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martedì 4 novembre 2014

Poesie inedite di Fabio Franzin


"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare.

Due poesie inedite di Fabio Franzin (Milano, 1963) scritte nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense


Cavàr erba


Cavàrla via l’erba, co’e man,
bricàrlo tut intièro ‘l ciuff, l’é
vardàrse, l’é trar fòra daa tèra

vene e nervi, rame de siénzhi
sutìi, che core zo, là, tel scuro,
in zherca de l’aqua, dea vose

che li ‘à persi, un dì, drio l’aria.
Cavàr erba, cuzhàdhi, l’é mistièr
che ne mostra come che sen fati

drento, fra ‘e zhope dea carne.
I dhenòci che se maca tii sassi:
un fià castigo, un fià preghiera.


Estirpare


Estirpare erba, con le mani, / afferrarlo tutto intiero il cespo, è / guardarsi, è estrarre dalla terra // vene e nervi, esili ramificazioni / di silenzi penetrati lì, nell’oscurità, / in cerca dell’acqua, della voce // che li ha persi, un giorno, lungo l’aria. Estirpare erba, accucciati, è mestiere / che ci mostra come siamo fatti // dentro, fra le zolle della carne. / Le ginocchia ammaccate dai sassi: / un po’ espiazione, un po’ preghiera.
 


Paura, cavéi (Otobre 2013)


Stanòt el mé fioét l’à paura.
I ‘o ‘à portà in gita al Vajont,
daa diga, tii posti dea straje.
No’ l’è pì bon de ciapàr sòno,
inpressionà da l’aqua che se fa
scura cascata, da tuti chii morti
sepoìdhi tel paltàn. Cussì son
qua co’ lù, tel só letìn (in càibrio
anca mì, a franàr un tòc al dì,
come chel monte, sora i parché
de ‘sta vita senpre pì dura e scura,
nassù l’istesso àno de chel splonf,
po’), qua che ghe parle dee stée,
lo ‘carezhe, ghe sgarùfe i cavéi
e po’, co’ i déi verti, ghii pètene
indrìo, daa front fin al grun dei só
pensieri. E petenàndo i sui, mori,
lissii, longhi co’fà i mii, co‘ncora
li ‘vée, da tosàt, me perde via, fra
‘dèss e ‘l passà, ciape sòno anca mì.


Paura, capelli (Ottobre 2013)


Stanotte il mio figlioletto ha paura. / L’hanno portato in gita al Vajont, / dalla diga, nei luoghi della strage. / Non è più capace di prendere sonno, / impressionato dall’acqua che diventa / buia cascata, da tutti quei morti / seppelliti nel fango. Così sono / qui con lui, nel suo lettino (in equilibrio / anch’io, a franare un pezzo al giorno, / come il monte Toc, sopra i dubbi / di questa vita sempre più dura e scura, / nato lo stesso anno di quello splonf, / poi), qui che gli parlo delle stelle, / lo accarezzo, gli scompiglio i capelli / e poi, con le dita aperte, glieli pettino / all’indietro, dalla fronte sino al groviglio dei suoi / pensieri. E pettinando i suoi, mori, / lisci e lunghi come i miei, prima / della calvizie, da ragazzo, mi perdo via, fra / questo attimo e il passato, e mi addormento anch’io.

