venerdì 29 settembre 2017

"Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche" di Maria Anna Mariani

Persone giovani di tutto il mondo terminano gli studi universitari e, se motivate a rimanere nell’ambito accademico e della ricerca, spesso partono. Destinazioni? Molteplici. Vanno dove ci sono posizioni vacanti, affini ai loro curricula e alle loro ambizioni, giungono in contesti in cui convergono persone da più parti del mondo, più o meno giovani, sole o accompagnate, atterrando in appartamenti o dormitori più o meno rumorosi. Che cosa c’è in questi posti? C’è uno stipendio, innanzitutto. C’è anche la possibilità di inseguire un’ambizione o la prospettiva di carriera del tenure track. Può esserci la fuga da un horror vacui, lavorativo o più estesamente esistenziale, che si fa via via scorticante, così come scortica l’irrequietezza quando diventa il sale (o soltanto il cloro senza il sodio) di un’esistenza. Può esserci persino il tentativo di ridare un senso a parole forse sfibrate come ‘avventura’. Sono situazioni in cui può regnare o perpetuarsi la destrezza nell’arte di distanziarsi e “trasformare in un lampo una persona da essenziale a superflua”. Non c’è alcuna intenzione di giudizio racchiusa in queste considerazioni preliminari che riguardano esili lavorativi, eremitaggi, vagabondaggi o spaesamenti volontari, né da parte di chi ha scritto il libro di cui si parla oggi e tanto meno da parte di chi prova a darne notizia qui. La condizione dello sradicamento è del resto così nota e spesso foriera di esiti mirabili (pensiamo solo a Emanuel Carnevali, alla sua poesia come "grido del primo giorno di conoscenza, ch'io smarrii attraverso tanti giorni di dissipazione"). Spesso il primo impatto, se non si finisce in un paese anglofono del quale crediamo di conoscere la lingua, è proprio di natura linguistica, all’interno di contesti internazionali che somigliano da vicino a passerelle dove sfila ciò che resta delle marche-nazioni (quello delle nazioni come brand, al di là degli stereotipi, è un tema persistente). È possibile allora che si sviluppi nel nuovo arrivato un fastidio profondo per quella parlata disidratata che s’àgita ed è agìta in simili situazioni, per le interiezioni fatte con lo stampo che puntellano discorsi pieni di sorrisi di disagio e di wow. Un nuovo lavoro inizia e con questo principiano nuove abitudini, diversi ritmi s’accalcano, nuove facce, climi e odori appaiono, in uno spazio dove si radunano stipendiati che provengono da storie diverse e spesso lontanissime tra loro. In uno scenario del genere siamo catapultati all’inizio del bel libro di Maria Anna Mariani, uno scritto caratterizzato da una nota dolente e divertente al contempo, incuneato tra il reportage brillante e la cocente testimonianza-confessione, dov’è la lingua, innanzitutto, a mostrare un tono persuasivo, se paragonata a tanta paccottiglia linguistica cascante del Romanzificio Italia S.r.l. (o, se preferite, S.n.c.). Solo che stavolta la destinazione non è Berlino o New York, bensì una più esotica e insolita Corea del Sud, o Repubblica di Corea, tornata negli ultimi tempi alla ribalta per lo stato con cui confina a nord, ma anche grazie a Samsung, la principale concorrente “simbolica” di Apple, che proprio nei giorni scorsi, durante l’arresto del suo vicepresidente, si apprestava a un altrettanto simbolico sorpasso dell’azienda americana. E non siamo nemmeno a Seul, bensì in un’università prestigiosa che dalla capitale sudcoreana dista circa due ore di pullman.

Dalla Corea del Sud. Tra neon e bandiere sciamaniche (Exòrma, pp. 168, euro 14,90) è insomma un libro lontano e fortunatamente lontano anche dal precariato. Sia chiaro che nessuno vuole sostenere che il problema del precariato sia risolto o che non vada più nominato. Il problema semmai è proprio come lo analizziamo e ce lo raccontiamo, magari con l’intento di farci un affare. Se si vuole fare un dispetto al movente intimo di questo libro sarà sufficiente provare a veicolarlo sui solchi del precariato. Questo è invece un libro sul nostro tempo e i suoi fusi orari, sulle sue inaggirabili aporie e inquietudini, sugli uomini che si incontrano e agiscono, su quelli che restano lontanissimi, è una testimonianza cucita attorno a un’appercezione divenuta così nitida forse durante l’isolamento. Dal punto di vista editoriale, attorno al tema del precariato è spesso uscito il peggio del peggio, quasi a conferma cortocircuitale che una certa porzione di editoria è fatta e fruita principalmente da persone che in quel precariato piantano i piedi. Il libro di Maria Anna Mariani sfiora soltanto quel filone editoriale, e lo sfiora nella considerazione, in fondo trascurabile e comunque non essenziale, che la protagonista spoletina non rappresenta un caso di coincidenza tra luogo o nazione d’origine e luogo e nazione di lavoro. Poi, pensiamoci: in fin dei conti la nostra protagonista in Corea del Sud ci è andata per lavorare e a lavorare continua ancora (adesso è alla University of Chicago e, dal punto di vista della ricerca, l'invito è anche quello di leggere lo studio intitolato Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi uscito nel 2012 per Carocci). Un’immagine ricorrente è proprio quella della “Babele stipendiata” e stipendio significa appunto un lavoro che c’è. Non sarebbe allora utile rinnovare periodicamente la domanda: di che cosa parliamo quando parliamo di precariato? L’accento è sui luoghi o sulle forme contrattuali? Sul restare o sul partire? E su quale diritto al/del lavoro? E come muta questo tema, negli anni e da caso a caso?

