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martedì 10 ottobre 2017

La nuova collana di poesia A27 di Amos Edizioni. Un'intervista coi curatori Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra

Di seguito potete leggere una intervista con Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, ideatori e curatori della nuova collana di poesia A27 edita da Amos Edizioni. Ringraziandoli per le risposte, ricordo che le collane di poesia A27 e Nervi saranno oggetto di una presentazione congiunta sabato 14 ottobre alle ore 16:00 nell'ambito del festival Carta Carbone a Treviso (Palazzo di Francia, via Roggia 12).

LB: La collana di poesia A27 nasce all'interno di un catalogo di un editore che esiste da molto tempo, Amos Edizioni. Potete dire come è avvenuto l'innesto e quali regole vi siete dati per risiedere all'interno del catalogo di questo editore?
R: Facendo un’eccezione alle sue abitudini, per la collana di poesia a27 Amos edizioni ha scelto di lasciare carta bianca ai tre curatori. Le regole valgono solo per il formato del libro, mentre il resto viene da un rapporto di fiducia che si è costruito in oltre 20 anni di frequentazioni.

Un tratto prealpino della A27
LB: Il nome, una sigla autostradale che idealmente potrebbe abbracciare tutta l'Italia, rinvia a una passata esperienza dei curatori, risalente a diversi anni fa. Con quali intenzioni avete ripescato quella sigla per marchiare questa nuova collana di poesia?
R: È stata la scelta più semplice e naturale: prima di tutto è stata la sigla che ci accomunava, e metteva tutti d’accordo. E poi una sigla non ammicca e non connota, piuttosto “indica”. Quale luogo migliore di un’autostrada, di una via di comunicazione (non a caso), per aprirsi e accogliere esperienze, proposte, passaggi, incursioni e scambi? Ovviamente indica anche un luogo di provenienza, il nostro, ma che non vuole essere sede esclusiva e privilegiata nella selezione dei poeti.

LB: Varate la collana proprio in questi giorni e partite con tre titoli. Quali sono e cosa ci dicono questi tre libri?
R: I primi libri sono: Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, Linoleum di Giulia Rusconi, Ambienti saturi di Fabio Donalisio. Sono libri molto diversi tra loro, e siamo molto soddisfatti di questa scelta, proprio perché non ci inquadra in una scuola né in un gusto prevedibile. Complessivamente questi libri ci dicono che la poesia è viva, e non è vero che è ormai impossibile intercettare vene poetiche fresche ed autentiche.
Cerchiamo di privilegiare questo aspetto: la scrittura attorno a uno o più temi solidi, più che raccogliere semplicemente testi sparsi finché si arriva a un numero adatto alla stampa.
Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, ad esempio, è un libro in due sezioni, entrambe riferiscono di esperienze concrete, dove il lirismo si impasta con versi materici e aspri che si interrogano sulla cenere e la luminosità della vita umana.
Linoleum di Giulia Rusconi invece è tutto chiuso dentro le stanze di una casa di riposo, dove i versi asciutti e toccanti aprono al lettore una nuova prospettiva sul legame ambiguo tra cura e sofferenza, tra pazienti e infermieri.
Ambienti saturi di Fabio Donalisio, invece è tutto ripiegato su un Io che non c’è. I versi frammentati e acidi girano straniti negli ambienti per forza minori di un’abitazione cercando ciò che non c’è più, non può più esserci e forse non c’è mai stato.

LB: La scrittura poetica è spesso intesa malamente come uno spazio di libertà assoluta. Forse può esserlo uno spazio di libertà, il punto è che questa libertà emerge anche grazie a dei "divieti" (sulla lingua, sull'immaginario ecc.) che scolpiscono l'estetica, la superficie e poi fin giù il nucleo di una poetica. Oggi si possono individuare posizioni estreme, parimenti "ridicole", da chi continua a perorare la causa della libertà assoluta di movimento a chi mette dei paletti anzitempo, ad esempio sostenendo che parole come "cielo" o "erba" non abbiano più diritto d'asilo nella poesia oggi. Senza scomodare Azzurro o Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, a me sembrano posizioni alquanto discutibili: la prima mi sembra molto ingenua e impraticabile, la seconda ricorda un po' i futuristi che volevano uccidere il "chiaro di luna". Voi quale idea avete e eventualmente "applicate" quando vi arrivano dei dattiloscritti da valutare?
R: I gusti di ciascuno influenzano sicuramente la valutazione dei dattiloscritti. Così come l’idea che abbiamo di poetica. Ce lo siamo detto fin dall’inizio, e ci siamo preparati per questo. La sfida è quella di tenere a bada i personalismi per non pregiudicare la lettura di poesia anche molto diversa dalla nostra. La pubblicazione di un libro passa comunque dall’approvazione di tutti e tre i curatori della collana. Quello che è importante è cercare di rispettare e valutare i testi ciascuno nel proprio immaginario e nella propria poetica, cercare di riconoscere le voci autentiche e  tecnicamente consapevoli. Scartare a priori una proposta perché rientra in una delle due posizioni che dici tu, ad esempio, può essere un errore.

