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sabato 28 gennaio 2017

"Per Os" di Fabio Orecchini e il sito installativo "TerraeMotus"

L'editrice Sigismundus propone il nuovo lavoro poetico di Fabio Orecchini intitolato Per Os (pp. 72, euro 14, con una nota di Tommaso Ottonieri). Si tratta di un progetto che, come i precedenti, racchiude nell'oggetto del libro una delle parti di un tragitto creativo che coinvolge anche altro, sulla scia di un percorso che l'autore compie da più anni attraversando poesia, poesia visiva, installazioni, performance, video. Qualche tempo fa, qui, avevamo parlato di Dismissione, il suo penultimo libro uscito per l'editore Luca Sossella. La situazione del recente Per Os va contemplata simultaneamente al sito installativo "TerraeMotus" che potete trovare a questo link, un'opera che è già stata presentata in diverse varianti site specific per alcuni importanti festival italiani. Per gentile concessione dell'autore riporto la sua nota posta in coda al volume e un video realizzato da Jacopo Mario Gandolfi.


Dal testo all’installazione, il “TerraeMotus”

di Fabio Orecchini  



Immaginare l’atto poetico come il risultato di una partitura spaziale, un paesaggio di segni, il luogo come fosse un testo, una relazione di forze, la voce come corpo, un corpo attraversato che attraversa, la parola una ferita infetta, che rimargina e riapre_dal bianco e continuamente_ tracciare infinite cicatrici.


Per Os, per bocca e per la bocca, somministrate siano le parole, le poche che restano.

Quest’opera intende proseguire il lavoro di scavo linguistico iniziato con Dismissione (Luca Sossella, 2014) nella direzione, questa volta ascensionale_ qui si scava per uscire_ di una ricerca ipertestuale, sonora ed installativa che muova dall’impossibilità filosofica del dire, del dire il vero: intrappolate nella crepe di un muro una sequenza di bocche per voci mancanti, urla vecchie di giorni.

Come per Dismissione, in cui venivano analizzate linguisticamente e politicamente, con uno studio di oltre due anni, le dinamiche di incorporazione, di mutezza incarnata, dovute alle malattie asbesto-relate nel contesto di crisi dell’operaismo e dell’industria, anche questo nuovo lavoro si fonda su un lungo studio, protrattosi per oltre un anno, dello scenario post-sismico de L’Aquila, allegoria della crisi antropologica e politica del contemporaneo. Analisi che si è avvalsa di personali ricerche sul campo, della lettura di numerosi documenti ed articoli di giornale, ma soprattutto dell’ascolto di una interlocutrice particolare, Isabella Tomassi, poeta, studiosa e terremotata.

Proprio da queste narrazioni è emersa la necessità_Ananke_di riconnettere queste nevrosi, queste ossessioni fenomenologiche, penso alla funzione “rammemorante” di Bateson, attraverso un processo di ricontaminazione, riscrittura e ripensamento continuo_le parole sono la miseria della memoria (G.Mesa)_che proceda per fallimenti e riproposizioni, piccoli sommovimenti per la ricomposizione, la ritessitura, perlomeno, di un segmento di storia e di immaginario.

Ma in che modo, attraverso quali forme, oltre quella testuale, matrice-motrice di ogni mio lavoro, far emergere, per estrazione e scavo, oltre-visioni, materiali “di scarto” del perturbante? Solo un’arte d’incarcerazione, per dirla con Beckett, povera e simbolica, avrebbe potuto approcciare una simile operazione. Così nasce l’installazione TerraeMotus, opera intermediale e performativa in fieri, che continuamente si riaggrega in forme differenti, nutrendosi delle relazioni intercorse sia con i differenti spazi in cui si è insediata_dalle case di terra di Borgo Ficana al Museo d’arte contemporanea Ex G.I.L di Campobasso, dalle stalle abbandonate di Aliano in Basilicata alle stanze sospese del Rialto Sant’Ambrogio di Roma_ sia con tutte le persone che l’hanno attraversata ed esperita. Uno spazio installatativo immaginato come luogo di rimemorazione che sedimenta_si dimentica_ oltrepasso ripetuto di oscillazioni e scarti semantici, faglie di suono, alla continua ricerca di uno sguardo tattile e riverberato: un universo ctonio popolato da corpi disabitati, muti come radiografie di bocche, fossili del dire, cartografie inesatte di un abbandono annunciato_mentre una macchina sciamanica trascrive incessantemente la traccia del remoto, della terra il moto_non c’è che questo andarsene da dire: allegoria dell’odierno luogo “comune”, il nostro tempo, che non da scampo, e come un forcipe attrae_sottrae vita, verità e vita.
Da queste esperienze nasce il sito installativo, http://www.terraemotus.site, dove spero di esser riuscito a ricostruire, per quanto possibile, tutte le “stanze” dell’installazione, per una fruizione individuale (preferibile in cuffia) dal proprio pc o tablet, stando comodamente seduti alla propria scrivania, ma pur sempre in bilico, in valico, tra due mondi. 

