Visualizzazione post con etichetta Cronopio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cronopio. Mostra tutti i post

lunedì 5 dicembre 2016

"Del sesso" di Jean-Luc Nancy

"Cosa facciamo quando facciamo l'amore? (domanda sussidiaria: in quante lingue si dice, più o meno letteralmente, fare l'amore?) Noi non facciamo niente nel senso di produrre qualcosa (se si fa un figlio, che lo si consideri o meno una produzione, non si tratta dell'amore in quanto tale, che potrebbe benissimo essere del tutto assente)." Del sesso, ennesimo librino di una serie dedicata dall'editore Cronopio a Jean-Luc Nancy (pp. 101, euro 10, traduzione di Antonella Moscati, Ida Porfido, Gianluca Valle, a cura e con postfazione di Francesca R. Recchia Luciani), raccoglie tre saggi riconducibili al tema così nitidamente espresso dal titolo. Sulla scia di un interesse filosofico in larga parte francese per questo argomento (si pensi anche alla perseveranza di una linea che da Sade arriva a Bataille, tralasciando il più scontato Foucault), anche Nancy arriva a occuparsi, per ora in forma estemporanea e puntiforme, di un tema che nei nostri discorsi di tutti i giorni è chiamato in causa sovente, talora perché "poco dibattuto e quindi sottovalutato" talora perché "sopravvalutato". Ho come l'impressione che entrambe le posizioni, estreme e per questo significative, coincidano con altrettante pose intellettuali o addirittura ideologiche, che non di rado sono riuscito a isolare persino nel mio ristretto giro di amicizie. Ben venga dunque un ritorno abbastanza schietto sul tema, in vista di un lavoro più ampio e organico che il nostro filosofo addottoratosi su Kant con Ricoeur sembra annunciare nella "Avvertenza" iniziale del volume. Proprio in questo suo breve scritto accompagnatorio, Nancy utilmente ricorda che il sesso designa
una linea di forza o di fuga che attraversa tutta l'esistenza, attraversando tutti i sessi, al plurale, e le sessualità. Quella linea che permette, come diceva Merleau-Ponty, che "la storia sessuale di un uomo fornisca la chiave della sua vita" - anche se questa chiave apre ad abissi o a spazi intersiderali.
Il primo scritto intitolato "Sexistence" contiene un passaggio chiave: se è vero che la potenza trasformativa del sesso è straordinaria e la sessualità è ambito rivoluzionario par excellence, possiamo far reagire questa considerazione col pensiero che fare l'amore "vuol dire disfare il mio essere, il mio possesso, la mia opera, è fare una non-opera assoluta". La nota finale di Francesca R. Recchia Luciani ricorda il succitato Kant in questo passaggio:
Nella «metafisica dell’amore sessuale» (intesa non come trascendimento ma come intensificazione della fisica da cui proviene) che Nancy presenta in questa trilogia di testi non c’è traccia dello stigma schopenhaueriano che condanna l’eros all’eterna dannazione della monotona riproducibilità seriale di esemplari della specie umana, perché non il fatto biologico della generazione col suo côté produttivistico-poietico («Fare l’amore fa altro rispetto al fare un figlio, anche quando lo fa») è qui l’interrogante quanto piuttosto la constatazione che «il sesso è un abisso e una violenza: tramite la seconda, che subiamo, cadiamo nel primo, dove non capiamo nulla». Semmai qui riecheggia l’esclamazione stupita e dischiudente di Kant che, scorgendo quell’«abisso» e quella «violenza», si ritrae dinanzi alle spiegazioni possibili ma tutte ugualmente inadeguate, alle quali Nancy contrappone la necessità, né esplicativa né analitica, ma coerentemente filosofica di «pensare il sesso con il valore di un esistenziale – di una disposizione inerente all’esercizio stesso dell’esistere». Se, come Nancy scrive in Corpus «l’amore è il tocco dell’aperto», fare l’amore è un posizionarsi inconsapevole, un collocarsi instabilmente «sul bordo di un ‘fare’ che fondamentalmente non fa che toccare il duplice al di là dell’animale e del divino, due nomi che non dicono altro se non che l’esistenza è la sua stessa deiscenza, una sexistence».
Il secondo contributo intitolato "C'è rapporto sessuale - e poi" è da leggersi in continuità con l'assioma lacaniano "non c'è rapporto sessuale", emerso quando Lacan leggeva la parola "rapporto" in modo duplice (in inglese relation e report). Il breve intervento, già uscito in "Littérature" 2006/2, si pone il problema di indagare cosa c'è dopo il rapporto sessuale e cosa rimane, anche oltre la tristezza, l'abbattimento e la sazietà della fine del rapporto. Rimane appunto il rapporto, che non è "né essere né divenire", ma qualcosa che indica ciò "che va da "uno-niente" a, oppure verso, un altro "uno-niente"". In un passaggio Nancy ricorda che il rapporto sessuale "indica che noi siamo senza origine e che non siamo in alcun modo origine di noi stessi. Il rapporto travolge arci-originariamente ogni autocostituzione, ogni autogenerazione." Il contributo si conclude con un'appendice intitolata "Esclamazioni", sul significato e uso pornografico della parola nei rapporti sessuali.