venerdì 21 giugno 2013

"Mus.cio e roe" (Muschio e spine) di Fabio Franzin

Ripescaggi #26












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Fabio Franzin è tra i selezionati della prossima edizione del Premio Viareggio. Questa è una bella notizia. Ripesco qui una recensione al suo Mus.cio e roe (Muschio e spine) uscito per le belle edizioni de Le voci della Luna nel 2007 (pp. 152, € 12,00) nella quale esordivo evidenziando il suo progressivo aprirsi verso un pubblico di lettori più ampio. Tale processo è evidentemente ancora in corso, data la notizia che qui condivido con voi.
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Già da qualche anno Fabio Franzin non è più quel che si dice un outsider della poesia italiana. I suoi libri hanno iniziato a circolare con maggior frequenza e intensità, così come la sua voce, che non ha mancato le occasioni per farsi ascoltare nell’ambito delle più belle iniziative di lettura poetica. Parallelamente, i suoi libri hanno avuto frequenti riconoscimenti nei premi di maggiore importanza e affidabilità (non di certo nei premi nei quali viene richiesta una “tassa di lettura” per poter partecipare: capita di leggere simili invenzioni linguistiche, di questi tempi, in alcuni bandi).
Questo Mus.cio e roe, in omaggio al detto che vuole la poesia sempre inedita, è, in parte, un’opera di riscrittura e revisione di due importanti opere in dialetto ormai irreperibili, pubblicate quasi clandestinamente nel 2000 e nel 2005: El coeor dee paroee e Canzón daa Provenza (e altre trazhe d’amór). Franzin, nella sua nota, spiega le ragioni di questo libro in termini prettamente pratici (irreperibilità dei libri citati, scarsissima circolazione e fruizione all’epoca della loro uscita). Al lettore di oggi il libro si offre tuttavia lontanissimo dai caratteri dell’antologia. Questo volume, completato da una trentina di testi inediti, mostra invece il senso dell’urgenza, il desiderio di portare in salvo un universo, ricostruito e rielaborato sotto la luce, i colori e i silenzi della scrittura in dialetto. Un universo di affetti familiari, ritratti, vicende collettive e paesaggi cantato con gli accenti della sofferenza, dell’assenza, della pietas e finanche dello sdegno della migliore poesia civile. Si prenda, ad esempio, il caso del muschio, vero e proprio topos della poesia di Franzin tanto da fornire spunto per la titolazione, intravisto con stupore e disappunto persino sugli scaffali di un centro commerciale proprio nel momento in cui, per l’autore, è più forte il valore di questo vegetale come testimone degli affetti e della memoria famigliare.

Implicitamente Franzin rimanda continuamente a un mondo in crollo, quasi in rovina. Non si tratta di catastrofismo nel senso comune del termine. Siamo nell’ottica di qualcosa che cambia forma, si trasforma. E il mondo che Franzin vorrebbe trarre in salvo non è un nemmeno un mondo rivisitato con nostalgia. Non a caso Franzin scrive “giostra della nostalgia”, quindi qualcosa che gira e non è a senso unico, qualcosa che compie una rivoluzione. Succede nella poesia iniziale della sezione Dai paesi al presepio (Dai paesi al presepe): Me piase i paesi che i ‘è riussìdhi / a deventàr veci. ‘Ndo che l’é brode / tii muri, cancèi storti e case ribandonàdhe, ortìghe, rùdhene / e storie de porti. Òni tant / calcùn se ciama, calcùn / òni tant el scanpa via // pa’ tornàrghe par sempre / sora ‘a giostra dea nostalgia (Amo i paesi che sono riusciti / ad invecchiare. Dove ci sono croste / lungo i muri, cancelli sghembi e case / disabitate, ortiche, ruggine / e storie di gente umile. Ogni tanto / qualcuno si chiama, qualcuno / ogni tanto fugge via // per ritornarci, perenne, / sulla giostra della nostalgia). Un ungarettiano sentimento del tempo si avverte anche in poesie come Rovinàzhi (Macerie), nella bellissima poesia “Ma pensa anca ai sassi” (Ma pensa anche ai sassi) o nell’acuta (di sguardo) Dopo ‘l scarvazhón, Venezia (Dopo l’acquazzone, Venezia) dove la città viene descritta, in una chiave totalmente inconsueta, negli attimi immediatamente successivi ad un violento acquazzone.

La poesia di Franzin appare in tensione verso due risultati contrapposti che sono forse, nella realtà, il dritto e il rovescio di un’unica medaglia: la tensione divisa tra umanizzazione del paesaggio e paesaggificazione degli uomini: “fin tel cancèl dei tó òci” (sino al cancello dei tuoi occhi), “tea tenpia nuda del prà” (sulla tempia nuda del prato), “Sognàr ‘e coìne, / ‘e pianure del tó corpo (Sognare le colline, / le pianure del tuo corpo)”. Sono esigenze profonde del dialetto e della storia individuale di questo poeta che sa crescere la propria poesia con la gratuità, il pudore e la lentezza appartata del muschio che appare nelle zone d’ombra della vita.