LB: Un aspetto che è emerso nelle conversazioni e che mi è parso molto interessante è che lavorate a stretto contatto con gli autori, rimaneggiando anche pesantemente i dattiloscritti che intendete trasformare in libri (tagliando, integrando o riscrivendo). Una domanda cattiva: in futuro varrà per tutti il trattamento, inclusi i nomi più affermati che potrebbero trovare posto nella vostra collana?
R: Sì, certamente. A volte più a volte meno. La “cura” di un libro di poesia può prevedere anche questo “gioco di squadra”. Lo si fa in narrativa, ad esempio, non vediamo perché in poesia sia percepito come un tabù. Ma, giusto per chiarezza, non si tratta di riscrittura (come ipotizzi nella domanda). Si  tratta più che altro di rivedere e ripensare la struttura dei libri proposti, sempre rispettando le peculiarità e le esigenze degli autori, qualora intuiamo che ciò potrebbe rassodare e dare maggior sapore al testo. Non vogliamo ricavarne dei libri “alla A27”, dove traspaiono le nostre personalità.
Ti faremo degli esempi concreti: dei testi di Donalisio ci interessava l’aspetto corrosivo sia dello stile, sia a livello contenutistico. Con lui si è dunque concordato di selezionare quei testi che andassero più in questa direzione. Nel caso di Rusconi il libro era praticamente fatto, ma, visto il tema, le è stato chiesto di inserire elementi di alleggerimento – versi, rime, testi – che spezzassero il ritmo. Con Pusterla, visto che il suo libro è quello che inaugura l’intera collana, abbiamo scelto di invertire l’ordine delle sezioni al fine di partire con testi più diretti e di avvicinarsi gradualmente a quelli più cupi della seconda parte.
Crediamo che un ragionamento di gruppo, di un gruppo di persone che insieme all’autore ragionano sull’opera, può portare a vedere alcuni aspetti in maniera diversa, sorprendente e interessante; è un lavoro che facciamo innanzitutto per il bene del libro, per aiutare l’autore quando ha delle incertezze (un ordine, ad esempio, un titolo, un taglio).

LB: Il progetto grafico ora. Gli esterni sono visibili nelle copertine qui a lato, ma si sa che il progetto grafico non riguarda solo la veste esterna del libro. Potete parlare di questo, illustrando le scelte fatte per interni e esterni?
R: Volevamo preservare la tradizionale pulizia di Amos Edizioni aggiungendo un ritmo più energico e dinamico. È stata una scelta coerente con lo stesso nome scelto per la collana: una sigla, di per sé apparentemente poco poetica. Per l’interno abbiamo cercato di privilegiare la leggibilità, per questo, se guardi bene, il formato e i caratteri usati, la carta, l’impaginazione, sono le stesse dei libri classici di Amos Edizioni, gli aggiustamenti in tal senso sono stati minimi. Non è stato necessario cambiare, perché era buono ed efficiente così com’era. Il lavoro si è concentrato maggiormente sull’esterno. Anche perché la sfida attuale è differenziarsi e spiccare sul banco della libreria. La suggestione di partenza è nata dal ricordo di vecchie copertine della Feltrinelli, e poi da certe collane inglesi come quella di poesia di Faber & Faber. Ci piaceva l’idea di una griglia grafica in cui inserire di volta in volta il nome dell’autore e i titoli, adeguando la grandezza del carattere e creare in questo modo un movimento (si percepisce meno nei primi tre libri perché i nomi sono di lunghezza simile, non potevamo certo selezionare gli autori in base a quest’esigenza!). La grandezza “massiccia” del titolo e del nome invita la poesia a non essere timida, a non nascondersi in mezzo agli altri libri.
Una particolarità dei libri è l’inserimento, accanto alle note biografiche, di foto “rivisitate” di cartine topografiche legate al territorio di provenienza degli autori. Queste elaborazioni grafiche, che assomigliano a una sezione del sistema arterioso di un corpo umano, non servono a isolare una zona, ma a mostrare come faccia parte di una pianta, di un organismo più grande.

LB: Facebook fa bene o male alla poesia, ai poeti e agli editori in Italia? Lo so che è una domanda campata un po' per aria e che quel Social è uno strumento quindi, in sé, potrebbe essere abbastanza "neutrale". Ma la vostra idea (e bilancio) qual è all'altezza del 2017, alla luce dell'uso che ne viene fatto, soprattutto in ottica promozionale?
R: Premesso che nessuno di noi ne fa grande uso (Igor non ha nemmeno un profilo personale), e ammesso che come strumento di minima promozione Facebook è sicuramente efficace, la domanda piuttosto si può rovesciare. Se, come noti nella domanda, è uno strumento e un luogo Social, dato e consacrato per lo scopo e ormai inevitabile, allora ci verrebbe da rovesciare e chiedere: la poesia fa bene o male a Facebook? Da questo punto di vista crediamo si possa affermare con sicurezza che faccia bene; ci sono migliaia di profili e migliaia di post quotidiani che riguardano la poesia. Facebook ringrazia.
Ciò detto, il tema dei social è affrontato da decine di sociologi, massmediologi e via dicendo, come a dire che non si può affrontare nello spazio di poche righe. Se ti accontenti ti daremo uno spunto: riteniamo che la poesia, per sua stessa natura, per la presenza di quegli spazi bianchi, abbia a che fare col tempo, abbia bisogno di tempo e non di obsolescenza programmata. Forse facebook va in direzione contraria.