Serialità dell'abitare, serialità dell'esistere
Ma abbandonando le temibili divagazioni editoriali, si può anticipare che questo libro è costituito da brevi e smaglianti capitoli e da una calibrata selezione di foto in bianco e nero dell’autrice e di Irene Mariani (a lato potete vederne un paio). Si apre con il racconto del primo impatto con la nazione asiatica, con il suo paesaggio, urbano e non. Ecco allora la spesa al supermercato (“Salvarsi, mangiare, coprirsi, lavarsi e lavare. Cos’altro importa?”), le parole mimate quando ancora è lontana una minima padronanza del coreano, le lezioni con gli studenti “passivi e macchinici” e le domeniche libere, magari riempite con una gita fuori porta. In queste gite seguiamo la nostra testimone tra gli sciamani, oppure nella zona al confine con la Corea del Nord, paradiso naturale e inquietante area dove s’applica al turista un rigido protocollo, oppure in una gita a Mokpo, la città più povera e “brutta” del paese, colta nei giorni del viaggio di Papa Francesco in Corea del Sud, dove c’è una cospicua comunità cattolica. V’è spazio anche per un inedito e tutto sommato distaccato ritratto dell’intasatore degli scaffali di filosofia delle librerie, in tournée nelle università coreane. Avete indovinato? Sì, lui, Slavoj Žižek e il capitolo a lui dedicato, “Cosa vuol dire madre”, non mancherà di colpire per i diversi piani che allestisce e interseca tra descrizione e pensieri. E poi c’è qualcosa di nuovo quasi a ogni capitolo, in una variazione continua di temi e toni. Eppure tutto è legato con un unico nastro e assomiglia a una strana corrispondenza, una condivisione che pare lontanissima da quella istantanea tipica dei social e delle chat con le loro esche a buon mercato (ad un certo punto l’autrice confesserà, con un anacronismo che quasi fa girare a vuoto la mente, di usare ancora una lista di indirizzi email formata dagli strati geologici della propria “vita precedente” e oramai mezza inservibile). Potremmo quindi ipotizzare che Dalla Corea del Sud sia una sorta di strano libro epistolare, dove però non emergono destinatari delle singole lettere-paragrafi, un testo che va incontro a una progressiva rastremazione verso l’impersonale, che s’accentua con il passare degli anni coreani o magari quando, nel bel mezzo di una sindrome premestruale, si teme di diventare una “Creatura Spam” per amici abissalmente lontani (in questi casi la soluzione è una: uscire di casa). I destinatari di queste quasi-lettere sono anche in quella mailing list ormai inservibile, deposito della polvere del tempo su piani di scrittura e rispecchiamento trattenuti durante il lungo periodo dell’espatrio. E sicuramente il legame con la lingua italiana, che la protagonista in Corea insegna, ha un determinato ruolo nello sviluppo di questa scrittura, poiché qui ci imbattiamo anche in riflessioni e acquisizioni che toccano la natura delle stesse lingue: se l’italiano resta lingua del tempo, l’autrice scoprirà, anche grazie a dei fraintendimenti, che il coreano è segnatamente lingua spaziale. Mi è parsa subito una scoperta interessante.

Quanto striato è il cielo
Ecco allora lampeggiare le solite domande: perché si scrive? Per chi si scrive? In questo libro la scrittura ha inizialmente una vocazione di adattamento e testimonianza di come si vive la solitudine di certi lavori, “testimonianza sorda” perlopiù, precisa l’autrice (la sordità è il motivo per cui permanenza in Corea e scrittura non possono durare). In effetti è questo un libro molto visivo che apre all’udito soprattutto nei rumori, compresi i rumori guarda caso “invisibili” che salgono dal riscaldamento a pavimento o dai tubi di scarico delle lavatrici nel dormitorio. Ci sono come sempre diverse ragioni che possono portarci a una lettura come questa. Se dal punto di vista editoriale e commerciale fa gioco mostrare il lato esotico e persino divertente di quattro anni trascorsi in un paese lontano dal nostro vissuto medio, ad uno sguardo più ravvicinato Dalla Corea del Sud di Maria Anna Mariani è un’immersione nelle relazioni, nelle loro continuità e interruzioni. Ci parla di come si resta in contatto o ci si perde, di come si viaggia, si parte e magari si ritorna, di come si può arrivare a giustificare il susseguirsi delle proprie scelte e l’orografia del proprio transito esistenziale. È infine una dimostrazione di come si può sorvolare, persino sull’amore, l’ellissi più bianca. Il testo, che racchiude anche passaggi molto divertenti, si presenta a chi legge con le sembianze della confessione senza sconti, forma letteraria nota, densa di implicazioni, eppure poco battuta, e di sicuro non in toni così intransigenti:

“È di questa solitudine di espatriata che vorrei parlare mentre fuori piove, di questo esilio feticizzato, che ha portato a ingigantire l’anaffettività, l’adattabilità e l’intransigenza. Li vedo accentuati adesso, questi tratti del mio carattere, dopo averli isolati attraverso un bilancio che si è reso necessario, ora che sto per lasciare questo luogo e spostarmi verso un altrove, posizionato esattamente all’altra estremità: Chicago.”

