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giovedì 22 marzo 2018

"Dal modernismo a oggi" di Romano Luperini: la spinta a storicizzare la contemporaneità tra le avvisaglie di un populismo letterario

Si conclude con un utile interrogarsi su possibili nuove forme di populismo in letteratura questo libro di Romano Luperini, alla fine di un agile paragrafo in cui il decano della critica aveva preso in considerazione i libri caldi del 2017 (Le otto montagne di Cognetti, La più amata di Ciabatti, ma anche il Brucio tutto di Siti). È un interrogarsi significativo e utile, giacché da un pezzo sta insidiandosi un pensiero di letteratura legata ai buoni sentimenti, alle pratiche edificanti che si posizionano in una comfort zone che sta tra il sempreverde fascino per il selvaggio, i toni più artatamente accesi o un incomprensibile new ruralism di altri libri di successo presso premi e lettori, promossi dagli editori con maggiore blasone. L'industria editoriale del romanzo in effetti può ormai prevedere una certa pulizia e standardizzazione del prodotto finito, secondo prassi che si sono consolidate e secondo una serie di operazioni di finissaggio, così come ce ne sono in tutte le industrie, dai telefonini alle scarpe. Ma la letteratura non è un regno rassicurante, tutt'altro, mai stato questo; i libri sono ancora una merce che potrebbe vantare (o soffrire di) una qualche peculiarità, se non altro perché sembrano più a diretto contatto con le idee, la pelle e il sangue degli uomini (è un'illusione questa?). Fa bene dunque Luperini a sigillare così quest'ultimo libro. Ma sarà davvero un ultimo libro per lui questo qui, come si era già promesso? Lascio la domanda proprio perché Luperini parla di una promessa non mantenuta all'inizio di Dal modernismo a oggi. Per storicizzare la contemporaneità (pp. 152, euro 16, da poco uscito per Carocci). La promessa non mantenuta è quella che non sarebbe più tornato con un libro di saggi, proprio a seguito di alcune riflessioni, rilasciate nei penultimi scritti, sulla prensilità della forma saggistica, sulla sua necessità e sulla possibilità di aver altro valore da quello che impronta il percorso di ricerca e di pubblicazioni di uno studioso all'interno del circuito dell'accademia. 

Tutto parte insomma da una promessa non mantenuta. Ma dove si arriva partendo da una promessa non mantenuta? Il libro raccoglie alcuni scritti di diversi momenti, anche cosiddetti occasionali, raggruppati sotto il cappello di un titolo che esprime un arco temporale abbastanza lungo unitamente alla necessità e allo stimolo continuo di storicizzare il contemporaneo. Al di là del titolo, che crea la cornice temporale di questi scritti, che cosa vuol dire "storicizzare"? Volendo complicare la faccenda, che cos'è oggi l'idea di contemporaneo o di contemporaneità? Su quali livelli si assesta? A quali livelli si sgretola? Almeno una cosa, però, la sappiamo: storicizzare vuol dire collocare - o tentare di collocare - le opere, il pensiero, i dibattiti all'interno del loro tempo e, conseguentemente, all'interno del nostro. Si tratta quindi di un'azione doppia e bifronte, che sfuma nella critica, nell'epistemologia, nella riflessione storica. Sfuma e sfugge in tanti rivoli. Ed è così che Luperini abbraccia un'eterogeneità di autori e correnti, dai vociani a Saviano, infilando all'interno un saggio come "Federigo Tozzi e le emozioni" (mi è parso molto bello proprio questo scritto), un altro su Mario Luzi e la crisi del genere lirico in uno dei contributi più approfonditi e ampi, uno su Sanguineti definito anche "l'ultimo intellettuale", uno sul già citato Siti o un altro ancora sul caso Ernaux, esempio di successo dell'autobiografismo, mediante il quale è redatto un bilancio delle sperequazioni economiche dell'epoca attuale e dello scenario che ne è derivato, chiuso tra cinismo e ironia sarcastica, due atteggiamenti parimenti improduttivi, anche nell'ottica di una rivolta che per ora non arriva.