LB: Andrea Zanzotto scrisse un interessante contributo intitolato Poesia e televisione. Se foste alle prese con un palinsesto che concede la presenza di un programma di poesia in TV, come vorreste strutturarlo? (E quali spot vi immaginate più gettonati durante le interruzioni pubblicitarie?)
R: L’intervento di Zanzotto al quale fai riferimento è ancora interessante seppur datato. Anche lui però, come molti altri, alla fine elude la questione, non prospettando alcuna valida soluzione di conciliazione tra poesia e televisione. Il problema non è quello di capire se la poesia in televisione debba/possa diventare spettacolo o momento pedagogico. La difficoltà è tutta formale: come è possibile conciliare la necessità del montaggio televisivo (in cui un’inquadratura non rimane ormai fissa per più di pochi secondi, e le telecamera è sempre in movimento per la paura del vuoto e del silenzio) con la forma della poesia, che, pur restando ferma in una lettura “sfugge da tutte le parti” come dice Zanzotto? I due ritmi sono forse inconciliabili.
Potremmo immaginare uno schermo nero, anzi la ripresa di una stanza buia, e una o più luci pulsanti anche colorate, se ti piace, a sottolineare il flusso elettrico e sanguigno della lettura. Non mancherebbero ovviamente gli spot; vedremmo bene le pubblicità di cosmetici, di fasce dimagranti, di macchine avanzatissime e lussuose, di siti che comparano condizioni economiche di banche e assicurazioni per farti incredibilmente risparmiare, insomma, tutte cose che sono lontane dall’uomo e detestano l’uomo così com’è, e lo vorrebbero trasformato, così che la poesia, che invece l’uomo lo ama e detesta così com’è, avrebbe la sua voce.

sabato 15 luglio 2017

Poesie inedite di Fabio Donalisio con le illustrazioni di Davide Lippolis



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Di seguito alcuni estratti da Il libro dei re con le poesie di Fabio Donalisio e le illustrazioni di Davide Lippolis.









lunedì 15 giugno 2015

Presentazione di Nervi Edizioni a Ca' dei Ricchi a Treviso



Giovedì 18 giugno 2015 alle ore 21
Ca' dei Ricchi, via Barberia 25, Treviso
Rassegna di poesia "TRAversi"
Presentazione del progetto Nervi edizioni 
di Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta

Segnalo anche il quinto e ultimo appuntamento, un fuori programma, che chiude il ciclo di incontri di poesia “L’attesa” a Ca' dei Ricchi a Treviso. La serata sarà l’occasione per introdurre in anteprima il nuovo progetto di casa editrice Nervi Edizioni alimentata da Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta. In questo ultimo incontro i tre editori toglieranno il telo nero che copre ancora le loro realizzazioni di libri di poesia fatti a mano e presenteranno così assieme agli autori i primi titoli. Per chi desidera farsi un'idea, ricordo l'intervista dedicata al progetto apparsa qui qualche settimana fa.

Altre informazioni su quanto avviene negli spazi di Ca’ dei Ricchi stanno qui.

giovedì 14 maggio 2015

Qua si toccano i Nervi.
Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta illustrano il progetto Nervi edizioni, libri di poesia fatti a mano

Librobreve intervista #54

Nervi Edizioni è ormai prossima al varo. Anzi, si può dire che è già varata poiché da qualche giorno sul sito è acquistabile tramite PayPal Primo lustro di Andrea Longega, primo libro piegato con dita e nervi e riportante in realtà in copertina il numero 03. Lascio subito spazio ai tre nervosi editori, vale a dire Fabio Donalisio, Marco Scarpa e Francesco Targhetta. Prima però vi ricordo che una presentazione del progetto avrà luogo a Treviso, a Ca' dei Ricchi, il prossimo 18 giugno e che per essere aggiornati su questa e altre iniziative la cosa migliore è seguirli su Twitter e/o Facebook (più avanti nel testo troverete anche l'indirizzo email e il sito).

LB: Chi di voi si prende la briga di cominciare ab ovo, consapevole che il racconto diventerà un giorno il mito fondativo?
R: Le cose succedono agli incroci. La poesia è un'esigenza vitale. E sticazzi per tutti i cavilli patetici che si possono ricamare attorno a questa espressione. O almeno lo è per noi. La cerchiamo, la necessitiamo. Pensiamo che la realtà la necessiti per essere un po' più lucida e forse anche un po' meno ingrata. Giocoforza ne abbiamo elaborato un'estetica. Una critica. Che per militare deve passare da potenza ad atto. Quindi, a parte farla, si può fare in modo che diventi libro quella degli altri. Non una parola qui sull'esplicita non volontà – o forse anti-volontà – di fare editoria di poesia in questo paese da tanti anni. Intendo farla davvero. Uno si mette a fare le cose quando non le trova già fatte. Quando non trovi i libri che vorresti leggere, e quando non sono fatti come ti piacerebbe tenerli in mano. Il mezzo è il messaggio, anche, del resto. Il racconto, deo gratias, è molto breve. Si vuole una cosa, e poi la si fa. E in mezzo un mare di problemi e di esaltazioni che sarebbe ridicolo voler raccontare. Non tutto è destinato al tritacarne dello storytelling. Ah, e soprattutto ci sono le persone. La vera differenza – e anche questo è irraccontabile – la fanno sempre loro. Quelle che ci sono state e quelle che ci sono ancora. Perché la vera parte fondativa, e mitica, è che fare queste cose è tanto necessario quanto assolutamente divertente. Se volete uno sfondo per il racconto silenzioso, immaginateci in un bar con orario di chiusura infinitamente procrastinato. E leggete i libretti. È già tutto lì.