Poco prima si era letto:

“L’estraneità è diventata una condizione familiare. Sentirsi esotici può farsi abitudine? Sì, e non è un paradosso perché è comodo vivere con lineamenti eccentrici e giustificare la propria inettitudine con l’alibi dello straniero piombato dentro un’atmosfera aliena. Lo spaesamento è diventato esonero, un esonero permanente, da tutto quanto credo.”

L’esilio feticizzato che si fa esonero permanente da tutto: raramente capita di leggere pagine così affilate e riflettenti in uno scritto che si può ricondurre all’alveo dell’autobiografia, parola da sempre mal digerita in Italia, dove persino nelle quarte di copertina di case editrici rispettabili, anziché usarla, si preferisce parare in formule ampollose e assurde come “romanzo di una vita” (ci rendiamo conto della sciocchezza di questa formula, vero?). La vita o si vive o si scrive, sosteneva già Pirandello. La realtà è oggi un po’ diversa: la scriviamo un po’ tutti la vita e non sappiamo se questo implichi che la viviamo tutti un po’ di meno. Non c’è scrittura che al fondo non sia auto-bio-grafia (finanche un libro di fantascienza o un fumetto). Resta allora l’interrogazione sulle forme in cui ce la raccontiamo questa vita e su cosa facciamo, più precisamente, in questo pianeta (non sarà un caso che il nome di Anne Carson, autrice dell’Antropologia dell’acqua, faccia capolino nel testo, verso la fine). L’autrice si è messa in gioco stando però distante da qualsiasi gioco e il coraggio appare sempre più come l’ingrediente primario, per quanto raro, di un libro che valga la pena consigliare. Qui il mutamento è preso di petto e, anche se le pagine trattano un percorso di vita quasi potesse sembrare casuale, non c’è spazio né tempo per il caso, se è vero che “Tutto cambia a un certo punto, per una spinta sorridente o perversa, molto spesso suscitata – perché il caso siamo noi che lo fecondiamo – ma che comunque sconvolge, sconquassa. Fino a che la vita non si riassesta.” C’è qua, più chiara e scottante, la confessione di chi desidera continuare a imparare, di chi preferisce “la terra franata alla palude e al movimento che si ripete”.

sabato 23 settembre 2017

"Musica assoluta. Prova d’orchestra con Carlos Kleiber" di Bruno Le Maire. I fantasmi devono suonare e risuonare

Erich e Carlos Kleiber
Kleiber è un cognome che risuona largamente all'interno della storia della musica del Ventesimo secolo e in particolar modo all'interno di quel capitolo centrale che ci parla dei direttori d'orchestra, di queste creature che con la loro bacchetta, con le mani e a volte, forse troppo e senza ragioni, persino con i capelli sono chiamati a condurre e a forgiare il suono di un insieme di musicisti che eseguono una partitura. I capelli in realtà dovrebbero servire a ben poco e di certo non fanno il caso dei due direttori di cui parleremo oggi, Erich e Carlos Kleiber (in particolar modo non fanno il caso del primo). Il rapporto tra i due fu tormentato, come spesso lo sono i rapporti tra padre e figlio, a maggior ragione quando il figlio segue la strada simile al padre, ma fu permeato da una considerazione e contemplazione perenne. Purtroppo questo rapporto fu spesso coperto e soffocato dal chiacchiericcio mediatico, che non lascia in pace la musica e il suo sistema, ancor più perfidamente quando affonda il parlar vano tra le vicende di una stessa famiglia. Di Erich Kleiber (Vienna, 1890 - Zurigo, 1956), attivo all'epoca dei giganti Bruno Walter, Arturo Toscanini, Wilhelm Furtwängler e Otto Klemperer, si ricorda la fuga da Berlino nel 1935, quand'era direttore dell'Opera di Stato degli Unten den Linden. Erich non era ebreo, era pure nato a Vienna ma preferì partire anziché soccombere alle minacce delle SS che gli intimavano di togliere dalla programmazione Lulu di Alban Berg. Musica degenerata, la motivazione. Fatti noti. Erich Kleiber, come si ricorda spesso, era stato nel 1925 il primo direttore di Wozzeck, altra opera fondamentale di Berg. Dall'altra parte dell'oceano allora portò i figli, Karl Ludwig (che divenne Carlos) e Veronica, morta quest'anno all'inizio di aprile a Milano. La parabola terrena dei Kleiber è innanzitutto una lunga storia che abbraccia i continenti europeo e sudamericano tra gli anni Trenta e Quaranta (certo, Carlos sarà amato moltissimo anche in Oriente, in Giappone ad esempio). E la vicenda di Carlos Kleiber (Berlino, 1930 – Konjšica 2004), che più ci interessa oggi, inizia a stagliarsi sul fondo della storia della musica proprio all'altezza della scomparsa del padre, trovato morto in un albergo di Zurigo nel 1956, il giorno in cui cadevano i duecento anni dalla nascita di Mozart. Dagli anni Cinquanta, gli unici in cui accetterà un incarico pressoché stabile prima di diventare un grande inquieto e caro nomade della direzione d'orchestra, la presenza di Carlos Kleiber inizia a imporsi all'attenzione del panorama mondiale della direzione d'orchestra e un recente sondaggio della rivista "Classic Voice", condotto tra cento direttori d'orchestra, l'ha decretato il più grande direttore di sempre. Eppure la Garzantina della musica non gli dedica lo spazio che dedica ad altri, siano questi Karajan, Muti o Abbado. Chi tenta di avvicinarsi alla sua figura, al di là dei pettegolezzi e dei conti in tasca che qualcuno prova ancora a fargli, scoprirà una specie di fantasma che prova a sgusciare davanti al suo osservatore, si troverà a fronteggiare la vicenda di un uomo travolto da un abnorme cupio dissolvi. Gli ultimi periodi, la morte e la "gestione" della scomparsa nel paesino sloveno di Konjšica ne sono una conferma (si venne a sapere con un certo ritardo che era morto, a pochi mesi dalla moglie, la ballerina slovena Stanislava "Stanka" Brezovar).


