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martedì 22 novembre 2016

Marco Bini, "Il cane di Tokyo" (Giulio Perrone Editore, 2015) - Una nota di Giusi Montali

Grazie a una collaborazione con la giuria del "Premio letterario Anna Osti" pubblico in una serie di post le note critiche dei libri premiati nell'edizione 2016. Il libro di oggi è stato segnalato nella sezione poesia edita.


Marco Bini, Il cane di Tokyo (Giulio Perrone Editore, 2015) 

Che cosa resta dopo l’implosione del pianeta Terra “espulso per igiene” e che subito “fa ritorno e generandosi ancora si addensa”? Leggendo la raccolta di Marco Bini, si può trovare risposta a tale domanda: ciò che rimane è “un’unica palude dilagante” che ospita “avanzi sommersi senza storia”. Così, data questa desolazione post-apocalittica, il lettore del Cane di Tokyo può trovarsi davanti solo a dei lacerti che si susseguono in un magma privo di alcuna consequenzialità e testimoniano una situazione diffusa, non circoscrivibile, comune all’umanità tutta. Tuttavia un trait d’union è possibile ritrovarlo nel senso di desolazione e di crisi universale e individuale che attanaglia il soggetto – o sarebbe meglio utilizzare il plurale, i soggetti –, la collettività e l’ambiente circostante: si attende il ritorno di qualcuno che non può tornare (come il cane di Tokyo, appunto), oppure si rammemora un periodo giovanile (quello tra i venti e i trent’anni) che è irrimediabilmente andato, oppure si dipanano colloqui impossibili con poeti (Frost, Sereni, Heaney) o antenati. O ancora la città belga di Ypres, devastata da quattro terribili battaglie durante la Prima Guerra Mondiale, viene assurta ad emblema della forza distruttiva dell’uomo e della Storia (“filamento unico e malvagio”). A tanta devastazione si può rispondere solo con la capacità della scrittura di ricucire le ferite, di lasciare traccia di un possibile percorso da seguire, oppure di fornire un riparo, rivelando al tempo stesso il disagio e il dolore di chi scrive. La scrittura diviene allora una forma di resilienza che permette al soggetto di trovare una propria stabilità, un punto da cui ripartire (“Così le zampe si fissano a terra | le unghie – dure – si fanno radici”).

Giusi Montali

lunedì 7 luglio 2014

da "La foglia è due metà" di Giampaolo De Pietro

Una poesia da #40

Chiudendo con i bellissimi disegni di María Mantella vi porto al libro di poesie di Giampaolo De Pietro La foglia è due metà (Buonesiepi libri, pp. 208, euro 12). Col tempo mi impigrisco e così, dopo le numerose interviste che propongo, in cui lavorano più gli intervistati del sottoscritto, inauguro con questo post un ulteriore possibile sviluppo "pigro" di Librobreve, vale a dire quello del "post ospitato", una situazione in cui chiedo a persone conoscenti o amici di pubblicare un loro testo, continuando a parlare di libri e a orchestrare assieme un post. Mi auguro ci sia un seguito e alcuni amici sono già avvisati. Lo scritto qui sotto è di Giampaolo De Pietro, così come il successivo ricordo del Premio Baghetta, dove emerge il retroscena simpatico di un premio che sembra una mosca bianca nel panorama nazionale dei premi di poesia e del quale abbiamo già avuto modo di parlare nell'intervista a Dario Borso. Buona lettura.

La foglia è due metà è un libro nato probabilmente, me ne rendo conto adesso, per cercare casa. I testi appartengono a periodi-diari differenti, il più estremo di questi era "senza casa" - un periodo senza protezioni insomma, se un tetto, un amore, una famiglia, un me stesso possa considerarsi un tetto, o anche uno scoperto per ritornare a un tetto la sera, la notte. L'altra sua casa, quella del libro, e di un altro periodo in cui è stato scritto, è quella di famiglia, è quella dell'amicizia, della scoperta della parola che vuole condividersi, parlare, camminare, farsi strada "attraverso". La terza e ultima casa, diciamo quella della "decisione" è una casa al mare in inverno, mentre lavoravo in un bar di paese di mare, Acireale, e sparecchiavo tavolini di colazioni, colazioni di granite buonissime. Il mare è quello della mia infanzia e adolescenza, forse sì, il mare dell'adolescenza che non ritorna mai, mentre l'infanzia ci coglie tantissime altre volte. Il mare di Santa Tecla, che ho imparato a verseggiare e a sorseggiare nuovamente, da grande, senza spazio più all'adolescenza, ma probabilmente col gusto salato di una specie di adulta infanzia che rientra, con l'amore che prende consapevolezza e beve alla naturalezza dei giorni, i giorni che sono fatti semplicemente di qui e ora, da allora in poi. La foglia ha due metà, che non sono né superficie né profondità, ma entrambe - e poi ha una parte d'aria infinita e misteriosa che segna anche il mio volere in scrittura, che forse è delle parole, di una parola sola e di nessuna possibilità di scrittura, forse e soltanto di una lettura aperta delle cose naturali che rendono "probabile" l'essere al mondo senza risposte uniche e consolidate - che nessuno, o la maggior parte non va a far visita - pensiamo al mare d'inverno, alle foglie non calpestate né colte, quelle "fuori stagione", quelle che respirano da qualche parte, sulla soglia di una casa d'albero che sempre le accoglie e manda, decidendolo il vento, la pioggia, le loro stesse vertigini.
Così, Lfèdm è un libro di difetti, quasi gli stessi dello stare, del decidere senza la possibilità di decidersi mai definitivamente, o per definizione.
Fin