LB: Chi fra voi vuole spiegare perché avete deciso di fare proprio così i libri di Nervi?
R: Sono vari gli stimoli che ci hanno smosso e spinto a rispondere concretamente a quanto ci pareva naufragare nel mondo della poesia.
Innanzitutto, oltre che appassionati di poesia, siamo degli entusiasti del libro, delle sue forme, delle sue carte, della sua estetica. E proprio l'aspetto di alcune pubblicazioni degli ultimi anni ci rattristava: alcune poesie bellissime, di autori magari poco noti, dentro involucri posticci, approssimativi, scialbi. E magari nemmeno a prezzi così economici. Dunque è scattata l'idea di tornare a fare libri partendo da scelte semplici ma consapevoli: una carta più che degna, un'impaginazione elegante, la scelta di un carattere ben leggibile e piacevole alla vista, un formato adatto e una cura nell'assemblare tutto questo. Ecco, direi che prendersi cura è concetto fondante. Sono libri pensati, poi visti crescere e infine ben presentati. Le poesie di queste sillogi sono, a nostro modo di vedere, ottime e ci piace pensare che siano in buone mani con noi e che abbiano trovato un’onorevole casa in cui dimorare.
Altro aspetto fondamentale è la logica imperante dietro molti compromessi tra autore e casa editrice. Noi non chiediamo un soldo all'autore e investiamo totalmente i nostri risparmi in sillogi in cui crediamo fortemente. Facciamo 100 copie di ogni libro e cinque le regaliamo all'autore. Non c'è nessun obbligo contrattuale tra autore e noi. Noi ci occuperemo di presentazioni e vendita dei libri perché crediamo molto in questo progetto e vogliamo metterci la faccia, le mani, le idee e la passione.
Forse tutto questo non avrebbe trovato ulteriore spinta se non avessimo conosciuto quel magico luogo che è la Tipoteca, il museo del Carattere a Cornuda, in provincia di Treviso, e incontrato Sandro Berra, che al suo interno lavora e anima questo luogo. Chi ama i libri e la scrittura trova un senso di pace e di gioia per gli occhi quando ci entra. Caratteri e torchi sono in bella vista.
E c'è una frase riportata su un manifesto: "Tutti i libri, fino al secolo XVIII-XIX, che si ammirano in musei e biblioteche, decorati di xilografie e di acqueforti, composti con caratteri armoniosi, ampi margini, perfetti di registro e stampati su carte preziose, sono uscite da un torchio a mano" (Franco Riva, umanista e tipografo veronese).


LB: Chi di voi vuole addentrarsi invece nella peculiarità produttiva di questi libri, da un punto di  vista anche molto tecnico?
R: Parlando di caratteristiche tecniche, ma senza addentrarsi troppo nello specifico, le carte scelte sono Hahmuhle da 150 grammi e il testo è stato composto in carattere Monotype Baskerville 12 PT.
La rilegatura è fatta a mano con filo di cotone e ogni autore ha un colore corrispondente che viene richiamato dal filo della rilegatura, dal titolo della raccolta e dall'involucro che contiene il libro. L’involucro anch’esso è una piccola opera di carta, di grammatura variabile tra i 120 e i 140 grammi, che non usa colle, graffette o adesivi per chiudersi ma, ben piegata, si richiude (a incastro) su se stessa.
 


LB:  Un altro potrebbe raccontare come scegliete chi (ma in fondo anche che cosa) pubblicare?
R: Quello che ci colpisce, e subito. Per ovvie ragioni, pubblichiamo plaquette molto brevi: 10-12 poesie. Quindi cerchiamo testi che possano incidere e dare un pugno allo stomaco, senza fronzoli. L’unico criterio è che i testi devono piacere a tutti tre. Se uno solo pone il veto, si passa ad altro. Non ci sono preclusioni o idiosincrasie pregiudiziali. Tutti tre scriviamo e leggiamo, ma cose piuttosto diverse, quindi è sempre imprevedibile immaginare dove possiamo incontrarci. Per questi primi tre libretti, abbiamo letto 20-30 autori, tra quelli che conoscevamo, ma non solo. Vorremmo trovare anche voci nuove. Abbiamo le antenne drizzate. Semmai: nerviedizioni@gmail.com.


LB: A questo punto, uno di voi potrebbe illustrare le prime uscite?
R:  Per questa prima tornata, abbiamo scelto tre autori che hanno già qualche pubblicazione alle spalle, anche importante. Si parte con Primo lustro di Andrea Longega, un poeta dialettale veneziano, che ci ha proposto una silloge disadorna ma di un’intensità disarmante: ce ne siamo innamorati subito. Seguiranno Un bestiario di Mariagiorgia Ulbar, una collana di poesie incentrate sugli animali che mostra tutto il talento della sua voce, più simbolica ma sempre appesa con asprezza alla materia, e Strada lavoro di Sebastiano Gatto, un autore che taceva come poeta da qualche anno (in cui aveva scelto la prosa) ma che nella misura di questi testi sospesi tra Mestre e Černobyl’ ritrova una potenza dolce e cruda assieme.


LB: Colui che ha risposto a una sola domanda sinora potrebbe dire quali mosse caratterizzeranno il modo in cui veicolerete questa iniziativa?
R: Le mosse classiche, con qualche sponda informatica in più: presentazioni collettive, letture, sia in ambiti “poet-friendly” sia in contesti per bibliofili, ma, insomma, un po’ ovunque, interazioni dai social vari, possibilità di comprare online (sul sito nerviedizioni.it si può fare già, tramite paypal). Vorremmo che un’iniziativa simile potesse avvicinare i bibliofili alla poesia ma anche sensibilizzare gli appassionati di versi sulla necessità di non abdicare quando si tratta di scegliere il supporto fisico. Le belle poesie dentro un brutto libro perdono potenza. Ecco, contiamo di far toccare con mano a più persone possibili, ma proprio con mano, invitandoli ad accarezzare la carta, osservare i caratteri, spacchettare l’involucro, annusare le pagine, il piacere di avere belle poesie dentro un bel libro.


