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giovedì 7 giugno 2018

"Lettere al duca di Valentinois" di Marcel Proust

Chi ha sfogliato e letto qualcosa dall'epistolario di Marcel Proust - per intendersi: un insieme di lettere che in Francia Philip Kolb ha curato in ben ventuno volumi usciti tra il 1970 e il 1993 - sa che l'autore della Recherche spesso non anteponeva la data alle proprie lettere. Questo dato ha l'aria di essere rilevante per chi si affaccia su una corrispondenza sterminata che nel nostro paese, ad eccezione del Meridiano antologico curato da Gian Carlo Buzzi nel 1997 intitolato Le lettere e i giorni, si è soliti proporre e leggere a spizzichi e bocconi. L'assenza di data sembra quasi una spia del modo in cui Proust governava il flusso delle comunicazioni epistolari, non uno spregio del tempo, delle sue suddivisioni oppure una distrazione, ma un intralcio al teatro di marionette e ombre lunghe che affollava l'universo delle sue lettere. Tale montagna di lettere, che non va certo anteposta alle opere per cui ricordiamo Proust, si è via via imposta come un regesto fervido e fecondo per la scrittura delle cosiddette opere maggiori e di Contro Sainte-Beuve, essenziale scritto contenente preziose distinzioni puntualmente disattese su "io che scrive" e "opera".

Il criterio editoriale della frammentazione delle lettere secondo un destinatario ritorna anche nel caso del libro di oggi e tutto sommato si rende necessario per un epistolario talmente vasto, non soltanto per ragioni pratiche o editoriali-commerciali. Va detto poi che il libro in questione è reso possibile grazie all'apertura recente degli archivi monegaschi da parte del principe Alberto II. In Lettere al duca di Valentinois (Archinto, pp. 88, euro 18, a cura e con note di Jean-Marc Quaranta, prefazione di Jean-Yves Tadié, traduzione di Francesco Bergamasco) sono radunate quattro missive e un telegramma sinora inediti conservati a lungo negli archivi del Principato. Le ricostruzioni ci dicono che siamo tra l'estate e l'autunno 1920. Proust ha quindi 49 anni (morirà di lì a poco, nel novembre del 1922) e si rivolge al giovane Pierre de Polignac, futuro padre di Ranieri III di Monaco, che nel marzo di quell'anno aveva sposato la principessa Charlotte de Monaco, acquisendo il titolo di duca di Valentinois.

Ora un passo indietro: nel 1919 era uscito per Gallimard À l'ombre des jeunes filles en fleurs e nello stesso anno Proust aveva ricevuto il prix Goncourt. È in tale scia che si colloca questa nuova costola del suo epistolario uscita dagli archivi dinastici del Principato. In una delle lettere qui proposte Proust propone al principe la sottoscrizione a un'edizione lussuosissima di All'ombra delle fanciulle in fiore, ignorata dal duca e causa della rottura tra i due. Insomma, questa manciata di lettere è la storia di una rottura e di una sparizione che ferì lo scrittore. Da qui si passa spesso a citare la nemesi proustiana cucita sui panni nel personaggio del conte di Nassau, che per molti interpreti evoca il duca. Eppure sappiamo proprio da Proust (e anche con Raboni, il suo importante traghettatore italiano) oppure anche dalle Lettere alle amiche di Céline (Adelphi, 2016) quanto inutile, piccino e inconcludente sia l'esercizio di trovare analogie tra personaggi di un'opera e personaggi reali che compaiono nella biografia o in un epistolario (Céline ad esempio se la prendeva con la madre e i suoi commenti all'uscita di un nuovo libro). Proust si mostra prodigo di consigli letterari per il duca, persona reputata di grande sensibilità artistica, ma alla fine questo sparuto gruppo di lettere altro non è che la storia di un'interruzione di una relazione che era iniziata durante la guerra, nel 1917, quando il conte era però in partenza per la Cina per una missione diplomatica. Si lascia a chi leggerà questo breve libro la possibilità di fare ipotesi su questo taglio, la possibilità di leggere anche le ipotesi che compaiono nella lunga postfazione, che sono ricondotte a una incompatibilità tra queste due creature e alle sollecitazioni pressanti e sgradevoli di Proust. Eppure questa interruzione che sappiamo essere voluta dal duca ha quasi il sapore di un gesto che si fa per preservare qualcosa che c'è stato, per proteggerlo almeno finché si è in vita.

mercoledì 24 maggio 2017

"Neurobiologia del tempo" di Arnaldo Benini. Possiamo prendere congedo dal tempo?