In "Corpo nudo", che chiude il trittico, Nancy si concentra più sulla intimità e quindi sulla nudità, la quale non è mai definitiva ed è descritta come "espressione dell'eterogeneo". Necessario è afferrare cosa intenda Nancy per "eterogeneo", perché ci torneremo anche in chiusura, tra pochissimo:

Quest'ultimo non indica un altro ordine o un elemento parallelo all'omogeneo. Di fatto, rappresenta la differenza interna all'omogeneo e con la quale l'omogeneo - in quanto spazio di trasmissione, della comunicazione, dello scambio e della condivisione - può dar luogo a dei veri fenomeni di "trasmissione" o di "condivisione", a dei veri rapporti. È necessaria l'eterogeneità dei soggetti, cioè dei desideri: desiderio d'essere o di "perseverare nell'essere" per dirla con Spinoza, o anche desiderio dell'altro, dell'altro essere o dell'altro dall'essere.
Ricordando l'interior intimo meo di Agostino, Nancy rammenta che "l'intimità del corpo nudo è più intima dell'intimo" e affonda il suo discorso sulla nudità e intimità, che fu pronunciato al festival di Modena nel 2011, in una direzione che s'allontana dalla considerazione del corpo nudo come "ultimo grado" di un processo di spoliazione, e lo inquadra invece come "esposizione di ciò che non si lascia cogliere né identificare come verità, o almeno non come una verità di adeguazione o di significazione". Quando due persone si spogliano, ricorda Nancy, si mettono nella condizione di non comunicare più, si spogliano dei segni e i loro corpi non sono più né segni né portatori di segni. Tra gli esseri si verifica "una sospensione dello scambio, una sincope del simbolico e l'effrazione dell'eterogeneo all'interno dell'omogeneo", la quale si manifesta quando il corpo nudo, a causa della sua nudità, diviene un corpo visto.