Musica assoluta. Prova d’orchestra con Carlos Kleiber di Bruno Le Maire è un breve libro pubblicato di recente dall'editore De Ferrari (pp. 101, euro 12,90, traduzione di Roberto Lana, prefazione di Bruno Monsaingeon) che si concentra allora proprio sulla figura enigmatica di Carlos, direttore schivo e dal repertorio assai ristretto. Il libro è la traduzione di Musique absolue. Une répétition avec Carlos Kleiber uscito in Francia per l'altisonante Gallimard. L'autore non è un musicologo, bensì l'appassionato ministro dell'economia del governo Philippe sotto la presidenza di Emmanuel Macron. Val la pena soffermarsi sulla parola del sottotitolo: sono divenute proverbiali le "prove" di Carlos Kleiber: tormentate, imprevedibili, sorprendenti. Durante le prove Carlos Kleiber cercava una vera comunicazione con i membri dell'orchestra, un dialogo che andasse al nucleo e movente più intimo delle istruzioni che dava. Gli aneddoti sono spesso abusati, in tutti gli ambiti, quasi nascondessero sempre la trama dei misteri e l'essenza ultima delle cose, ma quelli che questo libro ci racconta, assieme ad altri noti di Carlos Kleiber, sono davvero permeati dell'essenza e della profonda incertezza attorno alla musica che attanagliava il suo lavoro. Tutto ciò si manifestava in massimo grado proprio durante le prove. La musica è incertezza, si legge appunto nel libro, che narrativamente è costruito come un'intervista senza le domande che l'autore-giornalista ricava da un violinista divenuto amico intimo di Kleiber. La dialettica tra intervistatore e intervistato è vivace, il libro è sostanzialmente un flusso di ricordi e idee di questo violinista che spesso maltratta il povero giornalista e le sue certezze.


Carlos Kleiber
Concentro ora alcune domande banali ma che può capitare di porci e che in questo libro appaiono, più o meno calcate: che cosa fa veramente un direttore d'orchestra? Che cosa fa la grandezza e la differenza di un direttore d'orchestra? Come si insinua un direttore nei meccanismi delle orchestre più collaudate (e burocratizzate) che potrebbero quasi suonare col paraocchi, senza direzione? Come si rende una partitura? Sono domande che perseguitano la vicenda musicale contemporanea e la vicenda dei Kleiber è ricca di spunti a riguardo. Nel libro c'è naturalmente spazio per l'ossessione di Carlos Kleiber per le partiture originali e il recupero di registrazioni di opere dirette da chi l'aveva preceduto, compreso naturalmente il padre e, all'opposto, il quasi disinteresse per le proprie registrazioni, spesso vissute come un peso insopportabile. Magnifico è il ricorso alle similitudini con cui Carlos Kleiber istruiva i musicisti, spesso tramite dei bigliettini all'orchestra che divennero proverbiali. Ma forse c'era da aspettarselo da un musicista che compulsava l'intera opera di Emily Dickinson e, come se non bastasse, credeva di essere la reincarnazione del suo cane. In una pagina particolarmente brillante il violinista amico di Kleiber si lascia andare per l'ennesima volta e testimonia:
Avrebbe potuto prendersi gioco di noi. Ci ha sempre rispettati. Eppure, Dio solo sa quanto poteva essere micidiale il suo senso dell'umorismo! Se lo tenga bene a mente: aveva un senso dell'umorismo pazzesco. E per favore non scriva che era un direttore pignolo, era tutto il contrario, esigente, quasi maniaco della perfezione, ma non pignolo. I direttori pignoli, io li conosco, appartengono ad un'altra razza, sono incapaci di dare istruzioni chiare ai musicisti e non sono mai soddisfatti. Durante il concerto assumono un'aria marziale. Alla minima imprecisione, aggrottano le sopracciglia e lanciano uno sguardo torvo sul povero colpevole, che trema di paura e suona ancora peggio. Nelle partiture, sviscerano i dettagli senza sviluppare alcuna visione d'insieme, tutto al microscopio, niente di panoramico. Su un'autostrada tedesca, strapperebbero una ad una le piante infestanti tra le crepe, perdendosi la vista sulle Alpi o le tavole grigie del mare del Nord. Insomma, degli imbecilli.

