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lunedì 9 giugno 2014

Le cartine delle metropolitane del mondo (con un ricordo per Massimo Vignelli e uno di Pound)

Desiderata #3


Ritorno a scrivere di libri che mi piacerebbe vedere proposti anche in italiano, qui all'interno di "Desiderata". La spinta è forse la morte di Massimo Vignelli, avvenuta lo scorso 27 maggio. Il designer e "architetto dell'informazione" italiano, da decenni attivo a New York, aveva progettato per quella città, nel 1972, il flusso di spaghetti della metropolitana creando manipoli di fan (ora la sua mappa è oggetto di culto nella sezione design del MOMA) ma anche schiere di insoddisfatti, increduli nel trovare l'area di Central Park colorata di grigio e non di verde e le vie fluviali in beige e non in azzurro, spaesati poi dalla scarsa corrispondenza topografica tra città emersa e città sotterranea. A questi Vignelli diede sempre una risposta ferma, e cioè che se sei sotto terra soltanto agli spaghetti ti devi interessare, per andare da A e B. Stop. Oggi sappiamo che le mappe delle metropolitane sono marchi, texture, loghi da dare in licenza ai produttori di borse, cover di cellulari, foulard, tazze vendute come souvenir: un facile modo di portare in giro una finta attitudine di globle-trotter.

L'Italia, che forse non brilla per una concezione organica dei sistemi di trasporto (anche se avremmo potuto imparare qualcosa in più dagli antichi romani che avevamo in casa e così vicini), ha prestato i propri designer e architetti dell'informazione per rendere la chiarezza delle mappe delle metropolitane. Un altro grande come Bob Noorda, olandese ma sostanzialmente trapiantato in Italia e naturalizzato italiano (il logo Coop, la F inclinata di 45° di Feltrinelli, la stilizzazione della rosa camuna per la regione Lombardia sono alcune delle sue più note creazioni) prestò la sua opera per un'altra grande opera di architettura dell'informazione, come la metro di San Paolo del Brasile, dopo che il mondo intero aveva apprezzato la chiarezza e la leggibilità del lavoro fatto per quella milanese.

Mi sono sempre piaciuti gli spaghetti veri, ma anche mangiare con gli occhi gli spaghetti delle metropolitane dove sono stato. E non mi dispiace osservare gli spaghetti delle metropolitane dove non sono stato, anche quelle di città più piccole. Per questo, qualche tempo fa, comprai questo libro di Mark Ovenden intitolato Transit Maps of the World (tuttora nel catalogo Penguin), un volume che affronta storicamente il manifestarsi del problema comunicativo della mappa. Mi piacciono in genere le mappe, anche se credo che vivere sia un difficile lavoro di distanziamento dalla centralità che le mappe provano ad occupare. L'autore di questo bel libro, che non credo starebbe male in una versione italiana, si è occupato anche di mappe di ferrovie e dello sviluppo della metro parigina. Sfogliandolo ho pensato che esista un percorso, già battuto (penso anche ai lavori di Remo Ceserani) e tuttavia sempre nuovo e da compiere sulla letteratura, il viaggio e il trasporto, fisico e emotivo. Gli esempi potrebbero essere numerosi. Ma pensate soltanto a quando, nel 1912, Ezra Pound scrisse quella poesia di quattordici parole intitolata In a Station of the Metro

The apparition of these faces in the crowd; 
Petals on a wet, black bough.

[L'apparizione di queste facce nella folla; / petali su un grosso ramo bagnato, nero.]

Pound raccontò anche di come alcune apparizioni di belle facce lo avessero colpito durante quella giornata parigina e durante il transito per la stazione della metro, ma anche di come non sapesse estrarre da questo apparire qualcosa (un significato, si sarebbe detto in altri tempi, non ora forse, per fortuna). Da questa incapacità, forse, nacque questa poesia che giustappone due versi, uno luminoso deittico-descrittivo e l'altro scuro metaforico-floreale-arboricolo (con la presenza di "bough" che rimanda più a un ramo d'albero...) a sigillare tutto, anzi no, a liberare tutto: potere delle metropolitane e dei loro rami-spaghetti.