mercoledì 12 agosto 2015

da "Emblemi" di Mario Pomilio

Una poesia da #51

Il libro Emblemi di Mario Pomilio (pp. 80, euro 7,75, a cura di Tommaso Pomilio e con una Postfazione di Tommaso Ottonieri) fu pubblicato dall'editore Cronopio nell'anno 2000. Contiene le poesie scritte dall'autore de Il quinto evangelio tra gli anni 1949 e 1953 ed è costituito da due sezioni, "Emblemi" che data 1953 e "Improvvisi" del 1949. Oltre alla ricca postfazione di Ottonieri, ogni testo è corredato di un'accurata ricostruzione della comparsa e delle differenti edizioni della manciata di testi che compongono il volume. Accanto alla riproposta dell'autore di romanzi - ricordo che Il quinto evangelio da poco è uscito per la collana "Fuoriformato. Nuova serie" de L'Orma a cura di Wanda Santini - credo possa trovar posto anche quella del poeta. Il testo che molti mesi fa scelsi per questa rubrica appartiene alla sezione "Emblemi" e apparve la prima il 21 ottobre 1956 ne "Il giornale d'Italia della domenica". 



La baia


Più tardi sarà ancora questo scialbo
odore di risacca
della curva ove spicca
di sbieco la voluta
rocciosa della baia; sarà ancora
quest'adusto ronzio d'insetti e crolli
di ghiaia e lente frante
di sangue che s'impiglia
di vena in vena e putrido
sciabordio di rottami
ritravolti dall'acqua.
E ogni insetto che scava
la vita tra i sassi,
ogni striscia di sole che disgrega
la terra tra le pietre,
o la morte che piega
gli steli tra le crepe, tutto crolla
in quest'attesa che risucchia
il letto bianco del torrente
e la vita del monte
verso l'ansa scoscesa della baia,
verso il lido di ghiaia,
verso l'onda che scava il suo smeriglio,
verso il letto di pomice ove rotola
da secoli il detritico 
silenzio di quest'ora.
Ma il cuore non s'affranca
dall'angustia sottile che ribalta
di minuto in minuto
il sentito in pensato,
il futuro in passato,
la schiuma che s'impenna nello scroscio
della risacca
in eco risospinta
di vena in vena
fino al cieco rottame che s'impiglia
ancora all'onda, al sangue, all'arso
fiottare che scompiglia
nel suo sordo risucchio
inconscio e conoscenza.

lunedì 26 agosto 2013

Femminicidio e "femminimondo". Intervista con Alessandra Carnaroli

Librobreve intervista #21


Alessandra Carnaroli
per nulla convinta
di "Violata", una statua
che trovate ad Ancona
"Femminicidio": parola ricorrente nella statistica lessicale dei giornalisti italiani negli ultimi mesi. Eppure si tratta di qualcosa che è stato solo recentemente "tematizzato". Ora che il "tema" è salito in primo piano nell'agenda setting dei media se ne parla con maggior frequenza, metodo e continuità. Eppure c'è chi già nel 2011 pubblicava un libro di poesia interamente incentrato sul "femminicidio" e sull'oscuro e laido magazzino, sempre più carico di orrori, della violenza sulle donne. Mi riferisco a femminimondo di Alessandra Carnaroli, uscito per Polìmata (con l'Associazione "Erinna-donne contro la violenza alle donne" - Centro antiviolenza di Viterbo, pp. 100, € 10, postfazione di Tommaso Ottonieri). Ho ascoltato l'autrice leggere le poesie di questo libro durante la rassegna trevigiana curata da Marco Scarpa. Poi lei stessa mi ha contattato ed è nata questa chiacchierata attorno al libro, al suo "pre" e al suo "post". Per concludere l'intervista, Alessandra Carnaroli ha preferito regalare ai lettori di Librobreve un inedito. A chi volesse approfondire segnalo questa recensione di Cecilia Bello Minciacchi pubblicata da Puntocritico.eu.


