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giovedì 11 gennaio 2018

"Il problema del tradurre" di Emilio Mattioli: dal "si può tradurre?" al "come si traduce?" e "che senso ha il tradurre?"

Nell'ultimo libro di poesia di Guido Mazzoni intitolato La pura superficie (Donzelli), uno degli aspetti più interessanti (e rilevanti, a mio avviso, anche a livello teorico) è il momento dedicato alla "traduzione" da Wallace Stevens. Ho virgolettato "traduzione" perché più che una traduzione quei momenti del nuovo libro rappresentano veri rifacimenti, riscritture o raschiature per arrivare ad altro. Eppure, di fondo, c'è il testo di partenza di Stevens. A partire da queste poesie Mazzoni ha compiuto tagli, adattamenti, integrazioni oppure si è soffermato su traduzioni ritenute chiaramente inesatte o incomplete, eppure per lui più convincenti di un lavoro di traduzione comunemente inteso. Allora non si può parlare di traduzione per questi testi proposti da Mazzoni; si tratta di altro materiale, dove la parola di Stevens entra, esce e rientra come un abbrivio lontano e sperso, che tuttavia permane. La proposta testuale e linguistica di Mazzoni su Stevens non potrebbe allora mai incontrare l'aspettativa media che si ha per una traduzione di una poesia scritta da un poeta di lingua straniera diversi anni fa. L'aspetto singolare e curioso è però che tutte queste considerazioni dialogano intimamente e possono benissimo uscire rafforzate dalla lettura di un libro puramente centrato sulla traduzione quale è Il problema del tradurre (1965-2005) di Emilio Mattioli, volume pubblicato recentemente da Mucchi Editore e radunante diversi scritti dello studioso di estetica, retorica a e traduttologia (pp. 200, euro 15, a cura di Antonio Lavieri). Il volume è chiuso da una postfazione di Franco Buffoni, con il quale Mattioli animò la rivista "Testo a fronte", ancora oggi luogo e strumento di prassi prominente della traduzione poetica, pratica dimenticata nella poeticissima penisola. Ed è proprio il punto di vista della prassi a interessare trasversalmente Mattioli in questi saggi densi e preziosi sparsi su quattro decenni. Perché se da un lato si può partire ad affermare con Croce che la traduzione non è possibile, la realtà della traduzione si dà invece quotidianamente da secoli ed è da questo dato di realtà che bisognerebbe continuamente ripartire per fondare una riflessione teorica che sia effettivamente utile alla prassi, com'è quella di Mattioli.

Il volume segna un passo importante perché per la prima volta è raccolta sotto un'unica rilegatura la principale produzione saggistica che Mattioli ha dedicato ai temi della traduzione (e della traduzione poetica in particolar modo). Le diverse posizioni sulla traduzione espresse da Croce, Gentile, Jakobson, Mounin, Dal Fabbro, Cicerone, San Girolamo, Anceschi e poi le riflessioni di autori come Novalis, Leopardi, Eliot, Pound, Celan o Ungaretti sono a più riprese chiamate in causa da Mattioli in questi contributi che, senza circonvoluzioni, affrontano di petto i temi chiave della traduzione, dal ricorrere dei luoghi comuni con cui ci si riferisce all'atto del tradurre (pensiamo solo al binomio fedeltà-infedeltà), all'effettiva incidenza di un pensiero traduttologico sulla stessa realtà della creazione poetica tout court. La sensazione è però sempre quella che parlando di traduzione si parli di uno dei problemi centrali della contemporaneità e non certo al solo piano letterario. Con il saggio del 1965 "Introduzione al problema del tradurre" Mattioli fu il primo a preparare adeguatamente il terreno alla riflessione sulla traduzione, che per Mattioli non rappresenta  l'attività di volgere un testo da una lingua A a una lingua B, bensì l'attività chiave per avvicinarsi a qualsiasi problema di comprensione di senso di un'epoca. Il suo percorso attraverso i secoli mostra chiaramente come si sia intesa la traduzione nelle diverse epoche (dall'assimilazione degli antichi all'imitazione stilistica leopardiana, fino al gran bazar di modi di intendere la traduzione nel Novecento). Oggi non è facile raccogliere la portata dell'eredità e del gesto filosofico di Emilio Mattioli: in un'epoca storica drogata di teoria linguistica, dove spesso si arrivava a gingillarsi sui falsi problemi dell'impossibilità della traduzione, Mattioli partì da un'opzione filosofica centrata sull'osservazione che si è sempre tradotto e si continuerà a farlo finché ci saranno lingue diverse. Ha saputo spostare l'asse di domande probabilmente inutili e pretestuose come "si può tradurre?" a domande più cariche di conseguenze teorico-pratiche quali "come si traduce?" o "che senso ha il tradurre?". 