lunedì 28 marzo 2016

"No memory, desire, understanding"? Per una riabilitazione dell'oblio

Nella copertina blu, in corpo aumentato, campeggia la parola-titolo da sola: oblio. Qualcuno direbbe una parola "poetica". Altri una parola "poco usata". Abbiamo tutti una vaga idea di che cosa sia, di cosa fosse il Lete: si beveva e si dimenticava (per Dante questo fiume si trovava in Paradiso). Se n'è occupato bene e trasversalmente il filologo romanzo tedesco Harald Weinrich in quel libro edito da Il Mulino intitolato Lete. Arte e critica dell'oblio, dove tra le altre cose si puntava il dito su un fatto semplice, paradossale, cortocircuitante: ci siamo dimenticati dell'oblio o magari questa dimenticanza è diventata altro. Del resto, di fronte a certi orrori del Ventesimo secolo si è voluto innestare una sospensione dell'oblio e se ne capiscono chiaramente le ragioni. Ma ancora, andando a ruota libera: "Passa la mia nave colma d'oblio" recita il verso celebre di Petrarca. Oppure Funes el memorioso era invece quell'uomo che ricordava tutto nel racconto di Borges (e che strazio essere "memorioso", forse). Ma esiste davvero l'oblio al di fuori di situazioni cliniche e medicalizzate, come ad esempio l'Alzheimer? In che rapporti stanno oblio e rimozione? Si tratta del contrario e della negazione della memoria e del ricordo? Sappiamo del potere creativo dell'oblio, dell'utilità dell'attività onirica in tal senso. Iniziamo anche a sentir parlare di "diritto all'oblio", al di fuori della normale valenza giuridica di questa dicitura e alla faccia del voler esser ricordati (e la rete gioca la sua parte in questo nuovo dibattito, viste le molte tracce che lascia, sicuramente evanescenti ma pur sempre tracce). Sappiamo insomma che se parliamo di oblio stiamo parlando di qualcosa che, se non ne è l'esatto contrario, va quantomeno nella direzione opposta al tema insistente e da decenni portante della "memoria". La parola "oblio" non è quindi di facile e univoca definizione. Il suo etimo sembrerebbe semplificare drasticamente la questione, riportandoci all'oblivium dei latini, eppure stavolta l'etimologia non ci soccorre del tutto, tanto meno per introdurre al libro-quaderno di oggi. Oblio non è dimenticanza, non è soltanto quella almeno e non perché "dimenticanza" ha assunto le disidratate valenze di una "svista". Sta in questo nucleo di pensieri, volutamente semplificati, un trampolino per tuffarsi nel tentativo di riabilitazione completa dell'oblio contenuto in questo volume della serie "quaderni dell'espressione" pubblicato da Cronopio (pp. 176, euro 15), il quale ci devia verso una forte componente di trascolorazione, di calma e di serenità insite nella possibilità di obliare. Evidenti per il lettore saranno i rimandi alla psicanalisi (dai più normali Freud e Lacan, ai meno scontati Wilfred Ruprecht Bion, Ignacio Matte Blanco e Armando Ferrari).

Scrive nell'introduzione Walter Procaccio, curatore dell'opera, che il quaderno è un'antologia di capitoli in sé chiusi che tentano l'operazione ardua e coraggiosa della riabilitazione dell'oblio. Prosegue scrivendo che "una sterminata letteratura conferisce alla memoria, all'archiviazione diligente, alla testimonianza il rango di dovere etico e all'oblio quello di perdita tragica e colpevole di qualcosa che invece dovrebbe permanere". Alla fine di tutto, l'intento di chi contribuisce a questo volume è mostrare come l'oblio possa considerarsi "risorsa prosperosa". Insomma, come riporta Paolo Carignani nel suo scritto, l'antitesi che mette di fronte memoria e oblio è ingiustificata in quanto questi sono due atti un unico processo. Per Maurice Blanchot chi vuole ricordare deve affidarsi all'oblio, "a quel rischio che è l'oblio assoluto e a quel caso fortunato che allora diventa il ricordo". Le continue cicatrici con cui si graffia il corpo e l'intelletto, le relative tracce mnestiche e tutto un filone di studi sul trauma possono avere molto più a che fare con l'oblio che con il ricordo. E per molti versi, l'atto di ricordare non ha nulla a che vedere col passato. Di qui, e anche dalla profonda inalienabile necessità dell'uomo di calmarsi, passa questo interessante tentativo di riabilitazione dell'oblio, espresso in questo fascicolo a più voci color carta da zucchero.

