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giovedì 6 settembre 2018

"Neuroscienze della bellezza" di Jean-Pierre Changeux

A che punto siamo con le neuroscienze? Dove arriva e dove si ferma (se si ferma) la loro promessa? Hanno promesso troppo loro o siamo noi che ci siamo caricati di aspettative nei confronti di questo ramo della scienza cognitiva? Nei momenti di interrogazione radicale, male non fa tornare agli autori cosiddetti imprescindibili. E Jean-Pierre Changeux è tra questi. Con pubblicazioni come L'uomo neuronale e L'uomo di verità (per Feltrinelli, la prima non più disponibile), Pensiero e materia (per Bollati Boringhieri), Ragione e piacere. Dalla scienza all'arte e Il bello, il buono, il vero. Un nuovo approccio neuronale (per Raffaello Cortina) o le altre incursioni artistiche come quella con Pierre Boulez e Philippe Manoury dedicata alla musica (per Carocci), lo scienziato francese, oggi ultraottantenne, rappresenta un passaggio obbligato per chi si sia detto anche solo una volta attratto da questo campo del sapere. Sempre per Carocci arriva un nuovo titolo di Changeux dedicato al bello, un leitmotiv di questi suoi ultimi anni di pubblicazioni e interventi. Il libro intitolato semplicemente Neuroscienze della bellezza (pp.  240, euro 21, traduzione di Francesca Ortu) vuole essere una sintesi del pensiero sin qui radunato attorno al bello, all'opera d'arte e anche al processo riguardante la sua creazione. Il titolo francese in realtà suona diverso, La beauté dans le cerveau, ed è più aderente ai contenuti del libro. Nel passaggio all'italiano, sembra sia prevalsa la volontà di schematizzare e incanalare questo testo dentro il solco delle neuroscienze sin dalla titolazione. Anche qui insomma - che non si creda che sia prerogativa dei libri Adelphi - c'è quella che Roberto Calasso chiamerebbe "l'impronta dell'editore". Iniziano ad essere molteplici le pubblicazioni che avvicinano arte, scienza e neuroscienze in particolar modo. Pensiamo anche a un libro come Neuroestetica. L'arte del cervello di Chiara Cappelletto, di qualche anno fa (per Laterza) o al libro del premio Nobel Eric R. Kandel Arte e neuroscienze uscito in Italia lo scorso anno (Raffaello Cortina Editore). Il binomio arte-scienza del resto ha un bel po' di secoli alle spalle, ormai. Le intelligenze rinascimentali di certo non scindevano scienza e arte come abbiamo imparato a fare più tardi, in modo forse esiziale. Questo volume di Changeux è quel libro che nasce quando un duraturo interesse dello scienziato per l'opera d'arte interseca il duro interesse per i meccanismi molecolari e la biologia del cervello. Tra le pagine di questo libro ibrido, che inizia con un'intervista di Ernesto Carafoli e prosegue raccogliendo o rivedendo anche scritti apparsi in altre sedi, ci sono diversi brani dedicati a Pierre Bourdieu, al quale Changeux era legato da un rapporto di profonda considerazione intellettuale.

Per gentile concessione dell'editore Carocci e grazie alla cortese collaborazione di Giancarlo Brioschi si pubblica di seguito un breve estratto dal libro, uno dei punti dove Pierre Bourdieu è ricordato da Changeux.


Ragioni e piaceri di una collezione*


Possiamo domandarci, sulla scia di Jacques Thuillier, se il collezionismo, questo singolare comportamento che ha cosi tanto rilievo nelle condotte umane, non dia accesso a «una delle forme più alte della cultura». I significati del termine “cultura” sono molteplici. Il primo, ovvio – ma simbolicamente molto forte –, fa riferimento all’azione di coltivare la terra per farla fruttificare. In senso figurato, si tratta dello sviluppo armonioso delle nostre facoltà intellettuali. La mia opinione e che la collezione costituisca uno degli strumenti più efficaci di sviluppo culturale e di progresso del sapere. Il termine “cultura” conserva anche l’accezione, ormai arcaica, di “culto”, “venerazione”. Storicamente e nel quotidiano, la collezione ha proprio una dimensione celebrativa riguardante tanto la raccolta selettiva dei pezzi che la costituiscono e la sua definizione in termini di patrimonio (di un individuo, un gruppo sociale, perfino di tutta l’umanità), quanto la presentazione – oserei dire l’ostensione – di questa raccolta, con un rituale che non ha nulla da invidiare alle cerimonie religiose. Infine, gli antropologi definiscono, con Marcel Mauss, la cultura nei termini di forme di comportamento acquisite nelle società umane.

Anche il collezionismo rientra dunque in questa definizione. I ricordi delle esperienze acquisite si perpetuano per tutta la vita nei nostri cervelli sotto forma di tracce neuronali stabili e possono anche trasmettersi da individuo a individuo, da cervello a cervello, in maniera epigenetica. Vi partecipano i gesti, gli atteggiamenti, il linguaggio. Ma tali ricordi possono anche persistere, e persino svilupparsi, al di fuori dei nostri cervelli sotto forma di artefatti più duraturi rispetto al nostro tessuto cerebrale deteriorabile. Ignace Meyerson (2000) annovera fra i tratti caratteristici dell’uomo la sua capacità di elaborare prodotti che differiscono da quanto si trova nell’ambiente esterno; questi prodotti sono globalmente indicati come “opere”, e rappresentano la testimonianza di forme di comportamento acquisite più esemplari e più stabili.
La collezione riguarda le “opere” nel senso inteso da Meyerson, ma a un ulteriore livello e culturale. In effetti, l’uomo – prosegue Meyerson – non si è contentato di fabbricare delle opere: ha avuto cura di conservarle. E aggiunge: «[L]’uomo ha inoltre valorizzato alcune opere conservate, le ha socializzate». E così che possiamo chiederci se la collezione non si situi alle origini stesse di un campo proprio alla specie umana: quello, qui un po’ inatteso, del sacro. Non è forse l’elemento fondatore del gruppo sociale che, testimonianza materiale dell’attività creatrice del nostro cervello, conferisce di rimando – attraverso quello che Ian Hacking (1995) chiama looping effect (effetto autoriflessivo) – un forte potere simbolico alla nostra attività cerebrale? La collezione permetterebbe al gruppo sociale di condividere significati immaginari e contribuirebbe cosi al consolidamento intersoggettivo del legame sociale, in qualche modo lo “renderebbe immortale” attraverso le generazioni successive sotto la forma del sacro.
La collezione sarebbe ancora qualcosa di più: un’eccezionale causa di progresso nell’evoluzione delle nostre società – progresso della ragione, chiaramente. Pierre Bourdieu (1997) scrive: «[I]l mondo e comprensibile, immediatamente dotato di senso, perché il corpo – che grazie ai suoi sensi e al suo cervello ha la capacità di essere impressionato e durevolmente modificato da esso – è stato a lungo (sin dall’origine) esposto alle sue regolarità». L’evoluzione genetica delle specie, la filogenesi, ha portato – a seguito di interazioni multiple con l’ambiente per variazione-selezione – alla costruzione della nostra architettura cerebrale, che ci permette un primo apprendimento del mondo, ne costituisce una prima “rappresentazione innata”. Questa evoluzione genetica passa il testimone all’evoluzione “epigenetica” delle mentalità e delle culture.
Le stesse opere conservate sotto forma di collezioni sono “rappresentazioni acquisite” del mondo. La possibilità di metterle a confronto offerta dalla collezione contribuisce al progresso di una conoscenza che diventa, come scrive Bourdieu, «un consenso primordiale sul senso del mondo» (ibid.). In altri termini, la conoscenza diventa oggettiva. La collezione è dunque alle origini del sapere scientifico e della sua diffusione? L’abate Grégoire l’aveva in qualche modo presagito con la creazione del Conservatorio di arti e mestieri. Possiamo dire che la collezione incorpora l’habitus e «restituisce all’agente un potere generatore e unificatore, costruttivo e classificatorio»? (ibid.). La collezione partecipa, da questo punto di vista, a due aspetti della cultura: il sacro e lo scientifico!  

* Pubblicato originariamente in Les Passions de l’âme. Peintures des xviiet xviiisiecles de la collection Changeux, catalogue de l’exposition, Odile Jacob, Paris 2006. La mostra si e tenuta nel 2006 a Meaux, al Musée Bossuet, a Tolosa, al Musée des Augustins, e a Caen, al Musée des beaux-arts.