Laddove Mattioli parla della traduzione come genere letterario, dopo aver posto l'attenzione sull'orizzonte della comprensione che precede quello delle scelte del traduttore, conclude che la traduzione è un genere letterario particolare "caratterizzato dal rapporto dialettico tra la poetica dell'autore tradotto e quella del traduttore". Si intravedono le parole-chiave che Mattioli ha disposto sulla tavola e che un'esperienza lunga come quella della rivista "Testo a fronte" ha via via perlustrato: poetica, intertestualità, ritmo, movimento del linguaggio nel tempo e avantesto. Sono tutti punti cardinali dove continuamente si riorienta la trattazione di Emilio Mattioli finalmente leggibile negli scritti di questo volume, dal fondamentale contributo del 1965 già ricordato all'altrettanto importante scritto del 2002 sui capisaldi della riflessione traduttologica rappresentati da Ricœur e Meschonnic, fino agli ultimissimi scritti del 2004 e 2005, di poco antecedenti la morte dello studioso avvenuta nel 2007 (sull'importanza capitale della riflessione di Henri Meschonnic un rinvio possibile è questo articolo disponibile qui).

lunedì 3 aprile 2017

"Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano" di Marcos y Marcos. Intervista agli autori

Librobreve intervista #76

Come nel caso dei precedenti due "Quaderni", l'undicesimo nel 2012 e il dodicesimo nel 2015, di seguito potete leggere un'intervista collettiva agli autori antologizzati in "Quaderni italiani di poesia contemporanea", pubblicazione periodica curata da Franco Buffoni e da diversi anni edita da Marcos y Marcos. Le domande rivolte agli autori di questo "Tredicesimo quaderno italiano" sono le medesime delle passate interviste apparse sulle pagine di cui poco sopra trovate i link.

Ringrazio gli autori Agostino Cornali, Claudia Crocco, Antonio Lanza, Franca Mancinelli, Daniele Orso, Stefano Pini e Jacopo Ramonda. Le prefazioni alle loro raccolte autonome sono di Antonella Anedda, Milo De Angelis, Umberto Fiori, Massimo Gezzi, Fabio Pusterla, Flavio Santi e Niccolò Scaffai.

Per quanto riguarda le presentazioni del volume, ricordo che la prossima sarà a Bergamo alla Fiera dei Librai il 15 aprile (con un'introduzione di Mario Santagostini). Si segnala già ora la presentazione del 24 maggio a Milano presso "Spazio Poesia" nella quale interverranno Franco Buffoni e Massimo Gezzi.


Agostino Cornali

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
AC: L’idea del bene di Mario Santagostini, un libro che ho faticato molto a procurarmi.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Ho iniziato a leggere poesia quand’ero abbastanza piccolo, ben prima di studiarla a scuola, e grazie ad alcune antologie del Novecento che mi sono capitate per caso tra le mani. Perciò le prime letture sono quelle di alcuni “classici” italiani del secolo scorso, Montale e Luzi in particolare. Per quel periodo tra gli stranieri devo citare almeno Borges, Pessoa e qualcosa di Rimbaud. Ma il più importante di tutti penso sia stato, fin dall’inizio, Leopardi. Poi ho conosciuto Sereni, Fortini e tra i viventi Pusterla, Santagostini, De Angelis, Magrelli. Un autore straniero che oggi leggo spesso è Charles Simic.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
AC: Poiché è stata la lingua che per tanti anni ho prima studiato e poi insegnato, sarei curioso di leggere un mio testo tradotto in latino. Tra le lingue moderne, visto il prestigio della letteratura che in quella lingua si è espressa, direi il francese.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
AC: Sceglierò un riferimento cinematografico: la corsa verso il mare del ribelle Antoine Doinel nella scena finale de I quattrocento colpi di Truffaut.
“Un tempo qui era tutto un bosco,                                                Gazzaniga
erano selve spaventose e scure”

recita una voce smarrita di cantore,
di custode delle ombre
che a quest'ora s’affollano nei corridoi.

