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sabato 14 aprile 2018

"Miniature. Frammenti di letterature dal Nord" di Bruno Berni. Lo scritto su Stig Dagerman

Interessante il progetto del marchio editoriale «Aguaplano-Officina del libro», nato 9 anni fa a Passignano sul Trasimeno come casa editrice di saggistica e di classici, di volumi di poesia e di libri d’arte. Come si legge nel sito, quest'editore vuole regolarsi su una produzione editoriale "di pochi titoli, ben distribuiti sul territorio nazionale (attraverso una rete di librerie e altri punti vendita pensata ad hoc per ogni volume) e proposti all’attenzione dei lettori attraverso un’intensa attività di seminari, presentazioni ed eventi a tema". Tra questi mi è capitato in mano Miniature. Frammenti di letterature dal Nord di Bruno Berni, gran traghettatore di letterature del Nord in italiano, con un'assidua attività traduttoria. Il volume contiene un bell'insieme di "schede" e scritti, tutti abbastanza brevi, su autori delle letterature del Nord d'Europa. Si parte abbastanza vicino con Goethe e si giunge a Yahya Hassan, apolide palestinese che vive in Danimarca, classe 1995, autore della raccolta di poesie più venduta di tutti i tempi nel suo paese (in Italia pubblicato da Rizzoli e tradotto proprio da Berni). In mezzo ai due estremi si colloca un gran novero di scrittori, da von Chamisso a Andersen, da Strindberg a Perutz, da Strunge a Nooteboom solo per citarne una manciata. Grazie alla collaborazione con l'ufficio stampa dell'editore e Davide W. Pairone in particolar modo, pubblichiamo di seguito il capitolo dedicato a Stig Dagerman.


Stig Dagerman (1923 - 1954)
Il viaggiatore
di Bruno Berni

Vi sono scrittori che in un periodo limitato della loro vita, quasi una breve parentesi, sanno produrre opere sufficienti a consegnarli al mito. Ciò avviene spesso in momenti nei quali la storia costringe a una maturazione forzata, esalta le impressioni fino ad accentuare la sensibilità nei confronti del mondo. È questo il caso di Stig Dagerman, lo scrittore svedese che in pochi anni, dal 1945 al 1949, visse una parabola veloce quanto bruciante per poi perdere via via, negli anni successivi, la capacità di scrivere, fino al suicidio avvenuto nel 1954, a soli trentuno anni. Dopo aver iniziato la sua carriera come scrittore impegnato, Dagerman raggiunse rapidamente la notorietà, scrisse opere teatrali, romanzi, articoli, ma il successo, le lodi della critica, l’approvazione del pubblico, ottennero l’unico effetto di limitare la sua capacità espressiva. L’impegno politico degli inizi non si accordava più con la sua nuova posizione di promessa del mondo letterario svedese e la scrittura, in un carattere ipersensibile come quello di Dagerman, si bloccò fino a portarlo all’autodistruzione. La necessità – se non l’obbligo – di vivere la sofferenza all’interno, e più ancora l’incomunicabilità, descritta nei suoi romanzi, fra gli esseri umani e fra lo scrittore e il mondo, nel suo caso costruirono un muro fra lo scrittore e se stesso, e di fronte a una realtà che non era più quella dell’ambiente che lo aveva formato la capacità descrittiva scomparve, come nel racconto A casa della nonna, uno degli ultimi, in cui il bambino – e con lui forse Dagerman stesso – prega ad alta voce: «Dio, Dio, fa’ che io senta come prima». 

L’esperienza della povertà, della politica, della guerra, seppure vissuta in un paese neutrale, avevano affinato una sensibilità di scrittore che, apparentemente rivolta ai problemi sociali – come dimostrano la militanza anarchica e gran parte della sua produzione giornalistica – era in realtà attratta da aspetti più interiori della vita umana. Dagerman aveva la capacità di osservare e vivere la sofferenza, la tragedia nascosta nella vita altrui, catalizzava su se stesso e viveva a fondo l’esperienza più terribile che una tragedia possa patire: quella del dramma ignorato, dell’incomunicabilità dovuta alla disparità di sensazioni e di sensibilità. Sofferenza nascosta, di poco conto per l’umanità, e proprio per questo universale perché in agguato nella vita di ognuno. «Le grandi tragedie» afferma in uno dei racconti di questo volume, «sono già tutte accadute da molto tempo.  Ai nostri giorni accadono soltanto tragedie minori»: piccoli drammi sfumati dal grigiore della vita quotidiana, drammi che non interessano la storia, come non la interessano i personaggi che li vivono quotidianamente e cui spesso, della tragedia, è negato anche un vago tono di importanza, magra consolazione che rende ancor più amaro il ritorno alla normalità. 