Franz Schubert
Nell'Ottava sinfonia di Schubert, L'incompiuta, Kleiber chiede all'orchestra un inizio che rischia di rimanere silenzio, tanto è impercettibile il suono e il suo prendere forma che esce dalla partitura. Se ne parla anche nel libro di Le Maire e il dato fece impensierire anche gli ingegneri del suono della Deutsche Grammaphon. E se ascoltate la sinfonia di Schubert diretta da Kleiber succede proprio questo, il vostro orecchio si tende e fluttua nell'aria a cercare qualcosa che fa una fatica disumana a iniziare. Alla fine qui si situa il risultato più duraturo di questo libro vivace: dimostrare come, al di là dei meccanismi di notorietà, autorevolezza e carisma che gravitano attorno alle figure dei direttori d'orchestra, vi siano dei prerequisiti indispensabili per compiere lo sforzo, forse disumano e titanico, di trasformare una partitura in un'esecuzione di un'orchestra. Passa tutto attraverso il duro lavoro, il provare e riprovare, l'incertezza e un "dubbio spaventoso", la restrizione di un repertorio all'essenziale e attraverso un corpo che vede la musica nell'aria e in quella rimane, disegnando i propri segni nel vuoto e lasciando sgattaiolare i fantasmi (molto belle le pagine in cui si ricordano le domande che Kleiber faceva agli orchestrali proprio riguardo i fantasmi, fantasmi che dovevano suonare e risuonare, uscire dagli strumenti). E infine resta quel pungolo sul genio, la domanda su che cosa sia genialità, una domanda trasversale che riguarda la vicenda umana, l'arte e l'ingegno. Di pochi direttori si è parlato di genio e uno di questi fu Carlos Kleiber. Ecco, attorno a queste domande si situa questa strana intervista e testimonianza che Bruno Le Maire ha scritto. 




Il primo movimento, Allegro moderato, della Sinfonia n. 8 in si minore D 759, comunemente nota col titolo Incompiuta. La registrazione dei Wiener Philharmoniker diretti da Carlos Kleiber è del 1978.




Il video del documentario del 2010 Traces to Nowhere diretto da Eric Schulz con testimonianze di Placido Domingo, Brigitte Fassbaender, Michael Gielen, Manfred Honeck, Veronika Kleiber, Otto Schenk e altri.

venerdì 22 settembre 2017

I cambi di stagione: equinozio d'autunno


In occasione di solstizi o equinozi, quindi al massimo quattro volte l'anno, riprendo qui un testo dagli archivi. Specifico solo il caso dei testi editi. Le immagini che accompagnano questi post sono tagli e rotazioni (di 90°, 180° o 270°) dalle tavole.



A questo serve alito. 
Dirci di noi ci separiamo 
e mangiare poi, lontani ormai 
dallo zero delle gocce 
e dal frenare del torrente, 
a seguirci un odore salato di fonderia 
che scende per valle. Sbianca 
neve nella lastra e la pietra
è freddo di sonni sotto pelle.

A discendere gli Spalti di Toro 
sono corde vocali lingua orizzonte 
per parlare di più di quando 
nemmeno saremo nati però
vivi di un tempo cascato,
che è quello del Cadore 
un pomeriggio un sabato:
campetti di pallacanestro e calcetto 
deserti e palestre chiuse, 
la stazione dove treni non passano 
e lo stesso rimanda
il divieto di oltrepassare i binari.

martedì 19 settembre 2017

Poesie di Óscar Hahn nella traduzione di Stefano Strazzabosco

Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.



Óscar Hahn
Sartoria
Versioni di Stefano Strazzabosco


Uomo col parasole

Quell’uomo col parasole
impietrito in una via di Hiroshima

da che cosa intendeva proteggersi?

Dallo splendore di quei mille soli
o dalla pioggia radioattiva che gli cadeva sulla testa?