Il volume si presenta come agile ma al contempo assai densa lettura, che si interrompe davvero ai giorni nostri, con un'intervista di Filippo La Porta reperibile anche in rete nel sito "laletteraturaenoi" a questo indirizzo e con la valutazione dei romanzi del 2017 di cui si diceva poco sopra. Siamo quindi davvero nell'"oggi" del titolo. Ma come arriva Luperini a chiudere questa cavalcata storicizzante? Lo abbiamo già anticipato e, oltre agli scritti sugli autori citati, il lettore troverà capitoli dedicati alla poesia di Umberto Saba, con approfondimenti sulla psicanalisi nella cultura letteraria, la peculiare posizione di Trieste in questo flusso e la configurazione dello spettro sabiano, oscillante tra spinte di modernismo e antimodernismo. Infine, in questo 2018 che chiude il quinquennio del centenario della Grande guerra, giova ritrovare anche l'acuto bignami su "La Voce", "Lacerba", Papini, Slataper, Jahier e Serra, ancora una volta con il suo Esame di coscienza di un letterato.

domenica 22 maggio 2016

"Edipo non deve nascere. Lettura delle Poésies di Mallarmé" di Massimo Blanco: "hymne" come anagramma di "hymen"

Nel campo poetico, per usare un po' impropriamente un termine passepartout introdotto da Pierre Bourdieu, è inevitabile che un'indagine informata e fonda nonché qualsiasi ricognizione critica passi e ripassi continuamente nell'Ottocento poetico francese. Lo dimostra chiaramente anche Massimo Blanco, docente di Letteratura francese presso “La Sapienza”, in un volume tanto ricco quanto essenziale nell'economia dell'impostazione. A Baudelaire e a Mallarmé Blanco ha dedicato una parte cospicua della propria ricerca, che poi spazia e approda oltre, al secolo Ventesimo, a Paul Valéry, al Surrealismo e alla poesia francese della seconda metà del secolo scorso. In Edipo non deve nascere. Lettura delle Poésies di Mallarmé (Leo S. Olschki Editore, pp. xii -248 pp. con 4 tavv. f.t., euro 32) si cimenta però con il mito solare in Mallarmé, raduna nel percorso le distorsioni di alba e tramonto, le continue alterazioni di scene cosmiche-atmosferiche che in Mallarmé spesso assurgono a sgorbie mediante le quali modellare e procedere con un'operazione di rimozione del dolore e di ciò che lo ha originato, sia questo la perdita di una persona, l'assenza e la mancanza d'amore (ricordiamo soltanto, sul versante della biografia, la perdita a 37 anni del secondogenito Anatole di 8 anni).

«L'explication orphique de la Terre, qui est le seul devoir du poète", così si esprimeva il poeta in una lettera a Paul Verlaine del 1885. Il centro dei suoi pensieri era costituito dall'opera, il Livre, e dalla sua messa in scena, aspetti sui quali a lungo lavorò e di cui non molto sappiamo anche a causa della volontà di distruzione delle note trasmessa ai familiari al momento della morte. Nelle pagine iniziali Massimo Blanco sgombra il piano del discorso da qualsiasi dubbio che "orfico" possa rimandare a qualche forma di esoterismo, che fra l'altro cozzerebbe con l'adozione della parola "explication" da parte di Mallarmé stesso. Insomma, l'interrogativo che muove questo studio è anche l'interpolazione tra l'architettura dell'opera che Mallarmé aveva in mente e il suo confrontarsi con una "dottrina orfica". "Dottrina orfica" che rimanda agli inni orfici e alla circolarità e ciclicità perpetua tra eroe-inno (il "canto-tessuto") e madre-figlio. Da queste riflessioni si avvicina pure la chiave per comprendere il titolo scelto per questo studio di Massimo Blanco. Il Livre di Mallarmé si manifesta pertanto come un ciclo genealogico con ruoli intercambiabili - dove "hymne" è anagramma di "hymen" - e alla luce di queste considerazioni il lettore potrà approfondire l'analisi  dei singoli testi presi in esame. Il Livre quindi nega un senso lineare, non comincia e non finisce, ma è circolare e solo nella circolarità vi è una porta d'accesso alla poesia.