“Adesso attraversiamo gallerie, sottopassaggi, tunnel
il fiume con denti d’acciaio
scava ancora il suo letto,
non trova pace

i nostri figli scendono da corriere azzurre
s’accalcano davanti
alle porte ancora chiuse

non dicono nulla, sono senza fiato
ma con gli occhi cercano qualcuno,
cercano te”


Claudia Crocco

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
CC: Carlo Bordini, I costruttori di vulcani. È un libro del 2010, ma per motivi personali ho avuto una sorta di blocco verso quel libro, e l’ho letto solo da poco.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
CC: In prosa o in poesia? In prosa, la prima cosa seria che ho letto è stata I malavoglia di Verga, in quarta ginnasio; la prima cosa seria che mi ha lasciato il segno è stata Scuola di nudo di Walter Siti, all’università; il romanzo che ha avuto più importanza per quello che poi ho scritto nel XIII Quaderno è I detective selvaggi di Roberto Bolaño. In poesia è più facile. Il primo libro serio, al liceo: i Canti di Leopardi; i libri che hanno lasciato il segno, tutti all’università: gli Strumenti umani di Vittorio Sereni, Somiglianze di Milo De Angelis e Umana gloria di Mario Benedetti. Nel periodo in cui stavo scrivendo Il libro dei volti, però, per me stavano diventando importanti anche le prose di Alessandro Broggi (Avventure minime) e la raccolta The Complete Poems di Philip Larkin; ah, e poi rileggevo per la prima volta da persona adulta I mondi di Guido Mazzoni.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
CC: In inglese, perché è quella che conosco meglio.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
È come riguardare, da trentenni, le puntate di Dawsons’ Creek o di Piccoli problemi di cuore.
Ma sono anche una studiosa (il mio lavoro sulla poesia è per me più importante di quello per il quale mi intervistate qui), dunque devo conoscere bene la metrica. Io non ho mai avuto un buon orecchio metrico, non sono di quelli che riconoscono endecasillabi e settenari al primo ascolto: al contrario, a un certo punto mi è servito migliorare le mie conoscenze metriche e farle passare da decenti e molto buone. Ci ho lavorato moltissimo, e, alla fine di un dottorato, credo di essere in grado di prevedere cose tipo che Joey e Pacey finiranno insieme. Ma non dureranno.


VETRINA


Il vetro rivela in fretta passando
due persone ferme una gelateria
affollata anche d’inverno soli
l’uno di fronte all’altra, per caso.

La paletta azzurra lui la avvicina
piena alle labbra di lei, la crema nelle pieghe
del rossetto sfumato. Gli sorride,
ha meno freddo, per caso incrociano gli occhi.
Non si conoscono ancora non sanno
di essere meno estranei ora in uno sguardo.


Antonio Lanza

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
AL: Mi perdonerà, ma ne intendo citare tre: un libro ancora inedito, ma di cui sentirete parlare Krankenhaus di Luigi Carotenuto; uno di una delle migliori poetesse italiane, Maria Attanasio, Blu della cancellazione; e un libro di uno dei più significativi poeti europei, Zbigniew Herbert, L’epilogo della tempesta.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
AL: Le primissime letture, quelle del Liceo e dei primi anni dell’Università, non posso che definirle superficiali, scolastiche, disordinate, ma bulimiche. Una telefonata della poetessa calatina Maria Attanasio, generosa di consigli e suggerimenti, cambiò le cose, e la direzione stessa delle mie letture: Milo De Angelis, Maurizio Cucchi: mi aprì insomma alla contemporaneità. Tema dell’addio su un autobus a Catania, tornando a casa; e poi, curiosamente, il Sereni di Stella variabile, prima ancora che Gli strumenti umani mi costringesse a letture continue, innamorate. E ancora il Ripellino di Sinfonietta letto ad alta voce sotto un cipresso a Etnapolis, i dialoghi di Nel magma di Luzi, il Larkin metropolitano di Finestre alte, il Bertolucci arioso di Viaggio d’inverno, il Pusterla di Argéman. E inoltre, il dialogo incessante con i miei conterranei, i vivi e i morti: Nino De Vita di Fosse Chiti, l’impervio e vulcanico Angelo Scandurra; il dimenticato ma robusto Fiore Torrisi, e i classici Stefano D’Arrigo, Lucio Piccolo, Bartolo Cattafi. Tra i miei coetanei infine (anche loro, attraverso il farsi dei loro versi e la loro presenza, “lasciano il segno”): Vincenzo Galvagno, Fernando Lena, Maria Grazia Insinga, Pietro Russo, Patrizia Sardisco. Ma nell’educazione di un poeta non ci sono solo gli altri poeti, così mi piacerebbe almeno citare le corpose suite e i concept album dei Pink Floyd, che mi hanno insegnato il respiro lungo e la progettualità dell’ispirazione.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
AL: In inglese. 

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
AL: L’annegata a cui il poeta pratica un’assistenza respiratoria d’urgenza. E tenta di salvarla, salvandosi.