© copyright 2018 by Carocci editore S.p.A., Roma
Per gentile concessione dell'editore

domenica 15 luglio 2018

"Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura" di Maria Anna Mariani

Accostare in un titolo i nomi di Primo Levi e Anna Frank significa concentrare un'attenzione incandescente su figure che, per ragioni diverse, sono diventate simboli della Shoah e raccoglierne, nella scrittura saggistica, le convergenze o gli aspetti che avvicinano le loro singolarità. Al contempo vuole dire apportare delle precise e nuove distinzioni attorno a due situazioni prominenti della letteratura mondiale, mettendo in conto una perlustrazione dei punti di contatto finora rimasti in ombra e anche delle derive e riusi della loro opera, valutare la presenza di Levi in opere di altri scrittori (o nei fumetti) e, nel caso di Anna Frank, riconsiderare i suoi racconti poco noti e spesso svalutati (il make-believe, o "fare-finta-di" del breve epilogo del libro). Del resto, lo ricordava Susan Sontag, siamo già da un po' nell'epoca della frammentazione e del riuso continuo delle opere, tanto più di quelle maggiori di un secolo, di quelle a maggior rischio di destoricizzazione. Naviga e beccheggia tra queste boe di delimitazione il recente saggio di Maria Anna Mariani intitolato Primo Levi e Anna Frank. Tra testimonianza e letteratura (Carocci, pp. 154, euro 17), che si apre all'insegna della considerazione del peso troppo grande e logorante della "testimonianza per delega" della quale lo scrittore torinese, divenuto "testimone collettivo", rappresenta appunto un caso preponderante e mondiale. La testimonianza per delega, per cortocircuito, fa pensare già dalle prime pagine all'altrettanto problematico avvenimento del "trauma per procura" e al paradigma vittimistico contemporaneo emerso così bene in Critica della vittima di Daniele Giglioli (citato anche dall'autrice circa a metà della sua trattazione). Questa testimonianza diventa una condizione altamente sfinente e sfibrante, nella quale il corpo del testimone si fa cavo per far spazio a una pluralità di voci precipitanti e appartenenti ai sommersi. A far da trattino di congiunzione tra i due nomi del titolo vi è anche quello che l'autrice definisce "il peccato della finzione" e sul quale si sofferma in un capitolo dedicato.

Lo studio si apre prendendo in considerazione come sintomo e situazione istruttiva la prima contestata traduzione americana di Se questo è un uomo. Sappiamo che il titolo fece riferimento alla sopravvivenza, rifiutandosi di aderire all'originale italiano, ma ricorrendo a un più altisonante Survival in Auschwitz (solo più tardi si è ricorsi a If This Is a Man e tuttora si trovano copertine in cui i due titoli coabitano). Ciò che disturba e viene alla fine contestato non è tanto la non-aderenza del titolo tradotto, bensì la preposizione "in". Per Maria Anna Mariani "Survival after Auschwitz" avrebbe reso il senso di quello che lei definisce "la tirannia della testimonianza impersonale" che Levi ha sperimentato nel suo libro più noto e di successo (si ricordi per inciso che Se questo è un uomo ha rappresentato un successo commerciale esorbitante per la casa editrice Einaudi). Chiaramente questa "tirannia" e il logoramento del testimone collettivo per delega trovano più volte, in queste pagine, un punto di confronto con il suicidio di Primo Levi dell'11 aprile 1987. Il saggio di Mariani procede quindi con un secondo capitolo dedicato alle opere in cui Levi torna a sperimentare la possibilità della singolarità di testimone, in percorsi editoriali autobiografici vissuti spesso obliquamente. Ed è così che trovano spazio in queste pagine le considerazioni su Il sistema periodico, su quel caso unico di antologia di scritture fondative che Levi compilò sotto il titolo de La ricerca delle radici (titolo facente parte di un più largo e non fortunato progetto di Einaudi dedicato alle antologie personali degli autori) e infine la tardiva registrazione della conversazione con Giovanni Tesio, raccolta col titolo Io che vi parlo. In quest'ultimo caso basti ricordare che la conversazione, risalente ai primi mesi del 1987 e programmata in vista di un'attesa biografia autorizzata, di poco anticipa il suicidio dello scrittore. Il grumo di domande allora precipita e si schianta al bivio di simili dilemmi: cosa deve fare un sopravvissuto di una sciagura epocale e collettiva di quel tempo che gli resta da vivere? Deve dedicare il resto della vita alla testimonianza accettando il logorio sfibrante della testimonianza per delega oppure, anche a costo di una rinuncia alla vita, deve riprendere in mano quella singolarità irriducibile, tanto meno a una delega ad accogliere nel proprio corpo voci, pensieri e storie dei sommersi?


La coppia data dal terzo capitolo intitolato "Primo Levi e il peccato della finzione" e dal successivo "Anna Frank e la sua vita postuma" entra nel vivo della trattazione sfociata nell'idea dell'autrice di dedicare un saggio (e inequivocabilmente un titolo) a queste due figure, unendole in un binomio tanto comprensibile quanto raramente portato in primo piano in precedenza dalla critica. Vi sono differenze fondamentali tra i due, certo, e questo è noto. Tra l'altro il diario di Anna coagula i sentimenti di un prima della deportazione e vive e si definisce anche per quel che è successo dopo a Bergen-Belsen (così come il dopo del suicidio di Levi tende sempre a diventare termine ad quem). Ed è in queste pagine del saggio che entriamo nel rapporto travagliatissimo di Levi con la finzione, opzione indispensabile quanto proibita e sofferta di escapismo. Qui la scelta di avvicinare le figure di Levi e Frank diventa rischiarante in ambo le direzioni. Compaiono allora gli pseudonimi adottati da Levi quasi a contrappeso del peccato di finzione e l'altro peccato "di su" Anna Frank, coincidente con un processo di mutazione e destoricizzazione che sostanzialmente ebbe inizio già dall'editing compiuto da Anna e dal padre Otto Frank e che è poi dilagato nel mondo del teatro e del cinema, o in quello delle copertine (quella sorta di Barbie che vedete a lato è la sorprendente copertina di un'edizione coreana del diario di Anna Frank, con la quale si apre il capitolo quarto). Tutto il capitolo dedicato a Anna Frank è un susseguirsi di giusti interrogativi sugli statuti di autore, coautore (il padre è stato riconosciuto coautore e in questo modo i diritti del diario non sono ancora scaduti, essendo lui morto nel 1980) e editor. Rifacendosi allora a Appadurai e alle sue hard cultural forms, cioè a espressioni culturali che "oppongono resistenza alla dislocazione e trasformazione, e che quando vengono effettivamente esportate e alterate provocano turbamento" Mariani conclude così, prendendo una posizione ragguardevole:
Eppure, che ci piaccia o no, Anna e suo padre sono stati i primi a preparare una ricezione globale del diario. Sono stati loro i primi editor a neutralizzare il significato specifico della Shoah, trasformandola in un guscio vuoto: una storia generica di generiche vittime, generici oppositori, generiche ragazzine.
È questa opposizione lacerante tra singolarità-genericità che percorre intelligentemente questo saggio e lo fa vibrare e da questa è possibile ripartire per future considerazioni su testimonianze e letteratura della Shoah, un terreno che si è via via sovraccaricato di dati e materiali e che necessita pertanto una nuova posizione teorica disposta a offrire coordinate plausibili per leggerli e ricollocarli. Il libro prosegue affrontando Primo Levi lettore di Anna Frank, lasciando fluttuare le riflessioni sul viso di Anna (questione tornata alla ribalta anche negli stadi di calcio italiani di recente), quella "fanciulla d'Olanda" (Levi) e "essere di mezzo" (Ortese) che secondo lo scrittore torinese "ci commuove più che gli innumerevoli altri che hanno sofferto proprio come lei, ma le cui facce sono rimaste nell'ombra". Come già anticipato, un capitolo è dedicato alle presenze di Levi nelle opere più vicine a noi e un breve epilogo ci parla dei racconti di Anna Frank, che per Mariani sono stati oggetti di giudizi duri e monolitici e che invece rappresentano un "conficcare gli occhi in ciò che verrà".

Il motivo di novità e interesse di questo volume è dato già nel titolo, dal momento che raramente Primo Levi e Anna Frank erano stati così vicini in un percorso di critica. Tuttavia, come si è visto, è nel vivo della trattazione che sono disseminate le tesi più interessanti e coraggiose, necessariamente più gravide di conseguenze nel percorso che ci porta ogni volta alla Shoah e ai drammatici rischi di personalizzazione di questa. Si tratta di un processo inarrestabile? Oppure la consapevolezza della personificazione e genericizzazione della Shoah che dimostra questo studio è un primo tentativo di inversione di tendenza? Se sì, verso quali nuove acquisizioni della critica letteraria sul valore testimoniale della letteratura? Questo intelligente allineamento nel piano del discorso di testimonianza per delega, senso di colpa e peccato della finzione, riconsiderazione del paradigma vittimistico imperante, destoricizzazione e personalizzazione può dirci molto di come si è quello che si è diventati.

lunedì 14 maggio 2018

Vincenzo Fano e le lettere immaginarie di Democrito alla figlia

Vincenzo Fano, nipote del linguista e filosofo Giorgio, è oggi professore di Logica e filosofia della scienza all'Università di Urbino. Ho ascoltato le sue lezioni su Laws and Simmetry di Bas Van Fraassen molti anni fa a Padova, nell'ambito di un corso più ampio dedicato alla legge di natura e alla simmetria, e da allora ne conservo un ricordo netto, bello. Dopo il libro dedicato ai fecondi paradossi di Zenone, proposto qualche anno fa, ora, sempre per Carocci, esce Le lettere immaginarie di Democrito alla figlia. Un invito alla filosofia (pp. 141, euro 13). Si tratta di un insieme assai curioso di lettere inviate da un neo-Democrito, caratterizzato nella propria quotidianità (anche e soprattutto quella del dolore), a una figlia invocata e convocata con affetto. Il dispositivo narrativo è, in questo contesto, interessante e efficace: un filosofo contemporaneo si affida a un filosofo dell'antichità molto noto ma di cui si sa poco, rimandando così a un corpo di pensiero e alla sua tradizione, per traslare la riflessione filosofica sulla contemporaneità. Nel fare questo decide di affidare le proprie righe alla figlia e sceglie di farlo attraverso diverse lettere che, di volta in volta, affrontano le questioni emergenti o ancora sommerse delle principali scienze, delle questioni di sempre e di quelle nuove, con un accento marcato e mai apocalittico sull'assalto della tecnologia sulle nostre vite. Il neo-Democrito allora non è un filosofo di un mondo staccato, ma un filosofo pienamente collocato (e persino meravigliato) nel mondo che la scienza empirica e la tecnologia ci ha stondato intorno. C'è una grande e pressante necessità di riportare la riflessione su questi binari, altrimenti ci perdiamo più di metà della sfera sulla quale camminiamo o della quale vorremmo provare a dire qualcosa.

