Librobreve intervista #22
Chissà se il lettore dalla palpebra pesante apprezza gli e-book, chissà se gli
e-book rendono la palpebra più o meno pesante. Finora se ne è parlato poco qui.
Tanto vale cominciare, con un e-book quantomeno singolare. Invio le domande di questa intervista a Francesco Targhetta mentre è alle
prese - così mi scrive - con la stesura
della quarta di copertina per la nuova edizione dei Fuochi d'artifizio di Corrado Govoni da lui curata. Si curva tra i miei muscoli facciali un punto interrogativo: ma come la quarta di copertina? Il libro è infatti in uscita in questi giorni per Quodlibet esclusivamente in formato e-book, nella collana "note azzurre" diretta da Giuseppe Dino Baldi, Elena
Frontaloni e Paolo Maccari. Proprio grazie all'interessamento di Paolo Maccari è oggi possibile leggere, in rosso e
in verde, come prevedevano gli inchiostri dell'edizione
originale, una delle opere principali dell'eccentrico poeta-contadino ferrarese. Introduco così questa chiacchierata, all'insegna delle improbabili "quarte di copertina
degli e-book". E per citare il nome del file con le risposte giunto al mio pc: Govoni for president!
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| Corrado Govoni |
LB: Andiamo diritti al sodo (e anche al soldo): perché fa bene
leggere/rileggere Govoni e perché, a tuo avviso, l'editoria potrebbe iniziare a
occuparsi di questo grande del Novecento con più sistematicità, senza troppi
timori?
RISPOSTA: Leggere Govoni fa bene perché la sua è una poesia di continuo
stupore, che nasce a contatto con le cose di ogni giorno e i paesaggi più
familiari. I suoi versi esplodono di oggetti, colori, immagini, a cui solo di
rado, nelle poesie più tarde, si aggiungono riflessioni personali e la presenza
dell’io. In un tempo di iper-intellettualismo e iper-egotismo, una scrittura
che lascia così tanto spazio alle cose e alla sensibilità del lettore mi sembra
molto salutare. L’editoria ha sempre tenuto a distanza Govoni perché ha scritto
troppo, stando (apparentemente) sempre in superficie. Troppo naïf, insomma, e troppo
dispersivo. Lui se ne rese conto e subì l’emarginazione, sviluppando verso il
mondo editoriale e culturale un’acredine violenta che di certo non gli giovò.
Ma ormai è riconosciuto come uno dei poeti più influenti del primo ‘900. Fare
ordine nella sua vastissima produzione non è facile, ma i grandi editori (a
partire da Mondadori e da un auspicabile Meridiano) dovrebbero e potrebbero
iniziare a lavorarci.
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| Il celebre Autoritratto |
LB: Quando hai iniziato a posare gli occhi sul poeta di Tamara e come si
sviluppa il tuo percorso govoniano?
RISPOSTA: Govoni è un poeta
che compariva (e compare tuttora), per la sua disposizione visiva e metaforica,
in molte antologie delle scuole medie, e fu già allora che mi incuriosii ai
suoi versi (quelli di Crepuscolo
ferrarese, mi pare). L’approfondimento avvenne all’università. Mentre
lavoravo alla tesi sulla simbologia religiosa nei poeti crepuscolari mi resi
conto che le opere di Govoni erano introvabili; per consultarle dovetti andare
alla biblioteca Ariostea di Ferrara. Un giorno andai in corriera a Tamara, dove una maestra locale mi portò a vedere la casa dove Govoni era nato e quella
dove era vissuto prima del trasferimento a Milano, e poi un negozio di
abbigliamento (di quelli piccoli, da paese di campagna: immensamente triste)
che esponeva alcuni suoi libri in vetrina, disposti sopra abiti per anziane e
sottovesti. Meraviglia. Lì cominciai ad appassionarmi alla figura di questo
poeta-contadino del tutto fuori dagli schemi, e decisi di incentrare sulle sue
prime quattro raccolte il mio progetto di dottorato.
LB: Proprio in questi giorni, in edizione e-book nella
collana "Note Azzurre", Quodlibet pubblica i Fuochi d'artifizio da te curato. Ci parli di
questo libro, che tra l'altro nel catalogo Quodlibet segue le Poesie elettriche uscite qualche anno fa?
RISPOSTA: È il terzo libro di Govoni (che allora aveva appena 20 anni), ed è
senz’altro uno dei più sconvolgenti, non solo perché uscì stampato con
inchiostro verde. Offriva, nel 1905, una poesia mai sentita prima in Italia:
visionaria e assieme provinciale, piena di errori e immagini scioccanti, tra
liriche che descrivono in modo allucinato i pranzi contadini della domenica e
fantasie macabre à la Rollinat (una quartina: «Una vedova in una stanza osserva
attenta / la sua dentatura guasta in uno specchio. / Nella sala d’un ospedale
un uomo canta / mentre i chirurgi gli cavano un occhio»), versi sulla nonna e
vaneggiamenti di tisici, l’euforia della fiera e la tristezza dei conventi, e
tutto assieme, senza nemmeno una divisione in sezioni. Si tratta, come cerco di
spiegare nell’introduzione, di una specie di libro-labirinto, che costruisce
sul caos e sul disorientamento il proprio stesso senso. Govoni divenne, dopo la
pubblicazione, un caso letterario: molti, sulle riviste, lo criticarono
aspramente fino alla derisione, sostenendo, con toni denigratori, che si
trattasse soltanto dei deliri di un campagnolo un po’ tocco. C’era anche
questo, eh. Ma non solo. Govoni aveva una conoscenza diretta e approfondita dei
simbolisti franco-belgi che pochi altri in Italia avevano al suo tempo.