Adesso è solo un po’ di polvere
nel museo di Hiroshima

solo leggenda e memoria del mondo

E noi
siamo ancora di meno:
statue di cenere per le vie di Hiroshima

Senza parasole
senza leggenda
senza Hiroshima


Parole di un fantasma prima della sua nascita

Se muoio prima di nascere
se muoio prima ancora di entrare in un corpo
supplico di non dissolvermi nel nulla
supplico di conservare la mia forma
di fantasma prima della nascita
e di affacciarmi senza corpo al mondo dei già nati
per vedere cosa fanno come vivono e che sentono
quando comprendono che i loro corpi
un giorno saranno solo cenere
e non sapranno cosa fare né dove andare
Allora
io li riceverò nella mia casa e dirò loro:
Benvenuti fratelli fantasmi
qui ci sono gli spettri di quelli che non sono ancora nati
siate sinceri con noi
diteci se è valsa la pena nascere
diteci se la vita ha avuto qualche senso
o se essere o non essere fa esattamente lo stesso


L’incontro

Stanotte ho sognato mio padre morto
Veniva a piedi su un lungo sentiero
e aveva un fiore in mano

Ci siamo abbracciati sulla soglia
che separa la vita dalla morte

Mi ha chiesto
come fossi arrivato fino a lì
se avessi attraversato l’Acheronte

Ti ho aspettato tutta la morte ha detto mio padre
e continuerò ad aspettarti

E si è allontanato sul lungo sentiero
con quel suo fiore in mano


Sartoria

Mi sono provato la morte come un vestito
che per ora mi è grande

E ho molta paura
che il mio corpo mi cresca
fino a avere la taglia della morte

e le mie vesti allora siano giuste:
le scarpe comode
la camicia impeccabile

su misura il vestito


Appuntamento

Ho comprato delle lenzuola rosse
della tela più morbida

anche se so che non possono competere
col morbido della tua pelle

Le ho comprate di colore rosso
perché il tuo corpo bianco

steso sulle lenzuola

fosse il verso di Góngora:
“o porpora nevare o neve rossa”

E quando ti sei stesa
tutta nuda sul letto

il verso si è fatto carne


Parabola del triangolo

C’erano una volta
due angoli inferiori
che volevano eliminare
l’angolo superiore

Tuttavia dimenticarono
un principio elementare

Nessun triangolo può
esistere con due angoli

Perpetuato il delitto
com’era da attendersi
il triangolo intero
scomparve davvero

E con quello i carnefici

Nel piano universale
nessuno può scavarsi impunemente
nemmeno la sua tomba


Inquisitori

Il sacro e il profano
sono due facce
in una stessa testa

Disse l’uomo alla corte
del tribunale dell’Inquisizione

I giudici lo dichiararono
sacrilego e blasfemo
e lo condannarono al rogo

In quello stesso istante
una grande fiammata
bruciò il volto degli inquisitori

L’uomo uscì dal Tribunale
con le due facce intatte:
la sacra e la profana

e se ne andò in opposte direzioni




Hombre con quitasol

Ese hombre con un quitasol
petrificado en una calle de Hiroshima

de qué quería protegerse?

Del resplandor de los mil soles
o de la lluvia radioactiva que caía sobre su cabeza?

Ahora no es más que un puñado de polvo
en el museo de Hiroshima

sólo leyenda en la memoria del mundo

Y nosotros
somos aún menos que eso:
estatuas de ceniza en las calles de Hiroshima

Sin quitasol
sin leyenda
sin Hiroshima


Palabras de un fantasma anterior a su nacimiento

Si muero antes de nacer
si muero aun antes de haber entrado en un cuerpo
suplico no disolverme en la nada
suplico conservar mi forma
de fantasma anterior al nacimiento
y asomarme sin cuerpo al mundo de los nacidos
a ver qué hacen cómo viven y qué sienten
cuando comprenden que sus cuerpos
un día serán sólo ceniza
y no sabrán qué hacer ni a dónde ir
Entonces
yo los recibiré en mi casa y les diré:
Bienvenidos hermanos fantasmas
aquí están los espectros de los que aún no han nacido
sincérense con nosotros
dígannos si valió la pena nacer
dígannos si la vida tuvo algún sentido
o si ser o no ser da exactamente lo mismo


El encuentro

Anoche soñé con mi padre muerto
Venía caminando por un largo sendero
y traía una flor en la mano

Nos abrazamos en el umbral
que separa la vida de la muerte

Me preguntó
que cómo había llegado hasta ahí
que si había cruzado el Aqueronte

Te he esperado toda la muerte dijo mi padre
y te seguiré esperando

Y se alejó por el largo sendero
con su flor en la mano


Sastrería

Me he probado la muerte como un traje
que por ahora me queda grande

Y tengo mucho miedo
de que mi cuerpo empiece a crecer
hasta alcanzar el tamaño de mi muerte

y que de pronto la ropa me quede bien:
los zapatos holgados
la camisa impecable

el traje a la medida


Cita

Compré sábanas rojas
de la tela más suave

aunque sé que no pueden competir
con la suavidad de tu piel

Las compré de color rojo
para que tu cuerpo blanco

tendido sobre las sábanas

fuera el verso de Góngora:
“o purpura nevada o nieve roja”

Y cuando te acostaste
desnuda sobre mi cama

el verso se hizo carne


Parábola del triángulo

Había una vez
dos ángulos inferiores
que planeaban eliminar
al ángulo superior

Olvidaron sin embargo
un principio elemental

Ningún triángulo puede
existir con dos ángulos

Perpetrado el crimen
y como era de esperar
el triángulo completo
desapareció del mapa