L'interesse sviluppato da Mallarmé per la mitologia comparata (il poeta tradusse il manuale di mitologia del reverendo George William Cox a uso scolastico) emerge tutto nella struttura di questo studio che consta della compenetrazione di due analisi: da un lato la ricostruzione dell'ideologia e della struttura del Livre e dall'altro la ricomposizione della linea narrativa del Fauno. Lo studio in questione si sofferma quindi su due opere accomunate dall'essere incompiute e Massimo Blanco si cimenta con quanto si palesa davvero come "officina tematica e strutturale" di tutto ciò che andrà a comporre il corpus delle Poésies di Mallarmé. Il "dramma solare", categoria critica fondamentale nella vicenda mallarmeana, è un dramma di assenza e di memoria:
Dentro le Poésies si aggirano gli dèi antici, delle presenze riconoscibili. Sfruttandone il tramite, Mallarmé tenta di mettersi in relazione con gli assenti: la madre, la sorella, Anatole. Tenta, ma esita anche, rinunciando spesso alle opportunità che gli si presentano in cui può raccontarsi e descrivere i propri dolori.
   E fa questo intervenendo su ciò che avverrà sul piano del mito. Il locutore delle Poésies non è di certo un io lirico baudelairiano. È piuttosto uno stratega della reticenza che non manca di stupirsi degli effetti del proprio operato, affiancando la curiosità e le perplessità del lettore. Ebbene, egli cerca di impedire o di ritardare ciò che si è consapevoli dovrà accadere. Il mito, infatti, presenta delle vicende note nella loro sequenza completa.
   Mallarmé avverte il bisogno di arrestare gli snodi del destino, come se volesse così esorcizzare il ricordo di quanto è avvenuto bloccando il filo dei canovacci mitologici. Basti tra tutte la storia di Edipo e Giocasta: il poeta tenta di agire sul loro destino evitando che si realizzi. [...]
Un pensiero conclusivo va alla traduzione di Mallarmé in italiano. In questo importante contributo di Massimo Blanco la traduzione italiana di Mallarmé non è centrale e non poteva esserlo e vi troverete analizzate le poesie e non certo le versioni di queste. In questo studio potrete seguire l'analisi approfondita e tutti i vari "rendiconti critici" che toccano, per quel dato componimento in esame, i punti salienti di una vicenda critica mai conclusa, fino agli aggiornamenti più recenti della bibliografia mallarmeana, ma il problema della traduzione davvero non poteva qui essere centrale. Tuttavia, così come non è mai chiusa la vicenda critica, non lo può essere la vicenda traduttiva di un poeta che pone, nella ricreazione in un'altra lingua, pressoché insormontabili impasse, non solo semantiche e di senso, bensì, ancor più radicalmente, difficoltà sintattiche. Che si prenda la traduzione di Luciana Frezza, quella di Patrizia Valduga o quella proposta da Adriano Guerrini e Valeria Ramacciotti, il punto d'approdo del ragionamento è sempre quello: si tratta di traduzioni tanto necessarie quanto provvisorie, ontologicamente provvisorie e necessarie come ogni traduzione in una data lingua. Uno studio come Edipo non deve nascere, inesistente fino a pochi mesi fa, diventa un sostegno imprescindibile per qualsiasi futuro traduttore di Mallarmé. Se nella bibliografia troverete solo parzialmente il problema della traduzione italiana, e riscontrerete piuttosto la presenza dei noti studi su Mallarmé licenziati via via da Stefano Agosti, Carlo Bo, Mario Luzi, o quello recente di Federica Spinella (fra altri italiani e soprattutto tra altri titoli di una bibliografia dal respiro davvero ampio), questo non significa che sia anche verso il problema traduttorio che questo beau livre dirige con grande efficacia la propria traiettoria. Non è esagerato pensare che la traduzione sia una peculiare forma di critica letteraria.

sabato 20 settembre 2014

Tradurre in italiano Yves Bonnefoy a altri francesi. Intervista a Fabio Scotto

Librobreve intervista #47

Fabio Scotto
Ariosto e Shakespeare. Li avevate mai accostati? Sia che la risposta sia affermativa, sia che sia negativa potete ora contare su un recente libro del poeta francese Yves Bonnefoy proposto da Sellerio e curato dal professor Fabio Scotto. Si intitola Orlando furioso guarito. Dall'Ariosto a Shakespeare (pp. 112, euro 14). Di questo libro e di molto altro abbiamo parlato con il curatore nell'intervista che segue. Ricordo che Fabio Scotto è il principale traduttore del corpus poetico di Yves Bonnefoy. Per una lista completa delle sue principali pubblicazioni rinvio a questa pagina dell'Università di Bergamo dove insegna letteratura francese.