LB: Un altro libro di Govoni da te curato anni fa per San
Marco dei Giustiniani è Gli
aborti. Potresti collocare brevemente anche quel titolo? Qual è, a tuo
avviso, l'opera più importante del Govoni poeta?
RISPOSTA: Gli
aborti (1907) sono il libro
successivo ai Fuochi.
Marino Moretti, all’uscita della raccolta precedente, scrisse che Govoni, ai
suoi occhi, non avrebbe potuto andare oltre, ma avanzò il sospetto che forse,
in realtà, lo aveva già fatto. E infatti Gli
aborti superano le oltranze
dei Fuochi. Anzitutto
perché riuniscono sotto lo stesso tetto due libri diversi (Le poesie
d’Arlecchino e I cenci dell’anima: si tratta,
quindi, di una doppia raccolta, la prima di soli sonetti e la seconda in versi
liberi), e poi perché il furore visionario raggiunge apici impareggiabili. È un
libro che oggi si definirebbe dark,
con alcuni passaggi persino splatter,
tutto concentrato a esplorare le zone d’ombra, le brutture, i canali di scolo,
le creature della notte, e a riportarle sulla pagina deformate e sfatte. Govoni
qua esaurisce il codice del decadentismo più noir elevandolo all’ennesima potenza.
Ci sono vedove morte per annegamento, preti impiccati, ubriachi sgozzati,
rospi, pipistrelli, fantasmi, mendicanti, malati, pazzi suicidi, città fatte di
lupanari e obitori, mentre il sorriso dell’amata viene paragonato a «dei legumi
gettati / dalla finestra del castello dentro la palude». Per me è un libro
meraviglioso (in un’accezione quasi barocca, se vuoi): lo si apre a caso e si
rimane incantati. Ma la raccolta più importante di Govoni, e nel complesso
quella più riuscita, rimane L’inaugurazione
della primavera del 1915.
LB: Ti chiedo adesso una risposta secca, poco più di un
monosillabo: ci consigli anche il Govoni prosatore?
RISPOSTA: No. A Govoni mancava del tutto il talento narrativo. Nei racconti e
nei romanzi si ritrovano le stesse immagini presenti nei versi, ulteriormente
diluite.
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| Guido Gozzano |
LB: "...abbassamento di tono apportato al verso tradizionale e la quasi
parodia della rima ricca di tipo dannunziano o parnassiano". Poi, sempre
Montale su Govoni, recensendo un'antologia curata da Spagnoletti: "Ho
suggerito che probabilmente non si formerà una leggenda di Govoni.". Aveva
visto bene? Se sì, perché? Il ponte (fondamentale?) tra Govoni e Gozzano, come
si salda (se si salda)?
RISPOSTA: Uhm, dunque: l’abbassamento ci fu senz’altro,
favorito da un mix di autodidattismo, irresponsabilità giovanile e marginalità
provinciale (ma era anche nel dna di una nuova generazione). La quasi-parodia
rimica mi convince meno: il contropelo ironico in Govoni manca. C’era in
Gozzano, ma Gozzano fu tutt’altra cosa. E lo fu, come suggerisce proprio
Montale in quella recensione, perché Gozzano era un poeta nella storia, che poté chiudere un
periodo e aprirne un altro, lasciando ben visibili gli snodi, e con una
notevole coscienza di sé. Govoni, nella fase più importante della sua
produzione (1903-1915), agì di istinto, senza filtri. Leggeva e scriveva di
getto, in furie grafomani che il suo Fondo testimonia. Ne è perciò rimasta
un’immagine, e una poesia, più anarchica, meno inquadrabile, meno riducibile a
formula; costretta, per essere spiegata, all’antologizzazione e all’epitome
(come scrive Montale, con un giudizio critico che è diventato una condanna). Di
Gozzano Govoni anticipò alcune immagini, prese a prestito dai francesi che
leggevano entrambi, ma in comune non hanno nient’altro: la strada di Govoni è
lirica e impressionistica, quella di Gozzano narrativa e prosastica.
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Il libro curato da Paolo Maccari |
LB: Abbiamo già scritto e
ripetuto che Fuochi
d'artifizio esce
soltanto in e-book. Quali idee e aspettative ti sei fatto in merito a questa
scelta?
RISPOSTA: L’idea della pubblicazione digitale dei Fuochi era già nel progetto accademico
originario che portò, nel 2008, a riproporre Gli
aborti. Poi però, per varie ragioni, ci furono ritardi e non se ne fece
niente. Grazie a Paolo Maccari, che aveva curato la riedizione delle Rarefazioni e parole in libertà (sempre per San Marco dei Giustiniani),
Quodlibet si è interessata alla ripubblicazione del libro, mantenendo l’idea
dell’uscita solo in e-book. E in effetti Govoni a me sembra un autore ideale da
divulgare in digitale, non solo per la modernità e la stravaganza delle sue
edizioni (i Fuochi sono un libro di 95 poesie
stampate in verde e rosso: quale editore avrebbe mantenuto questi criteri su
carta?), ma anche per l’interesse che dimostrò verso l’aspetto grafico della
poesia (penso ai calligrammi delle Rarefazioni,
ma non solo).