In queste missive, contraddistinte da un tono disteso, spesso dolente ma anche ironico - nel senso vitale e non nel senso delle degenerazioni triviali dell'ironia - il vecchio Democrito dei nostri giorni affronta via via tutte le scienze, dalla fisica alla matematica, dall'economia alla sociologia, dalla chimica all'astrofisica. Lettera dopo lettera si assiste (e si partecipa) in tal modo a un convincente tentativo di saltellare tra i vari campi del sapere per ricucire una rete di senso che possa anche vivere sopra e sotto gli steccati disciplinari. Ad un livello più generale, impliciti nel testo, troviamo molteplici inviti e ne evidenziamo almeno due: quello a "ripassare" la filosofia antica di cui Democrito è appunto esponente e quello di fare filosofia e non soltanto storia della filosofia (qui la parentesi che si potrebbe aprire è troppo vasta, in particolar modo per il nostro paese). Solo in questo modo la filosofia può ambire ancora a insegnare a pensare, a difendere il pensiero dai pericolosi percorsi di storytelling inscenati nei vari livelli e canali delle nostre vite. La situazione comunicativa che si crea in queste lettere, dove l'elemento della quotidianità, la contingenza oppure il dolore e il farmaco assunto per placarlo entrano pienamente nel corpo del discorso, consentono a questo esperimento di Vincenzo Fano di riuscire persino militante. Concluso questo breve esperimento epistolare, che si apre con l'invito alla figlia a invigilare sé stessa e si chiude con una riflessione sulla possibilità, dopo aver toccato i vari salienti della parabola di umani, si può ritenere che la forma scelta per questo libro sia anche una decisa interrogazione sul senso del pubblicare, del dibattere, dell'argomentare e del discorrere.



giovedì 22 marzo 2018

"Dal modernismo a oggi" di Romano Luperini: la spinta a storicizzare la contemporaneità tra le avvisaglie di un populismo letterario

Si conclude con un utile interrogarsi su possibili nuove forme di populismo in letteratura questo libro di Romano Luperini, alla fine di un agile paragrafo in cui il decano della critica aveva preso in considerazione i libri caldi del 2017 (Le otto montagne di Cognetti, La più amata di Ciabatti, ma anche il Brucio tutto di Siti). È un interrogarsi significativo e utile, giacché da un pezzo sta insidiandosi un pensiero di letteratura legata ai buoni sentimenti, alle pratiche edificanti che si posizionano in una comfort zone che sta tra il sempreverde fascino per il selvaggio, i toni più artatamente accesi o un incomprensibile new ruralism di altri libri di successo presso premi e lettori, promossi dagli editori con maggiore blasone. L'industria editoriale del romanzo in effetti può ormai prevedere una certa pulizia e standardizzazione del prodotto finito, secondo prassi che si sono consolidate e secondo una serie di operazioni di finissaggio, così come ce ne sono in tutte le industrie, dai telefonini alle scarpe. Ma la letteratura non è un regno rassicurante, tutt'altro, mai stato questo; i libri sono ancora una merce che potrebbe vantare (o soffrire di) una qualche peculiarità, se non altro perché sembrano più a diretto contatto con le idee, la pelle e il sangue degli uomini (è un'illusione questa?). Fa bene dunque Luperini a sigillare così quest'ultimo libro. Ma sarà davvero un ultimo libro per lui questo qui, come si era già promesso? Lascio la domanda proprio perché Luperini parla di una promessa non mantenuta all'inizio di Dal modernismo a oggi. Per storicizzare la contemporaneità (pp. 152, euro 16, da poco uscito per Carocci). La promessa non mantenuta è quella che non sarebbe più tornato con un libro di saggi, proprio a seguito di alcune riflessioni, rilasciate nei penultimi scritti, sulla prensilità della forma saggistica, sulla sua necessità e sulla possibilità di aver altro valore da quello che impronta il percorso di ricerca e di pubblicazioni di uno studioso all'interno del circuito dell'accademia. 

Tutto parte insomma da una promessa non mantenuta. Ma dove si arriva partendo da una promessa non mantenuta? Il libro raccoglie alcuni scritti di diversi momenti, anche cosiddetti occasionali, raggruppati sotto il cappello di un titolo che esprime un arco temporale abbastanza lungo unitamente alla necessità e allo stimolo continuo di storicizzare il contemporaneo. Al di là del titolo, che crea la cornice temporale di questi scritti, che cosa vuol dire "storicizzare"? Volendo complicare la faccenda, che cos'è oggi l'idea di contemporaneo o di contemporaneità? Su quali livelli si assesta? A quali livelli si sgretola? Almeno una cosa, però, la sappiamo: storicizzare vuol dire collocare - o tentare di collocare - le opere, il pensiero, i dibattiti all'interno del loro tempo e, conseguentemente, all'interno del nostro. Si tratta quindi di un'azione doppia e bifronte, che sfuma nella critica, nell'epistemologia, nella riflessione storica. Sfuma e sfugge in tanti rivoli. Ed è così che Luperini abbraccia un'eterogeneità di autori e correnti, dai vociani a Saviano, infilando all'interno un saggio come "Federigo Tozzi e le emozioni" (mi è parso molto bello proprio questo scritto), un altro su Mario Luzi e la crisi del genere lirico in uno dei contributi più approfonditi e ampi, uno su Sanguineti definito anche "l'ultimo intellettuale", uno sul già citato Siti o un altro ancora sul caso Ernaux, esempio di successo dell'autobiografismo, mediante il quale è redatto un bilancio delle sperequazioni economiche dell'epoca attuale e dello scenario che ne è derivato, chiuso tra cinismo e ironia sarcastica, due atteggiamenti parimenti improduttivi, anche nell'ottica di una rivolta che per ora non arriva.

Il volume si presenta come agile ma al contempo assai densa lettura, che si interrompe davvero ai giorni nostri, con un'intervista di Filippo La Porta reperibile anche in rete nel sito "laletteraturaenoi" a questo indirizzo e con la valutazione dei romanzi del 2017 di cui si diceva poco sopra. Siamo quindi davvero nell'"oggi" del titolo. Ma come arriva Luperini a chiudere questa cavalcata storicizzante? Lo abbiamo già anticipato e, oltre agli scritti sugli autori citati, il lettore troverà capitoli dedicati alla poesia di Umberto Saba, con approfondimenti sulla psicanalisi nella cultura letteraria, la peculiare posizione di Trieste in questo flusso e la configurazione dello spettro sabiano, oscillante tra spinte di modernismo e antimodernismo. Infine, in questo 2018 che chiude il quinquennio del centenario della Grande guerra, giova ritrovare anche l'acuto bignami su "La Voce", "Lacerba", Papini, Slataper, Jahier e Serra, ancora una volta con il suo Esame di coscienza di un letterato.

sabato 11 novembre 2017

La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura fenomenologico di Paolo Giovannetti, tra spunti più o meno efficaci

Spesso, quando si cerca di perlustrare i territori dell'iperproduzione poetica contemporeanea italiana (solo contemporenea e solo italiana?), emerge il confronto con la musica, e si finisce per ricordare come in quell'ambito nessuno si crederebbe musicista senza un'adeguata formazione. Il confronto, che implicitamente accusa la poesia di dilettantismo diffuso, ha senza dubbio le sue ragioni, ma dimentica che la formazione e preparazione non sono tutto: musicisti grandi e diversi, come ad esempio Carlos Kleiber e Vinko Globokar, erano letteralmente divorati da dubbi costanti e radicali sull'essenza dell'interpretazione e dell'esecuzione in musica. Di certo, quantomeno, avevano a lungo studiato. Ecco allora emergere un punto primario: lo studio: bisogna anche studiare. Poi una certa dose di autodidattica e iniziativa individuale è sempre necessaria, perché la scuola e lo studio da soli non sono certo tutto. Allo stesso tempo, lo studio di qualche manuale di metrica e la frequentazione assidua di certe pubblicazioni dedicate alla poesia non può e non deve essere la ragione sufficiente per ingolfare un nuovo universo di sapientoni e sapientini-scuola che mostrano di saperne a pacchi di poesia, che cosa lo sia e che cosa non lo sia. Lo strumento antologico, per riferirsi a un'istituzione un tempo davvero utile e usata criticamente per "fare cernita" e critica, si è appiattito, ora sulle velleità del curatore di turno, ora su un ecumenismo e inclusivismo tronfio e distratto, ora sul perseguimento di un'idea comune anziché sull'ossessione per distinzioni e differenze tra le singole poetiche. Siamo evidentemente nell'era del "mi piace", una azione-pulsante irrazionale, immediata e trasversale, su cui si orientano gli odierni ed effimeri sciami di approvazione o disapprovazione, piaceri e fastidi. Insomma, per quel che mi riguarda preferisco chi studia e legge molto ed è parimenti tormentato dai dubbi, senza però arrendersi a una finta umiltà paralizzata dal dubbio stesso, la quale serve non serve a molto nell'acqua ristagnante dei nostri molti "tempi presentificati". Sono consapevole che grandi sorprese possono arrivare anche da chi ha letto e studiato poco e che non c'è una regola, però direi che in linea di massima studio e lettura vanno preservati come capisaldi. Aggiungerei che sono dei capisaldi anche un vivo interesse, appercezione e curiosità, ma se consideriamo la configurazione egotistica e autistica crescente del panorama letterario, rischiamo di rimanere nauseati o stecchiti all'istante (eppure è parimenti vero che qualcosa di interessante è uscito anche da scrittori egotistici e autistici). 

