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giovedì 14 giugno 2018

"La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che...". Qualche riflessione di Cesare Viviani

Pare proprio che abbia voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa Cesare Viviani, improntando questo scritto costituito per frammenti di pensieri e accumuli e dedicato allo stato in cui versa la poesia contemporanea, a chi la fa, ai versificatori distinti dai poeti, alla critica militante che non sa più scegliere e distinguere, ai giovani o meno giovani poeti che pensano di conoscere l'opera di un autore avendo letto qualche testo in Internet o su antologie, alle parrocchie dell'autocelebrazione e dello spalleggiamento compulsivo, alle disgrazie biografiche dei poeti elevate a pubblicità della peggior specie ecc. Le riflessioni che ne conseguono ora trovano forma in un libretto brevissimo proposto da Il Melangolo e intitolato La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che... (pp. 76, euro 7). Il titolo è un filo cerchiobottista. Che dire a lettura ultimata? Ci sono dei punti che si possono condividere facilmente, tanto sono evidenti, persino ovvi. C'è da dire che fanno sorridere simpaticamente gli incisi, come quando Viviani dice che vorrebbe essere "tollerante, equilibrato, saggio" come Valerio Magrelli, e invece resta un toscano piuttosto caldo di temperamento che si prende grandi arrabbiature, oppure quando ricorda una dedica tanto memorabile quando essenziale di Rondoni, nel 2016: "a Viviani Rondoni". 

C'è un livello distinto di riflessioni di questa lamentatio, che intende rappresentare anche la parte costruttiva di un discorso che si avvita spesso attorno a parole come "limite" o "vuoto" (quello che le parole della poesia fanno attorno a sé). Verso la fine Viviani estende un vero e proprio invito ad appartarsi, a isolarsi, e torneremo su questo punto proprio in chiusura. Lungo lo scorrere del testo si chiede che senso abbiano certe tirature dei libri di poesia quando con 40-50 copie si può accontentare il cerchio di amici che sono disposti a leggere e abitare con l'opera poetica, senza doverla leggere per dovere d'ufficio o per un istinto che definirei glamour (Viviani non usa questa parola che impiego per provare a sintetizzare). Ora credo sia facile rintracciare tra le righe uno sconforto per lo stato in cui la poesia - intesa come sistema, quindi come insieme di più parti che portano un qualche interesse - è giunta ai giorni nostri. Nel finale Viviani si rivolge direttamente ai più giovani, quasi il suo fosse un appello. Ha chiaramente ragione da vendere quando rivendica la lontananza della poesia dai centri di potere (anche se non è sempre stato così, la poesia è stata anche al servizio del potere, compresa certa poesia che leggiamo dopo millenni come un classico), oppure quando parla di critici che diventano polemisti nel gran mercato delle opinioni. Insomma, il tessuto è chiaramente disgregato e Viviani parla di qualcosa che è sotto gli occhi di tutti. Tuttavia, passando in rassegna determinati punti, mi è parsa ad esempio estrema la posizione sulle scuole di scrittura: non mi pare che nessuna scuola di scrittura millanti la capacità di trasformare un allievo in brillante poeta. 

Ci sono aspetti che convincono e altri che convincono meno in questo piccolo pamphlet costruito per gemmazioni di pensieri e aggregazioni, incisi, flash, scariche e aggiustamenti di tiro. Che quello della poesia - e con essa buona parte del mondo - sia un teatrino neanche dei più simpatici lo abbiamo capito. Penso lo abbiano capito anche i giovani o meno giovani che Viviani cita a più riprese e che per un tozzo di pane e di visibilità sono disposti a tutto o quasi. Di fondo però, in tutto questo scritto, prevale un sapore di amarezza personale che fa perdere di vista lo scopo. Già, lo scopo: quale era lo scopo di questo breve scritto? Credo si sia un po' perso di vista, nel testo. Proviamo però a isolare il più utile: ricordarsi della centralità di leggere molto, di non pensare di fermarsi a due o tre poesie lette in rete o in antologie. Tuttavia, anche qui, c'è da dire che le persone con un briciolo di coscienza sanno distinguere le situazioni in cui possono dire di aver letto abbastanza da quelle in cui denunciano delle normali lacune. 