Che cosa c'era prima del Big Bang? Domanda legittima per il nostro cervello che produce il tempo assieme ai concetti di prima (e dopo). Ma se pensiamo che dal Big Bang è iniziata anche la "storia" del tempo così come lo conosciamo (o tentiamo di conoscere) la domanda comincia a vacillare o quantomeno a proiettare una luce diversa su quel qualcosa che per Kant era un a priori dell'esperienza assieme allo spazio (e a livello neuronale abbiamo scoperto che c'è prossimità tra quanto è deputato alla percezione del tempo e quanto è deputato alla percezione spaziale). Chiedersi cosa c'era prima del Big Bang è allora chiedersi cosa c'era prima della nascita del concetto di prima. Tutto cambia e il tempo stesso evolve, muta. Il tempo di oggi non è quello di una volta, verrebbe da dire, e tanto meno quello dei primi minuti dell'universo. Inoltre, allargando lo sguardo, il quadro cosmologico e fisico, semplificando drasticamente, risulta circa il seguente e chi legge libri di divulgazione lo sa: per il tempo non è un gran periodo all'interno della fisica moderna e non certo da oggi. La fisica quantistica pare abbia intrapreso un lungo percorso, a tratti convincente e persuasivo anche per chi la frequenta da esterno, volto a espungere il tempo dalla trama della realtà. In termini simili si esprime un fisico e divulgatore di successo come Carlo Rovelli. Non tutta la comunità dei fisici però concorda e chi ha anche solo preso in mano i libri del fisico statunitense Lee Smolin lo sa, perché Smolin pone un assunto di fondo che coincide con quanto ricaviamo dalla lettura del libro di Arnaldo Benini Neurobiologia del tempo (Raffaello Cortina, pp. 120, euro 14): non è possibile né opportuno prendere congedo dal tempo. La nostra domanda di partenza potrebbe allora essere anche un'altra: fino a quando saremo in grado di sostenere una teoria come quella del Big Bang e cosa succederà alla conoscenza umana, anch'essa risiedente nel cervello degli uomini, se questa teoria sarà abbandonata? Naturalmente non è questo il punto focale del libro di Benini, ma questo passaggio e la piccola provocazione in esso contenuta serviva a riportare lo sguardo sul cervello e sui risultati delle neuroscienze cognitive che Benini sintetizza con efficacia. Il suo percorso è diventato un libro scritto con una prosa che alterna significativamente il rimando alla letteratura scientifica e il riferimento alla nostra esperienza comune e diffusa del tempo e delle sue bizzarrie. Per fare un solo esempio, al di là di discorsi che si possono fare sull'inquinamento luminoso di uno stadio, nelle gare di atletica si usa tuttora per la partenza uno stimolo sonoro e non visivo, poiché reagiamo in minor tempo a potenti stimoli sonori. Così Usain Bolt si trova già proiettato in gara prima ancora di averne coscienza.

Arnaldo Benini, che è professore emerito di Neurochirurgia e neurologia presso l’Università di Zurigo, non è nuovo a simili affondi saggistici e ha scritto un libro breve e chiaro sul tempo e sul contributo neurobiologico alla comprensione di questo quid che da sempre chiama a raduno le intelligenze di filosofi, letterati, fisici e neuroscienziati. Per stare alla "nostra" letteratura, un campo caro anche a Benini e da sempre irretita e sedotta dal tempo, non è da escludere che la nozione di "temps perdu" usata da Proust per titolare La recherche fosse entrata nel suo radar grazie alla familiarità di certi studi del padre medico, in particolare con quelli di Herman von Helmholtz, che a metà del XIX secolo, studiando l'elettricità animale, scoprì il "tempo perduto" tra un evento e la sua coscienza (è infatti illusione la simultaneità tra evento e sua percezione e oggi si parla infatti generalmente di "tempo compresso", insomma, siamo sempre in ritardo e il presente stesso è presente ricordato)Attraverso capitoli brevi e ben calibrati Benini si mette al servizio di un lettore disponibile a percorrere le diverse immaginazioni attorno al tempo. In queste pagine il neurochirurgo passa attraverso realtà e illusione del tempo, le sue certezze e il suo enigma (come nel celebre adagio agostiniano sul tempo), la distinzione tra GT (tempo oggettivo, government time) dei fusi orari e degli orologi, manufatti dell'uomo, e PT tempo personale (personal time) nel quale "detta legge" l'affettività che fa vivere il tempo a ciascuno in modo diverso. Benini affronta anche in un capitolo dedicato la centralità del tempo negli studi sul linguaggio e sulla musica e non mancherà di interessare linguisti e musicologi. Efficace risulta in chiusura la rassegna della letteratura scientifica nei casi di lesioni o glioblastomi e molto belli sono i capitoli dedicati al mondo animale e al senso del tempo che permane anche nel caso di non-coscienza dato dal sonno.

Per tornare al quesito del titolo, secondo l'autore "non è possibile né opportuno prendere congedo dal tempo", neanche a seguito delle pressioni del mondo fisico. Pare paradossale il contesto contemporaneo, dove se da un lato troviamo la scienza fisica che prova, nel suo studio delle relazioni tra corpi e particelle, a spingere fuori il tempo, dall'altro riscopriamo continuamente i sensi del tempo per provare a sentire e capire qualcosa che sta dentro la natura (natura tout court, non natura umana). Ogni scienza, nel tempo (tocca dirlo), tende a creare una curiosa sovrapposizione con gli strumenti concettuali di cui si è servita per studiare il proprio oggetto e un senso quasi felice di profonda incompletezza, che non è da intendersi come rinuncia (tanto meno rinuncia dell'avventura scientifica) inizia finalmente ad abitare in noi. Potrebbe essere un nuovo scenario assai fecondo. Aspettiamo. Per Richard Feynman, fisico, il tempo è quello che succede quando non succede niente.