Parlando allora di studi, rischia di cascare il palco, perché la poesia riscuote un interesse abbastanza scarso nell'ambito degli studi dedicati, sia in quelli specialistici, sia in scritti e avvenimenti che provino a veicolare con piglio più divulgativo le ragioni del suo interesse nel panorama della letteratura. Tra tante recensioni, ad esempio, pochissime sono rimaste quelle dedicate alla poesia e questo dato vorrà pur dire qualcosa (la recensione serve a far vendere, tra l'altro). Anche per i suddetti motivi è utile prendere in considerazione la possibilità di leggere il libro di Paolo Giovannetti. In copertina trovate una finestra che dà su alcune foglie chiare e su un ammasso di libri ripresi nei loro spessori, in posizioni traballanti e precarie. Paiono libri voluminosi e anche datati, non come quelli che vanno per la maggiore nell'ambito della poesia assai recente che costituisce oggetto di analisi del libro. Quasi sicuramente in copertina persiste un'idea di quantità e di disorientamento, ma forse anche la "vecchia" idea di contemplazione poetica, data dalla finestra. Il breve saggio scritto da Paolo Giovannetti e pubblicato da Carocci (pp. 128, euro 13) ha un titolo necessariamente circoscritto, La poesia italiana degli anni Duemila, che assomma un tentativo di punto della situazione e di sintesi su circa tre lustri. Il compito, va da sé, è difficile e nemmeno particolarmente gratificante. In pochi si prendono una briga del genere di questi tempi ma, come si dice in certi casi, qualcuno dovrà pur farlo. Giovannetti allora ha fatto il suo passo e ha tratto dal panorama italiano recente alcune linee di demarcazione. Il suo approccio è fenomenologico, ma non da fenomenologo degli stili e questo è forse il nodo problematico che si è trovato ad affrontare: Giovannetti assomiglia più a un fenomenologo delle aree, delle zone e dei... campi. Il critico e professore ordinario di Letteratura italiana dello IULM di Milano ha allestito un volume agile che si snoda per linee di forza, lungo le quali prova a fornire un panorama - e non certo un'impossibile mappatura o, peggio, una georeferenziazione - del "campo" della poesia italiana più recente (a tal proposito sarebbe interessante usare più spesso la parola campo, proprio con riferimento a Bourdieu, anche quando si affronta la poesia). 

Ogni persona che leggerà questo libro potrà farne l'uso che preferisce, confrontandone i capitoli con la propria esperienza di lettore, fruitore, frequentatore e eventualmente critico della scena poetica e dichiararsi alla fine più o meno soddisfatto di quanto avrà letto. E sebbene dei passaggi possano lasciare perplessi in quanto a incisività o efficacia (la necessità stringente di confezionare un libro non sempre aiuta a sviscerare i nuclei di pensiero più promettenti), c'è da dire che studi del genere dedicati alla poesia recente non sono frequenti e pertanto vanno salutati con apertura. L'interesse, almeno per chi scrive, sta più nel cercare di capire come sono progettati e scritti, sta quindi più nella loro ossatura. Nel modo in cui rimpolpa le linee di forza dei diversi capitoli, l'autore sembra a volte trascurare l'asse dell'opera, a favore di un approccio che ancora privilegia, in ultima analisi, l'asse dell'autorialità e il conseguente appiccicoso "portato dell'autore". Nella trattazione sui rapporti tra poesia e rete, l'esempio di Gilda Policastro serve più che altro a illustrare cosa ha scatenato la pubblicazione di alcuni suoi versi in "Nazione Indiana" e assai meno ad addentrarci nella sua poesia. Si tratta quindi di un'esemplificazione che risente del saggio Polemiche letterarie. Dai Novissimi ai lit-blog di Policastro e meno interessata alla proposta costituita dai libri di poesia che ha pubblicato negli anni. Questa scelta è forse necessaria per contenere entro certi margini una trattazione potenzialmente sterminata: una volta individuate le linee di forza di cui si diceva, l'autore deve preoccuparsi di sostanziarle e rimpolparle con esempi. Da sempre però, e non solo in poesia, appare più utile parlare e scrivere di opere e di libri più o meno riusciti, per quanto il libro non sia più il solo asse di sviluppo possibile di un'opera (ci torneremo prossimamente parlando di Let Them Eat Chaos di Kate Tempest). Capiamo comunque che non è questo lo scopo di Giovannetti, che si mostra più interessato alla creazione di macroaree in cui gli esempi che propone possano via via collocarsi a suffragio delle diverse tesi. In questo sta lo sforzo critico-creativo del suo saggio e qui naturalmente si innesta lo spazio per qualsiasi discussione o dibattito futuro. Ce ne saranno?

Torniamo incidentalmente alla recensione, un testo strumentale che ancora vive in rete o nei giornali, ma che sembra abbia completamente abbandonato il terreno della poesia a favore di frettolosi post nei blog. Detto in altre parole: chi recensisce più la poesia? Le dita di qualche mano bastano. E la recensione, necessariamente, si collega alla fruizione e al concetto di opera (opera di poesia, in questo caso, spesso un libro, ma non solo), che così si trova però priva di un suo consolidato strumento di analisi e divulgazione. Chi ha più la capacità di analisi e visione o la vocazione a una fuga da sguardi impauriti che emerge lampante da Plausi e botte di Giovanni Boine? Nei libri di poesia sopravvivono prefazioni e postfazioni, ma sappiamo bene di quali testi poco interessanti stiamo parlando, testi che molto spesso non sono critica e, nei pochi casi in cui si salvano, sono degli inviti alla lettura ravvicinati alla lettura stessa, degli avalli, dei passaggi di testimone in staffette scoordinate (non parliamo della prevedibilità di quasi tutti i premi letterari). E proprio collegandomi alla mancanza di recensioni, viene da citare la perplessità più marcata che ha sollevato la lettura del libro di Giovannetti, ovvero il già ricordato indebolirsi del concetto di opera. Si ragiona qui per stralci, spesso per autori. Certo, un capitolo che costituisce un nodo essenziale della trattazione si intitola "Il libro come installazione. Cos’è la poesia di ricerca?" e sembrerebbe riportare il libro di poesia al centro, fermo restando che poi l'immagine installativa del libro appare troppo debole, troppo "mutuata" dalle altre arti, e finisce per avallare un'idea ancillare della poesia, che deve per forza ispirarsi da quello che accade nel sistema dell'arte per affermare una delle sue traiettorie nel contemporaneo. E questo accade paradossalmente in un saggio che invece, nei passaggi più efficaci, sa affrontare le specificità più inalienabili della poesia stessa, soprattutto là dove si confronta con la trasmedialità (questo è uno dei nuclei più promettenti, a mio avviso, che ci auguriamo possa essere sviluppato in futuro dall'autore).

Un altro punto da considerare sta proprio nei libri stessi. Non è detto che il libro di poesia scomparirà, ma da più parti, e non ultimo da Amazon stesso e dal self-publishing, ci accorgiamo che ci sono in nuce dei possibili sviluppi per la poesia nei terreni della transmedialità. Ed è qui che Giovannetti infila i pensieri più interessanti ed efficaci: vale ancora la pena leggere poesia, senza troppi piagnistei sui suoi destini, perché si scoprono così certi adempimenti che in un testo poetico funzionano meglio che in altri testi. È pertanto un elemento assai positivo la capacità della poesia di farsi continuamente spiazzare da altri media. In questi ragionamenti, contenuti e ben sviluppati soprattutto nelle battute iniziali del volume, si concentrano i punti più interessanti del ragionamento del critico, i quali comunque non mancano anche nel capitolo dedicato alla poesia lirica. Qui si ricorda giustamente che non è un insulto o un'eresia parlare di "lirica" oggi, semmai è un insulto dimenticarsene o parlarne con poca cognizione. Giovannetti precisa infatti che il poeta lirico del Duemila "non pratica l'improvvisazione irriflessa. Semmai si confronta con il suo contrario: con un eccesso di autocoscienza espressiva." In questi stralci risale una figura di passaggio e confronto ingombrante come quella di Vittorio Sereni. 