Voci dagli altoparlanti

III

E il divieto, cifra
del padre, parla a Etnapolis con voce
maschile: vietato entrare negli ascensori
con il carrello, vietato fumare,
vietato parcheggiare in un posto
riservato ai disabili.
                                Ma al di qua di questi
deboli steccati, la messe di auguri
di piacevole permanenza, di buoni
acquisti, di felice anno nuovo è
voce accogliente di donna perché alla donna
compete la sfera degli affetti,
i doveri di casa, le calde
mani sul viso.


Franca Mancinelli

Foto di Dino Ignani
LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
FM: Un libro di prose scoperto qualche anno fa, che ha una forza di irradiazione molto intesa, Autoritratto al radiatore di Cristian Bobin (Gallimard 1997; AnimaMundi edizioni 2012). Un potente condensato di poesia, di capacità di esporsi nudi a ciò che ogni giorno porta, tra finestre di vuoto, raggi di luce, piccole presenze che abitano lo spazio come fiori recisi. È un libro che affronta una perdita, celebrando la vita, i suoi gesti quotidiani, il suo splendente mistero.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
FM: Sul mio corpo-tavoletta di argilla sono incise parole. Mi piace sentirle affondare nel petto, a bocca cucita, sigillata in quel silenzio da cui affiorano voci, scie di altre bocche. Questo accadeva nella mia  prima adolescenza, quando il mio corpo era immerso per metà nell’acqua come quello di un anfibio. L’acqua è la possibilità di un’altra vita nella vita di ogni giorno. Questa stessa valenza ha per me la parola, quando puoi immergerti, sprofondare nella sua materia. È forse impossibile riconoscerne i segni, sembra di portarli da sempre, come un’impronta avvolta attorno a un punto invisibile. A ogni modo i miei primi torrenti e pozze d’acqua sono stati i libri di Cesare Pavese, Fernando Pessoa, Rainer Maria Rilke, Dostoevkij.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
FM: L’anno scorso, in questo stesso mese, per un progetto di scrittura ho frequentato un reparto di pediatria  dell’Ospedale Sant’Orsola di Bologna. Mi sono trovata a giocare con un bambino che non sapeva ancora leggere. Quando ha visto il mio taccuino, ha iniziato a tracciare nelle pagine bianche linee seghettate e taglienti. Io ne leggevo ad alta voce il suono, decretandone alla fine la lingua: è giapponese! Una linea più dolce, come dune mosse dal vento, era l’arabo. Una linea ondulata il mare. Una linea che si avvolgeva e tornava su stessa, un uccellino che saltella. Forse in quest’unica aperta lingua dell’infanzia mi piacerebbe tornare, immergere la forma della mie parole, riplasmarla come in un fango primordiale.
Amo la possibilità di sostare in questa soglia dove siamo finalmente liberi dalla necessità di comprendere. Per questo mi piace immergermi nel suono di lingue sconosciute, di cui non posso intuire il significato. È la possibilità di arretrare, di defilarsi da ogni vincolo di comunicazione, in quello spazio muto, di pura percezione, dove le parole trascorrono sospese, nel loro mistero, come grandi nuvole.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
FM: Per i versi del mio primo libro, Mala kruna, la metrica è stata una di quelle sottili reti metalliche che avvolgono i crinali dei monti soggetti a frane. Conteneva e arginava la mia incertezza. Dopo avere avvolto e riavvolto a lungo i versi in me, finivo per ricorrere a una istintiva e alquanto approssimata verifica del conto delle sillabe, picchiettando nell’aria con i polpastrelli, come su una tastiera invisibile. Se risultava un endecasillabo, o anche un novenario o un settenario, finivo per affidare le parole al foglio e riconoscerle. Questo è stato soprattutto per i primi testi. Poi, già dalle ultime sezioni di Mala kruna, è sempre stato il ritmo, più della metrica, che ho cercato. Il ritmo è una legge che precede ogni forma e significato. È un cordone che ci riconnette al primo pulsare del mondo. Con Pasta madre l’ho sentito all’interno di quella stessa lingua che ricevevo in dono e a mia volta donavo, perché si compisse nell’altro, in uno spazio di accoglienza e di ascolto. Con i frammenti che sono nati dopo, Tasche finte, l’ho lasciato sciogliere oltre la fine del verso. La lingua, come un muscolo che si era istintivamente contratto, ora mi chiedeva di distendersi.         


da Pasta madre (Nino Aragno, 2013)


darò semplici baci di sutura                                       
verserò saliva a ogni giuntura
sarò sbucciata e dolce ai denti.
Ogni mattino ti coglierò un pugno
di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi
e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.