La copertina di
"femminimondo"
LB: "femminimondo": com'è arrivato questo titolo?
RISPOSTA: il titolo è un’addizione: femminicidio (neologismo usato per definire la violenza sulle donne ritenute oggetto e preda sessuale che spesso culmina nel femicidio ovvero l’uccisione della donna in quanto donna. Un termine che individua le cause del sessismo in una cultura di tipo patriarcale, trasmissibile per stereotipi, chiamando in causa le istituzioni che nulla o pochissimo fanno per prevenire tale violenza e promuovere una cultura del rispetto) + finimondo, usato spesso nel racconto dei “testimoni” per descrivere la mattanza (è successo un). L’operazione non è riuscita visto che molti hanno interpretato il titolo come “mondo al femminile”, cose da femmina, allontanandosi dal motivo di denuncia del testo, ricadendo in quella divisione portata avanti dal femminismo della differenza (per cui le donne sono vittime e i maschi carnefici, le donne “amiche” da difendere sempre e i maschi “il nemico” da distruggere a prescindere, le donne sensibili per natura e gli uomini invalidi sentimentali e così stereotipando) che continua a non mettere in luce una delle cause fondamentali della violenza sulle donne: il rapporto di potere impari tra generi, tra chi lo detiene e chi lo subisce. Me batto il petto. 

LB: Una volta hai detto che per te la materia di questa poesia (femminicidio, violenza sulle donne) veniva prima della forma scelta per parlarne. Allora è la materia che ha scelto la strada/forma della poesia? Può sembrare una domanda marzulliana, ma perché proprio in poesia e non, ad esempio, un documentario o altro?

RISPOSTA: Perché faccio (con risultati alterni) poesia: una forma di preghiera laica, una base breve, veloce per raccontare il danno. Se vuoi molto facile per chi fatica, come me, a tenere il passo di un raccontare più lungo. Sono pigra una meraviglia e stanchevole quanto basta per andare a capo spesso. Scrivo per immagini corte quindi, tipo Lascaux, in un tentativo rupestre di procacciarmi il pranzo (cosa non si fa per). Un primitivissimo pittore di bisonti, insomma.

Rosaria Lo Russo
LB: Il lettore che prende in mano il tuo libro s'accorge subito di uno stacco profondo da tanti "dettati" più comuni della poesia attuale. Eppure io ho ritrovati, rielaborati lungo le tracce che lasci, anche molti segnali di una tradizione. Quali sono state le letture fondamentali per te?

RISPOSTA: Per femminimondo fondamentale è stata la pagina di cronaca di Repubblica: la riduzione della tragedia a trafiletto. Lo stereotipo nascosto dall’efficienza tecnica del compitino per casa. L’insinuazione della complicità della vittima (perché prostituta, straniera, divorziata o in via di separazione, perché ubriaca, perché sola di notte, perché vestita da troia). E poi, più in generale, c’è la mia attrazione bassissima per lo scrosto. Che non è impegno civile (quello l’ho costruito dopo, avvicinandomi al femminismo di piazza) né volontà di denuncia: ha motivazioni meno degne (visto che di dignità si parla tanto per giustificare inasprimento delle pene e censure). Lo Scrosto è la passione insana che dimostrano i bambini nel levarsi le croste dalle ferite, quel farsi male con piacere, per vedere cosa c’è sotto, per amor del Cicatrene. Me la porto dietro, in forme diverse, da taglio intimo a scartata a femminimondo
Mi si accosta spesso ad autori di poesia prosastica ma “ritengomi” figlia dell’omino ciao di Italia’90 per parte di padre e wild boys dei duran duran per parte di madre. Profondissimamente scappo fuori dal pulp italiano, questa disperata battaglia da bagnodoccia: ecco più prosa che poesia. Più posa (tipo vino che s’assesta infondo alla bottiglia). La sedimentazione storta dei rapporti, che sono spesso forza e potere in pressione altissima. Da qualche parte deve pure uscire. Un po’ di sangue. Della mistica del tramonto poco m’importa, per capirci. Della mistica in quanto donna e corpo e fisica della schianto sì invece e tanto. E ti cito Rosaria Lo Russo sopra, fisiologicamente sopra, tutt*.