lunedì 7 ottobre 2013

Robert Brasillach. Su alcuni libri e sulla sua "fortuna" in Italia

Desiderata #2
Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #17


Bisognerebbe ormai riconoscere senza troppi timori che nel secolo scorso molte tra le penne migliori appartennero a intellettuali e scrittori "di destra". Prima che si alzino non desiderate lodi da destra o gli scudi della sinistra permalosa riporto l'attenzione sulle parole da me usate: "penne migliori" e non "pensieri migliori" (c'è poco da antologizzare nel "pensiero" novecentesco). Se da un lato registriamo l'esistenza di penne che all'estremità contenevano una bella sfera mobile, di vari spessori e sfumata, dall'altro lato, all'estremità delle penne, troviamo non di rado una monolitica palla. Anzi, diciamocelo pure: due palle. Volendo spiegare questa situazione si potrebbe ricorrere alla libertà concessa da un certo individualismo metodologico tipico della destra da un lato e all'irreggimentazione d'apparato riverberatasi pesantemente sulla scrittura dall'altro lato. Pensate a uno scrittore come Céline. Siamo tutti consapevoli di quali flatulenze di pensiero sia stato capace, ma allo stesso tempo, con ammirazione, lo riteniamo quasi universalmente, almeno in Europa, uno dei più importanti scrittori del Novecento. Parimenti forse potremmo riconoscere maggior interesse nella scrittura di un Lukács delle opere più d'occasione, quand'è lontano dai progetti più ambiziosi. Questa mia è ovviamente una semplificazione drastica, così come il mio esordio è una generalizzazione altrettanto drastica (magari dovuta anche al fatto che all'Italia sono irrimediabilmente mancati dei Koestler o degli Orwell?). Però tutto questo mi serve a dire, non senza rammarico, che uno dei grandi mali della sinistra - almeno in Italia - è stato, oltre a quel fastidioso piglio civilizzatore che qui da noi si porta ancora dietro come un marchio di fabbrica detestabile, il non saper essere stata protagonista di una scrittura e di una retorica convincente, innovative e al passo coi tempi (non penseremo mica che un sindaco rampante di una importante città toscana tolga le castagne dal fuoco a questa retorica ormai compromessa?). E quest'incapacità la sinistra sembra scontarla ancora oggi, con la differenza che anche da destra, ormai da molto tempo, da oltre mezzo secolo forse, ci si sta appiattendo e sterilizzando, con una perdita evidente per tutti e per il dibattito, che forse potrebbe rigenerarsi a partire da un gesto semplice, quantunque imbarazzante per molti: sbarazzarsi delle frecce di destra e sinistra. Farlo una volta per tutte. Magari cambiare anche l'architettura dei parlamenti, a cerchio anziché a semicerchio, così non esiste più una destra e una sinistra e la seduta diventa libera...


Pensavo a queste cose cercando di approfondire la vicenda editoriale di Robert Brasillach nel nostro paese. Sembra infatti caduto un veto sulla sua produzione. In questi anni di scarso "cinema visto" per me, cerco di sopperire malamente con qualche "lettura di cinema", e mi sono imbattuto sulle sue critiche cinematografiche e di striscio sulla sua Histoire du Cinéma che non ha certo avuto grandi fortune qui da noi, a quanto pare, anche se si contraddistinse per innovazione di approccio e sguardo. (Eppure non mancano case editrici attente al cinema, l'arte del Ventesimo secolo come l'ha definita qualcuno.) E così Brasillach è finito nel sottobosco editoriale dell'estrema destra, lo stesso che ha accolto sotto certe luci e echi pensatori come Mircea Eliade. Libero da certi preconcetti, ancora una volta, sembra essere stato Vanni Scheiwiller, che nel 1974 pubblicò il libello André Chénier (pp. 66, traduzione di Clara Morena, introduzione di Franco Maestrelli). Il piccolo saggio che Brasillach dedica al poeta del Settecento assomiglia da vicino al classico libro che si scrive "nel presentimento di". Così come Chénier fini gligliottinato, anche Brasillach, di lì a poco, finì giustiziato a Montrouge nel febbraio 1945 su mandato di De Gaulle e a poco valsero gli appelli "pesanti" di molti intellettuali per salvarlo. Ho come l'impressione che il riaccendersi di una lampadina su Brasillach potrebbe essere salutare anche al dibattito italiano. La cosa buffa, almeno per quel che concerne l'editoria italiana, è che ad esempio si trova tradotto Intelligence avec l'ennemi: Le procès Brasillach di Alice Kaplan per Il Mulino - sulla scia di un importante premio vinto dal libro - quando è facile che qualcuno si chieda "ma chi era questo Brasillach?" o "da dove salta fuori?".

Ma non voglio dilungarmi oltre. Ho scritto queste righe per un paio di motivi: perché è bene che si riconosca questa cosa della scrittura "di destra" spesso più convincente e avvincente di quella che veniva dalla sponda opposta (almeno nella prima metà del Novecento) e poi per riportare l'attenzione su Brasillach. Chissà che qualche editore serio possa prendersi la briga di farlo conoscere al lettore italiano, magari proprio a partire dagli scritti di cinema (tra l'altro non mi pare versi in condizioni entusiasmanti la nostra critica cinematografica). E poi, se qualcuno è fortunato, può ripescare quel libretto pubblicato da un editore vero come Scheiwiller. In fondo, anche con Drieu La Rochelle il veto è caduto e abbiamo scoperto uno scrittore altrettanto vero.