A voler provare a dire la parola definitiva sulla forma storica della poesia si rischia sempre di incappare in qualche trabocchetto e inganno, tanto più se il pensiero è striato di un parziale risentimento per come sono andate le cose. Lo sappiamo bene o male che la poesia non sta tutta nei siparietti festivalieri o nel narcisismo devastante dei succitati poeti che darebbero tutto per un tozzo di pane di visibilità. Resta quindi il dubbio che il nucleo del problema resti altrove e che questo libretto non abbia saputo indicarci questo altrove. Oppure semplicemente un problema non c'è, e come suggerisce Viviani faremmo bene a leggere, leggere, leggere e basta. Il punto non è credere che la poesia stia traversando un momento di rigoglio e pensare che Viviani sia arrivato per dirci che non è così e rimetterci coi piedi per terra. Il punto semmai è sapere che tutte le storture che Viviani ci ricorda - che esistono e non sono il massimo della vita - non sono che un evento transitorio e alla fine ognuno fa e farà i conti con sé. Ma ecco, proprio sul punto dell'isolamento ci sarebbe qualcosa da osservare in chiusura: non sempre l'isolamento o l'essere appartati è garanzia di buona poesia, di autenticità o altro. Non è garanzia di un bel niente. Anche questa quindi potrebbe rivelarsi un'illusione. Mai come di questi tempi un confronto, anche fuori dalle corride dei social, appare così necessario per tirarci fuori da mucchi di parole che il più delle volte stagnano come paludi autistiche.

domenica 17 settembre 2017

Filosofia del surf secondo Frédéric Schiffter: l'amore è una cosa, i progressi nel surf un'altra

Chissà se il surf è uno dei pochi contesti in cui la parola 'tunnel' ha connotazioni positive. Il tunnel dell'onda è senza dubbio uno dei momenti d'estasi per chi prova a cavalcarla su tavola. Mi domando questo tanti anni fa, in una cittadina del Portogallo, Ericeira ("che si pronuncia quasi come il vostro ieri sera", precisa al telefono il mio ospite, svizzero di origini iraniane che a Ericeira è per lavoro, come me, anche se lui in pianta stabile). Siamo in ottobre; la mattina, quando non è ancora chiaro, ben prima delle riunioni di prodotto tenute sveglie a capsule di Nespresso, si va a surfare. Ci sono anche due possenti inglesi nel gruppo e hanno l'aria di essere i più bravi. L'oceano è entrato per tutta la notte dalle larghe finestre delle camere dell'albergo e le tavole sono belle prima di bagnarsi, in quel poco buio che degrada sempre più, mentre si cammina verso tutta quell'acqua. Quanta acqua. Quello è un posto ricercato da chi ama il surf, si sa, ma anche dalle aziende che vogliono darsi una connotazione surf nel loro periodico "international meeting". Mi è capitato di ritornare su questo ricordo leggendo più passaggi del piccolo libro Filosofia del surf del filosofo surfista amatoriale Frédéric Schiffter (Il Melangolo, pp. 104, euro 8, traduzione di Marta Albertella). Sono per me difficili da affrontare i libri che appiccicano la parola filosofia a qualsiasi cosa. Potrebbero essere assimilati a un genere editoriale, ma se è così io vorrei leggere anche una breve Filosofia del bagnoschiuma. Il Melangolo pare avere inaugurato una piccola serie acquatica, se pensiamo al bel libro di Carola Barbero, filosofa, intitolato L'arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto (di cui si è parlato in questa intervista). I precedenti di libri che mescolano filosofia, arte e sport sono illustri, si pensi solo a L'ombra del Massaggiatore Nero di Charles Sprawson. Ad ogni modo, vinta questa resistenza iniziale, il libro di Schiffter vince la sua scommessa. La vince per come delimita il proprio progetto (non esiste una metafisica o un'etica del surf e la parola 'filosofia' del titolo non deve quindi ingannare), convince per passo e strutturazione dell'esposizione (tra l'altro l'edizione francese titolerebbe Petite philosophie du surf). L'autore dice di rivolgersi ad appassionati di meditazioni balneari e potrebbe essere questa una buona chiave per un ufficio stampa che deve lavorare alla promozione del libro. Naturalmente non c'è solo il balneare, ma al fine di entrare-per-uscire in certi giornali serve un Cavallo di Troia, si sa come funziona (l'agenda-setting della macchina dell'editoria è però micidiale e esiziale talvolta, non mi riferisco a casi come questo ma ad altre situazioni per le quali vale il principio dello "stendere un velo pietoso"). Poiché l'estate è ormai finita, secondo me il momento è ancora più giusto per darne notizia in questo posto.