L'operazione editoriale di questo quaderno è evidentemente in contrappunto con le tante pubblicazioni che ingolfano il versante apparentemente opposto e contrario della "memoria", soprattutto nei primi mesi di ogni nuovo anno (e questo quaderno è uscito nei primi mesi dell'anno 2016, quando è la calendarizzazione della memoria a tenere banco). La composizione del "quaderno" è volutamente eterogenea e rimanda a spunti di origine filosofica, letteraria e psicanalitica. Gli autori sono, in ordine di apparizione, Felice Cimatti, Silvia Vizzardelli, Walter Procaccio, Paolo Carignani, Alessandra Ginzburg, Daniela Angelucci e Antonio Ciocca. Il tema intreccia i tanti assi dell'espressione filosofica e letteraria. Ad esempio il rapporto tra scrittura e oblio andrebbe indagato tanto quanto quello tra scrittura e memoria/testimonianza. Ma ci si sposta continuamente nei terreni dell'analisi, del desiderio, del giudizio, dell'osservazione e non si tralasciano infine le "scorribande" mistiche della riflessione sull'oblio, particolarmente evidenti nel caso di Wilfred Ruprecht Bion, lo psicanalista anglo-indiano da cui è tratto quella sorta di slogan del titolo ("No memory, deside, understanding"). Proprio nel contributo più incentrato sull'opera di Bion e sulla sua ricezione, Antonio Ciocca conclude scrivendo che "l'oblio, la pratica assidua e rigorosa dell'oblio, è il fiume Lete dove lavar via il noto, il saputo per rischiare di incontrare un'idea, un pensiero nuovo che fluttua ma che nessuno reclama." O come oblio.

mercoledì 12 agosto 2015

da "Emblemi" di Mario Pomilio

Una poesia da #51

Il libro Emblemi di Mario Pomilio (pp. 80, euro 7,75, a cura di Tommaso Pomilio e con una Postfazione di Tommaso Ottonieri) fu pubblicato dall'editore Cronopio nell'anno 2000. Contiene le poesie scritte dall'autore de Il quinto evangelio tra gli anni 1949 e 1953 ed è costituito da due sezioni, "Emblemi" che data 1953 e "Improvvisi" del 1949. Oltre alla ricca postfazione di Ottonieri, ogni testo è corredato di un'accurata ricostruzione della comparsa e delle differenti edizioni della manciata di testi che compongono il volume. Accanto alla riproposta dell'autore di romanzi - ricordo che Il quinto evangelio da poco è uscito per la collana "Fuoriformato. Nuova serie" de L'Orma a cura di Wanda Santini - credo possa trovar posto anche quella del poeta. Il testo che molti mesi fa scelsi per questa rubrica appartiene alla sezione "Emblemi" e apparve la prima il 21 ottobre 1956 ne "Il giornale d'Italia della domenica". 



La baia


Più tardi sarà ancora questo scialbo
odore di risacca
della curva ove spicca
di sbieco la voluta
rocciosa della baia; sarà ancora
quest'adusto ronzio d'insetti e crolli
di ghiaia e lente frante
di sangue che s'impiglia
di vena in vena e putrido
sciabordio di rottami
ritravolti dall'acqua.
E ogni insetto che scava
la vita tra i sassi,
ogni striscia di sole che disgrega
la terra tra le pietre,
o la morte che piega
gli steli tra le crepe, tutto crolla
in quest'attesa che risucchia
il letto bianco del torrente
e la vita del monte
verso l'ansa scoscesa della baia,
verso il lido di ghiaia,
verso l'onda che scava il suo smeriglio,
verso il letto di pomice ove rotola
da secoli il detritico 
silenzio di quest'ora.
Ma il cuore non s'affranca
dall'angustia sottile che ribalta
di minuto in minuto
il sentito in pensato,
il futuro in passato,
la schiuma che s'impenna nello scroscio
della risacca
in eco risospinta
di vena in vena
fino al cieco rottame che s'impiglia
ancora all'onda, al sangue, all'arso
fiottare che scompiglia
nel suo sordo risucchio
inconscio e conoscenza.