Y con él los victimarios

En el diseño del universo
nadie está libre de cavarse
su propia tumba


Inquisidores

Lo sagrado y lo profano
son las dos caras
de una misma cabeza

Eso dijo el hombre
frente al tribunal de la Inquisición

Los jueces lo declararon
sacrílego y blasfemo
y lo condenaron a la hoguera

En ese mismo instante
una gran llamarada
quemó el rostro de los inquisidores

Salió el hombre del Tribunal
con sus dos caras intactas:
la sagrada y la profana

y se alejó en direcciones opuestas


* * *

Il prossimo sabato 23 settembre la Casa della Poesia di Como e Sentiero dei Sogni presentano Mal d'amore (Raffaelli, 2016) del poeta, saggista e critico letterario cileno Óscar Hahn. Introducono l'incontro Pietro Berra e Laura Garavaglia. L’autore dialoga con il Professor Gianni Darconza, traduttore dell’opera del poeta in Italia. Qui l'evento Facebook.



domenica 17 settembre 2017

Filosofia del surf secondo Frédéric Schiffter: l'amore è una cosa, i progressi nel surf un'altra

Chissà se il surf è uno dei pochi contesti in cui la parola 'tunnel' ha connotazioni positive. Il tunnel dell'onda è senza dubbio uno dei momenti d'estasi per chi prova a cavalcarla su tavola. Mi domando questo tanti anni fa, in una cittadina del Portogallo, Ericeira ("che si pronuncia quasi come il vostro ieri sera", precisa al telefono il mio ospite, svizzero di origini iraniane che a Ericeira è per lavoro, come me, anche se lui in pianta stabile). Siamo in ottobre; la mattina, quando non è ancora chiaro, ben prima delle riunioni di prodotto tenute sveglie a capsule di Nespresso, si va a surfare. Ci sono anche due possenti inglesi nel gruppo e hanno l'aria di essere i più bravi. L'oceano è entrato per tutta la notte dalle larghe finestre delle camere dell'albergo e le tavole sono belle prima di bagnarsi, in quel poco buio che degrada sempre più, mentre si cammina verso tutta quell'acqua. Quanta acqua. Quello è un posto ricercato da chi ama il surf, si sa, ma anche dalle aziende che vogliono darsi una connotazione surf nel loro periodico "international meeting". Mi è capitato di ritornare su questo ricordo leggendo più passaggi del piccolo libro Filosofia del surf del filosofo surfista amatoriale Frédéric Schiffter (Il Melangolo, pp. 104, euro 8, traduzione di Marta Albertella). Sono per me difficili da affrontare i libri che appiccicano la parola filosofia a qualsiasi cosa. Potrebbero essere assimilati a un genere editoriale, ma se è così io vorrei leggere anche una breve Filosofia del bagnoschiuma. Il Melangolo pare avere inaugurato una piccola serie acquatica, se pensiamo al bel libro di Carola Barbero, filosofa, intitolato L'arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto (di cui si è parlato in questa intervista). I precedenti di libri che mescolano filosofia, arte e sport sono illustri, si pensi solo a L'ombra del Massaggiatore Nero di Charles Sprawson. Ad ogni modo, vinta questa resistenza iniziale, il libro di Schiffter vince la sua scommessa. La vince per come delimita il proprio progetto (non esiste una metafisica o un'etica del surf e la parola 'filosofia' del titolo non deve quindi ingannare), convince per passo e strutturazione dell'esposizione (tra l'altro l'edizione francese titolerebbe Petite philosophie du surf). L'autore dice di rivolgersi ad appassionati di meditazioni balneari e potrebbe essere questa una buona chiave per un ufficio stampa che deve lavorare alla promozione del libro. Naturalmente non c'è solo il balneare, ma al fine di entrare-per-uscire in certi giornali serve un Cavallo di Troia, si sa come funziona (l'agenda-setting della macchina dell'editoria è però micidiale e esiziale talvolta, non mi riferisco a casi come questo ma ad altre situazioni per le quali vale il principio dello "stendere un velo pietoso"). Poiché l'estate è ormai finita, secondo me il momento è ancora più giusto per darne notizia in questo posto.