LB: Sellerio ha da poco mandato in libreria Orlando furioso guarito. Dall'Ariosto a Shakespeare. Ci racconta brevemente quest'ultimo libro di Bonnefoy uscito in Italia?
R:In questo saggio a mia cura Yves Bonnefoy affronta attraverso Ariosto e Shakespeare il problema dell’idealizzazione amorosa, intesa come quel processo di natura concettuale che sostituisce all’altro un’idea nella quale l’amato o l’amata non si riconosce, cosicché l’amore è reso impossibile dall’astrazione che impedisce di individuare realmente l’essere nel mondo in quanto «presenza». Nell’Orlando furioso, il protagonista Orlando insegue ovunque la bella Angelica e, non appena la scorge con Medoro, è preda del furore, quando invece la figlia dell’imperatore cinese nell’idillio con il moro rivela la possibilità reale di un amore passionale fondato sulla compassione e sull’agape, ovvero la capacità di darsi generosamente all’altro senza nulla chiedere in cambio che Bonnefoy è solito contrapporre alla pulsionalità possessiva e reificante dell’eros. L’ipotesi di fondo è che Shakespeare abbia, dopo avere letto la versione inglese del poema ariostesco, preso spunto da esso per il personaggio omonimo di Come vi piace, che una figura femminile, travestita da uomo, può quindi indurre a una riflessione sul proprio sentimento al fine di guarirlo dall’idealizzazione della quale sarebbe vittima. È così che anche in Macbeth il protagonista, vittima a sua volta di un senso di esclusione dalla «catena dell’essere», è votato a un destino tragico profetizzato da presenze fantasmatiche che nessuno bramosia di potere può riscattare.

Yves Bonnefoy
LB: La poesia di Bonnefoy in italiano passa quasi sempre per le sue traduzioni (ricordiamo, oltre ai volumi usciti per Lo Specchio, anche la curatela del Meridiano). Poniamo di avere davanti un lettore di poesia digiuno di Bonnefoy. Per quali motivi ne consiglierebbe la lettura? E da quali opere consiglierebbe di partire?
R:Ho ormai dal 1999 un intenso sodalizio con Bonnefoy che è innanzitutto frutto di amicizia e reciproca stima umana e intellettuale basata su una autentica condivisione di valori e sull’amore per la poesia come ragione di vita. Consiglierei a un lettore di leggere Bonnefoy proprio perché è un poeta che da sempre colloca la poesia nell’àmbito dell’esistenza, del quotidiano, per cercarvi le ragioni fondamentali dell’essere al mondo e di una felicità possibile, la gioia, che è sempre frutto di relazione e di condivisione, nel tempo della finitudine che ci è dato. Partirei da Movimento e immobilità di Douve (Einaudi, 1969), libro a suo modo fondativo di una poetica, certo uno dei più alti del secolo, per poi passare, attraverso Nell’inganno della soglia (Einaudi, 1990), libro poematico della rinascita attraverso l’amore e l’infanzia, alle raccolte più recenti, da Le assi curve a L’ora presente (Mondadori, 2007, 2013), tranne l’ultimo tutti disponibili nel Meridiano a mia cura L’opera poetica (Mondadori, 2010). Ma riterrei necessario leggere anche le prose de L’entroterra (Donzelli, 2004), così incentrate sul rapporto con l’Italia, e le sue interviste sulla poesia, non ancora tradotte integralmente in italiano, Entretienssur la poésie (1972-1990) (Mercure de France 1990), e L’Inachevable. Entretienssur la poésie 1990-2010 (Albin Michel, Le Livre de poche,2010), che danno la misura di una profondità di rapporto fra pensiero e prassi poetica che mi pare oggettivamente non abbia eguali nell’odierno panorama poetico.

LB: Poesia in Francia e poesia in un paese vicino come l'Italia: da quello che ha potuto conoscere e percepire lei, se la "passano" all'incirca allo stesso modo?
R:La poesia vive un momento difficile in entrambi i Paesi, mi pare, almeno per visibilità pubblica e consenso sociale e di critica, ma questo non fa che renderla più che mai necessaria - parlo anche da autore di poesia nelle due lingue -, proprio perché l’isolamento di cui vive denuncia e rende palese la sua irriducibilità alle logiche commerciali e “spettacolari” oggi tanto in voga nel mondo dei media.
Direi che in Francia la poesia ha spazi di sopravvivenza forse maggiori, dovuti all’esistenza di un’edizione assistita finanziata dallo stato qui da noi inesistente, benché anch’essa sempre più ridotta e minacciata dalla crisi economica internazionale.