Daniele Orso

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
DO: Dall’interno della specie di Andrea de Alberti. Non proprio tra gli ultimi ma sicuramente hanno lasciato il segno anche Simon Armitage, Paul Durcan, Yari Bernasconi.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
DO: Domanda difficile... Del novecento italiano direi il gruppo di Officina (Fortini e Pasolini sono ovvi, ma anche Roversi e Leonetti), corretto in qualche modo dalla scuola milanese (Sereni l'ho amato molto, e poi Raboni). Come tutti gli anti-novecentisti ho una sterminata ammirazione per Caproni... Infine Giudici che sento sempre più vicino... Ma tanti altri: D'Elia, secondo me ingiustamente un po’ trascurato, Benedetti... Tra i dialettali, Giacomini... E non cito i maestri riconosciuti (Auden, Heaney, Mandelstam, Brecht...). Ma l’alfabeto l’ho imparato su Saba e Montale. Come tutti. E poi taccio per ritegno alcuni che hanno a che fare in qualche modo coi Quaderni... Se però devo proprio dirne uno tra i primi libri di poesia letti, direi l’antologia del ‘900 di Mengaldo.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
DO: In tedesco. Non lo parlo ma mi affascina. La lingua che nel bene e nel male ha segnato il ‘900. E poi di Brecht, di Enzensberger, di Bernhard...

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
DO: Un bel paio di scarponi. Per quanto vecchi e usurati, sai che se vuoi affrontare le montagne, anche se possono sembrare scomodi o pesanti, sono uno strumento che ti aiuta a superare le asperità. Puoi anche sperimentare nuovi modi per salire le montagne, lasciar perdere qualsiasi sentiero, o tracciarne di nuovi, ma i riferimenti sono sempre quegli scarponi e i sentieri già segnati.


*

Tu che godi delle spighe già mature
Ricorda che per farle così gialle
C’è fatica e sudore sulla schiena
E la linfa si è seccata al calore

Dell’estate e alle ore ferme sotto
Al sole e al tremore dell’aria che bolle.
Talvolta molto scarso è il grano.
Talvolta bruciato è il raccolto.

Non puoi dire quanto saranno
I tuoi sforzi compensati. Non questo
È il punto. Non c’è merito né danno.

C’è solo un atto da fare. Fallo.
Niente bravo o applauso finale.
Fieno per le bestie, nel fienile strame.


Stefano Pini

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
SP: La pietra di OsipMandel’stam, nell’edizione del Saggiatore: una steppa che non lascia scampo, una scoperta tardiva ma importante.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
SP: Tra le prime: Le illuminazioni di Rimbaud, incontrate per caso quando ancora ero troppo piccolo per capirci qualcosa, e il Leopardi scolastico, forse il primo ricordo di lettura poetica consapevole. A lasciare continuamente il segno, sempre, sono invece Vittorio Sereni, Milo De Angelis e Mario Benedetti.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
SP: Innanzitutto in inglese: per affezione, conoscenza diretta della lingua e un certo immaginario condiviso. Poi in portoghese, di cui mi piacciono il suono e la malcelata malinconia.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
SP: La descriverei come una marea, con il suo ritmo, le sue noie, il suo fascino, la sua scientificità. La si può assecondare, ci si può adattare e anche proteggere dalla marea, ma non la si può ignorare.


Treviglio, via Deledda


L’età mette ordine nei cassetti
le primavere ancora rosa, come le scale
del santuario che sta lì da secoli
e nessuno più teme, nell’orbita del paese.
Si crede in una specie, un conforto
per le ossa azzimate e il suono di un figlio,
le ore contate che fanno un padre.
Si prova qualcosa, a dire che non è la fine.


Jacopo Ramonda

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
JR: Via provinciale di Giampiero Neri.

LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
JR: I primissimi a colpirmi, durante il liceo, sono stati Lee Masters, Bukowski ed Eliot. Ma i poeti che hanno veramente lasciato il segno li ho letti più tardi, quando ho deciso di mollare con la musica per provare a scrivere seriamente (per seriamente intendo quotidianamente). Si tratta per lo più di contemporanei: Giampiero Neri, Tiziano Rossi, Umberto Fiori, Andrea Inglese, Gherardo Bortolotti, Alessandro Broggi, Guido Mazzoni, Alessandra Carnaroli, Francesca Genti, Raymond Carver, Russell Edson, Charles Simic, Mark Strand, Simon Armitage, Billy Collins e altri ancora che mi piacerebbe citare, ma direi che si tratta di un elenco già troppo lungo.

LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
JR: In inglese, la lingua di molti miei miti musicali e letterari.

LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
JR: Non so se posso rispondere a questa domanda, dato che scrivo prose brevi.
Istintivamente, mi viene in mente l'immagine di una città lontana, lasciata alle spalle, per trasferirsi in un'altra nazione, con varie affinità e aspetti in comune con la precedente, ma anche con regole, usi e costumi differenti.


Una lunghissima rincorsa (cut-up n. 157)


Mentre ti aspetto seduto su una panchina, mi lascio catturare dal modo in cui uno sciame d’api si spinge avanti, contorcendosi e aggrovigliandosi in un intreccio di orbite ellittiche. L’avanzata del sistema è una conseguenza delle derive dei suoi componenti, che sembrano rincorrersi tra loro.

Nell’illusione che il numero dei passi sia proporzionale alla distanza coperta, procediamo lungo un percorso a spirale, in cui scopriamo quello che vogliamo dire nell’atto di dirlo, tra errori, dimostrazioni di coraggio e ripensamenti. La capacità di coordinare i movimenti, e avanzare in posizione eretta, è un meccanismo che pare studiato apposta per permetterci di affrontare la lunghissima rincorsa che ci aspetta. Inseguendoci a vicenda, in nome di una particolare forma di contorsionismo che riconosciamo come amore, creiamo un groviglio difficilmente districabile d’interdipendenza, speranze, aspettative disattese o mantenute, e interpretazioni equivoche simili a stelle cadenti. Un’illusione ottica, originata da uno sciame di meteore che si rincorrono invano lungo orbite parallele, sulla traiettoria della Terra, finendo per esserne travolte e sgretolandosi nel contatto con l’atmosfera.



lunedì 23 febbraio 2015

"Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano" di Marcos y Marcos. Intervista agli autori

Librobreve intervista #52

A pochi giorni dall'uscita di Poesia contemporanea. Dodicesimo quaderno italiano, edito sempre da Marcos y Marcos per la cura di Franco Buffoni, ripeto con i nuovi autori selezionati la stessa identica intervista collettiva che feci nel giugno 2012 agli autori inclusi nell'undicesimo quaderno. Volendo, si può così tentare un sinottico sguardo sulle diverse risposte alle domande immutate. Ringrazio gli autori e in particolar modo Alessandro De Santis, per l'aiuto nel coordinamento e nella raccolta dei materiali. Il volume uscirà il prossimo 21 marzo, giornata mondiale della poesia. 


MADDALENA BERGAMIN


La madre è uguale alla figlia
sul fondo lo sfondo urbano, che strano
la madre è uguale alla figlia!
due volte gli stessi capelli
rossi sul fondo urbano
sullo sfondo profondo e quanto...
profondo. La madre e la figlia
sono uguali, hanno casacche
fosforescenti e parlano dietro
la linea gialla, sullo sfondo i treni
dal fondo, i rumori corrotti
i lamenti, i brusii della gente
che sta sullo sfondo. La figlia
è uguale alla madre, (la madre bisbiglia
sorride, la figlia)


LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
R: Neon 80 di Lidia Riviello.
LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
R: Leopardi, Baudelaire, Montale ed Eliot sono i primissimi cronologicamente e hanno lasciato il segno. Più recenti, ma con segno altrettanto deciso, Valerio Magrelli e Vito Riviello.
LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
R: In francese perché abito in Francia, ma mi piacerebbe molto anche il portoghese.
LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
R: Mi immagino una bella ragazza di vent’anni o poco più, seduta in metropolitana con le cuffiette alle orecchie, mentre scandisce il tempo muovendo la testa, le dita o i piedi. Pop.


MARIA BORIO


Appena sopra le notizie io so nomi e persone
come era il labirinto dei vetri, al parco, degli specchi
finché sbattendo trovavi l’uscita.
Perché non ho l’uscita adesso –
si chiama rete,
taglia un quadrato
e un luogo che è ovunque.

O sono il bianco in fondo
al corridoio degli specchi,
inciso di diagonali e metallico
a terra, stretto intorno al corpo
con i neon che facevano indistinti
la pelle e l’aria come un’ombra trasparente
che segue ognuno, ma a voltarsi non c’è.
E lì il pezzo di vecchia moneta,
il cerchio di bronzo con il delfino
era caduto a terra
quando siamo stati vicini all’uscita,
e per non perderla l’abbiamo lasciato.
Lì, esattamente ho creduto
a una lingua per tutti
identica dall’aria agli specchi,
dall’inventore del labirinto alle nostre mani sudate
che proteggevano la fronte:
errore o deviazione,
ma era solidità
sbattere la fronte a volte
prima di arrivare.
E all’uscita del parco il maestro delle crepes,
la breccia in cerchio come la piattaforma scura
dove tiri e peschi
e perdi, e poi le scarpe da ginnastica
sulla breccia e il mese certo

mentre il tempo adesso è filiforme
e i sentimenti certi che tutti possono capire
e vedere nella sola infinita
rete – o, a volte, in equilibrio,
qualcuno che riporta la moneta.


LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
R:  Gli ultimi libri di poesia che ho letto e su cui ho potuto riflettere con più attenzione sono l'edizione con tutte le opere di Giovanni Raboni e Salva con nome di Antonella Anedda. Ho poi ricevuto, dopo averla aspettata a lungo, un'edizione con le poesie di Wallace Stevens, è stata una sorpresa splendida. 
LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
R:
Gli strumenti umani e Stella variabile di Vittorio Sereni sono libri che amo. Porto con me anche Eugenio Montale, Wallace Stevens, Anna Achmatova, Michail J. Lermontov, Elizabeth Bishop, Thomas Hardy, Giovanni Raboni, Milo De Angelis, Antonella Anedda, Mario Benedetti.
LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
R:
Mi piacerebbe che fosse tradotta in inglese, perchè è una lingua a cui sono legata affettivamente, e in spagnolo perchè sento che potrebbe esserci una consonanza per quanto riguarda la pienezza del suono, della parola. Mi affascina anche l'idea di una traduzione in lingue distanti dalla fonetica a cui sono abituata, come l'arabo, le lingue slave o le lingue orientali.
LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti? 
R:  Il mio rapporto con la metrica potrebbe essere descritto come un'immagine in cui si vede la sabbia che viene riscaldata e plasmata per ottenere il vetro. La lingua manipola la pasta in spirali e intrecci con un gesto veloce, onesto e naturale.


LORENZO CARLUCCI


(senza titolo)

lui viene e va, viene e poi va, è come è sempre.
tu morirai piangendo, per tutte le bugie
per ogni falsità e peccato che hai commesso
lui viene e va, mi svuota il frigo ed esce
io morirò da vecchia in casa e sola
col latte in mano.

apri la porta ed entra: prenditi i mobili
svuota il salone e svuota la cucina
vieni con il tuo amico, amica,
quello col camioncino –
prendi le cose gratis di questa casa vuota.

su questo tavolo ha giocato il mio bambino
ha giocato tra i fiori, a nascondino.

scendi a comprar la droga e poi risali
vieni qui a rantolare
– piastrelle fredde contro le caviglie
fatti una sega steso accanto al muro.

tu morirai piangendo, per tutte le bugie
per ogni falsità e menzogna non svelata
su questo tavolo giocava il mio bambino
a nascondino, dietro le rose rosse.


LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
R:
Non saprei dire. Lascia un po' tutto il segno. L'ultimo letto è di Virgilio, Georgiche.
LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
R:
Blake, Lorca, Eliot, Dante, Petrarca, Shakespeare, Rilke, Luzi.
LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
R:
Inglese.
LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
R: Il mio rapporto con la metrica è simile al rapporto della musica con il sistema tonale o modale.


DIEGO CONTICELLO


Riflessi,
nuovamente piegati
soggiogati buoi/bestie
alla morsa del tempo
al buio come morte.

La distruzione delle cose.

E i nomi lì a rifulgere,
rifiutare di piegarsi,

di nuovo fare luce.


LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
R: Le terre emerse di Fabio Pusterla, non proprio l’ultimo letto ma senz’altro l’ultimo ad aver lasciato qualcosa.
LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
R: Certamente Lucio Piccolo, a lungo riletto, studiato, meditato; il primo Montale, fino a La Bufera; infine alcuni semi-dimenticati quanto necessari: Sinigaglia, Orelli, Ripellino e Cattafi (visto che si parla di ‘segni’).
LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
R: Visto che è già accaduto con i caldi e congeniali suoni ispanici dico l’ungherese: una lingua assai armonica e suggestiva.
LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
R: Un contrappunto, un bordone nella partitura – apparentemente nascosto ma continuo – necessario, sebbene cangiante, a ordire l’armonia generale.


MARCO CORSI



das glück

la felicità è saperti successivo
dove non c’è evoluzione nei corpi
ma solo la materia inerte
di cui ti sei fatto bello
a immagine di un dio solo
senza padre e senza fratelli.

LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
R: Vorrei non citare proprio un libro di poesia ma un libro che mi ha colpito per la grande affinità con quanto mi sembra essenziale oggi in poesia, ovvero Il secolo di Javier Marías, dove si legge una chiarissima analisi del concetto di eredità, umanissima, a partire dall’immagine essenziale e irriflessa delle acque di un lago su cui si apre il libro.
L’ultimo libro di poesia che ho letto è in realtà il breve mannello intitolato Carte segrete di Scipione, comprensivo dell’apparato di missive dell’artista, e introdotto in maniera fulminante da Amelia Rosselli.
LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
R: Di sicuro c’è Montale, al primo posto, del quale meccanicamente affiorano spesso certi versi improvvisi, ed è più il Montale delle Occasioni e dei Mottetti che non quello degli Ossi. Poi Ungaretti, Saba, Volponi, la Stella variabile di Vittorio Sereni, Giovanni Giudici, la già citata Amelia Rosselli, le Canzonette mortali di Giovanni Raboni. Ma dovrei citare anche certe altre letture continue come Jolanda Insana, Antonio Porta, Milo De Angelis, Maurizio Cucchi, Valentino Zeichen, Biancamaria Frabotta, Anna Cascella Luciani, Franco Buffoni, Patrizia Cavalli, Patrizia Valduga, senza ordine di merito.
LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
R: Certamente vorrei che il primo passo fosse mosso verso il francese. Poi da lì attraversare il guado verso lingue e suoni che sento più lontani dal mio impasto fonico, come l’inglese, anche se spesso nella testa mi risuona quello zoccolare duro di certi versi di Sylvia Plath, così familiare alla mia andatura.
LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
R: Non adotterei una similitudine, ma un concetto già ben individuato come quello dello “spazio metrico”, inteso come forma di dettatura-dittatura in cui ci si costringe per forzare la capacità della dizione e delle immagini. Forse potrei usare la metafora del pommander, quel particolare congegno di profumi usato al modo di un keepsake: una memoria ancestrale che diviene ragione emotiva.


ALESSANDRO DE SANTIS


Torre Maura
Ore 10,35. Sguardi ottimisti. Un insolito vento

L’uomo senza braccia
non cerca appigli
l’uomo senza braccia
ha sporte che gli pendono dai lembi
muove il mento
come a voler dire qualcosa
il volto smunto
povero di peli
un tipo biondo lo fissa
segue con lo sguardo
la sua ellittica geometria
un uomo – si sa – esige dei legami
non ha motivo d’essere
quell’albero potato,
senza rami.


LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
R: Tersa morte di Mario Benedetti e Rovigo del poeta polacco Herbert Zbigniew.
LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
R: Senza pensarci troppo a lungo: Gli immediati dintorni di Sereni, Leopardi e Montale, alcune cose di Sandro Penna, Carlo Betocchi, Attilio Lolini e Umberto Fiori, Nel magma di Mario Luzi, Millimetri di Milo De Angelis, Cuore – Cieli celesti di Beppe Salvia, Pianissimo di Camillo Sbarbaro e per motivi anche affettivi L’Italia è morta, io sono l’Italia di Aurelio Picca. Ma ricordo anche uno dei primissimi libri di poesia letti: la traduzione dell’Inno a David di Christopher Smart, scovato in biblioteca in solitudine su uno scaffale.
LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
R: In francese, che è la lingua che conosco meglio, per curiosarne la resa. Ma forse ancor di più in lingua araba, in quanto lingua a me incomprensibile.
LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
R: Per me la metrica è come l’aria per uno scultore.


SAMIR GALAL MOHAMED


«Altro patrimonio, altro capitale
conservato, essendo il poeta
reazionario per definizione.
Altri argomenti, altre prove
nella dottrina dell'autodeterminazione.»

Mai verità mi violentò di più;
scelse il giorno di Natale. Mio padre
era il bambino; mia madre, invece,
volle macchiarsi del sangue
nostro perché ci macchiassimo del suo.
Passarono quasi trent'anni
e tre ladroni e io nel mezzo;
l'età del silenzio precedette
la parola: di chi sono, io,
il successore?

[…]


LB: Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
R: (Alcuni testi tratti da) Selected Poems, di Vasyl' Stus.
LB: Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
R: Leopardi, tra le primissime letture; Rilke, invece, un poeta che continua a lasciare un segno.
LB: In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
R: In arabo o, meglio ancora, in una delle sue tante determinazioni particolari.
LB: Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
R: Ricorrerò a un’immagine mitologica e, più precisamente, al mito di Prometeo: un’aquila che ogni tre funesti giorni dilania un fegato; un fegato che si rinnova gonfiandosi.