LB: Ah, Nervi?
R: Nervi sono quelle cose che prendono le sensazioni e le spostano da una parte all'altra del corpo fino a giungere nel centro di elaborazione, che poi le risputa fuori modificate e modificanti. Sono quelle cose tramite cui ti rendi conto di provare dolore, o piacere. La metafora è sia forma che sostanza. Superfluo sottolineare le assonanze con la nostra missione. Con la E finale. I nervi, poi, sono anche cose che nelle rilegature fatte per bene fanno in modo che le pagine rimangano al loro posto. Dare un ordine, anche fisico, alle parole; disordinare chi le legge. Nulla più e nulla meno.

venerdì 5 dicembre 2014

Fabio Donalisio, "Nulla più e nulla meno"

Le note critiche del premio letterario "Anna Osti"











Quinto e ultimo appuntamento della miniserie di cinque post dedicati alle note critiche ai libri premiati o segnalati all'ultima edizione del premio letterario Anna Osti. Ringrazio i promotori del premio e i singoli autori di queste note. Ospito oggi il testo che Giusi Montali ha scritto per Nulla più e nulla meno di Fabio Donalisio (Isola, 2014).

Nulla più e nulla meno è un'esile raccolta di sei testi che, a detta del titolo, si danno in apparenza come una scrittura semplice, schiacciata sulla realtà, scevra da interpretazioni plurivoche. Quanto di più errato. Tema della raccolta è la difficoltà di ancorare l'esistenza e il primo testo mette in scena un soggetto alle prese con la difficoltà del riconoscere la propria identità burocratica sancita dalla foto di un documento [I, “rientro nella foto del documento; | guardarla, nel suo caucasico non rosa, | lo sguardo troppo dritto per essere (anche un briciolo) | vero, mantiene il minimo sindacale di grottesco”]. Così se il documento ci limita all'identità anagrafica e ci appiattisce alla dimensione unica della burocrazia, ci dona però la supposizione di una nostra esistenza (V, “un onorevole recapito giuridico | […] un luogo […] dove […] | concedersi l'illazione di esserci | stati”). E ancora, questa discrasia tra l'essere (il vivere organicamente, l'avere un corpo) e l'esistenza (più alta forma di vita che valica i confini della mera biologia) sembra irreparabile e si incunea anche nei momenti di rilassatezza e svago quando il pensiero produce “domande | prive di ogni ragione in quanto (tanto) | l'unico movente plausibile è mettere | lontano tra l'essere e il vivente” (III). Proseguendo nella lettura, il soggetto è presentato in situazione: cammina per il suo quartiere, considera l'assommarsi nel corso del tempo degli errori edilizi e umani, constata l'espandersi della città oltre i suoi confini, ed è sorpreso dai rovesci climatici romani che lo riconducono alla certezza dell'esistenza (II, “star qui dopo il doccione tropicale | quotidiano – un po' corto di fiato, ma vivo”). Ma ad attirare la nostra attenzione è il quarto testo che promette al lettore ostinato, e pronto ad accettare la sfida interpretativa, lo svelamento di una poetica. Si incomincia con la citazione di parte del ritornello di una canzone di Pink, Try, che banalmente profetizza un destino di consunzione a opera del desiderio. Questo il preludio a un testo 'incendiario' che contrappone alla banalità delle canzonette un altro destino: divenire cenere “bagnata che non vola, | danza”, impregnata d'acqua, resto di ciò che era il fuoco (o come direbbe Derrida: “Feu la cendre”, ovvero 'fuoco la cenere', oppure l'omofono 'fu la cenere', e quindi il fuoco che la cenere un tempo è stata). Forse peccherò di un eccesso interpretativo, ma lo scritto di Derrida succitato rivela la tensione che si crea tra scrittura e parola, tra lettura a voce alta (corporale) e lettura silenziosa (mentale), ponendo in luce le numerose interpretazioni di una data scrittura - apparentemente lineare - una volta che questa è stata sottoposta a un pubblico di lettori: e allora il monologo dell'autore diviene dialogo con il lettore e, infine, polilogo quando i lettori comunicano tra loro l'esperienza di lettura, generando la critica, l'esegesi e, in senso più ampio, il discorso intorno alla letteratura. Non ci troviamo forse nel medesimo frangente leggendo queste poesie di Donalisio? Sospendendo la domanda, ritorniamo al testo e notiamo che, attraverso l'abbandono al rito incendiario (IV, “ho scosceso il dito | dalla tanica al cerino, avvinto faccia a vampa | come vischio addosso al pino”), il soggetto riesce a denudare Euridice - la vera musa dei figli di Orfeo, i poeti – lei, che può voltarsi ma non fugge e si vota alla morte (all'incendio?), prende la parola per inaugurare un nuovo dire, una coniugazione altra (la quarta!) che assicura la sizigia, l'unione perfetta di pensiero (mente, riflessione, passività) e azione in un senso e in quello contrario (contro-azione), ma anche contrazione: e davvero la mente si unisce al corpo, la riflessione all'attivismo, la ragione alla corporeità.

Giusi Montali


giovedì 10 ottobre 2013

Marco Scarpa e "Traversi" per le edizioni Prufrock spa

Sono stati molti gli incontri di poesia organizzati da Marco Scarpa nel 2013. Qui accanto vedete il poeta in una foto che curiosamente è finita in copertina di un libro che potete aver letto, Figli e pianeti di Clemens J. Setz edito da gran vía. In questo blog credo di averli segnalati tutti o quasi tutti. Se avete un brutto ricordo di incontri di poesia (5 o 8 persone al massimo, atmosfera pallosa, relatori che non capiscono che si stanno parlando addosso e non accennano a tagliare) dimenticate tutto perché quando questo vulcanico poeta si muove per organizzare qualcosa non annoia e due ore rischiano di passare filate e lisce. E non arrivano 8 persone al massimo. Credo vada riconosciuto questo merito, non comune. L'attività del 2013 è confluita ora in un libro edito da Prufrock spaGli incontri tenuti a Rio Selva a Preganziol a febbraio e poi quelli di TraVersi, una rassegna di poesia italiana contemporanea a Treviso, nella cornice di Ca’ dei Ricchi, hanno dato vita a un volume. Il percorso delineato dai diciotto profili critici che compongono il libro è arricchito da una antologia di testi a firma delle autrici e degli autori coinvolti.