L'approccio di Giovannetti è dunque simile a quello dell'etnologo e del fenomenologo. Ciò probabilmente deriva dalla vastità talvolta scoraggiante del "fenomeno" che desidera analizzare. Dopo il capitolo sulla lirica ricordato sopra, segue il già citato capitolo sul libro come installazione. Un capitolo posto in posizione centrale è dedicato all'esperienza dell'oralità poetica: rap, slam e l'oralità della spoken word trovano qui la loro casa ed il capitolo costituisce per il lettore il momento giusto per riguadagnare un fatto scontato quanto essenziale, ossia la grande vicenda della metrica, sulla quale varrebbe la pena tornare sempre più spesso, perché è qui che si gioca il confronto tra opere (anche di uno stesso autore), tra le diverse realtà di poesia nelle diverse lingue. Non poteva mancare un capitolo su poesia e prosa in prosa, uno di quelli più felicemente problematici di questo libro. Il capitolo finale è invece emblematicamente intitolato "Tra muscolarità e regressione: poesia dentro la Rete e Rete dentro la poesia": qui i motivi di interesse stanno già tutti nel titolo che rintraccia due direzioni di sviluppo ormai conclamate e nel nuovo situazionismo che dalla rete potrebbe nascere. La problematicità e la criticità stanno però nello spacchettare la poesia degli ultimi anni in diversi rivoli e poi provare a riproporla sotto una trattazione unica, dentro e fuori i filtri autoriali, delle scuole, delle aree di influenza, delle tendenze e persino delle mode (spero non crediamo che la poesia ne sia immune, tutt'altro). Spesso le distinzioni che si vanno instaurando nel panorama sono false distinzioni sorte da falsi problemi (libro vs. oralità, tradizione vs. neoavanguardie e via dicendo). Con simili dicotomie si obbedisce più alle esigenze di posizionamento nel panorama e quindi siamo in una piena ottica di marketing letterario. Togliete la poesia ai soli poeti e forse sarà un gran giorno. La cosa che va salvata, promossa e riproposta di questo libro è la buona dose di pragmatismo e soprattutto empirismo che prova a mettere in campo. Sono questi due fattori che possono salvare la riflessione estetica dalle paludi soltanto ideologiche dove, a ogni lustro o decennio, in modo avvitato e sterile, rischia di rintanarsi. Senza dimenticare che la lingua, che in poesia continuerà ad avere sempre una posizione preponderante, può diventare ideologia allo stato puro.

Nonostante quanto scritto sopra,  so bene che in questi libri si va a caccia dei nomi, e allora ecco qualche anticipazione per non deludere chi eventualmente è arrivato fin qui: Umberto Fiori, Fabio Pusterla, Paolo Febbraro, Milo De Angelis, Francesco Targhetta, Silvia Bre e Laura Pugno nel capitolo della "lirica"; Alessandro Broggi, Michele Zaffarano, Giulio Marzaioli, Luigi Severi, Italo Testa e Gherardo Bortolotti per il capitolo dedicato al libro come installazione; Lello Voce, Guido Catalano, Julian Zhara, Gabriele Frasca, Giovanni Nadiani e Assunta Finiguerra nel capitolo più musicale intitolato "Voci e corpi del testo"; Angelo Lumelli, Tiziano Rossi, Andrea Inglese e Valerio Magrelli tra altri nel capitolo che guarda alla prosa; Gilda Policastro, Vincenzo Ostuni, Ferdinando Tricarico, ancora Gabriele Frasca, Marco Ceriani, Silvia Tripodi nel capitolo finale che si apre alla Rete. Questo è inoltre un libro che si apre molto anche ai cantautori e alla musica, terreno da sempre considerato attiguo a quello della poesia. Lasciamo al lettore scoprire come rientrino certi cantautori nella trattazione.

lunedì 4 settembre 2017

"L'universo oscuro" di Andrea Cimatti: un viaggio astronomico tra i misteri del cosmo

Si stima che l'universo abbia circa 13,8 miliardi di anni. Di tempo ne ha avuto (e ne avrà, presumibilmente) per infilare in qualche altrove alcune sorprese per l'uomo di scienza, il quale da circa un secolo lo studia grazie alla grande mole di dati provenienti dalle evidenze sperimentali della radiazione elettromagnetica (per tanti secoli invece lo studio dell'universo si era fondato solo su osservazioni ricadenti nello spettro del visibile). Il fatto che le sorprese siano modellate su delle aspettative che rimandano agli umani concetti di "vita", "forme intelligenti", "linguaggio", "somiglianza", "abitabilità" ha a che fare con l'immaginazione umana, la quale, come noto, è spesso fervida proprio tra gli uomini di scienza. Le domande che ne derivano sono sempre molteplici, ma pur sempre incomplete. Quelle che toccano la nostra immaginazione suonano spesso così: finisce l'universo da qualche parte? Quando termina la creazione? Possibile che siamo soli e che tutto quello che ci piace chiamare vita abbia sede in un foruncolo di questo universo, che tra l'altro si sta espandendo? E poi, perché siamo più propensi a pensare di scoprire qualcosa di somigliante anziché qualcosa di completamente diverso e, nella sua diversità, sconvolgente? Siamo sicuri di conoscere bene il nostro "cortile di casa", ovvero il sistema solare? I fisici, compagni di viaggio stretti degli astronomi, non amano concetti come quello di infinito (in questo sono diversi dai matematici, che pur trattano diversi infiniti) e qualsiasi loro elegante modello esplicativo ha sinora cercato di espungere l'infinito. E più si scopre sul conto dell'universo più s'ingigantisce il profondo senso di ignoranza che ci attanaglia, tanto che l'aggettivo "oscuro" è diventato protagonista per qualificare parole come "materia" e "energia". Da un punto di vista strettamente linguistico, pare così strano trovarlo impiegato in contesti scientifici, dove da sempre si privilegia ciò che è chiarezza, rigore. Inoltre, da qualche tempo, all'idea di universo si affianca l'idea di molti universi, anche se mancano per forza evidenze scientifiche su questa ipotesi, non fosse altro che davanti all'idea di molti universi sarebbe davvero un casino pazzesco e verrebbe meno anche l'idea di scienza e metodo sperimentale su cui lo sviluppo delle conoscenze ancora si fonda.

Dicevamo 13,8 miliardi di anni, una stima. Iniziamo così a familiarizzare con numeri e entità che mettono a dura prova la nostra immaginazione, poiché sono oggetti mentali difficili e all'ordine del giorno nel libro di Andrea Cimatti di cui si parla oggi, che comunque si pone al lettore in un'ottica pienamente divulgativa (per capirsi, non contiene formule, al massimo vi troverete le quattro operazioni fondamentali e in linea di massima può essere affrontato da qualsiasi lettore curioso). L'edificio delle nostre conoscenze astronomiche trova ancora le proprie fondamenta nella teoria del Big Bang. Chiedersi che cosa ci fosse prima del Big Bang non ha molto senso, poiché è col Big Bang che nasce il tempo e quindi anche il concetto di prima. Il sole, la stella che consente la vita nel pianeta Terra, dovrebbe trovarsi a metà della sua vita e può contare su circa altri 5 miliardi di anni prima di iniziare la propria turbolenta fase finale (comune a tutte le stelle); posto che si possano sfruttare tutti questi anni per lo sviluppo della scienza astronomica e della cosmologia e posto che determinate estinzioni non si siano già verificate, c'è abbastanza tempo per pensare che altre teorie possano affacciarsi e falsificare la teoria dell'origine sulla quale ci appoggiamo e che fa scattare il concetto di tempo. Del resto, come scopriremo in un altro libro di cui si scriverà tra qualche giorno, Storia del dove di Tommaso Maccacaro e Claudio M. Tartari, ogni secolo ha spostato di molto i confini della conoscenza astronomica e cosmologica. L'universo oscuro. Viaggio astronomico tra i misteri del cosmo (Carocci pp. 172, euro 14) scritto da Andrea Cimatti, docente di Astronomia e Formazione ed evoluzione delle galassie all'Università di Bologna, non è certo un libro che pone il problema della falsificazione della teoria del Big Bang, anzi. Questa era soltanto una divagazione iniziale utile per focalizzare meglio alcuni aspetti che nel libro Cimatti tratta molto chiaramente: 1) l'astrofisica è in rapida evoluzione e la grande raccolta di dati può confermare ma anche spostare il nostro orizzonte (mai abbiamo raccolto così tanti dati, siamo sommersi dal dato con evidenti necessità di interpretazione di questo); 2) la Terra non è certo un punto di osservazione privilegiato, anche se dalla Terra possiamo lanciare sonde nello spazio, oggetti comunque costruiti qui (sul problema dei rifiuti e detriti spaziali sarà bene tornare in un altro post, anche la luna non è priva della nostra immondizia); 3) molto è quello che ancora non conosciamo e la materia e l'energia oscure sono protagoniste dell'universo e di questo libro che intende spiegarle. Insomma, in astronomia non è una questione di "sapere di non sapere", perché tale scienza, forse più di altre, pone l'uomo davanti al gigantesco e paradossale oceano d'ignoranza che si allarga con il susseguirsi delle conoscenze.

