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lunedì 18 aprile 2016

da "Poesie" di Goffredo Parise: tempestività e inevitabilità totali

Una poesia da #59


Poco si ricorda del Parise poeta. In effetti la sua eredità in tal senso non è voluminosa, è piuttosto luminosa. Si può auspicare che un anniversario, come il trentennale della morte che cade quest'anno, riporti l'attenzione anche su quest'aspetto tardo e non meno interessante della scrittura parisiana, possibilmente in un percorso di analisi non improvvisato e avulso come questo. Si trattò comunque di dettatura, più che di scrittura: le trenta poesie pubblicate da Rizzoli nel 1998 in un'edizione di pregio con l'introduzione di Silvio Perrella (ora fuori commercio, ma sicuramente disponibile in molte biblioteche) sono il frutto di due mesi di dettatura a Giosetta Fioroni e all'amica Omaira Rorato, tra il marzo e il maggio 1986 (Parise morirà di lì a tre mesi, a fine agosto). Lo scrittore, ormai molto malato, fu infatti preso da una strana e cieca (anche fuor di metafora) foga dettatoria che diede vita a versi insoliti per il panorama poetico novecentesco italiano. Mi è capitato di rileggerli poco fa, diciotto anni dopo la prima spaesata lettura. Tra coloro che seppero intravedere in questi "tempestività e inevitabilità totali" vi fu Andrea Zanzotto, che mai si stancava di ricordare questo nucleo di poesie con le quali lo scrittore salutò la vita, invitando a leggerle e studiarle fuori dai tanti solchi in cui Parise fu fatto scorrere (il vitalismo ereditato da Comisso, il poeta-non-poeta dei Sillabari, il darwinismo acuto dell'ultima fase). E allora non andrebbe nemmeno dimenticata, nella direzione opposta, la felice intuizione parisiana sull'inversione della sonda/trivella zanzottiana a un dato punto del suo lungo percorso poetico, poiché son proprio sonde e trivelle che più ci interessa individuare nelle opere e anche nei percorsi della critica.

Fu "stile tardo" quello di questi versi, per usare la formula di Edward Said? Non lo sappiamo e non è questo il posto per provare a confermare o confutare un'idea del genere. Certo che Perrella ha ragione a scrivere di "parola estrapolata dal tambureggiamento primordiale" e tutto ciò è ravvisabile nelle scelte lessicali e persino nei neologismi arditi che costellano la trama di questi testi terminali (si legga anche nel testo riportato in fondo). Poiché è stato citato, ricordo che del curatore Silvio Perrella è da poco stato riproposto Fino a Salgareda - stavolta per Neri Pozza, editore che nel 1951 pubblicò il romanzo d'esordio di Parise, Il ragazzo morto e le comete - un interessante saggio uscito originariamente per Rizzoli che a suo tempo fu capace di offrire una sonda interpretativa nuova della scrittura "nomade" di Jaufré.

In un'intervista di pochi anni precedente la morte (leggibile per intero qui), parlando proprio del morire, Parise aveva detto:
"Ho una paura tremenda, e basta. Paura del niente, del fatto che non mi sveglierò più al mattino a guardare il cielo. Questa consapevolezza mi dà un dolore immenso. Mi piace enormemente vedere il sole, le persone, la vita. Molto." 
Dicendo vita avrà avuto in mente anche il cane Petote, "tra coloro che non fanno banda" e questa è la poesia-ritratto che gli dedicò.


PETOTE


Come me anche tu
cerchi compagnia
ma non tra i canini

Diffidi dei proverbi
e a Darwin credi
quanto basta per esistere

Ma sai che l'onore
ha regole senza specie
il pedigree obbedisce
a chi gli è simile

Magra è l'onda
della bestia di stile
e tu sei bestia di stile
sei tra coloro
che non fanno banda

Pensiero di setola
ma olore di lord
ti degnò la magra
la sprecona lady
dell'universo.