Scritti su:

Cristina Alziati | Antonella Bukovaz | Alessandra Carnaroli | Alberto Cellotto | Roberto Cescon | Mario De Santis | Roberta Durante | Giovanna Frene | Stefano Guglielmin | Laura Liberale | Franca Mancinelli | Fabio Orecchini | Luca Rizzatello | Flavio Santi | Mary Barbara Tolusso | Ida Travi | Giovanni Tuzet | Gian Mario Villalta

(Le immagini del booktrailer qui sotto sono tratte da opere di Sara Tisci.)



Non resta che vedere cosa ha in serbo Marco Scarpa per i prossimi mesi, se le energie rimangono con lui (e magari provare a immaginare come potrebbe migliorare ancora il suo operato con un minimo di sostegno, se solo qualche soldo rimasto per la fantomatica "cultura" non finisse sempre nelle solite tasche). Nel frattempo, se passate per Padova domenica 13 ottobre alle ore 17:00, nella Sala Ottagona del Caffè Pedrocchi, trovate Igor De Marchi, Fabio Donalisio e lo stesso Marco Scarpa in un appuntamento dal titolo "Caproni a venire. Letture e confronto sulla poesia contemporanea" (in collaborazione con Tra Versi di Ca' dei Ricchi di Treviso e Progetto Giovani Padova).

giovedì 28 giugno 2012

Poesia Contemporanea. Undicesimo quaderno italiano di Marcos y Marcos

Recentemente è uscito Poesia contemporanea. Undicesimo quaderno italiano per la solita e benemerita Marcos y Marcos (pp. 285, euro 17; direte che 285 pagine non possono dar vita a un "libro breve" eppure, a suo modo, questo è un libro breve), una pubblicazione giustamente attesa, dal momento che di qua sono spesso transitate le voci più promettenti e sillogi importanti. La cura è di Franco Buffoni, mentre le prefazioni ai singoli poeti sono firmate da nomi di rilievo del panorama critico e poetico (Giancarlo Alfano, Rosaria Lo Russo, Paolo Morelli e Carla Vasio, Uberto Motta, Fabio Pusterla e Fabio Zinelli).
Ho chiesto a ciascuno degli autori un testo e, unitamente a questo, brevi risposte ad una microintervista composta di quattro domande. Li ringrazio tutti nuovamente, da qui, per la collaborazione e la simpatia. Mi auguro arriviate sino in fondo, anche se il post è lungo. Ma vale davvero la pena arrivare fino in fondo stavolta.

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YARI BERNASCONI











Una conversazione con T. (frammento)

«Un giorno bombardarono le baracche dove stavamo.
Io ritornavo da un colloquio col mio vestito bello,
l’unico, e una giacchetta beige. Scarponcini puliti.
Cominciammo a scavare, a cercare nel fango
la nostra roba. Ma tutto era stato inghiottito.
Io sembravo un pulcino, tra le macerie:
un punto bianco. Alla fine, sporca e ricoperta di terra,
chiamai mio padre. Non avevamo ritrovato nulla.
In quel momento ci appartenevano soltanto
le nostre ossa».



1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Indipendentemente dall'avventura comune del Quaderno, dico senz'altro Osnabrück di Mariagiorgia Ulbar.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Senza pensarci troppo (che è anche, credo, l'unico modo per rispondere): Gli strumenti umani di Sereni, alcune cose di Fortini, Lavorare stanca di Pavese e Bocksten di Pusterla. Ma uno dei primissimi libri di poesia letti – o quantomeno sfogliati – è la traduzione dell'Antologia di Spoon River di Edgar Lee Master (scoperta a casa, su uno scaffale).

3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Forse in tedesco (anche se sarei tentato di rispondere: in qualsiasi lingua a me incomprensibile).
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Come il silicio per la crosta terrestre.

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AZZURRA D'AGOSTINO













Lago di Suviana

Una passeggiata poco prima di buio, fiori che non si sfanno
nella pineta scricchiolante e un bacino
d'acqua scura dove tremola il doppio del mondo.
Nei tuffi del cane, nei bastoni levati per gioco,
gente coi piedi a bagno, pescatori,
un ragazzino nel silenzio delle fronde. 
Così è questo, l'altro volto del male
un tempo breve, un sollievo elementare.


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
 Non è l'ultimo ma mi ha lasciato il segno: La steppa e altre poesie di A. Tarkovskij.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Le primissime scoperte son stati tre grandi classici: Leopardi, Ungaretti, Montale e non in quest'ordine.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Mi è successo recentemente di vedere una poesia tradotta in giapponese. Vedere gli ideogrammi e non capirci niente credo sia la cosa più inaspettata.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
La goccia di un rubinetto che perde.