mercoledì 6 marzo 2013

da "Fabrica e altre poesie" di Fabio Franzin. Un ritorno con degli inediti

Una poesia da #19 / Ripescaggi #19


Ritorna un libro bello e importante di Fabio Franzin, e con piacere ne do notizia qui. Il libro è Fabrica, forse il suo più noto, che ora Ladolfi Editore ripropone con un cospicuo numero di inediti e con il titolo di Fabrica e altre poesie (pp. 223, euro 15). 
Così esordisce Giuliano Ladolfi nella prefazione intitolata La parola che brucia: "Ottime elucubrazioni, graziosi bozzetti, trovate ingegnose, retorica sapienziale, ma dove cercare la vita nella poesia italiana contemporanea? Non è facile districarsi tra accademia e conventicole editoriali, tra promozioni e antologie, tra consacrazioni e icone massmediatiche." Dovrebbe bruciare anche l'attacco di questa premessa, se non fosse tutto ormai un gran fuoco che avvampa, un incendio, già troppo esteso quando i pompieri s'apprestano a scendere per la loro pertica coll'elmo indossato.

Riflettevo in questi giorni su come il "progresso" che c'è stato, così evidente e discusso, in queste zone d'Italia (con Franzin siamo nel pieno nordest e rimando anche a questo suo scritto, davvero bello, tra l'antropologico e il paesaggistico, apparso su Doppiozero) sia stato probabilmente falso, presunto e presuntuoso, e in fondo assai discutibile. In una parola progresso apparente. Direte che è facile dirlo, oggi. E poi sono discorsi vecchi magari. Andiamo a rileggerci il Verga del "Ciclo dei vinti" e i ragionamenti sulla "fiumana del progresso". Tuttavia sono pensieri ricorrenti, che affioravano anche alla lettura di un altro libro di poesia come La religione del mio tempo di Pasolini. A volte poi basta riprendere uno scrittore come Parise, persino nei suoi passaggi più grotteschi, e non solo in quell'opera che cade alla perfezione e tutta da riscoprire che è Il padrone, per capire che qualcosa non è mai andato per il verso giusto e che il virus era già stato iniettato (o che semplicemente non siamo mai stati pronti a combatterlo, culturalmente pronti). Insomma, molti scrittori avevano già lanciato dei segnali potenti. Ora, col senno del poi, è fin troppo facile parlare, e forse persino più facile scriverne. E quindi? Come reagire a un mondo che è andato a mille all'ora? Parafrasando Anders, l'uomo è davvero antiquato? E se è antiquato, quali altri danni arrecherà? Dove stiamo andando? Verso il post-umano? E soprattutto da dove veniamo? Ecco, questo secondo interrogativo è ancora più importante. In fondo gli interrogativi sono sempre quelli, le stesse parole, cambiano le relazioni e le trame da dove si prova a rispondere. Cambiano persino le arti con cui si prova a rispondere. E poi cosa fare della tradizione? Se "innovare" è parola-chiave, come innovare davvero? Sono domande brucianti a loro volta, alle quali questo ricco libro di poesia, che idealmente ripercorre gli squassi degli ultimi quattro decenni, sa perlomeno mettere la giusta punteggiatura: una virgola, un groviglio di virgole, un punto di domanda laddove serve come l'acqua quando c'è sete, un mare di apostrofi.

Questa nuova edizione accresciuta è anche l'occasione di ripescare una recensione a Fabrica che scrissi per la rivista "La Mosca di Milano" all'inizio del 2010 (il libro è del 2009). La pubblico però in coda, dopo la poesia.














Ho chiesto all'autore di scegliere una poesia per questo spazio e mi ha mandato quello che trovate qui sotto, assieme a un'immagine di Safet Zec e a una didascalia, che pubblico unitamente al testo e alla traduzione dell'autore.