Il libro è ricco per quello che dice circa il surf e la sua tecnica, le parole per dirla, la storia della disciplina, gli incroci con la filosofia e l'estetica in particolar modo, le considerazioni sul rapporto tra onde dell'oceano e diverse popolazioni del globo terracqueo. Non assomiglia a quei libri in cui si tenta di nobilitare uno sport con un susseguirsi di citazioni colte, anche se le citazioni e i rimandi non mancano. Lo sanno tutti - e stavo a Ericeira per questo, alla fine - che attorno al surf gira un'industria abbastanza grossa con tutto il suo indotto, persino quello modaiolo che non ha niente a che fare con tavole e onde ma solo con le t-shirt e le infradito. Però, come per lo sci e altri sport, non v'è bisogno di nobilitare con un libro proprio alcunché, semmai c'è bisogno di capire cosa evocano o attivano delle suggestioni mentali quando si scorre con una tavola attaccata ai piedi sull'acqua. Questo è un pensiero che Schiffter ha fatto e proprio grazie a questa consapevolezza il suo libro non ha tracce di ingenuità o, peggio ancora, di autoconvincimento e autocompiacimento. Che poi il suo trasporto per il surf nasca da una donna e da un innamoramento lo mette in chiaro sin da subito, precisando anche che "l'amore è una cosa, i progressi nel surf un'altra". Ma si sa come vanno anche queste cose, nessuna sorpresa. Comunque, se lo spazio è davvero la chiave per qualsiasi emozione, lo sport triangola continuamente con spazio e emozioni, a prescindere da tutti i discorsi che si possono fare sull'industria che gira attorno a ogni sport. Insomma, avete presente Goffredo Parise quando descrive le sciate sulle Dolomiti? O anche, per stare a autori vicini a noi, come Simone Marcuzzi descrive il formidabile esercizio agli anelli di Jury Chechi alle Olimpiadi di Atlanta? Lì si parla di sport, non di affari milionari (tra l'altro lo sport, questo grande contenitore sovranazionale, è curiosamente trascurato dall'industria del romanzo, almeno mi pare, e se è vero questo fatto la situazione è quantomeno strana). Cerca di parlarci dello sport anche Schiffter, che non è certo ingenuo, nemmeno quando centra subito la questione del paesaggio marino e della natura come finzione poetica. Ad un certo punto lo scrive: l'esercito di fotografi di paesaggi che siamo diventati, specialmente in estate, è solo un (indegno) erede di chi ha isolato questa finzione poetica per primo (i grandi pittori, fondamentalmente). Per di qui arriva una considerazione attorno al sublime dell'onda, e da qui vengono i paragrafi come quello su Defoe: l'odissea interiore del Robinson Crusoe nell'isola fissa per sempre il nuovo miraggio dell'esotismo della solitudine. Il libro è strutturato in brevi paragrafi che vanno a schiantarsi sull'entusiasmo (in senso etimologico) del surfista e perfino sulla sua hybris. La sua onda e il tunnel non sono però metafore di nulla. Il surf è puro dramma, ogni onda che si avvicina è agli occhi e ai piedi di chi l'attende solo un avvenimento gravido di incertezze. Filosofia del surf è un libro breve con poca filosofia e grande temperamento. Mi è parso, tra le altre cose, un bel contraltare a tutta l'accozzaglia di titoli sulla montagna e la "viandanza" che esce in libreria da un po' di anni a questa parte. Chissà che dia una bella equorea spazzata a quell'accozzaglia, che mostri come si può parlare di paesaggi, natura e movimento con intelligenza, senza formare nuove scuole, tendenze o correnti di pensiero. Del marketing che si eleva a filosofia totalizzante o, peggio ancora, che cavalca uno spettro di spiritualità proprio si deve iniziare a fare a meno.