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FABIO DONALISIO










there is a crack in everything, thatʼs how the light gets in
l.c.

ci sono cose spalancate
o socchiuse
magari spifferi, anche sibili
solo il saldo è concetto contabile
o, sia pur di conti, resa
il sigillo è roba di dio
(ovvero colui che vieta, non dice ma disse)
e la luce, ovunque
entra dalla crepa


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Riletto in questi giorni Macello di Ivano Ferrari. Ripropone intatta la violenza nuda e la capacità di incarnare e scarnificare. Grande sfida quella che sto ingaggiando con Sanjut de stran di Luciano Cecchinel, di cui, da dialettofono nordico ma occidentale, sto cercando di estrarre il succo dal legno. Restando in zona, plaudo agli endecasillabi di Francesco Targhetta, con cui la dialettica ormai è longeva. Un “scusate il ritardo”: Giuliano Mesa. Un “simile-dissimile”: l'ultimo Giovenale. Un appello: leggere Sui campi di battaglia di Nicola Peretti.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
I primordi, i prodromi. Se proprio devo sceglierne uno, Giorgio Caproni. Tutt'attorno, asserragliati: il Montale tardo e secondario, il Sereni degli Strumenti, Antonio Porta tutto, Pagliarani in vena di brevitas. Poi Ivano Ferrari ancora, arrivato un pelo dopo ma rimasto forse ancora di più, e il Planaval di Stefano Dal Bianco. Due stranieri vivi: Simon Armitage e Durs Grünbein. Un grande vecchio: Leopardi. Un insospettabile: Foscolo sepolcrale. Un “cantante”: Leonard Cohen (ma anche Mick Jagger, Iggy, Cave, Waits, Joey Ramone, per altri motivi). Un poeta in prosa: Roberto Bolaño.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
L'inglese che so, e il tedesco che non so, forse. Vorrei vedere i miei accenti seguire schemi quantitativi e i miei sostantivi flessi. Credo suonerei bene in latino, quindi. In cinese per l'effetto che fa il cantato tonale. Per il piemontese mi sto attrezzando da solo. Vedremo con che esito.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
La metrica è come memoria olfattiva, per me. La riconosci, la annusi con l'emozione, non con il raziocinio. C'è un periodo per educarla, degustarla con l'orecchio. Poi la possiedi senza coscienza e se la cerchi non la trovi.

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VINCENZO FRUNGILLO














Da La parte mancante

[...]
Ma tentare, bisogna tentare,
perché il vuoto valga per ciò che vale,
resti una variante, sia lo sguardo pulsante,
ci distragga per un solo istante, ci porti a fondo,
ci porti a trasformare il tempo in spazio,
in camere e strofe, ci ricordi le parole,
la nostra scommessa finale. "Una volta Celan
chiese al maestro l'ultima parola.

Heidegger rimase scosso da tanta innocenza".
Ripeto la formula, una semplice equazione:
                non si dice ciò che ci precede.
E allora si pone sulla bilancia la propria vita
(e la propria morte), chi tenga in equilibrio il tutto
non si conosce; la chiamo meccanica pesante
questo stare fermi a guardare il sistema di leve
in cui siamo entrati senza far rumore.


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Biografia sommaria di Milo De Angelis.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Arthur Rimbaud, Osip  Mandel’štam, Vladimir Holan, Hölderlin, Tasso, Milo De Angelis, Elio Pagliarani.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Tedesco, anche se alcune mie strofe sono già state tradotte in questa lingua.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
L'agrimensore di Kafka.

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ELEONORA PINZUTI













P’t [post]

Mi rialzo in quest’autunno
scalzo il senso delle tracce
(ardo? agghiaccio? serve?).
Io non fui l’erba,
o la foglia che s’assottiglia,
ma la soglia sempre sospesa,
forse la chiglia.
Ho picchiato in tutti gli angoli del labirinto,
rivisto nelle pozze
le trame, riletto il palinsesto.
Ho adesso muscoli dolenti,
ossa crocchianti,
la rabbia come patina sui denti.
So per certo che la trama è, non vista, nelle glosse.
Che il sentiero è rilkiano, fatto di sassi bianchi,
di sinossi sulla piega della carta.

Mi rialzo. E tolgo ad una ad una le schegge.
Non sono altro che tatuaggio, simbolo,
la polena sulla barca.

Quello che mi interessava di più, in questo testo, era esprimere il tratto biografico, le cadute, le impossibilità, i dolori: si tratta di una interrogazione al “destino”, evidenziato dal mitologema della barca e variato sul gender femminile (la polena). L’ho intarsiato di citazioni dalla tradizione lirica novecentesca per legarlo sia alla filologia, che ha formato la mia giovinezza (le glosse, la trama, la sinossi, il palinsesto), sia a quel meta-scrivere (Rilke e il suo Lettera a un giovane poeta; Le Labyrinthe du monde della Yourcenar) che è, per me, a qualche livello, la metafora stessa della vita e dell’intero libro di Èsodi.


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Il più recente è Antonella Anedda, Salva con nome, comprato qualche giorno fa. Ma ogni libro lascia addosso dei segni, dei glifi.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Primissime letture, alle elementari: Leopardi, La quiete dopo la tempesta. Pascoli con Myricae e Petrarca alle scuole medie. Torno sempre alla versificazione italiana (da Dante a Caproni) e ai temi della poesia europea.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Forse in Giapponese, lingua che sembra unire una vocalità melodica alla pittura, ai “mondi in grafia” degli ideogrammi.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Mi piace paragonare la metrica al suono delle onde. Per me la metrica perfetta dovrebbe avere quella ritmicità, quella cadenza. E anche quelle burrasche, quelle impennate. Sarà che sono nata sul mare….