23.4.86


giovedì 21 gennaio 2016

I cento anni del Sudtirolo in Italia: "Il confine" di Sebastiano Vassalli

Passo di Valparola, qualche anno fa: ricordo una gita dolomitica con annessa visita al museo della Prima guerra mondiale ospitato all'interno del Forte Tre Sassi. Vi trovai una guida di quelle in "costume tipico". Ho presunto fosse della provincia di Bolzano da alcune parti del discorso e dal costume (ma di costumi non mi intendo tanto e quindi non ci metterei la firma). Aveva radunato un gruppo di turisti veneti raccontando con perizia le nefandezze compiute dal Fascismo in Sudtirolo durante il processo di italianizzazione forzata. Si soffermò a lungo sul Momumento alla Vittoria eretto a Bolzano dall'amministrazione fascista per celebrare il successo nella guerra del 15-18, simbolo dei "relitti" fascisti della città. Non era difficile ravvisare fastidio, astio e persino odio nelle parole scelte e nel tono di voce di quella guida. Il gruppo di turisti annuiva, un po' intimorito da un incalzare tutto sommato aggressivo, tradito dalla tensione del collo e del volto. Ecco: l'odio. Inteso in senso bidirezionale e carsico, questo sentimento è uno dei protagonisti del libro (l'ultimo edito in vita, se non erro) che Sebastiano Vassalli ha dedicato alla questione sudtirolese. Il Confine. I cento anni del Sudtirolo in Italia (Rizzoli, pp. 148, euro 16,50) prende forma da lontano, ovvero da un'inchiesta che Vassalli portò a termine nel 1983 per il settimanale "Panorama" di cui era inviato in quelle valli. Questo libro inoltre si collega a un altro titolo di Vassalli più o meno coevo di quell'inchiesta, Sangue e suolo. Viaggio fra gli italiani trasparenti del 1985 (lo pubblicò Einaudi ed è fuori catalogo). Come ricorda l'autore in queste pagine, fu quello un testo che non mancò di far discutere aspramente e accendere certi animi.

Appena trascorso il centenario della Prima guerra mondiale, nel 2019 ricorreranno anche i cent'anni del trattato di St. Germain con il quale veniva ripartito il puzzle del fu Impero austro-ungarico. Uno dei punti del trattato prevedeva il ritorno del territorio a sud del Tirolo al Regno d'Italia e ristabiliva il valico del Brennero quale confine fra Italia e Austria. Si tratterà di un ritorno stabile, fatta eccezione per un lustro poco più, dal 1939 al 1945, in cui i cittadini di quelle terre riconfluirono nel Reich assetato di uomini da mandare al fronte, nella cornice degli accordi presi da duce e führer (le "opzioni"). Per gli oltre novant'anni rimanenti si tratta di una storia italiana, nel senso di storia compresa dentro i confini dello stato italiano. La vicenda del Sudtirolo degli ultimi cent'anni annovera le questioni di minoranze linguistiche e culturali, la fascistizzazione e italianizzazione a suon delle fandonie dell'ingegneria storica di Ettore Tolomei, la Guerra fredda (alla fine della Seconda guerra mondiale non era scontato che le cose andassero come sono andate dal punto di vista dei confini del Sudtirolo e Vassalli spiega bene come c'entra l'assetto della Guerra fredda in quel che accade al confine dopo il 1945), le cosiddette gabbie etniche, attentati terroristici prima solo infrastrutturali poi sempre più sanguinosi, De Gasperi e Andreotti, le rivalità tra Trento e Bolzano, la trasversalità di un partito come Südtiroler Volkspartei, e le prominenti personalità politiche (le figure e le lunghe carriere dei presidenti Silvius Magnago, Luis Durnwalder fino ad arrivare al recente Arno Kompatscher sono tutte prese in considerazione dall'autore de La Chimera).