lunedì 8 agosto 2016

"L'arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto." Sette domande a Carola Barbero

Librobreve intervista #69


Recentemente ho intercettato il breve libro L'arte di nuotare. Meditazioni sul nuoto della studiosa di filosofia del linguaggio Carola Barbero (Il melangolo, pp. 123, euro 8) e ho deciso di rivolgere all'autrice queste domande, in pieno clima olimpico (e si sa che l'acqua fa subito la parte del leone all'avvio dei giochi). Si è parlato di nuoto in questo blog nel caso recente del post dedicato a Oliver Sacks e del suo desiderio di nuotare per almeno un chilometro e mezzo al giorno anche dopo gli ottant'anni. Tuttavia è da tempo che volevo provare a occuparmi di nuoto, sin dai tempi della lettura de La resistenza del nuotatore di Sebastiano Nata, e volevo farlo in un post più specifico. Ringrazio l'intervistata, colta tra l'altro in un pieno periodo natatorio...

LB: Ci può dire come le è venuta l'idea di questo breve libro che medita sul nuoto?
R: Ho sempre nuotato con grande passione, liberandomi di tutto e tutti una vasca dopo l’altra. Quando nuoto penso sempre molto, ma fino a qualche anno fa non credevo che le mie meditazioni meritassero di essere condivise. Poi un giorno, parlando con un’amica in un caffè di Milano, ho capito che forse mi sbagliavo. Così, quel giorno, sul treno per tornare a Torino, ho preso la mia Moleskine nera e ho cominciato a scrivere all’asciutto di quei miei pensieri che sempre mi accompagnano quando sono orizzontale e immersa nell’acqua.

LB: Pensando ai libri che trattano da un punto di vista storico-filosofico e meditativo il nuoto, non si può che tornare a quello di Charles Sprawson (L'ombra del massaggiatore nero). Potrebbe dire del suo rapporto con quel libro e di altri testi altrettanto importanti e magari meno noti?
R: L'ombra del massaggiatore nero è un libro molto bello e pieno di aneddoti. Ho letto anche Nuotare. Perché amiamo l’acqua di L. Sherr e alcuni libri scritti da nuotatori. Sulla filosofia dello sport ho letto un libro di H. Reid e uno di D. Hyland. Ma i testi più belli che ho letto sul nuoto erano romanzi, racconti, poesie e canzoni. Da D. Modugno a J. Prévert, da D. Lessing a R. Sampedro, da F. Scott Fitzgerald ad A. Merini.


Francis e Zelda Fitzgerald
LB: In forme più sparpagliate, esistono dei libri che per lei rimangono capitali come meditazione sulla pratica natatoria?
R: Nel senso in cui il nuoto mi interessa, quindi non come semplice sport ma come pratica che consente di riflettere su diversi aspetti dell’esistenza, I nuotatori di F. Scott Fitzgerald e Il nuotatore di J. Cheever.

LB: E muovendoci ad altre forme d'espressione (film, arti figurative, musica) chi ha meditato e lasciato un segno mirabile di riflessione sul nuoto? 
R: Lo spettacolo del 1907 di Annette Kellerman a New York in cui, immersa in una piscina di vetro, si esibisce in un balletto acquatico. E’ una meraviglia liquida. Un film italiano molto bello sul nuoto che si sofferma sul rapporto nuoto-libertà-amore è Giulia non esce la sera di G. Piccioni e un altro molto interessante sul coraggio e sulla forza di chi lotta per un obiettivo è Pride di S. Gonera.