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MARCO SIMONELLI










Condominio Magnolia 

La casa nuova mi piace è più grande c’è un ampio salone
c’è anche la stanza per un fratellino 
nel condominio se l’ascensore si rompe ti tocca salire le scale
e un giorno ho portato alla mamma i sacchetti su fino in cima 
le ho dato una mano a portarli all’ottavo piano 
ma quando una volta mi sono affacciato
faceva paura vedere gli omìni piccini picciò 
però non ho pianto mi sono affacciato soltanto una volta
faceva paura pareva cadessi e forse è cascata persino
la mamma dell’altro bambino che vive più sotto

non è che è cascata si è proprio buttata 
è successo mentre dormivi ed era in ciabatte e vestaglia 
diceva da tanto che urlava che povera donna il marito
è quello che ha sempre la borsa di pelle e fa il ragioniere
credo lavori in piazza puccini ma mamma ma mamma
ma come faceva? ma non ci pensava ai bambini?

è malata! è come la pazza del terzo piano che butta
i sacchetti della nettezza dalla finestra! 
va sempre a comprare la birra ne porta su pacchi 
ma quando la vedi non glielo dire mi raccomando
ma quando una volta tornavo da scuola non ho fatto in tempo
a entrare nell’ascensore ho pensato è maleducato 
non aspettare una signora anche se pazza
però quella sembrava normale soltanto puzzava un po’ di sudore 
e io stavo zitto non lo sapevo che dire avevo paura e pensavo
non è che la pazza adesso m’ammazza?

io non lo so come mai se n’è andato il marito
la vedi la panda in fondo al parcheggio? tu guarda è un rottame

in effetti non ha i finestrini né i seggiolini neppure il volante
è tutta vernice scrostata è stato il marito a lasciarla così
tu pensa da quanto quella macchina è lì 

un giorno da qui me ne andrò per entrare in un coma
abbracceranno il mio corpo più morto che vivo e pesante
poi chiederanno una sedia perché non possiamo portarlo
dall’ottavo piano facendo le scale con la barella
è troppo rischioso perdiamo del tempo prezioso
spostalo tienilo eccolo legalo sgombra la stanza
ché fuori ci aspetta l’autoambulanza.  


1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Voluntary Servitude di Mark Wunderlich. Non è esattamente l'ultimo che ho letto ma senza ombra di dubbio l'ultimo che mi ha costretto a pormi un bel po' di domande.
2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Avevo sedici anni quando andai per la prima volta in libreria per comprare due libri di poeti italiani: erano Proclama sul fascino di Dario Bellezza e Vuoto d’amore di Alda Merini. Forse hanno lasciato un segno nel senso che il mio lavoro, ultimamente,  sembra costruirsi intorno ai temi dell'omosessualità e del trauma. Il poeta che non smette di lasciare il segno però è Dante, ad ogni lettura. Temo sia inevitabile, soprattutto per un fiorentino.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Ho avuto la fortuna di vedere miei testi tradotti in francese, inglese, tedesco e spagnolo. Mi piacerebbe veder tradotto un mio testo in russo, giapponese o arabo, una lingua insomma anche visivamente più distante dalla mia.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Direi che la metrica è una trivella cesellata a mano che penetra un terreno all'apparenza abbastanza desertico.

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MARIAGIORGIA ULBAR












Sono solo un uomo piccolo,
mi rimetterò in cammino
perché fermi stanno solo i morti
e mi vergogno a farmi accogliere da loro.
Andrò sul fondo, sulla sabbia
dove vivono le salme e i relitti
le stanze sotto, le silenziose parti;
voglio andare a vedere di che colore sono
a sentire quale idioma escogitano
lì dove sembra che parlare non si possa.



1. Ultimo libro di poesia letto che ha lasciato il segno?
Dico di quello che sto leggendo: Il grasso di lepre del poeta bosniaco Abdulah Sidran (Edizioni Casagrande), che raccoglie le poesie scritte tra il 1970 e il 2009. Un’immersione nella storia di Sarajevo, ma anche nel paesaggio e nell’immaginario dell’Europa dell’est, che è una parte di mondo che amo e mi attrae. E quella di Sidran è il tipo di poesia che ho voglia di leggere ora, una poesia che racconta, aderente alla realtà e con improvvisi vertiginosi stacchi di metafora. Come la poesia epica.
Poi ci sono le letture e riletture di Amelia Rosselli, Sandro Penna e Osip Mandel’štam, che mi accompagnano in maniera costante.

2. Quali le primissime letture, i poeti che lasciano continuamente il segno?
Appunto, come detto, Rosselli, Penna e Mandel’štam che lasciano continuamente il segno, insieme a certi versi di Pavese, Montale, Cardarelli, Cavalli e, tra gli stranieri, Bachmann e Eliot. Tra le primissime letture in versi: l’epica, l’Inferno di Dante, il Faust di Goethe (letto a 16 anni con pretese di leggerlo in originale, roba da pazzi!), La vita è sogno di Caldéron de la Barca, la prima Merini, anche.
3. In quale lingua ti piacerebbe veder tradotta una tua poesia?
Sicuramente in tedesco. Ma poi inglese, francese, spagnolo, urdu, afrikaans, rumeno, russo, hindi, armeno, turco… Tutte! Non è presunzione, è che le lingue e i passaggi e gli scambi tra esse che avvengono con la traduzione sono quanto di più interessante e stimolante ci sia per chi scrive e ha una formazione linguistica.
4. Se dovessi cercare una similitudine per descrivere il tuo rapporto con la metrica e il discorso metrico in generale, quale similitudine adotteresti?
Due similitudini: l’endecasillabo è come la mamma italiana: sempre legati e sempre a tentare di staccarci, di creare la frattura  e di non lasciare che controlli tutto ciò che facciamo. E poi: la metrica come modo di camminare, andatura: cadenza ritmica e progressione, insomma qualcosa che ti tira avanti, una “macchina” fatta di muscoli volontari e involontari.