Un ricordo del Premio Baghetta di Giampaolo De Pietro
È trascorso un anno, proprio uno, erano i primi giorni del giugno 2013, Premio Baghetta, nella città di Milano. A un certo punto (forse proprio a metà serata) qualcuno diceva: salamella e vino (non proprio come al mercato) - ed io sono vegetariano, e il vino mi piace, mi piace gustarlo con il pensiero dell'uva e dello stare bene. Alla libreria popolare Tadino, libreria ufficiale del premio si incontrano gli altri amici, i candidati poeti, dalle facce sparse qua e là, i nomi ricordati un po' di più, per il tanto informativo/informatico mezzo del social network, e per puro caso, si dirà. Maria Silvana Pavan, pianista e accogliente "ragazza dai capelli rossi", è stata il primo contatto tra me e il Baghetta (ci accoglie in casa sua e lì conosco il primo “baghettaro in premio”, Marco Scarpa e Sara Tisci, la sua fidanzata, molto simpatici) - poi Dario Borso - e ci metto in mezzo anche il caro Marco Coccioli e sua moglie Margherita Bignardi, e ci metterò dunque pure lo zio Carlo Coccioli, scrittore amato, che ha permesso di conoscerci (e adesso incontrarci). Mi trovo a mio agio: c'è Francesco, c'è Maria Giovanna, due delle persone che più amo, siamo in tre e in tanti altri, incontro e "materializzo" Viola Amarelli, Greta Rosso, Davide Nota, altri e altri ancora. Gente davvero simpatica: è una festa. Le letture sono divise in tre "postazioni" - a pochi metri di distanza, della stessa strada, la via Tadino (le avevano fatte scegliere agli autori, giorni prima, sempre via rete). La prima, il basso della libreria, davvero bassa e stretta, una piccola galleria dove si incontravano gli occhi belli di Alberto Casiraghy e la voce gentile e stupita di Franco Loi. C'è Valentino Ronchi, il vincitore della passata edizione. Una due tre letture, Nadia Agustoni tra queste, altro incontro già importante al primo istante. Biagio Cepollaro, asciuttissimo e sonoro. Si va fuori, ed ecco il cibo  il vino, il continuo dell'allegria. Altra lettura, poco più avanti, alle Officine - altre belle letture, ‘stavolta un tantino più ariose, s'intende per il tetto e lo spazio in cui avvenivano - Francesco Balsamo, Alessandra Carloni Carnaroli, Davide Nota. Mi parte l'ansia da "fra poco tocca a me", ma mi passa presto, me ne dimentico quasi. Perché si parla, ci si guarda in faccia, ci si legge in volto, pure - i versi sanno arrivare a chi è lì, e lo vuole, e li ascolta. Terza tappa delle letture, la piazza, rettangolare, una banda e un tango [padrino JovicaJovic (fisarmonica), madrine: Camilla Barbarito (voce), m.lleSainteBouteille (tappo)], introducono e avanzano, il turno di Viola (Amarelli), di Greta (Rosso), Vincenzo Ostuni, Marilena Renda, Dario Bertini (in piedi sul bordo della fontana), il mio, da qualche parte. I voti dei presenti, la giuria sul posto, la giuria popolare - Nico Polerti vince col suo libro, Fora de ora, Vegre Edizioni, prende il maggior numero di voti. Qui ci si ricorda che qualcuno dovrebbe vincere, perché, almeno io, lo avevo dimenticato. A un certo punto, Dario Borso, con quel suo piglio ironico, forzuto e consistentissimo, annuncia un po' le direzioni e le scelte, le volontà della giuria e quelle del premio in generale (tutto molto serio e considerevole, proprio nello spirito costruttivo del confronto e dell'apertura "verso, con e per"), quest'anno ospitato dal Festival della letteratura di Milano, e guardandomi in faccia fa il mio nome, uhm, dico, Borso perché qui davanti a tutti, perché mi prendi in giro così? Embè, pare io abbia vinto, il e la Baghetta, dal titolo “getbout”,  scultura lignea a forma di baguette in premio, realizzata per l'occasione dall'artista milanese Pietro Spica. Insomma, calore. Gente molto accogliente, molte donne a domandare una poesia d'amore un'altra politica, e io a sbrigarmi dicendo che tutto il libro è d'amore e politico. Ringrazio, ringrazio tutti, dico del libro, dal titolo La foglia è due metà, libro che è venuto per caso, non c'entrava quasi niente in un dato momento, libro molto voluto da chi lo ha curato con amore e attenzione, Francesco (Balsamo), Alessandra Roccasalva, Franco Noto (e la sua Officina delle immagini), con la bella prefazione della poeta amica Cristina Annino e un disegno dell'artista argentina, di casa in Spagna, María Mantella. Il libro è in ex-ex aequo vincitore con quello di Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti, Ponte Sisto 2012 - mi aveva colpito nella sua lettura: tutti i fogli sparsi fra le mani, mi era sembrato un libro componibile, e lo stesso Ostuni mi pare mi abbia detto quella verità, che i libri lo sono sempre, non finiti. C'è pure il premio alla corriera (acquaforte di carpagigante/carpagigante d’acquaforte by Luciano Ragozzino) che viene assegnato ad Alessandra Carloni Carnaroli per il suo Femminicidio, Polimata edizioni.
La foglia è due metà inaugura un progetto, non solo editoriale, dal nome Buonesiepi - rappresenta il numero zero della parte libresca, Buonesiepi Libri. È un progetto aperto alle arti, tutte, o tutte quelle che entreranno a far parte di questa Siepe. È appena uscito il numero due, Cotone di Martina Campi.
p.s. A proposito di nomi, quelli citati sono quelli che ricordo, che ho incontrato con lo sguardo e con l’udito, che mi si sono sottolineati alla memoria di adesso che ho provato a tracciare una storia, dunque un po’ distratta, della sera del Baghetta.