LB: Sta guardando le Olimpiadi e le gare di nuoto in particolare? Che cosa le passa per la mente?
R: Certamente! Guardo nuoto, tuffi e nuoto sincronizzato. Non penso, nuoto insieme a loro, trattengo il fiato durante la gara con il cuore in gola, piango per le vittorie e verso lacrime amare per la sconfitte. 

LB: E lei? Qual è stata la più bella nuotata e dove (se può dirlo)? Ha uno stile preferito?
R: Io nuoto per passione e per vizio. Le mie nuotate più belle sono tante, tantissime. Adesso che sono in Sicilia, a Capo D’Orlando, amo nuotare andando alla ricerca dei vari scogli nascosti in mezzo al mare. Quando arrivo in spiaggia mi svesto più in fretta possibile, entro in acqua e nuoto, poi solo quando non ho più forza e fiato mi fermo un momento e mi volto indietro a guardare la spiaggia da lontano. Il mio stile preferito è il crawl, lo stile libero. Ma anche il dorso mi piace, soprattutto quando ho bisogno di guardare il cielo e riappacificarmi con il mondo.

LB: Potrebbe concludere con una citazione per lei significativa, una sorta di punto di partenza interessante per qualsiasi nuova meditazione sul nuoto? Grazie.
“Il nuotatore guarda il suo futuro”. E’ l’incipit de Nuotatori di J. Pérez Azaustre. Ci ricorda che nel nuoto, come nella vita, c’è una voce interiore che ci dice “dài, dài”, che ci spinge ad andare avanti e arrivare al bordo o alla mèta. Tutto sta a riuscire a sentirla.

giovedì 7 aprile 2016

Il canto della perla (Acta Thomae 108-113)

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #29


Il canto - o inno - della perla è un titolo moderno. Si tratta di una breve storia in versi composta originariamente in siriaco e giunta a noi anche in greco. E in greco è il testo a fronte che troviamo in questa edizione pubblicata da Il Melangolo nel 2005 (pp. 56, euro 10, a cura di Carlo Angelino, libro ancora in commercio). La copertina riporta tra parentesi "(Acta Thomae 108-113)" poiché tra questi fogli degli "Atti" apocrifi dell'apostolo Tommaso tale testo è collocato. Negli "Atti" ci si riferisce a questo testo come "Canto dell'apostolo Giuda Tommaso nella terra degli Indiani". Il canto della perla è proposto a noi lettori italiani del Ventunesimo secolo come "capolavoro della poesia religiosa gnostica [...] testo fondamentale della storia delle origini cristiane e l'essenziale anello di congiunzione fra il cristianesimo e la religione di Mani." Tutto questo concorre a farne storicamente un denso incrocio, caricato di valenze plurime, collocato in quei primi secoli sincretici dopo Cristo sui quali non torniamo mai abbastanza.

La favola simbolica consegnata a queste pagine è tracciata attorno a un immaginario che riprende vari elementi della letteratura cristiana delle origini e della coeva letteratura gnostica, che proprio tra il secondo e quarto secolo dopo Cristo toccò apice e fervore. Tra i simboli vanno ascritti la perla del titolo, oggetto che il protagonista deve recuperare in Egitto per poter tornare a Oriente ed essere erede del regno del Padre, il mare, il serpente, una sbuffante creatura degli inferi che custodisce la perla, e l'Egitto stesso, spesso considerato nell'antichità regno del materiale ma anche della morte, una sorta di meta di pellegrinaggio d'oltretomba, che ricollega questo Canto con un fitto reticolo di miti greci, babilonesi e naturalmente al Libro dell'Esodo. C'è la figura centrale del figlio, protagonista mandato in viaggio, il ricorso al "travestimento" in una terra straniera, l'essere comunque riconosciuto come straniero dalla popolazione locale che cerca di addomesticarlo con carni e bevande, il cadere prigioniero e servitore di quel popolo e di un altro re (e qui s'infittisce una serie di immagini relative al sonno e al torpore, a quella stanchezza che è così prossima alla dimenticanza e alla morte), la dimenticanza del motivo della missione e l'avvicinarsi del fallimento di questa, ai quali però pone rimedio una tempestiva lettera mistica e salvifica, inviata dai genitori informati dell'accaduto e levatasi in forma di aquila, chiusa con un sigillo forte che solo il protagonista sa rompere.

