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venerdì 9 giugno 2017

"The Lunatic" di Charles Simic

Effettivamente, nonostante l'attenzione che l'editoria nostrana ha dedicato costantemente a Charles Simic (da ultima la recente raccolta di scritti La vita delle immagini per Adelphi), mancava la traduzione di The Lunatic uscito nel 2015. La versione italiana, proposta senza interventi di traduzione del titolo originale, è messa a disposizione con testo a fronte da Elliot, per la cura di Paolo Febbraro e con le traduzioni di Damiano Abeni e Moira Egan (186 pagine al prezzo di 25 euro). Il poeta nato a Belgrado nel 1938, che a guerra finita trascorre cinque anni a Trieste prima di trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti per iniziare una lunga carriera non solo poetica, è uno di quelli che oggi metterebbe in crisi i convinti discorsi sulla tecnica poetica. In una dichiarazione ricordata anche dal curatore, Simic ha infatti affermato che "non c'è alcuna preparazione per la poesia", distogliendo così, almeno apparentemente, l'attenzione da un aspetto "tecnico" del fare poesia che almeno in Italia sembra aver ripreso piede nelle discussioni che s'adoperano e s'affannano a separare il grano dal loglio, i poeti veri dai presunti, quelli bravi da quelli meno bravi. Ma Simic è uno di quegli autori che ha troppa strada e mestiere alle spalle perché possiamo imbrogliarci a seguirlo troppo in questi ragionamenti pure un pochino depistanti, tra la provocazione e la frase ovvia disarmante. La sua molta poesia (ha scritto davvero tanto) si nutre di un realismo immaginifico addomesticato da sonnambulismo malinconico, di collage di fenomeni disparati e lontani che s'agglutinano improvvisamente nella sua gelatina cerebrale e quindi sonora. Paolo Febbraro così ha chiuso la sua nota di apertura intitolata "Poesia e combinazione":
Le poesie di Simic somigliano a un filosofo gioiosamente materialista che comincia a esprimersi suonando un sassofono jazz, inanellando mille note di scombinata compattezza. Nessuna metafisica ingombrante, nessuna saturazione: con la briosa malinconia di Simic possiamo e vogliamo convivere, respirando a pieni polmoni e facendo ampio esercizio di esperienza. Simic sta sveglio di notte, continuamente colto di sorpresa da milioni di cose già note, per moltiplicarsi e continuare a trovare sé stesso in quel gran rimescolio. Del resto, quando si fa sera, sono gli animali notturni a farci sapere che il mondo esiste ancora, nonostante tutto.
The Lunatic (ho letto in qualche sito che dovrebbe essere il suo trentaseiesimo libro di poesia) è una serie di componimenti abbastanza brevi scanditi sempre da titoli nei quali fanno capolino situazioni tipiche, luoghi e spesso animali. Quel che va detto è che il lavoro di traduzione a quattro mani ancora una volta è egregio e lo vorrei esemplificare con un breve testo, forse il più breve di tutti, che però la dice lunga anche sul mutamento acustico che subiamo nel passaggio da una lingua con molti monosillabi a una lingua notoriamente povera di parole monosillabiche. In As I Was Saying Simic scrive Simic:

That fat orange cat
Slipping in and out
Of the town jail
Whenever it pleases,
How about that?

In italiano la poesia diventa, in Come stavo dicendo, una rotonda cantilena di diverso tempo eppure consistente, persino fedele:

Quel gattone arancione
che sguscia dentro e fuori
dalla prigione comunale
come e quando vuole,
mica male eh?

Questo è un aspetto importante, fondamentale: sapere di potersi fidare di traduttori in grado di scelte coerenti e coraggiose dovrebbe essere in cima alla lista di ogni preoccupazione editoriale, prima ancora della scelta del nome del curatore. 

Simic, così come Matthew Sweeney, poeta irlandese da lui apprezzato e non tradotto in italiano, ha una predilezione per lo strano, lo strambo. Se in pubblicità esiste lo schema AIDA da applicare a uno spot (Attenzione - Interesse - Desiderio - Azione), Simic a volte pare applicare qualcosa di simile quando tratteggia una scena con pochi colpi, la circonda di curiosità e desiderio, facendo breccia sulla nostra azione, che resta, in ultima istanza, quella di leggere i suoi libri. Va da sé che questo schema può stancare e non appassionare chiunque, ma anche in questa nuova opera lui pare farcela nuovamente soprattutto ad attirare l'attenzione e a suscitare interesse. Penso a testi come "Un nuovo taglio di capelli", "Non dare un nome ai polli", "La medium" o "Questo paese non è male". Sempre Febbraro ha scritto che "sulle bancarelle improvvisate dei suoi versi Simic registra la presenza di quanto è stato scaricato di senso, depotenziato, e che pure reca le impronte digitali di una Storia minuscola, polverizzata, ma integralmente sentimentale".