Scrive Cristina Annino: "Poesia delicatissima, sempre snodata, come intricato è il senso di qualunque angoscia, dove il viso di Palazzeschi si affaccia per un attimo, poi scompare davanti a un dolore che da gioco linguistico si fa seria malinconia cronica anche dell’invisibile." Eccone alcuni esempi.

Parlarti
Capovolgere questo
Precipizio del senso
E abbattere il leggero contrasto
Cioè farlo cadere lì dov'è, sul posto
Di me e te, al centro, trasparente tanto
Da lasciarci avvicinare le voci e ancora
I loro tuoni morbidi

-

Le case basse
più del
tramonto, se
batto la testa
spererò nel
mare, nelle esse
forti delle sue
onde beige e nel
suo fiato dal 
riverbero
essenziale e lo
spinoso as-
terisco del suo 
falsettone

-

Avrei voluto parlarti per
l'ultima volta, prima
di ogni fatalistica impossibilità
a parlarti ancora, e guardarti
negli occhi e sentirci parlare,
ancora una biglia
stavolta del vento, mi permette
di farlo, notte e giorno, nel sonno
del primo mattino, a ogni risveglio.

Non c'è più nessuno, 
soltanto l'ultimo odore dei fiori,
un'ipnosi del fiuto. E fuochi

-



 
(Tutti i disegni sono di María Mantella. Qui il profilo Flickr dell'artista.)

lunedì 13 maggio 2013

"La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta", ospiti de "La poesia del giovedì" Dina Basso, Marco Bini, Tommaso Di Dio e Matteo Fantuzzi

Siamo arrivati al penultimo appuntamento della rassegna veneziana "La poesia del giovedì". Il prossimo incontro sarà dedicato ad un volume antologico molto interessante che raduna alcune voci di poeti nati negli Ottanta (La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta, Ladolfi, Borgomanero, 2011). Ospiti saranno Dina Basso, Marco Bini e Tommaso Di Dio. A raccontare il progetto antologico sarà presente anche il curatore, Matteo Fantuzzi.


Giovedì 16 maggio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 18:00
Presentazione e reading dall'antologia 
La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta
Intervengono il curatore Matteo Fantuzzi
e gli autori Dina Basso, Marco Bini e Tommaso Di Dio
info: portalepoesie@gmail.com


Ecco un link ricco dal blog di Stefano Guglielmin; il volume contiene testi di: Dina Basso, Marco Bini, Carlo Carabba, Giuseppe Carracchia, Tommaso di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago, Matteo Zattoni, e le introduzioni di: Manuel Cohen, Gianfranco Lauretano, Roberto Carnero, Andrea Temporelli, Stefano Raimondi, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Gualtiero de Santi, Andrea Gibellini, Giuliano Ladolfi, Maria Grazia Calandrone, Anna Maria Carpi, Rosita Copioli, Gian Ruggero Manzoni, Alberto Casadei. Questo il link al sito dell'editore mentre questo il link di UniversoPoesia, il sito-blog che Matteo Fantuzzi cura da molto tempo.