Giusto per continuare a dare qualche altro numero che sta alla base della trattazione di Cimatti, è bene sapere che fatto 100 o fatta intera la torta, l'universo è composto solamente da un 5% di materia ordinaria, da un 25% di materia oscura e da uno sbalorditivo 70% di energia oscura. Questa energia, per intenderci, è responsabile dell'allontanamento delle galassie e dell'espansione dell'universo, provata alla fine degli anni Venti del secolo scorso con l'introduzione della Legge di Hubble, un conseguimento che ha dato un colpo deciso a qualsiasi residuo di modelli cosmologici statici. Il paradosso su cui poggia questo 100 o questa torta, come ben sottolinea Cimatti, è che sappiamo quanto grande è la torta ma poco sappiamo delle due fette principali che la compongono. Per usare una parola un tempo più impiegata, materia e energia oscure sono la quintessenza dell'universo, quantitativamente preponderanti, tuttavia ci sfugge ciò che le governa. Il libro di Andrea Cimatti intende essere un percorso chiaro e guidato (un viaggio, secondo il sottotitolo) all'interno di queste due fette preponderanti. Per compiere questo viaggio è però necessario un ripasso anche del 5% della materia ordinaria, sulla quale gli studi dell'uomo hanno indugiato più a lungo. Per questo motivo il viaggio ha inizio dal "quartiere" del sistema solare, allargandosi alla nostra galassia (che è una soltanto delle miliardi di galassie individuate) e passa ai capitoli indispensabili che trattano la nascita e la morte delle stelle. Chiaro che nel ripasso complessivo c'entrano anche la forza di gravità, la fisica quantistica e la relatività. Questo è il bagaglio leggero e indispensabile per affrontare agilmente il viaggio. Ad un certo punto però, come spesso accade, l'infinitamente grande è fatto reagire con l'infinitamente piccolo (atomi, particelle, energia). Compagna di viaggio, ovviamente, è la luce e del resto anche le nostre vite sono solo minuscole parentesi di luce tra due eternità (eternità di altra luce o di tenebre). Fino a quando si arriva al cuore del volume che è appunto dedicato alla comparsa della materia oscura, sulla cui formazione si sono fatte diverse ipotesi (gas, polveri e particelle di materia ordinaria, oggetti substellari e fossili di stelle oppure buchi neri stellari e primordiali). La parte finale del volume è dedicata all'energia oscura, cioè a quanto contribuisce al 70% del budget complessivo dell'universo. La bravura divulgativa di Andrea Cimatti è anche quella della sintesi: ogni capitolo del suo libro è corredato di una conclusione che fa il punto della situazione di questo viaggio impegnativo per l'immaginazione, quasi come un diario di bordo, prima di passare alla tappa successiva.

In chiusura ricordiamo che il libro termina con un'indispensabile difesa di quella che comunemente chiamiamo "ricerca di base" e qui l'autore sembra voglia togliersi un sassolino dalla scarpa nei confronti di chi lamenta la mancanza di applicazioni sociali immediate di questa ricerca di base. Al di là del fatto che una ricerca di base in salute è una delle principali conquiste sociali e politiche che un paese possa prefiggersi (se quella è in salute, molte cose potrebbero andare migliorando), c'è anche un altro discorso da far emergere e Cimatti ci riesce: per consentire una ricerca di base adeguata è necessario un grande sforzo collettivo di "ricerca applicata". Ecco, ai sapientoni della vita pratica che chiedono lumi sulle utilità immediate della ricerca di base, si può sempre rispondere che per far funzionare la ricerca di base si presuppone una ricerca applicata che funzioni (pensate solo alla storia delle lenti, per stare su vicende antiche). Detto diversamente, per far funzionare la ricerca di base serve una ricerca applicata in salute e quest'ultima è ricca di implicazioni, persino nella nostra vita quotidiana.

martedì 18 aprile 2017

Passaggi. Italiani dal fascismo alla Repubblica. Intervista a Mariuccia Salvati

Librobreve intervista #79


Si intitola Passaggi. Italiani dal fascismo alla Repubblica ed è edito da Carocci (pp. 212, euro 19) l'ultimo libro di Mariuccia Salvati, docente di Storia contemporeanea all'università di Bologna. In collaborazione con Franco Baldasso, che insegna Italian Studies presso Bard College a New York, ho rivolto alcune domande all'autrice. Ci siamo soffermati sul percorso che l'ha portata a questa nuova opera e l'intervista è diventata un momento nel quale ricordare figure di primo piano della ricerca storica. Quasi involontariamente il tutto si è trasformato in un omaggio a Silvio Lanaro, storico dell'Università di Padova scomparso nel giugno del 2013, che desideriamo così ricordare. 

Cogliamo l'occasione per segnalare che giovedì 20 aprile alle ore 17:00 presso la Sala Igea di Palazzo Mattei di Paganica (Piazza della Enciclopedia Italiana, 4 - Roma) si terrà la presentazione del volume. Ne discuteranno con l’autrice Giuliano Amato, Marc Lazar e Renato Moro.

Silvio Lanaro
AC:. Il suo libro pone al centro il problema del linguaggio. Era un tema caro a uno storico come Silvio Lanaro, che dedicò ai problemi epistemologici del linguaggio e della scrittura storica addirittura un libro che è quanto di più lontano possa esserci dall'odierno furoreggiare dello "storytelling" (Raccontare la storia. Generi, narrazioni, discorsi, Marsilio, 2004). Come muta questo tema fondante del linguaggio nel suo libro, nei diversi decenni che prende in esame?
MS: Lei ha colto giustamente il legame del mio libro con Silvio Lanaro, che con il suo Retorica e politica (2011, pubblicato due anni prima della morte), è stato molto vicino ai miei pensieri mentre riflettevo sulla opportunità di procedere a una operazione come la raccolta di saggi sparsi. Con Lanaro siamo stati molto amici a partire dalla fine degli anni ’80; abbiamo collaborato insieme nella costruzione di reti come la Sissco (Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea), nella selezione di giovani allievi (concorsi), in numerosi convegni. Vi è sempre stata una sintonia di fondo: direi la voglia di chiarezza, di intelligenza delle cose, oltre allo scarso interesse per l’uso politico della storia contemporanea. Vi era poi tra di noi (oltre alla profonda amicizia…) uno strano legame ‘culturale’ antecedente alla nostra collaborazione universitaria: entrambi abbiamo letto per tempo gli scritti di un intellettuale protagonista del ventennio fascista (e poi della sociologia del dopoguerra), come Camillo Pellizzi (citato in Passaggi): soprattutto gli scritti degli anni ’20, quando l’uso della retorica politica era rivendicato sulla stampa (in polemica con Gobetti) dal giovane intellettuale in funzione del fascismo. Il fascismo è stato prima di tutto (di questo era convinto anche Silvio) un linguaggio pubblico, un linguaggio retorico, cioè funzionale a una soggezione mentale delle masse e a una visione distorta della realtà: ce ne rendiamo conto ancora di più oggi.
Quanto alla sua domanda (se il tema del linguaggio muti nel libro): in realtà mi sono resa conto (ex post) che quel tema non muta e per questo il libro è un libro coerente. Il linguaggio rimane per lo storico lo strumento attraverso cui cogliere i cambiamenti: il linguaggio - dei testimoni, del corpo (la maschera), della folla, del leader – è prova, è testimonianza, ma può essere letto se lo si inserisce in un percorso di eventi che aiuti a coglierne il senso profondo. 

Marc Bloch
AC: Si percepisce nella sua prosa la necessità di un ritorno a un "fattore umano" nel mestiere di storico. Il richiamo a Marc Bloch è evidente, tuttavia potrebbe chiarire cosa significa davvero riportare il "fattore umano" dentro la ricerca storica? Da un punto di vista epistemologico e di metodo è qualcosa che può essere più facile a dirsi che a farsi...
MS: Lei ha colto benissimo quest’altro punto di sintonia con Silvio Lanaro. Per anni ho insegnato a Bologna Storia della Francia (nei primi anni del corso di laurea in storia si insegnava la storia dei singoli paesi europei, poi si passò a insegnare la storia d’Europa) e dunque la Francia tra le due guerre, il movimento operaio e figure come Marc Bloch e Simone Weil. Così Apologia della storia, La strana disfatta, La prima radice, erano testi di lettura quasi obbligatori per trasmettere il dramma degli anni Trenta e la permanenza di una cultura che non era solo antifascista, ma umanista e razionalista. Era un modo per contrapporre intellettualmente (e non ideologicamente) il filone della Dichiarazione dell’89 alla cultura dello stato fascista. Entrambi gli autori sono poi presenti – sempre per il loro richiamo all’uomo - nel capitolo su Amnistia e amnesia, cioè sulla guerra e sul come uscirne.

FB: Perché secondo lei questo periodo di transizione è stato oggetto di moltissimi studi storiografici negli ultimi 10-15 anni? Da Zunino a Liucci, da Focardi a Bistarelli, da Lanaro a La Rovere, da Luzzatto a Schwartz per citarne solo qualcuno.
MS: In realtà, come lei sa bene, questo periodo è stato oggetto di studi storici fin dall’immediato dopoguerra, ma con un focus diverso nei vari periodi: la resistenza, la RSI, la guerra civile (il libro di Claudio Pavone è un libro di storia di una guerra civile non solo tra corpi ma anche tra menti, spiriti, giudizi): ma è pur sempre una transizione, un passaggio. Quello che lei giustamente segnala per i decenni più vicini a noi è l’attenzione agli intellettuali, testimoni e protagonisti di quella transizione e per questo chiave di lettura della transizione. Credo che un ruolo importante come ‘segnalatori di incendio’ l’abbiano svolto i convegni organizzati per i decennali della resistenza) dagli istituti di cultura come la Fondazione Basso, il Gramsci, lo Sturzo (oltre che dagli istituti della resistenza), soprattutto negli anni ’90: è allora che viene meno, con la crisi dei partiti, anche la fiducia nella affermazione di una cultura diffusa e progressista. Mentre volgeva al termine il Novecento, si era davanti a un nuovo passaggio di cui non si conosceva (e non si conosce ancora...) l’esito. Per questo si tornò a riflettere su quegli anni interrogandosi se, quando e come il fascismo fosse stato mentalmente, ‘intellettualmente’ sconfitto.