Vassalli afferma dal principio di non essere storico, ma sostiene anche che questa del confine estremo settentrionale dell'Italia, nel suo complicato sviluppo dopo la Grande Guerra, sia una storia che va conosciuta. Volendo allargare per un attimo la visuale, il tema del confine insiste anche nell'Europa di oggi, com'è evidente, al di là delle ripetute sospensioni di Schengen, fra l'altro previste dal trattato per un dato periodo di tempo (ma spesso manipolate dai giornali a scopo sensazionalistico). Per secoli in Europa i confini, compreso quello del Sudtirolo/Alto Adige, hanno danzato (in questo caso c'è pure il tiro alla fune linguistico della denominazione "Sudtirolo vs. Alto Adige"). Ora che con un prolungato periodo di Pax Europaea determinati confini si sono installati in un dato paesaggio, la parte peggiore della retorica europeista li ha un po' espunti dal dibattito, senza pensare che il problema del confine era solo rinviato oltre, appena un po' più in là. Il carotaggio compiuto da Vassalli in un secolo di storia del Sudtirolo è sicuramente efficace nel restituire tutto quello che la gestione politica del confine è costata in termini di incomprensioni, sangue, lotte e, come detto, odio (tutto passa, le amicizie e gli amori, e solo l'odio ha il carattere di sentimento duraturo in grado di eternarsi). Probabilmente però, come ipotizza lo stesso Vassalli, la questione di quel confine è destinata a perdere rilevanza nello scenario attuale; staremo a vedere, consapevoli di quello che è successo negli ultimi cent'anni. Penso però che un suggerimento, ancora una volta, potrebbe venire dal paesaggio. Non tanto da una pedissequa sovrapposizione di ostacoli naturali e confini, bensì dalla comprensione di questo paesaggio, nella sua variazione, fisica e fisica in senso storico: un confine è qualcosa di irreale o quantomeno convenzionale, è una linea, un paesaggio no, è un piano a diverse profondità e altezze. Lo stesso paesaggio è chiamato più volte in causa da Vassalli (ad esempio la notoria, anche se non esclusiva aggiungerei, bellezza delle montagne e di quelle valli ecc). Eppure bisognerebbe oggi passare oltre, ficcarci bene in testa che non ci sono montagne tanto più belle di altre e che le valli tirate a giardino tanto acclamate da chi passa di là come turista non sono necessariamente "garanzia di paesaggio", e tantomento di naturalità o naturalezza (quello è soltanto marketing turistico/territoriale per la family mountain che il più delle volte non tutela affatto l'ambiente, anzi, e ha rinverdito il marketing opposto, quello che fa leva sul mito della wild mountain). Allora, pur nelle differenze, nelle incomprensioni radicate e alimentate da privilegi ora dall'una ora dall'altra parte, le due anime del nostro confine si sono fatte forse più simili, un altro secolo è passato, e un paesaggio con degli uomini rimane sia di qua che di là della nostra linea, con buona pace delle "gabbie etniche", aberranti sin dal nome. Ci guardiamo attorno e troviamo dappertutto un paesaggio di passaggio, oggi, di camion e colture intensive, di sfruttamento millimetrico delle risorse, di un'inedita "industrializzazione della natura": una situazione che insomma accomuna ormai quasi ogni angolo del globo ma che lì espone dei tratti interessanti e forse inediti da studiare, di rara intensità

Ci assomigliamo più di quanto siamo disposti a credere e purtroppo facciamo sì che i nostri paesaggi si assomiglino. In questo continente sempre più simile e perciò pullulante di irrinunciabili ipocrisie nazionali, con una moltitudine umana che si accalca e spinge ai nuovi confini, dove sta realmente il problema del confine? Una risposta sta nel "personaggio" principale di questo libro e in quello che sa generare: mi riferisco naturalmente a quel sentimento proteiforme ed eterno che è l'odio, da cui ero partito.

sabato 11 aprile 2015

"Il dio del mare" di Pierluigi Cappello

Quote #7

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.