LB: Quali sono state le principali reazioni a un libro così costruito? Quali quelle che ti hanno fatto più piacere, pur nella terribilità del tema trattato e quelle che magari ti hanno pure contrariata?
RISPOSTA: La più bella e la più terribile (che come sempre stanno accoppiate, una sull’altra, missionarie) : “hai scritto quello che ho beccato”, by una donna cassonetto, lei risorta. 

LB: Credo sia stato un libro molto faticoso. Dopo la fatica, quali sorprese ti sta riservando la scrittura?
RISPOSTA: Faticoso, sfibrante e insieme rigenerante come ogni dramma che ti tocca sì ma di striscio. Vomitevole se penso che raccontare la violenza sugli altri serve (pure) ad esorcizzarla. Sono un prete tremendo. Anche. Continuo comunque a scrivere di rapporti di forza, di tensioni, di squilibrio tra le parti: ci sta annammatta 467 membri, inedito finalista al premio delfini 2013, riscritto in fase polmonitica e sotto l’effetto di dosi massicce di cortisone, dove la vittima di questo giochetto (che genera sempre minoranze e ghetti, sennò si vasectomizza) è donna e schizofrenica, la matta dunque, oggetto di scherno e violenza sessuale (pure lei a detta di molti consenziente, visione ortodossa di una malattia che ce piace finché ci si concede senza freni). Ci sta prec’arie (inedito finalista al premio miosotis della d’if edizioni) dove la conta ha detto che tocca ai precari, agli immigrati, ai senza tetto saltare per aria il 12 febbraio. Ci sta La rabbia di me racconti inediti dove il carnefice stavolta è la donna e la vittima il figlio in quanto figlio: oggetto da venerare e distruggere quando s’inceppa e perde la sua funzione di beatificazione del materno. Il torbido con l’uomo intorno che gira fortissimo e investe tipo bay blade atomico l’infermo di turno. Smontare la norma e rivendicare una ripartizione della Forza tipo cartone animato giapponese senza lieto fine: c’è una quotidianità infetta che non ci pare, che ci conclude finiti nel bene e nel male. Superare, please, superare. Magari con un’invettiva che ribalta, come è successo con l’antologia Bastarde senza gloria uscita per Sartoria Utopia, nella quale ci si sollazza, con altre poete cosiddette eterodosse, a far uscire il latte dal pentolino. Questo sbricco dell’a capo che potentemente distrugge prodotti tipici-poetici, tipo appunto cuore, sole, amore.

LB: Scegli tu un testo col quale chiudere questa chiacchierata? Grazie.
Scelgo un’inedita non proprio recentissima e totalmente fuori contesto dedicandola a certa R.M. e tal’altra miccia attivata che han raccolto più d’una volta questo modo mio di far nascere poesia dalla cronaca, tipo calendula dalla merda, parafrasando. Così tanto per lenire, se vi pare.


Sfughe: una serie di coincidenze e vanghe
I musulmani gli puzzano le mani
Dice mia figlia di sei anni
Che glielo ha detto la collega bambina anche lei
Della scuola primaria
Primaria dell’odio
Delle razze
Magrebini marocchini africani
Nerissimi
Dice c’hanno pure la pelle marroncina schifina
Bambina
Sima
Bella asinina non c’hai
Mai la gomma
Cancelli coi denti
Le macchie della pellaccia
Negra conserva/pummarola che tuo padre raccoglie
Diretta dai campi a 3 euro l’ora 
Già piccolina
Vermicina
Fiumicina
Dentro un tubo
Di sfiga natale
Ed errori grammaticali
A senz’acca
Apostrofi
Dell’olio e aglio
E raglio ghi ghe gi ge
La tua svastichina
È un ginocchio sempre sbuccio 
E acqua ossigenata per ossigenare


Prego