E la perla del titolo, che come ricordato è titolo moderno? Gli esegeti del testo hanno molto dibattuto sulla valenza allegorica e simbolica della perla, oggetto della ricerca, cercando di allontanare via via un parallelismo tra la sua ricerca e una concezione cristiana di viaggio e esilio terreno come espiazione e prova di sofferenza. Il rimando all'"anima" rappresentata dalla perla è lì, nella sua evidenza sferica. Sono molte le strade che ci possono ricondurre a quei primi secoli dopo Cristo, in cui si situa anche questo breve testo privo di cosmogonia che per alcuni studiosi è da datare prima degli "Atti" dell'apostolo Tommaso. Senza poter approfondire le diramazioni che dalla Genesi e dalla Lettera ai Filippesi portano e riconducono alle diverse storie dei "messaggeri di salvezza" e anche a questo testo delle origini del cristianesimo, Carlo Angelino ha concluso la sua nota scrivendo
[...]  vale piuttosto la pena di sottolineare come all'origine di questi testi vi sia un'identica esperienza del Religioso e un identico statuto di pensiero, dei quali è soggetto la Sapienza stessa, ovvero l'idea che la sapienza di cui è partecipe l'uomo mortale, altro non sia che la stessa sapienza non-mortale di dio prigioniera del mondo mortale; senza questa idea filosofica, nessuna cristologia sarebbe stata possibile, e neppure la favola che il Canto della perla ci narra con la stessa seduzione e lo stesso mistero delle età che confinano con la nascita del primo uomo.
Da questo passo che si ferma sul "primo uomo" - quest'io del mondo appartente al divino (e che fra l'altro ha interessanti analogie con il libro di Albert Camus intitolato proprio Il primo uomo e incentrato sul rapporto tra figlio e padre morto durante la Prima guerra mondiale) - sarebbe quanto mai opportuno concludere che anche la gnosi e lo studio di quei secoli che la avvolgono debbano finalmente uscire dalle assurde nebbie esoterico-iniziatiche che, ancora compiaciute quasi duemila anni dopo, talvolta persistono nel loro orizzonte. Lo studioso italiano a cui dobbiamo di più in questo versante, Luigi Moraldi, ricorda ad esempio come la basilica di Aquileia conservasse illustri tentativi di penetrazione cristiana mediante i simboli della gnosi, "simboli fantastici, affascinanti, profondi". Un messaggio troppo arduo da comprendere, al quale si preferì un armamentario più alla mano (per chi desidera, si può leggere qui, alla fine).

mercoledì 4 giugno 2014

Le voci di Claudio Magris

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #21

Circa vent'anni fa usciva per il Melangolo nella collana "Nugae" un librettino minuscolo di Claudio Magris intitolato Le voci (pp. 48, euro 5,16 a convertire il costo originario di 10.000 lire, il volumetto pare ancora misteriosamente acquistabile). L'opera è il testo di un monologo teatrale che più volte ho intercettato ma mai affrontato. Ora, spinto da quei trascinamenti di cui si compone il mosaico sempre incompleto delle nostre letture, si è presentata l'occasione e ho finalmente letto questo libriccino importante e appartato. Il testo, come detto, appartiene al genere dei monologhi. Teniamolo presente per le considerazioni che verranno dopo. Chi dice io in questo libro è un uomo che parla della propria ossessione per le voci di donne depositate nelle segreterie telefoniche. Sono donne che ascolta in quanto voce, in quel medium sonoro che è tanto corpo quanto anima e, probabilmente, né corpo né anima. Il protagonista ricerca le voci delle donne che ama, conosce gli orari nei quali telefonare per non rischiare di trovare la donna a casa, ha un metodo pressoché infallibile, si applica con un'abnegazione non priva di tratti di comicità.