Quote, il titoletto stavolta ci sta per un poeta che sognava di fare il pilota e che ha scritto un libro intitolato Assetto di volo. Da pochissimo è uscito nella collana BUR Contemporanea il libro di Pierluigi Cappello di cui a lato vedete ritratta la copertina, già pubblicato con lo stesso titolo nel 2008 dall'editore biellese Lineadaria. Il dio del mare. Prose e interventi (1998-2006) (pp. 108, euro 9, con una prefazione di Antonio Prete) raccoglie scritture di diversa natura e misura, tutte incentrate sulla poesia e su come questa possa entrare nelle nostre vite (e in particolar modo apprendiamo di come è entrata nella vita di questo grande poeta italiano, sin dai banchi di scuola). Preponderante è la ricostruzione dell'urto con l'epica classica e il rilievo topografico attento del suo lavorio nell'immaginario dell'autore stesso. Alcuni cunei di questi ragionamenti sporgono ad esempio anche in questo video relativo al conferimento della laurea honoris causa da parte dell'Università di Udine. "Il dio del mare" del titolo viene da una famosa fotografia di José Enrique Azevedo che ritrae una violenta tempesta alle Azzorre e un fumo d'acqua che s'innalza altissimo e sembra dipingere il profilo di Nettuno (lo scatto è ripreso in calce). Riporto di seguito un passo che è, nella sua interezza, il primo brevissimo intervento del volume.



Neptuno na Horta, José Enrique Azevedo

giovedì 15 maggio 2014

"Il cimitero cinese" di Mario Pomilio

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #20

Mario Pomilio, 1921 - 1990
Volevo tornare a leggere qualcosa di Mario Pomilio e sono rimasto incuriosito dal titolo di un "libro" assai breve che in realtà l'autore pubblicò in volume, per Rizzoli, soltanto nel 1969, assieme ai romanzi L'uccello nella cupola, Il testimone e Il nuovo corso (e il titolo scelto per radunare questi quattro libri nel volume raffigurato dalla geometrica copertina qui sotto fu proprio Il cimitero cinese). Il cimitero cinese è avvolto da una vicenda editoriale abbastanza discontinua: uscito in antologia nel 1958 ne La nuova narrativa italiana di Giacinto Spagnoletti, questo racconto vede in realtà una prima stesura molti anni prima. Questa discontinuità caratterizza un po' tutta la vicenda editoriale dell'autore de Il Quinto Evangelio. Il cimitero cinese è riapparso nel 2013 per le Edizioni Studium assieme a Ritorno a Cassino e all'inedito I partigiani in un volume curato da uno dei nostri più bravi critici, Federico Francucci. E ora pare che anche quel volume assai recente sia tornato nel limbo dell'irreperibilità. Peccato. Mi pare un racconto lungo bellissimo. Fino a quando il lettore non si sarà spinto alle ultime pagine de Il cimitero cinese il mistero di questo titolo non potrà essere svelato. Questa è la storia di due studenti, lui italiano e lei, Inge, tedesca. Si conoscono a Bruxelles, all'università. Prendono un'auto e dopo un imbarazzato passaggio alla dogana viaggiano verso i grandi cimiteri della Seconda guerra mondiale della Francia settentrionale. Si fermano, si baciano, si interrompono, si fraintendono e ripartono in una corsa breve che arriva presto a fare i conti con tutta la distruzione e la morte che è stata.

Questo racconto lungo ricade forse in pieno in quel gran fiume di opere del dopoguerra del quale Italo Calvino parlò in termini quasi fisiologici. Eppure c'è qualcosa che salva questo testo dall'essere un solo viaggio, una sola avventura, un'avventura d'amore, una fuga, un solo riconoscimento del disastro materiale e morale della guerra, un tentativo davvero precoce di andare oltre i confini nazionali che stanno tornando così in auge oggi (i due protagonisti rappresentano i paesi dell'Asse, in sostanza, per il sentire del dopoguerra, le "canaglie" che causarono il conflitto). C'è qualcosa che fa sì che i baci che i due protagonisti si scambiano accadano sempre in momenti isolati e avvolti di mistero, quasi di vitale incomprensione. E c'è qualcosa che dice anche degli effetti della guerra sulle cose forse più normali che ci accadono: incontrarsi, frequentarsi, innamorarsi, provare a capirsi. Questi due studenti ripresi sul finire dei Quaranta a passare un fine settimana a Pas de Calais, Dunkerque, Boulogne, Etaples e Paris-Plage sfilano nel paesaggio della guerra appena finita, dove la logistica militare non certo smantellata si alterna alla diversa "logistica" della sepoltura dei cadaveri di guerra e delle violenze troppo fresche, magari legate a pochi metri quadri ancora riconoscibili e proprio il paesaggio entra in modo netto, irreversibile, in questo racconto che potremmo forse considerare anche un esempio di "romanzo automobilistico" ante-litteram (se pensiamo che la prima stesura risale ai primissimi anni Cinquanta ne capiamo forse la precocità!). 