Fa specie, sia detto in chiusura, leggere le presentazioni che i siti degli editori stranieri dedicano ancora ai poeti affermati. Anche nel caso di Simic non si contano le frasi di ridondanza legate alle citazioni dei premi, all'affermazione del poeta lungo tutta una carriera puntellata di successi, le sue abilità di deliziare con tocchi pittorici. Fuori dai nostri confini non è caduta in disuso nemmeno la dicitura "Poet laureate" che qui da noi ha avuto funerali precoci e solenni con Montale. Fa quasi impressione questo divario di considerazione. Allo stesso tempo io non so come prenderla e tutto ciò non mi pare degno di approfondimenti che vadano oltre questa mera constatazione di differente trattamento. Insomma, non ci elucubrerei troppo e non trarrei affrettate conclusioni sullo statuto o sul ruolo del poeta (portiere, ala, attaccante, quarterback?). Da noi, quando si pensa al poeta, c'è sempre più il rischio di pensare qualcosa di simile all'intellettuale così come lo cantava Gaber ("non credo più all'ingegno del popolo italiano / dove ogni intellettuale fa opinione / ma se lo guardi bene / è il solito coglione"). Parimenti esiste la liberazione di credere, sempre con qualche riga di Gaber, che "rispetto agli stranieri / noi ci crediamo meno / ma forse abbiam capito / che il mondo è un teatrino". A volte, non sempre (solo a volte, eh, sia chiaro) teatrino un po' lo è.

lunedì 11 novembre 2013

Paolo Febbraro, Primo Levi e i Totem della poesia

Librobreve intervista #29

Paolo Febbraro (foto: Dino Ignani)
Primo Levi e i Totem della poesia (Zona Franca-Editrice di Cartone, pp. 91, euro 15) è un libro recente dedicato da Paolo Febbraro al Primo Levi poeta. La statura di Levi narratore è tale da aver fatto passare spesso in secondo piano la sua ricerca poetica, la quale solitamente si ricollega al volume di Garzanti intitolato Ad ora incerta. Nella prima risposta che segue, per dirci delle motivazioni che l'hanno spinto verso questo contributo, Febbraro ci parla di un'immagine "poliziesca" della critica, aggettivo che altri hanno applicato felicemente ad una disciplina forse affine: la filologia. Nelle risposte che seguono capiamo il perché di questa scelta di studiare "i Totem della poesia" leviana, una scelta che in fondo parte e ritorna a questo gigante del Novecento preso nella sua interezza di autore. E trattandosi di un'intervista "poetica", gli ho chiesto infine che scegliesse una poesia di Levi...

LB: Perché (fina­lmente, aggiungerei) un libro che sposta l'accento sul Levi poeta?
RISPOSTA: Non so se si tratta di spostare l’accento: il Levi prosatore è un gigante della letteratura europea del XX secolo. Piuttosto ho voluto non trascurare qualcosa di molto importante, cui Levi ha finto di concedere poco spazio, dandogliene invece parecchio. Il punto è questo: la critica è anche un’indagine poliziesca, deve cercare il movente di un’opera, l’arma del delitto (le forme) e a volte anche stabilire se un delitto è stato commesso. Le poesie di Levi nascondevano qualcosa di non ancora ben collegato al resto, di non chiaro forse neppure al loro autore. Ho cercato di tendere dei fili, di chiarirmi i testi (gli indizi) mettendoli in relazione fra loro. Levi è uno scrittore estremamente chiaro: dunque secondo me è un mistero. Del resto, ho sempre avuto una speciale attrazione per gli scrittori cristallini, quasi fossero dei “casi” già risolti che mi chiamassero a ulteriori sospetti. Prendi Gadda: è un magnifico prosatore, compiaciutamente disperato, ma le sue complicazioni tetre e voluttuose additano vistosamente una psiche e una filosofia. Con Levi è tutto diverso. 

LB: Ci racconti che cosa sono "i Totem della poesia" del titolo?
RISPOSTA: Sono quelle figure atemporali che albergano nei suoi versi, quegli esseri antichi, uomini, animali, piante, che sembrano attingere nelle sue poesie una base profonda della nostra mente, o una fase primigenia del nostro sviluppo. Levi ha vissuto un’esperienza che per 99 persone su cento è stata terminale: è stato respinto indietro in una fase della natura in cui la lotta per la sopravvivenza è stata totalizzante. Ho creduto di individuare in quella regressione dallo “stato civile” – e nella resistenza sovraumana che ha consentito a Levi di sopravvivere – una condizione che potesse tradursi in quegli emblemi di salvezza, durata, insidia, aridità.