LB: Nel 2011 curò quel bel volume intitolato Nuovi poeti francesi per Einaudi. Ricordo di avervi trovato autori che mi fecero una forte impressione. La poesia francese contemporanea tuttavia non mi pare conosca una buona stagione di traduzioni in italiano. Concorda? E se sì, potrebbe indicare tre nomi (meglio ancora tre titoli di libri) dai quali iniziare?
R:Probabilmente vale per la poesia francese un po’ quanto vale anche, salvo rare eccezioni, per il romanzo francese contemporaneo: l’editoria italiana, dopo la stagione del Nouveau Roman che ha privato il romanzo dei suoi requisiti ritenuti fondamentali dal mondo commerciale come la trama, il personaggio, una contestualizzazione spazio-temporale riconoscibile, guarda con diffidenza alla letteratura d’oltralpe, ritenuta difficile, poco vendibile. Per questo poeti anche molto noti e influenti in Francia come Michel Deguy o Jacques Roubaud, per fare qualche nome senza pretese di esaustività, sono ancora poco tradotti, mentre maggiormente lo sono autori come Yves Bonnefoy, Philippe Jaccottet e Bernard Noël. Quanto alle nuove generazioni, c’è in atto un lavoro apprezzabile presso piccole case editrici però poco visibili e su taluni blogs, il che ha reso tanto più opportuno e necessario, credo, il volume a mia cura Nuovi poeti francesi, che cerca di dare qualche linea di lettura critica e di fare proposte sulla ricerca in corso, certo variegata e complessa, non più facilmente etichettabile a priori.
Nel catalogo italiano, consiglierei senz’altro, oltre a Bonnefoy, Estratti del corpo (Mondadori) e La Caduta dei tempi (Guanda, 1997) di Bernard Noël, Il barbagianni. L’ignorante (Einaudi, 1992) di Philippe Jaccottet, e Guy Goffette e Jean-Baptiste Para, credo usciti da Kolibris, naturalmente senza dimenticare Henri Michaux e Antonin Artaud, ancora così attuali e presenti da Quodlibet (Viaggio in Gran Garabagna, 2010) e Adelphi (Passaggi, 2012) l’uno, ed Einaudi e Stampa Alternativa l’altro. Dò inoltre un panorama ampio e credo rappresentativo del Novecento francese fino ai nostri giorni nel mio recente saggio La voce spezzata. Il frammento poetico nella modernità francese (Donzelli, 2012).

LB: Ha avuto modo di effettuare dei raffronti tra la recente poesia francese e quella italiana contemporanea? Se sì, quali le sembrano le direttive di sviluppo più marcatamente differenti o i punti di contatto più sorprendenti?
R: Sul piano della qualità della ricerca, esistono talune analogie e qualche differenza, ad esempio più presente da noi mi pare una poesia della dicibilità e del rapporto con la musicalità della lingua, con esiti significativi anche nell’àmbito dialettale, mentre in Francia è ancora molto avvertibile in vari settori una poesia fortemente concettualizzata, di pensiero, filosofica e incentrata sul lavoro del significante, ma formalmente più libera di spaziare dal verso alla prosa poetica, che da noi è troppo spesso guardata con diffidenza, credo a torto. È il “magma” cui alludeva Mario Luzi (non a caso estimatore di Michaux e amico di Bonnefoy), che accomuna la condizione attuale dell’uomo nel nostro tempo e la sua poesia.

sabato 19 maggio 2012

da "Dal fondo delle campagne", di Mario Luzi


Una poesia da #6

Confesso di aver ampiamente trascurato Luzi nelle mie letture, dai venti ai trent'anni. Lo dico perché è stato un errore, naturalmente. Ma c'è tempo per rimediare, anche a piccole dosi con libri brevi come questo Dal fondo delle campagne (Einaudi, 1965, pp. 64, euro 8,20) che raccoglie versi della seconda metà degli anni Cinquanta. Da questo libretto prendo un poesia con un titolo-tema molto bello: la corriera. L'immagine delle teste e cervici sballottate racchiude in sé il punto di volta dell'arco di questa poesia bella come il mezzo di movimento e i corpi che racconta.
















LA CORRIERA

La corriera procede a strappi, muglia.
Chi nativo di qui ravvisa il giogo
cima per cima segue in lontanza
tutta l'azzurra cavalcata: il vento
profila i primi monti
bruciati dall'altezza,
fa livido il colore
più cenere che fiamma
che ha il querceto d'inverno
su queste terre d'altipiano,
sferza, ostacola i muli sulla tesa,
stride sui cumuli di brace. Gli altri,
chi recita il breviario a voce bassa,
chi sonnecchia, chi parla dei suoi traffici
di buoi, di lana, di granaglie e volge,
se volge, un occhio disattento al vetro.

Sediamo qui, persone nel viaggio,
smaniosi alcuni dell'arrivo, alcuni
volti tutti all'indietro, chi sospeso.
Il pecoraio mette in fila il branco,
lo stringe alle pareti del rialto,
libera il passo, la corriera avanza
e sballotta le teste e le cervici.

Chiudo e apro gli occhi sopra questo lembo
di patria, stretto contro lo schienale
ascolto questa gente, questo vento,
vivo per mediazione dei miei simili
più di quanto lo sia in carne ed ossa.