In Pomilio vi sono una capacità e un coraggio quasi senza pari nel guardare dentro l'animo di un uomo e una donna che provano a conoscersi, e che vanno sicuramente al di là del peso e del condizionamento che l'ambientazione storica di questo racconto necessariamente presuppone. Affetto e slanci, idealità e realtà bruta, avvicinamenti e bruschi distacchi, spensieratezza e ritorno in ombra dei pensieri, miti e eradicazioni dei due protagonisti sono trattenuti e rilasciati, quindi liberati in quella sorta di imprevedibile e stralunata agnizione finale che sembra vivere nel personaggio del custode del cimitero cinese, scena sulla quale si chiude (o si tronca elidendosi?) questo straordinario racconto dello scrittore di Orsogna. Ed è qui che Pomilio "salta" all'altra guerra, quella che in fondo s'era conclusa appena trent'anni prima, la Grande Guerra. Il cimitero cinese del titolo altro non è che un cimitero della Prima guerra mondiale dove furono sepolti soldati cinesi assoldati dall'esercito inglese con lo scopo di scavare trincee sul fronte belga, i Coolies imbarcati a Canton e portati in Fiandra e verso Arras. E l'incontro con il custode cinese, da anni lì a prendersi cura di questo fazzoletto di terra, fa piangere Inge, che scioglie improvvisamente un contegno che a tratti poteva sembrare davvero teutonico e porta ad uno di quei baci che Pomilio è così bravo a tratteggiare e isolare dal fluire della narrazione. Il custode cinese, nella sua fissità, sembra radunare in sé quello che i due protagonisti forse cercano più o meno consciamente di scoprire durante il loro fine settimana francese:

Mi fissava, parlando, con una sua impersonale dolcezza, che era come il sigillo d'un'antica dignità e sembrava escludere qualsiasi altro sentimento che non fosse d'umile e inespressa fedeltà a quel semplice cimitero che le sue mani avevano curato e modellato per tanti anni fino a lasciarvi un'impronta di lui, della sua pazienza e perfino, si sarebbe detto, della sua tenerezza. Per cui, quando gli chiesi: «E non vi siete mai mosso di qui? non siete mai stato altrove?», prima che lui mi rispondesse: «Altrove? E perché?» (e lo disse con un tono che poteva significare tanto "E dove altro potrei andare?" quanto "Vi pare possibile che potrei andare altrove?"), io avevo già avvertito quanto fosse insulsa la mia domanda e che cosa invece dovesse significare, per un uomo solo e sradicato, sbattuto a tale distanza dalla sua terra e fors'anche dai ricordi di una giovinezza troppo lontana perché nel suo animo vi restassero vivi gli affetti, quel breve recinto verde incorniciato di fiori, che era bastato da solo a radicarlo a un'altra terra e a fargliela amare; o per lo meno a sostituire ai suoi ricordi e ai suoi affetti, piuttosto che altri affetti, quel senso di devozione fraterna ai simboli della morte, che è antico e irrazionale quanto l'uomo e che tanto ci avvicina, rendendoci così mitemente rassegnati ad amarci l'un l'altro, da qualsiasi parte veniamo o qualsiasi lingua parliamo o qualsiasi cosa abbiano fatto gli altri per dividerci. Questo almeno stavo provando io stesso in quel momento con una forza e un trasporto a me sconosciuti.