Una delle cose che più mi ha impressionato nel leggere questo librino è anche l'orizzonte temporale della sua comparsa: metà anni Novanta. Ci si apprestava all'avvento di Internet e di tutte le protesi comunicative a questa annesse. Stava partendo tutto lì, in quegli anni. E se è vero che il telefono e la segreteria telefonica protagonista di queste pagine esistevano già da tempo e che gli attuali mezzi possono essere visti da certi sociologi dei media come delle evoluzioni di quei mezzi, è altrettanto vero che quasi sbalordisce ora ripercorrere all'indietro certe intuizioni che in quest'opera monologante aleggiano pienamente formate.

Il protagonista, pazzo e folle, delicato mitomane e inoffensivo stalker avanti lettera, sembra prefigurare quel processo ineliminabile che l'uomo - compreso l'uomo cieco che tornerà a vedere grazie all'occhio bionico e che le nostre generazioni forse non faranno in tempo a conoscere - dovrà attraversare per rivedere il proprio mondo stravolto dalla tecnologia. Sarà probabilmente un processo doloroso, con degli avamposti occupati da poche persone in coraggiosa avanscoperta. Mi rendo conto che sto innescando un discorso troppo rizomatico, quello del rapporto tra uomo e tecnologia, che ha radici in tanta letteratura filosofica, sociologica e antropologica, e che non si può certo limitare a qualche astratto discorso distratto. Però è una riflessione che si può provare a limitare e far partire dallo spazio ristretto di un brevissimo monologo, come ha fatto Claudio Magris, proprio perché qui è massima l'apertura e massima è la solitudine del protagonista, quindi massima è l'apertura e l'esposizione a ogni soluzione e ad ogni caduta, compresa a una caduta salvifica. In un stato vitale elusivo quale il nostro, dove tutto imita ed è a imitazione di tutto (simulacro, immagine, ombra e spettro sgusciante) qual è lo spazio rimasto per l'unicità e per il vero incontro con l'altro? E qual è lo spazio di quella voce che prova a trasformarsi in scrittura nei mezzi di comunicazione digitale ma che, alla fine, imita soltanto la voce, rimanendo scrittura franta, frammentaria e filiforme? Magris, attraverso la voce del proprio protagonista, sembra improvvisamente suggerire una chiave nella delicatezza. Allo stesso tempo - provo ad aggiungere facendo un'ipotesi - pare non sia mai risolta del tutto anche la chiave (opposta?) della violenza, la quale inevitabilmente permea nella conoscenza e nell'avvicinamento dell'altro, in quello che rimane, a tutti gli effetti, il mistero e il segreto della conoscenza di un'altra persona. Naturalmente non mi riferisco certo a una violenza dai connotati giornalistici, fisica o verbale che sia, bensì a quella violenza che è esercizio inalienabile e tuttavia alienante della forza, una violenza che sembra essere data e connaturata una volta per tutte nel nostro corpo nello spazio, e anche nella nostra voce, anche quando è voce di quest'epoca ventriloquiante, voce oracolare della Pizia, della strega di Endor, dei mistici o dei posseduti.

sabato 3 maggio 2014

Alcuni scritti di Antonin Artaud dal periodo di Rodez in "Hitler della razza delle scimmie"