LB: Mi è parso un libro che ti ha lasciato addosso dei desideri di approfondimento. Mi sbaglio? Se no, quali sono? 
RISPOSTA: Quando finisco un libro saggistico (mi è successo con Palazzeschi, con Saba, con la figura dell’Idiota e recentemente con Caproni e Seamus Heaney) provo il desiderio di distaccarmene. Non sono uno studioso accanito o accademico, non mi installo in osservatori permanenti. Cerco soltanto di illuminare una strada, di cucire intuizioni, contribuendo alle opere di chi verrà. Facendo lo stesso mestiere degli scrittori che indago, ogni saggio è anche potenzialmente un autoritratto, parziale e obliquo. L’autoritratto deve trovare altre stazioni e altre maschere, altrimenti rischierebbe di appropriarsi troppo violentemente del proprio oggetto e travisarlo. C’è anche altro, però. Quando dico “autoritratto”non alludo a un volgare adattamento dello scrittore che analizzo a me che ne scrivo. Ogni volta che leggo a fondo un autore cerco di capire qualcosa di più sulla letteratura, sui suoi enigmi, e dunque su ciò che capita anche a me quando scrivo versi o prosa. Solo in questo senso ciò che comprendo riverbera su di me e mi definisce. E ancora: non posso escludere che, leggendo in futuro testi di storia, di antropologia o di psicoanalisi, non s’inneschi in me un’altra “fantasia critica” da verificare sulle opere di autori che ho già affrontato, fra cui Primo Levi.

LB: Collegandomi alla precedente domanda, vorrei dire che di Levi si è scritto molto negli ultimi anni ma che forse l'iceberg della sua scrittura debba essere in parte ancora perlustrato. Concordi? E se concordi, in quali direzioni sposteresti la sonda dell'attenzione critica?
RISPOSTA: Trovo che quanto si è scritto su Levi sia spesso di ottima qualità. Il suo stile chiaro, unito alla estremità delle sue esperienze e al suicidio, ha attirato chi ha sentito il bisogno di collegarli, di spiegarli a vicenda. Questo è forse “il” tema leviano, lì si annidano i saggi futuri su di lui. 

LB: Un capitolo del tuo libro si sofferma sull'umorismo in Levi, tema ripreso più volte eppure mai domo. Da quali premesse muove quella parte importante del tuo saggio? 
RISPOSTA: Dall’amore per gli aspetti paradossali di un autore, altrimenti “fissato” dalla critica precedente in un ruolo o addirittura in un umore. Il ruolo di Levi è stato a lungo quello di testimone dell’assoluto negativo, di razionalizzatore dell’assurdo, di notaio dell’iniquità. Invece sappiamo bene che Primo Levi ha molti strati e pieghe segrete, che nutrono un eccezionale genio narrativo e saggistico. Il mio saggio comincia, quasi provocatoriamente, mettendo in risalto il piacere leviano della scrittura efficace e avvincente. Anche l’umorismo è un aspetto rilevante, insidioso e multiforme, del Levi maggiore, ma rischiava di rimanere sommerso nella grande, nobilitante e asfittica idea che abbiamo di lui.

LB: Vorrei fare un piccolo esperimento. Vorrei che tu scegliessi una poesia a tuo avviso importante nel "sistema periodico" leviano e che provassi a dire perché lo è. Pubblicherei la poesia alla fine della tua intervista...
RISPOSTA: La poesia è Fuga. È un incubo di aridità, che è quella del mondo e forse quella dell’Io. Non si sopravvive al Lager se non si perde tutta o molta della propria umana “umidità”. Al tempo stesso, lo stile del testimone deve essere oggettivo e senza fioriture. Forse in questa poesia enigmatica ed esemplare Levi sta cercando di dire che vorrebbe fuggire da sé stesso, dal proprio ruolo, oltre che dal proprio passato. Ma questa fuga è inane. Nel libro, poi, collego la poesia a un episodio che Levi raccontò in I sommersi e i salvati, e che sembra chiarirne il messaggio nascosto.

LB: Per concludere, vorrei fare un altro esperimento mentale, forse bislacco perché proiettato dopo la morte di Levi. Secondo te, se dovesse aggiornare oggi la sua La ricerca delle radici, quali scrittori tra quelli venuti dopo di lui potrebbe includere Levi nella sua personalissima antologia? 
RISPOSTA: Beh, La ricerca delle radici antologizzava le letture che Levi riteneva fondanti o formative per la propria giovinezza o per la fase decisiva della propria attività letteraria. Difficile dire se avrebbe trovato “radici” nella letteratura degli anni ’90 o Duemila. Credo che avrebbe fatto rimare alcune preferenze con molte indifferenze. E allora chiudo con una battuta: forse avrebbe incluso fra le sue radici un brano di Primo Levi e i totem della poesia!


Fuga

Roccia e sabbia e non acqua
Sabbia trapunta dai suoi passi
Senza numero fino all’orizzonte:
Era in fuga, e nessuno lo inseguiva.
Ghiaione trito e spento
Pietra rosa dal vento
Scissa dal gelo alterno,
Vento asciutto e non acqua.
Acqua niente per lui
Che solo d’acqua aveva bisogno,
Acqua per cancellare
Acqua feroce sogno
Acqua impossibile per rifarsi mondo.
Sole plumbeo senza raggi
Cielo e dune e non acqua
Acqua ironica finta dai miraggi
Acqua preziosa drenata in sudore
E in alto l’inaccessa acqua dei cirri.
            Trovò il pozzo e discese,
Tuffò le mani e l’acqua si fece rossa.
Nessuno poté berne mai più.