul digitale.