Rodez è un paese della regione Midi-Pirenei dove Artaud fu internato dal 1943 al 1946 dopo il viaggio in Messico tra i Tarahumaras e il rimpatrio con la successiva parentesi irlandese. Questi tre anni cruciali della storia d'Europa, coincidenti con il periodo "de la folie" artaudiana, rappresentano oggi un quarto dell'opera dello scrittore marsigliese (sette su ventotto volumi delle opere complete pubblicate da Gallimard a partire dal 1946 stesso). Hitler della razza delle scimmie. Sulla deportazione e altri scritti è invece un libretto lieve alle braccia di sole 64 pagine (Il melangolo, € 7) e curato da Sergio Crapiz. L'introduzione del curatore è fondamentale per inquadrare questi 4 testi artaudiani nel succitato periodo, anche se il quarto contributo, Il teatro e l'anatomia, tratto dal tomo dei Cahiers du retour à Paris, è già fuori, seppur di pochissimo, dalla cornice di Rodez. Il volumetto pubblicato da Il melangolo offre così al lettore una selezione significativa all'interno del mare grosso degli scritti completi dell'autore de Il teatro e il suo doppio, quattro punti di accesso alla foresta della sua opera completa (anche se, con Zanzotto, non possiamo non registrare un certo disagio nell'applicare il concetto di "opera" alla vicenda artistica artaudiana). Cerchiamo di capire perché, esplorando le motivazioni che hanno portato al montaggio di questi quattro scritti.

A Sonia Mossé, il primo scritto qui raccolto, è significativo in quanto si colloca nel periodo della "conversione" artaudiana al cristianesimo. Questa pittrice, attrice e ballerina ebrea era già stata qualche anno prima destinataria dei sorts di Artaud, vere e proprie lettere-sortilegio apotropaiche inviate a diversi destinatari. Sonia, che come ricorda Crapiz rappresenta una delle "muse massacrate" di Artaud (muse che sembrano appartenere, per dirla con Maurice Blanchot, a l'écriture du désastre) non ricevette mai la lettera in quanto morì nel campo nazista di Majdanek. Il primo scritto serve anche a comprendere le ragioni della titolazione scelta per questo volume. Il secondo testo, intitolato Dai Cahiers di Rodez, porta la significativa data del 2 maggio 1945, giorno del ritrovamento del cadavere di Hitler. La notizia era troppo grande per non passare anche dentro le mura dell'ospedale di Rodez e in questo testo allora Hitler, Stalin e i francesi di Vichy sono radunati come le vere cause del proprio internamento. Significativo il terzo scritto qui raccolto, una lettera a quel Pierre Bousquet che gli fu amico. Anche qui torna l'Hitler del titolo "presentato come una maschera senza volto o marionetta vuota, nome mitologico di una forza magica collettiva che Artaud associa con sarcasmo, sul filo di una etimologia bizzarra, ad origini slave, ceche, moldovalacche". Avvengono qui le insistite identificazioni di Hitler con la cultura rom e con gli zingari perseguitati dagli stessi nazisti.

Il librino si chiude con Il teatro e l'anatomia che ci porta diretti dentro la crudeltà artaudiana. Di questo brevissimo ma concentrato scritto riporto i primi passi:

L'ultima parola sull'uomo non è stata pronunciata. Voglio dire che è necessario sapere se l'uomo continuerà ad avere il naso in mezzo alla faccia o le due narici di questo cranio umano che ci guarda dai tavoli dell'eternità ne avranno abbastanza di fiutare e sgocciolare senza mai poter sentire né credere che contribuiscono al cammino esoterico del pensiero con l'ausilio di due alluci ben appoggiati.
Il teatro non è mai stato concepito per descrivere l'uomo e le sue azioni ma per formare un essere d'uomo che ci permetta di avanzare sulla strada del vivere senza imputridire e senza emanare fetore.
L'uomo moderno imputridisce ed emana fetore perché la sua anatomia è malsana e ha il sesso mal collocato rispetto al cervello nella quadratura dei due piedi.
E il teatro è questa marionetta disarticolata, che musica di tronchi con barbe metalliche di filo spinato ci mantiene in stato di guerra contro l'uomo che ci stringeva nella sua morsa [...].

Ma stiamo ancora qui a chiederci cosa fare dell'autore de I Cenci, dopo il suo rifiuto totale dell'Occidente, dopo il suo primitivismo così salutare, il suo esorcizzare con la magia? No, non è possibile. I conti con Artaud non si chiuderanno mai, questo è chiaro, ma se vogliamo provare a capire come andare oltre il linguaggio, per Artaud dobbiamo passare e ripassare più volte, convergere per molte traiettorie, e non possiamo più nutrire molti dubbi a riguardo.