La scrittura di Dagerman è dunque introspettiva, descrive gli effetti della realtà cristallizzati nell’animo dei personaggi feriti dall’indifferenza del mondo. E molto spesso i personaggi sono bambini, adolescenti, nei quali l’esperienza tragica, come ha notato Goffredo Fofi, assume un aspetto più acuto, non smussato «dalla consuetudine alla vita». Lo scrittore è stato considerato vicino a Strindberg, a Camus, figlio di Kafka, ma tranne accenni a quest’ultimo è difficile trovare nella sua opera delle influenze letterarie: la sua ispirazione veniva dal profondo, dalla percezione della vita propria e più spesso altrui. Né Dagerman era un gran lettore. Aveva invece una straordinaria passione per il cinema, forse perché nel cinema poteva vedere lo sviluppo delle storie, dei drammi che il suo spirito assorbiva dal mondo, forse perché nel cinema riusciva a vivere appieno la catarsi che lo portava ad attirare su di sé le atmosfere che lo circondavano, le sofferenze che altri non vedono, e che portò a un punto di non ritorno la sua disperazione di uomo tradito – da se stesso – nella sua fede negli ideali. E forse al cinema possono esser fatti risalire alcuni aspetti della sua prosa, come quel «montaggio alternato» di cui ha parlato Fofi, che nel racconto Uccidere un bambino riesce così bene a rendere l’angoscia di chi – Dio o regista – conosce l’esatta sequenza e i risultati della scena, di chi sa che «la vita è così spietata con colui che ha ucciso un bambino che dopo è troppo tardi per qualsiasi cosa». Ed è tipico della capacità di immedesimazione di Dagerman il fermare l’attenzione sulla coscienza di chi ha ucciso, di chi resta e continuerà a vivere nel rimorso. È tipico della sua scrittura almeno finché, giunto anche lui alla fine della strada, privato della capacità o piuttosto della spontaneità espressiva, decise di metter fine nella maniera peggiore alla catarsi del dramma – o forse di portarla alle sue estreme conseguenze – e lasciare per sempre agli altri, a chi resta, il duro compito di continuare a vivere.  

giovedì 21 aprile 2016

"La valle delle farfalle", la corona di sonetti di Inger Christensen

Incipit (ma scopriremo che in questo caso è solo un falso incipit): "Salgono, le farfalle del pianeta, / come pigmento dal calor del suolo, / cinabro, ocra, oro e giallo creta, / di chimici elementi emerso stuolo." A cura di Bruno Berni, nostra principale risorsa per la traduzione dal danese, esce La valle delle farfalle di Inger Christensen (Donzelli, pp. 64, € 14). Della nota poetessa sono già usciti per Kolibris Scale d'acqua nel 2012 e Lettera in aprile nel 2014, oltre al romanzo a sfondo artistico e mantovano La stanza dipinta del 1976, ispirato alla "camera picta" del Mantegna e edito da Scritturapura. In tutti questi casi la curatela è stata di Bruno Berni, che con Inger Christensen - nata a Vejle, una cittadina dello Jutland, nel 1935 e morta sette anni fa a Copenaghen - aveva intrecciato un rapporto di amicizia e collaborazione. La valle delle farfalle rappresenta un interessante moderno esempio di poesia matematico-geometrica (l'autrice era pure una frequentatrice della grammatica chomskiana) ed è a tutti gli effetti una "corona di sonetti". Ma che cosa è la "corona di sonetti"? Ce lo ricorda lo stesso Berni, nel suo utile scritto posto alla fine del volume, riportando un passo da Comentarj intorno alla sua istoria della volgar poesia di Giovan Mario Crescimbeni:
Queste [le corone di sonetti] sono composte di quindeci sonetti, l’ultimo de’ quali si appella Magistrale; e dai versi di questo si cavano i principj, ed i fini di tutti gli altri quattordici; imperocchè il primo sonetto incomincia col primo verso del magistrale, e termina col secondo, il secondo incomincia col secondo verso dell’istesso magistrale, e termina col terzo, e così si seguita fino al decimoquarto sonetto, il quale incomincia col decimoquarto verso del magistrale, e termina ripigliando il primo del medesimo, di modochè, entrando poi il magistrale, con esso si chiude il componimento circolato a guisa di corona. Di questa maniera rarissime sono quelle, che sieno state fatte da un sol Compositore.
Si può parlare di un gruppo di poesie scritte quindi al contrario, partendo dall'ultimo sonetto "magistrale" e invito allora a leggere lo scritto di Berni quale felice esempio di discorso sulla traduzione, sulle sue insidie e sulle sue gioie incomparabili con altre. Il testo proposto per Donzelli, nell'altra collana "bianca" di poesia del bel paese - dove fra l'altro Bruno Berni ha curato pure la traduzione della bella antologia di Henrik Nordbrandt intitolata Il nostro amore è come Bisanzio - è la traduzione di un libro del 1991 intitolato Sommerfugledalen. Et requiem. Il telaio di Inger Christensen dispone l'osservazione e il gioco, l'attesa e lo stupore, la finzione del pensiero estrapolata da finzioni di parola in un congegno che ruota, quasi un diorama. Dato quanto scritto sopra, avrebbe senso dare un assaggio del "magistrale", ma preferisco un prelievo dal quarto movimento (o quarta stazione):

IV

Coperta dal profumo della piana,
la fioritura nel marcio s’avvia,
nell’ombra, nell’intreccio, è un’insana
incolta, labirintica idiozia,

così farfalla cela col suo volo
d’esser legata al corpo dell’insetto,
crediamo che sia un fior che lascia il molo
e non tempesta di figure a effetto,

come se quando bombice o civetta,
che vola superando quel colore,
a noi lanciasse un rebus che ci ometta

che tutto ciò che l’anima ha sperato
di là da tutto è simmetria e dolore
come atalanta, antiopa ed erato.


L'intero componimento è un requiem che acquista forza centrifuga alla rilettura, con le continue fughe e deviazioni che l'immaginazione prende a ogni quartina o terzina, nello sguardo svagato eppure ferocemente attento di chi s'allontana dal mondo e di chi scrive su quel che è ovunque e da nessuna parte. Questo almeno avviene nella traduzione di Berni. Sarebbe interessante sapere da chi ha la fortuna di poter leggere l'originale se le poche indicazioni qui contenute stanno in piedi oppure no.

(Rimando infine a questa intervista al traduttore Bruno Berni, ospitata nel bel sito di Dori Agrosì "La nota del traduttore". Per chi preferisce un tuffo nel danese, il rinvio è alla lettura che di questo testo ne fa la stessa autrice nel video qui sotto.)