(Su Brasillach vi rimando infine a questa pagina del sempre interessante Lankelot.eu.)

giovedì 12 settembre 2013

Gli aironi bianchi di Derek Walcott. Una poesia tradotta da "White Egrets"

Desiderata #1

La vostra biblioteca comunale prevedeva la lista dei "desiderata"? Intendo quel foglio dove si potevano annotare i titoli che il bibliotecario, previa scrematura, avrebbe poi potuto valutare per i futuri acquisti. In "Desiderata" vorrei parlare di libri brevi (per lo più di poesia, per lo più in inglese) che mi piacerebbe vedere pubblicati prima o poi nella nostra lingua. Per cominciare resto sul facile: Derek Walcott e i suoi White Egrets. Credo infatti che non attenderemo molto per vederli in una pubblicazione italiana. Magari mi sbaglio. Non lo so. Intanto propongo una mia traduzione di un breve testo qui sotto.


Da poco è uscita la traduzione dei saggi bellissimi di What the Twilight Says (La voce del crepuscolo, Adelphi). Lì, ad esempio, si legge di Les Murray, il mastodontico poeta australiano dell'altrettanto mastodontico Freddy Nettuno (autore fatto proprio dalla casa editrice guidata da Roberto Calasso, ma in realtà proposto in prima battuta in Italia dall'editore Giano di Tiziano Gianotti). La poesia che ho scelto è l'ultima di White Egrets (reperibile in più edizioni, sotto ho riportato la copertina del volume Farrar Straus and Giroux da me consultato). Specifico che è l'ultima poesia perché è un'informazione importante se poi deciderete di addentrarvi nelle onde, sonore e marine, di questi versi caraibici. Pubblico naturalmente anche il testo inglese. Così sarà più facile, eventualmente, criticare e discutere certe scelte, se qualcuno lo vorrà. 

C'è un audiolibro di Valerio Magrelli intitolato Che cos'è la poesia? Il titolo non scoraggi: nulla di più antisistematico del lavoro di Magrelli attorno e dentro la poesia. Lo trovate in edizione Sossella o anche per Giunti. Seguendo le lettere di un abecedario d'invenzione, Magrelli prova a darci la sua definizione approssimativa di poesia. Il risultato è sorprendentemente ricco e vivace. Si tratta di un ascolto eccezionale e in fondo godibilissimo. Io l'ho inserito nel lettore dell'auto e ho sorriso più volte. Ad un certo punto Magrelli dice più o meno che in poesia vale tutto, tranne i gabbiani al tramonto. Si sentono le risate di approvazione e soddisfatte del pubblico, captate dalla registrazione. Ha ragione da vendere Magrelli, lì. Qui Walcott riprende i gabbiani. Ma non il tramonto. Sentiamo come il poeta caraibico accompagna alla fine il lettore, con una poesia data da un solo lunghissimo periodo che però non mozza il fiato, e come accompagni alla stessa parola "fine". Proprio in una delle "lettere" dell'abecedario di Magrelli torna poi l'idea di isola-promontorio legata all'utilizzo della strofa in poesia. Anche Walcott sembra aver qualcosa da dirci a riguardo...


This page is a cloud between whose fraying edges
a headland with mountains appears brokenly
then is hidden again until what emerges
from the now cloudless blue is the grooved sea
and the whole self-naming island, its ochre verges,
its shadow-plunged valleys and a coiled road
threading the fishing villages, the white, silent surges
of combers along the coast, where a line of gulls has arrowed
into the widening harbour of a town with no noise,
its streets growing closer like print you can read,
two cruise ships, schooners, a tug, ancestral canoes,
as a cloud slowly covers the page and it goes
white again and the book comes to a close.














Questa pagina è una nuvola tra i cui bordi
sfilacciati appare a tratti un promontorio 
di montagne che poi si nasconde ancora,
finché quello che affiora dall'azzurro adesso terso
è il mare solcato e, intera, l'isola che si chiama da sé, gli orli ocra,
le valli sprofondate nell'ombra e una spirale di strada
che unisce i villaggi dei pescatori, i bianchi e silenziosi flutti
dei frangenti lungo la costa, dove una linea di gabbiani sfreccia
verso il porto sempre più grande di una città senza rumore,
le sue strade diventano più vicine come lettere leggibili,
due navi da crociera, golette, un rimorchiatore, canoe ancestrali, 
mentre una nuvola lenta copre la pagina che ritorna
bianca e il libro finisce.