FB. Secondo lei ci sono figure di quegli anni oggi ingiustamente dimenticate? Perché?
MS: Certamente molte altre figure, soprattutto di scrittori, meritano di essere ricordate, ma mi sembra che i nomi che cito siano già di per sé evocativi di altri che non cito, ma che si inseriscono in questo recupero. Consiglio a questo proposito una bella antologia di brani, Autoritratto italiano di Alfonso Berardinelli.

Ruggero Zangrandi
FB. Lei dedica un capitolo a una figura oggi poco ricordata ma la cui testimonianza ebbe un enorme impatto per la generazione del secondo dopoguerra, Ruggero Zangrandi. Ci può introdurre alla sua figura e dire perché a suo avviso è importante ancora oggi?
MS: Non so se sia importante ancora oggi. È certamente stato dimenticato, osteggiato, probabilmente frainteso. Ed è per questo che lo ritengo un po’ il simbolo di un passaggio non completamente compiuto (o forse impossibile da compiere) nell’immediato dopoguerra dal nostro paese. Zangrandi ha pagato duramente il suo essere stato da ragazzo il compagno di banco del figlio di Mussolini. Creò alla fine degli anni ’30 un gruppetto socialista di opposizione, fu incarcerato a Regina Coeli, ma nell’estate del ‘43, a differenza di altri prigionieri politici, non venne liberato e quindi fu portato dai tedeschi occupanti in Germania. Tornò due anni dopo, segnato per sempre da quella prigionia, si iscrisse al Pci, ma non incontrò, salvo pochi casi, veri amici in quel partito. Solo Togliatti lo difese, perché in fondo condivideva la battaglia che Zangrandi stava conducendo: cioè (oltre a testimoniare Il lungo viaggio attraverso il fascismo) quella di tentare di raccogliere l’adesione al Pci anche dei giovani che erano stati mandati da Mussolini a fare la guerra, senza conoscere nulla del fascismo e tanto meno dell’antifascismo (troppo lontano).

AC: E poi troviamo pagine molto belle su Nicola Chiaromonte. Quale lettura consiglierebbe a chi è non ha letto nulla di Chiaromonte?
MS: Nicola Chiaromonte è stato un grande intellettuale e un grande scrittore. Per questo ho voluto dedicare un suo testo politico-giornalistico inedito a Silvio Lanaro nel libro in suo onore (quello riprodotto in Passaggi). Di lui consiglierei la raccolta di saggi Credere e non credere. Ma si trovano quaderni di suoi scritti e saggi su di lui presso le edizioni Una Città di Forlì. Sempre da parte del gruppo di Una città è stata fondata la biblioteca Alfred Lewin, che ha il grande merito di aver messo in rete, a disposizione di noi lettori, un grande numero di opere e soprattutto riviste, legate a queste correnti intellettuali minoritarie nell’Italia degli anni ’50-‘60.

Giaime Pintor
FB: Una domanda sorta leggendo il libro: come si può fare storia intellettuale del Novecento in Italia in modo tale da aprire una conversazione con la più ampia storia intellettuale europea?
MS: Ma questa storia è già inserita nella storia intellettuale europea! Basta intenderci su che cosa sia la storia intellettuale europea. Pellizzi era un intellettuale europeo, non solo per la sua biografia (ha vissuto a Londra dal 1922 al ’39, insegnato letteratura italiana a University College - facendo allo stesso tempo propaganda fascista), ma anche per i temi che introduceva nel dibattito italiano, collaborava con le migliori riviste di cultura, di teatro. La svolta avvenne, per lui in senso fascista, e per molti altri giovani intellettuali in senso antifascista, circa nel ’38, con le leggi antiebraiche (del resto è a quella data che si avvia anche nel mondo cattolico, a partire dal pontefice, una presa di distanza dal fascismo). Così come lo era – intellettuale europeo -  Giaime Pintor che nell’estate del 43, prima di scegliere la resistenza rivede le note al Saggio sulla rivoluzione di Pisacane, e corregge la sua traduzione delle poesie di Rilke da appassionato germanista quale era. Credo che siamo stati, come intellettuali, più provinciali noi negli anni ‘70… Detto questo l’Europa tra le due guerre era un luogo terribile per viverci e pensare (basta leggere i Diari di V. Klemperer, e il suo La Lingua del Terzo Reich).

FB. Secondo lei è ancora possibile una qualche religione della politica quali furono a modo loro, e completamente diverso (il che non implica di sicuro un'equivalenza) le grandi ideologie del Novecento come Fascismo e Comunismo?
MS: Temo purtroppo che siano sempre possibili forme di accecamento della ragione, anche se non necessariamente per la politica: compito degli intellettuali dovrebbe essere quello di segnalarne i pericoli.

FB. Per finire una domanda apparentemente fuori tema, forse, ma che si collega al titolo del suo libro Passaggi: cosa pensa di Donald Trump? E di Angela Merkel?
MS: Ha ragione: il primo segna un vero passaggio su cui dovranno interrogarsi soprattutto (spero) gli storici americani del futuro, la seconda è storia nostra, europea, quella migliore, intendo e che spero sia destinata a durare (sono una convinta europeista).  

martedì 31 gennaio 2017

La letteratura italiana e la Bibbia. Un'intervista con Sonia Gentili sul libro "Novecento scritturale"

Librobreve intervista #74

Sonia Gentili, professoressa di Letteratura italiana all'università La Sapienza di Roma, risponde nell'intervista che segue ad alcune domande relative alla sua recente pubblicazione intitolata Novecento scritturale. La letteratura italiana e la Bibbia (Carocci, pp. 264, euro 24). Nelle risposte si affronta l'opera di più scrittori tra cui Giacomo Leopardi, Elsa Morante, Mario Pomilio (anche se escluso dalla trattazione del libro), Pier Paolo Pasolini, Giovanni Testori e Vitaliano Brancati. Non mancano i riferimenti a autori o pensatori stranieri e tra questi anticipiamo i nomi di Eliot, Lévinas, Auerbach, Dostojevsky, Bulgakov, Frye con il suo celebre studio The Great Code: The Bible and Literature. Lo studio di Sonia Gentili coglie sicuramente un aspetto centrale e una costante, sulla quale non si arriva quasi mai a riflettere con tenace costanza. L'auspicio è che la conversazione che potete leggere qui sotto funzioni da invito alla lettura del libro.


LB: Parto dal titolo dell'opera: si menziona inequivocabilmente il secolo Ventesimo, circoscrivendo così un orizzonte temporale, ma poi si comincia con Leopardi. Passaggio inevitabile? Sì, passaggio inevitabile vien da dire dopo aver letto. Ma potrebbe spiegare perché la partenza con Leopardi a chi non ha ancora letto il libro?
R: Il Novecento ha un suo prologo leopardiano poiché è rivolto all’antico in quanto origine del proprio linguaggio, e tuttavia sottopone questa origine ad una interrogazione radicale : condotta senza sconti e senza paura di distruggere. Questo rapporto con l’antico come ricerca di un linguaggio originario a cui si vorrebbe tornare, ma di cui si denuncia l’impossibilità per i moderni, lo dobbiamo appunto a Vico e Leopardi. In Leopardi questo spietato esame della tradizione anticipa e fonda il miglior realismo novecentesco poiché è antimetafisico: comporta la cancellazione dell’uomo in generale, cioè del soggetto astratto e universale di stampo illuministico –idealistico, e la scoperta dell’individuo particolare in carne e ossa, con la sua povera realtà di bisogno e di dolore. Tutta la tradizione culturale è passata al vaglio di questa semplice realtà: di fronte alla domanda senza risposta e senza riscatto costituita dal dolore del singolo essere vivente, tutta la tradizione classica e cristiana, i provvidenzialismi, le metafisiche e gli antropocentrismi crollano o si ridisegnano. È Leopardi a riscrivere il Genesi trasformando il mondo tohù va vohù, «informe e vuoto», che nella Bibbia è lo stato iniziale dell’universo, nella condizione permanente ed antiprovvidenziale del mondo : la «terra desolata» compare nella letteratura europea almeno un secolo prima di Eliot, su base biblica e ad opera di Leopardi. Col grande poeta e filosofo recanatese la teodicea smette di essere un esercizio intellettuale e diventa il vero e sofferto ‘processo a Dio’ – basta leggere il Bruto minore - che ritroveremo a metà Novecento, dopo gli orrori nazisti.