Spiace forse dirlo, visto che è stato e vorrebbe continuare ad essere un fiore all'occhiello della nostra storia, e nessuno s'offenda, davvero, ma con questo precoce racconto di Mario Pomilio il tanto rinomato Neorealismo italiano appare già morto e sepolto sul nascere, tanto è superato da una grande prova narrativa che scavalca certe ottuse fissità di quella stagione, in fondo un po' ingenua. Che sia solo un caso allora che un racconto del genere non trovi una sua stabile collocazione in libreria?

giovedì 14 novembre 2013

Pierluigi Cappello: "Azzurro elementare", "Questa libertà" e un numero della rivista "Atelier"

Riviste #2

Avevo detto che ogni tanto, per cambiare passo, avrei parlato di riviste-libri o libri-riviste. Il numero 71 della rivista "Atelier" (caspita, che longevità: anno XVIII, numero 71, fa quasi paura questa durata, non comune tra le riviste letterarie che spesso nascono e muoiono più celermente) è intitolato Il fattore X ed è dedicato per la quasi totalità a Pierluigi Cappello. La rivista già da tempo ha trasformato le uscite in monografie. Questa su Pierluigi Cappello coincide con un momento significativo della vicenda editoriale del poeta friulano, visto che nel mese di settembre Rizzoli ha mandato in libreria simultaneamente due titoli, Azzurro Elementare e Questa libertà. La monografia di "Atelier" diventa allora uno strumento utile per addentrarsi nella bibliografia che sta finalmente crescendo attorno questo autore, il quale sa davvero parlare ai suoi lettori (e con "parlare" intendo quasi un'accezione prossemica, come di un gesto delle mani inglobato nei versi).


Se Azzurro elementare è il libro giusto per raccogliere in un unico luogo i molti libri di poesia del poeta di Chiusaforte, alcuni dei quali diventavano ormai difficilmente reperibili, pur nel buon momento scandito anche da recenti premi importanti, Questa libertà (Rizzoli, pp. 182, euro 16) si presenta invece come la prima prova di narrativa, una vite che si imbullona saldamente in una manciata di racconti importanti, che non mancheranno di toccare in tanti nervi i lettori e dove seguiamo l'autore dall'infanzia alla scuola, dalla famiglia alla vita da solo, nelle varie fratture-traumi dell'arrivo del consumismo, del terremoto e nell'infortunio seguito all'incidente in motocicletta. Dicevo anche di "consumismo", ma Pasolini non c'entra stavolta o c'entra fin là. Potrete scoprirlo. Questa libertà resta, a ben vedere, la vera novità di questa stagione di libri. "In questo libro è raccontata la storia di come una libertà, la mia, sia germinata dai luoghi vissuti da bambino e poi abbia preso il volo dal mio incontro con la lettura. Così queste pagine, nei mesi, sono diventate un’ossessione, la scrittura mi ha torto il collo e ha costretto il mio sguardo nei luoghi felici dell’infanzia o a muovere i miei passi dentro dolori intensi che pensavo di avere rimosso." In effetti si torna molto spesso all'atto della lettura in questo libro. Non è scontato. Anche l'immagine di copertina cerca di introdurci a questa antica pratica, oggi in rapida e accelerata mutazione.


Azzurro Elementare. Poesie 1992-2010 (sempre Rizzoli ma all'interno della BUR, pp. 256, all'invitante prezzo di euro 10) spunta come una pietra miliare dall'erba di un ciglio, nella vicenda editoriale del poeta friulano. Non che mancassero editori di peso: Assetto di volo e Mandate a dire all'imperatore sono in catalogo Crocetti, editore che tra l'altro ha da poco fatto uscire un'altra grande voce friulana, introdotta da Cappello stesso: Ida Vallerugo e il suo Stanza di confine. Tuttavia conosciamo tutti cosa può significare un libro come questo inserito all'interno della rinnovata BUR (non piacevolissima, almeno per me, la sensazione tattile del nuovo cartoncino scelto per le copertine della collana). Sulla poesia di Cappello si è iniziato a scrivere, anche se non in modo sistematico come con altri poeti della sua generazione, mi pare. Sicuramente è una poesia che, come detto, è riuscita a farsi leggere molto più di altre. Se quest'impressione di una contenuta attenzione critica è vera, la ragione va forse scovata nella sensazione di "facilità" del poter dire della sua poesia. Tanto facile che pochi si cimentano seriamente. Si tratta di un autoinganno (e solo partire da un'analisi combinata dell'impiego di dialetto e italiano in Cappello metterebbe in crisi molti). L'asticella del salto in alto non sta tra il facile e il difficile. L'atto di tenere in mano la penna, la matita, per questo poeta che spesso ci incanta con le sue vocali, il suo vero "assetto di volo" (antico sogno di Cappello quello di entrare in aeronautica) hanno in effetti caratteri felicemente evasivi. Si fa leggere Pierluigi Cappello, e anche questo non è scontato. Ma sa anche trovare una nuova forma alla segatura surrealista, la plasma con la lezione manuale e artigianale di taluni grandi del Novecento (Caproni in testa) e la fa vivere nei colori delle sue parole, negli "azzurri, sottilissimi", come quelli che si percepiscono dopo che è nevicato. Lascio spazio ad una sua poesia, dove trovo un po' racchiuse tutte queste mie bofonchiate teorie e visioni del suo scrivere. E se volete saltare la lettura a video, andata al video linkato sotto il testo della poesia: troverete la poesia letta da Cappello stesso.