Il libro è ricco per quello che dice circa il surf e la sua tecnica, le parole per dirla, la storia della disciplina, gli incroci con la filosofia e l'estetica in particolar modo, le considerazioni sul rapporto tra onde dell'oceano e diverse popolazioni del globo terracqueo. Non assomiglia a quei libri in cui si tenta di nobilitare uno sport con un susseguirsi di citazioni colte, anche se le citazioni e i rimandi non mancano. Lo sanno tutti - e stavo a Ericeira per questo, alla fine - che attorno al surf gira un'industria abbastanza grossa con tutto il suo indotto, persino quello modaiolo che non ha niente a che fare con tavole e onde ma solo con le t-shirt e le infradito. Però, come per lo sci e altri sport, non v'è bisogno di nobilitare con un libro proprio alcunché, semmai c'è bisogno di capire cosa evocano o attivano delle suggestioni mentali quando si scorre con una tavola attaccata ai piedi sull'acqua. Questo è un pensiero che Schiffter ha fatto e proprio grazie a questa consapevolezza il suo libro non ha tracce di ingenuità o, peggio ancora, di autoconvincimento e autocompiacimento. Che poi il suo trasporto per il surf nasca da una donna e da un innamoramento lo mette in chiaro sin da subito, precisando anche che "l'amore è una cosa, i progressi nel surf un'altra". Ma si sa come vanno anche queste cose, nessuna sorpresa. Comunque, se lo spazio è davvero la chiave per qualsiasi emozione, lo sport triangola continuamente con spazio e emozioni, a prescindere da tutti i discorsi che si possono fare sull'industria che gira attorno a ogni sport. Insomma, avete presente Goffredo Parise quando descrive le sciate sulle Dolomiti? O anche, per stare a autori vicini a noi, come Simone Marcuzzi descrive il formidabile esercizio agli anelli di Jury Chechi alle Olimpiadi di Atlanta? Lì si parla di sport, non di affari milionari (tra l'altro lo sport, questo grande contenitore sovranazionale, è curiosamente trascurato dall'industria del romanzo, almeno mi pare, e se è vero questo fatto la situazione è quantomeno strana). Cerca di parlarci dello sport anche Schiffter, che non è certo ingenuo, nemmeno quando centra subito la questione del paesaggio marino e della natura come finzione poetica. Ad un certo punto lo scrive: l'esercito di fotografi di paesaggi che siamo diventati, specialmente in estate, è solo un (indegno) erede di chi ha isolato questa finzione poetica per primo (i grandi pittori, fondamentalmente). Per di qui arriva una considerazione attorno al sublime dell'onda, e da qui vengono i paragrafi come quello su Defoe: l'odissea interiore del Robinson Crusoe nell'isola fissa per sempre il nuovo miraggio dell'esotismo della solitudine. Il libro è strutturato in brevi paragrafi che vanno a schiantarsi sull'entusiasmo (in senso etimologico) del surfista e perfino sulla sua hybris. La sua onda e il tunnel non sono però metafore di nulla. Il surf è puro dramma, ogni onda che si avvicina è agli occhi e ai piedi di chi l'attende solo un avvenimento gravido di incertezze. Filosofia del surf è un libro breve con poca filosofia e grande temperamento. Mi è parso, tra le altre cose, un bel contraltare a tutta l'accozzaglia di titoli sulla montagna e la "viandanza" che esce in libreria da un po' di anni a questa parte. Chissà che dia una bella equorea spazzata a quell'accozzaglia, che mostri come si può parlare di paesaggi, natura e movimento con intelligenza, senza formare nuove scuole, tendenze o correnti di pensiero. Del marketing che si eleva a filosofia totalizzante o, peggio ancora, che cavalca uno spettro di spiritualità proprio si deve iniziare a fare a meno.

venerdì 15 settembre 2017

da "In corpore viri" di Gianfranco Ciabatti

Una poesia da #69


La poesia di oggi appartiene a un libro di Gianfranco Ciabatti intitolato In corpore viri pubblicato da Marsilio nel 1998. Oggi lascio qualsiasi rinvio alla figura e all'opera di Ciabatti ai materiali che si possono trovare in rete e a questa bella pagina apparsa otto anni fa su "Nazione Indiana". Volendo c'è un ritratto-scheda sulla poesia di Ciabatti in Dopo la lirica: poeti italiani 1960-2000, l'antologia di Einaudi del 2005 a cura di Enrico Testa. All'epoca Marsilio aveva una bella collana di poesia. A partire da quest'ultima constatazione, avevo scritto una pappardella sulla questione tormentata della poesia e della sua spinosa collocazione editoriale, anche perché settembre e ottobre sono mesi in cui, volenti o nolenti, chi bazzica questi selciati si trova immancabilmente tra i piedi questi discorsi e a breve capiterà sicuramente di parlarne in occasioni pubbliche. Ma ho selezionato tutte le pappardelle al ragù su collane e monili che avevo scritto e cancellato senza pensarci troppo su. E tutto ciò era per dire cosa? Niente, come sempre niente: keep your powder dry. Più opportuno far passare un invito a cercare il libro di Gianfranco Ciabatti, che si trova ancora, almeno in rete. Tanto vale insomma attenersi allo scopo originario di questo genere di post segnaletici, che mi ricordano l'azione del forbire (non perché intenda la poesia come soprammobile, semmai intendo che la poesia è parte del reale tanto quanto i soprammobili). Le indagini sociologiche attorno a poesia e editoria sono sempre ardue, spesso improduttive e a volte perniciose. L'usato, l'antiquariato e il fuori catalogo sono mondi paralleli visitabili (non necessariamente entusiasmanti) fino a quando chi li popola non torna in quelle liste di oracoli provvisori che sono i cataloghi correnti, oppure scompare per sempre nei ripostigli inaccessibili del passato e dell'immondizia: uno su mille ce la fa.





La vita nemmeno la morte
concede in dono.
Fino a un estremo che non vede fine
il corpo conduce forte
la sua lotta.
Lo splendore del sole e la pace dell'ombra
ugualmente
gli vietano la resa
sull'una o l'altra banda della lizza,
in campo aperto
a lungo 
lo cimentano.
E allo scadere del combattimento
sarà dolce la vita, o la morte
sarà dolce
come è stata la vita.


(da Gianfranco Ciabatti, In corpore viri, Marsilio, 1998)