LB: Di tutti gli autori trattati nel suo volume (e sono molti e tra questi nomino almeno Pascoli, Bassani, Testori, Primo Levi e Pasolini), vorrei che qui riprendesse e sintetizzasse le linee principali sulle quali ha costruito le pagine dedicate a Elsa Morante.
R: La lettura morantiana della Bibbia è esemplare: ha come oggetto una Bibbia concreta – la copia personale che scrittrice ebbe con sé tutta la vita e postillò incessantemente - , la prima Bibbia “manuale” (oggi diremmo tascabile) italiana (La sacra Bibbia pubblicata a Firenze nel 1929 a opera della Libreria Editrice Fiorentina della Cardinal Ferrari S.A.I) concepita negli anni Venti per battere la concorrenza delle piccole Bibbie riformate, che in Italia circolavano già abbondantemente. La scrittrice risponde puntualmente alla sollecitazione degli editori –quella cioè di una lettura personale e continua – ma mostra un’indipendenza intellettuale che non sarebbe piaciuta a costoro.   La Morante coglie un punto essenziale della concezione paolina dell’amore e la riflette nel primo verso della poesia Alibi («Solo chi ama conosce. Povero chi non ama») praticamente coincidente con l’inizio del Pianto della scavatrice pasoliniano («Solo l’amare, solo il conoscere / conta, non l’aver amato, / non l’aver conosciuto. Dà angoscia / il vivere di un consumato / amore. L’anima non cresce più»). Le due poesie, pubblicate nel 1958, e nella stessa collana dell’editore Longanesi, dipendono con ogni probabilità dalla stessa fonte paolina  attraverso una comune rielaborazione : i due scrittori, legati da una forte amicizia, intrecciano riflessioni su temi biblici almeno fino alla collaborazione morantiana al Vangelo secondo Matteo
In Paolo amare significa conoscere, ma la sinonimia completa dei due termini si produce solo nell’escatologia individuale e collettiva: amare significa essere conosciuti da Dio (1 Cor 8, 1) e, di conseguenza, iniziare a conoscere oscuramente, attraverso un’immagine riflessa e in stato enigmatico, ciò che dopo la morte si vedrà «faccia a faccia» (1 Cor 13, 12). Paolo ha una concezione attiva e passiva al contempo, in quanto interpersonale e reciproca, dell’atto gnoseologico: amare/conoscere presuppone l’essere amati/conosciuti[1]; ecco perché in quel «solo chi ama conosce», parafrasi morantiana e pasoliniana di 1 Cor 8, 1 («qui diligit […] cognitus est», leggermente tradito dal «chi ama […] è riconosciuto» della Bibbia Ferrari), cognitus est/riconosciuto è reso all’attivo, come il primo verbo amat/ama.
Da questo punto di vista, la gnoseologia paolina comporta una strutturale distanza dalle teorie della conoscenza di tradizione greca, centrate sulla distinzione netta tra soggetto e oggetto: la gnoseologia paolina presuppone due soggetti-oggetti, fondati dal loro essere soggettività-oggettività in rapporto reciproco. Quest’idea dell’essere attraverso l’altro, di forte tradizione ebraica, ha circolato negli anni Trenta anche in sede etico-filosofica generale, poiché Emmanuel Lévinas l’ha opposta alla metafisica nazista del sé assoluto (Quelques réflexions sur la philosophie de l'hitlérisme, 1934).

LB: Naturalmente scrivere un libro del genere significa compiere delle scelte e, come già detto nella domanda precedente, sono già molti gli autori trattati. Mi ha comunque colpito l'assenza di Mario Pomilio in un libro che parte da questi presupposti. Si tratta di un autore che rientra o può rientrare nel suo "radar" di studi?
R: Il Quinto Evangelio è un’opera straordinaria, ma affrontare questo testo significa anzitutto inquadrarlo nel gigantesco tema letterario europeo del dibattito sulla natura di Cristo, che ben prima della pièce teatrale gemella al romanzo di Pomilio compare nel Maestro e Margherita del grande Bulgakov. Parlare di questo tema avrebbe significato insomma allontanarsi dalla testualità biblica e affrontare il capitolo del Cristo come mito o come realtà nella cultura filosofica novecentesca, che a partire da Ernest Rénan (Vie de Jésus, 1863) dilaga, e che presso gli scrittori diventa il simbolo di uno scientismo cieco, su cui il mistero (non necessariamente la fede: piuttosto il mistero, l’inconoscibilità) celebra puntualmente la propria vittoria. È questa la vendetta e il fine di Woland, il diavolo bulgakoviano che decide di soggiornare per un po’ sulla terra: togliere agli scienziati e ai marxisti moscoviti le loro piccole certezze scientifiche.

LB: Da lettore non mi risulta difficile riscontrare l'attività sottotraccia o anche manifesta del Vecchio Testamento nell'immaginario dal quale scaturiscono nuove opere di narrativa o poesia. Sul fronte neotestamentario invece cosa emerge dalla sua analisi?
R: Per riassumere all’estremo, si tratta soprattutto di due punti: il primo è il mistero evangelico dell’incarnazione, che costituisce una delle fonti concettuali più feconde del realismo novecentesco, via Auerbach e non solo (centrali, in questo senso, sono le elaborazioni letterarie della Morante, di Pasolini e di Testori: i capitoli 4 e 5 del libro).  Il secondo è il giganteggiare del “dossier san Paolo” nel Novecento: non solo, cioè, l’abbondanza di rielaborazioni dei testi paolini, ma anche la rappresentazione del personaggio di Paolo, l’esemplarità della sua vicenda intellettuale. Discendono da testi paolini l’opposizione tra apocalissi e carità in Pascoli, la mostruosa esaltazione della guerra come carità nei testi dei preti guerrafondai come Semeria e Gemelli durante la Grande Guerra, o la concezione dell’amore-conoscenza morantiano e pasoliniano. Il personaggio di Paolo è invece centrale in Pasolini e nella riflessione politica novecentesca: il «conflitto tra il santo e il prete», come Pasolini stesso diceva, cioè tra santità e politica, tra il Cristo dell’amore e quello della violenza necessaria alla realizzazione del cristianesimo in terra, inequivocabilmente predicato dallo stesso Cristo (Mt 10, 34-36 : «Non sono venuto a portare la pace, ma la spada : sono venuto a mettere il figlio contro il padre e la figlia contro la madre e la nuora contro la suocera; saranno nemici quelli della stessa casa» ). La questione della violenza neotestamentaria e paolina è centrale per tutte le culture rivoluzionarie novecentesche.

LB: Credo che le sia capitato di fare l'esercizio di proiettare l'impianto di questo suo saggio su una qualche letteratura straniera (e nel suo libro certi rimandi a altre letterature non mancano). Quale genere di indagine le piacerebbe compiere se solo potesse imbarcarsi in una simile avventura in una letteratura straniera?
R: Le due letterature straniere capitali per il tema nel Novecento sono quella tedesca, a causa dell’enorme rilevanza del mito faustiano, e quella russa, per la centralità degli ideali sociali cristiani nella fase storica di elaborazione del pensiero socialista e comunista; qui i tre giganti sono naturalmente Tolstoj, Dostojevski e Bulgakov, ma c’è molto altro. Personalmente però sono interessata soprattutto alla riflessione sui limiti del linguaggio - quella che nel libro è affidata al capitolo 6- e sull’inesprimibilità del mistero (non necessariamente quello divino)  condotta nel Novecento su base biblica. La poesia di Eliot e la riflessione linguistico-musicale di Arnold Schoenberg sono rapidamente toccati nel mio sesto capitolo, ma su questi autori, soprattutto in relazione alla questione della poesia, vorrei tornare più distesamente.

LB: Potrebbe consigliare cinque titoli affini alla sua ricerca o comunque a essa fortemente legati (eventualmente anche provenienti dall'estero)? (Penso sia importante infatti iniziare a costruire una bibliografia sulla fondamentale componente biblica dei nostri immaginari letterari.)
R: Devo dire che la gran parte delle indagini disponibili su questo tema hanno il limite del repertorio citazionistico: studiano cioè il testo biblico non in quanto portatore di concetti e forme colti nel loro mutare storico, ma come «grande codice»: è questo il titolo di un celeberrimo studio di Northrop Frye sulla Bibbia come fonte letteraria (The Great Code, 1982). Mi limito ad indicare questo studio, importantissimo per il ruolo storico che ha svolto, ma responsabile di aver inaugurato una pratica “repertoriale” della citazione biblica che la sottrae ai suoi significati antichi e moderni, insomma al suo senso storico e assoluto. Le opere interpretative dedicate alla fonte biblica nella letteratura oggi disponibili ereditano tutte, quale più e quale meno, questo limite: registrano citazioni, ma si sforzano troppo poco di intrepretarne il senso.

LB: Il volume si conclude con un'interessante cronaca e analisi delle vicende che riguardarono il testo teatrale di Vitaliano Brancati La governante. Che genere di conclusioni trae e possiamo trarne?
R: Il contrasto tra la ricchezza poetica e intellettuale delle Scritture – che apprezzo profondamente da non credente – e la lettura spesso banalizzante e “riduzionistica” contrabbandatane dalle varie Chiese (non solo quella cattolica: anche le Chiese riformate, che pure hanno propugnato la lettura libera della Bibbia, non sono state da meno) è sempre tragicomico e sommamente interessante. Anche l’annaspare, talvolta ingenuo, degli scrittori tra libertà e bisogno di essere spiritualmente guidati nella propria lettura della Bibbia, fino a farsi involontario strumento di politiche ecclesiastiche non proprio nobilissime - come libro accadde al Pascoli del primo capitolo e al Pasolini del settimo – è di enorme interesse e meriterebbe uno studio monografico.




[1] «Cognoscam sicut et cognitus sum»; la Bibbia Ferrari amplifica il passo a scopo esplicativo interpolando due parole estranee al testo che pongo tra quadre: «conoscerò [per intiero], come [anch’io] sono stato conosciuto» (VulgClem, 1 Cor 13, 12).