Parole povere

Uno, in piedi, conta gli spiccioli sul palmo
l’altro mette il portafoglio nero
nella tasca di dietro dei pantaloni da lavoro.

Una sarchia la terra magra di un orto in salita
la vestaglia a fiori tenui
la sottoveste che si vede quando si piega.

Uno impugna la motosega
e sa di segatura e stelle.

Uno rompe l’aria con il suo grido
perché un tronco gli ha schiacciato il braccio
ha fatto crack come un grosso ramo quando si è spezzato
e io c’ero, ero piccolino.

Uno cade dalla bicicletta legata
e quando si alza ha la manica della giacca strappata
e prova a rincorrerci.

Uno manda via i bambini e le cornacchie
con un fucile caricato a sale.

Uno pieno di muscoli e macchie sulla canottiera
Isolina portami un caffé, dice.

Uno bussa la mattina di Natale
con una scatola di scarpe sottobraccio
aprite, aprite. È arrivato lo zio, è arrivato
zitto zitto dalla Francia, dice, schiamazzando.

Una esce di casa coprendosi un occhio con il palmo
mentre con l’occhio scoperto piange.

Una ride e ha una grande finestra sui denti davanti
anche l’altra ride, ma non ha né finestre né denti davanti.

Una scrive su un involto da salumiere
sono stufa di stare nel mondo di qua, vado in quello di là.

Uno prepara un cartello
da mettere sulla sua catasta nel bosco
non toccarli fatica a farli, c’è scritto in vernice rossa.

Uno prepara una saponetta al tritolo
da mettere sotto la catasta e il cartello di prima
ma io non l’ho visto.

Una dà un calcio a un gatto
e perde la pantofola nel farlo.

Una perde la testa quando viene la sera
dopo una bottiglia di Vov.

Una ha la gobba grande
e trova sempre le monete per strada.

Uno è stato trovato
una notte freddissima d’inverno
le scarpe nella neve
i disegni della neve sul suo petto.

Uno dice qui la notte viene con le montagne all’improvviso
ma d’inverno è bello quando si confondono
l’alto con il basso, il bianco con il blu.

Uno con parole proprie
mette su lì per lì uno sciopero destinato alla disfatta
voi dicete sempre di livorare
ma non dicete mai di venir a tirar paga
ingegnere, ha detto. Ed è già
il ricordo di un ricordare.

Uno legge Topolino
gli piacciono i film di Tarzan e Stanlio e Ollio
e si è fatto in casa una canoa troppo grande
che non passa per la porta.

Uno l’ho ricordato adesso adesso
in questo fioco di luce premuta dal buio
ma non ricordo che faccia abbia.

Uno mi dice a questo punto bisogna mettere
la parola amen
perché questa sarebbe una preghiera, come l’hai fatta tu.

E io dico che mi piace la parola amen
perché sa di preghiera e di pioggia dentro la terra
e di pietà dentro il silenzio
ma io non la metterei la parola amen
perché non ho nessuna pietà di voi
perché ho soltanto i miei occhi nei vostri
e l’allegria dei vinti e una tristezza grande.



(A questo link potete ascoltare la poesia sopra trascritta direttamente dalla voce del poeta).