 (specchiandomi in “Mani sul volto”,
china e collage, di Safet Zec)





















Autoritràto (a 50 àni, disocupà)


‘E man tii òci, come a vóer ‘scónder
via ‘a realtà, e tègnersea drento tuta
‘a desperazhión. I dei vèrti che fraca
tea front nuda, rughe fonde se ingrespa
sora ‘e zhéjie, un pòice sfiora el mòll
dea recia. I nervi, po’, ‘e vene, nosèe.
Dei che ciama un siénzhio crudo, ‘na
assenza romai fata, marzha. Palme
che scava ‘a carne co’a carne, ‘i ossi
co’i ossi, onge rote che sgrafa ‘a pièra
tonda dei pensieri. E po’ strissi, mace
scure. Tumori tea memoria, ictus come
rùdhene, jozhe grise tea polpa dei sogni.

‘E man tii òci, morte, stonfe de ‘àgreme
o ‘ssute come rame seche, man che no’
pòl pì far uso dea só arte, che no’ sa pì
stacarse dal muso pa’ zontarse basse,
pregar. Man come sgranfi, ragni del mal
che i brazhi no’ rièsse a trar via dai òci,
che ciucia ‘l ciaro aa speranza. Sot de lore
un buso nero, un zhigo grando, senza vose.


Autoritratto (a 50 anni, disoccupato)


Le mani sugli occhi, come a voler nascondere / la realtà, e custodirla tutta / la disperazione. Le dita aperte che premono / nella fronte nuda, rughe profonde si increspano / sopra le ciglia, un pollice sfiora il lobo / dell’orecchio. I nervi, poi, le vene, nocche. / Dita che chiamano un silenzio crudo, una / assenza ormai matura, marcia. Palmi / che scavano la carne con la carne, le ossa / con le ossa, unghie spezzate che graffiano la pietra / convessa dei pensieri. E poi, strisci, macchie / scure. Tumori nella memoria, ictus come / ruggine, gocce grigie nella polpa dei sogni. // Le mani sugli occhi, morte, umide di lacrime / o asciutte come rami secchi, mani che non / possono più far uso della loro arte, che non sanno più / staccarsi dal viso per congiungersi basse, / pregare. Mani come crampi, ragni del male / che le braccia non riescono a strappare dagli occhi, / che succhiano la luce della speranza. Sotto ad esse / una buia voragine, un urlo grande, senza voce.

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Recensione a Fabrica (Atelier, 2009) apparsa su "La Mosca di Milano". Come ricordato, in questi giorni il libro di cui si parla esce in edizione accresciuta di inediti per Ladolfi Editore.

Gli operai fanno notizia solo quando muoiono. Talvolta quando vengono licenziati, ma l’azienda dev’essere una grande azienda (meglio se la Fiat) e il numero di interessati arrivare a qualche migliaia, altrimenti ci si deve accontentare di un trafiletto sul quotidiano locale di turno. L’operaio sembra scomparso dalla faccia della terra o, perlomeno, dalla faccia dell’Italia. Del suo lavoro concreto, del suo soffrire, dei suoi sentimenti quando è dentro la fabbrica nessuno parla più. 

Allora ci voleva proprio un’opera di poesia per riportare sensibilità sulla fabbrica e i suoi inquilini. Perché le fabbriche in Italia esistono ancora, nonostante molte siano in difficoltà. Con la forza silenziosa dei versi, ecco descritta la vita dentro le quattro mura del capannone, la vita delle dita riparate dai guanti che maneggiano strumenti, macchinari e semilavorati, ecco la vita dei sensi storditi così straordinariamente descritta in questo recente libro di Fabio Franzin, vincitore del prestigioso Premio Pascoli 2009, principale riconoscimento italiano per la poesia neodialettale. 

Tante piccole solitudini, tanti dolori silenti trovano nella poesia di Franzin un punto di visibilità e nel metro modulare delle cinquine che compongono il poema si intuisce visivamente il ritmo monotono e allucinante delle 8-10 ore trascorse mediamente da un operaio dentro la fabbrica, l’ossessione dei «toc» (i pezzi), sola unità di misura della produttività: «Marta l’à quarantatrè àni. / Da vintizhinque ‘a grata / cornìse co’a carta de véro, / el tanpón, ‘a ghe russa via / ‘a vernìse dura dae curve // del ‘egno; e ghe ‘à restà / come un segno tee man […]» («Marta ha quarantatre anni. / Da venticinque / leviga cornici col tampone, / la carta abrasiva, con questi umili strumenti frega / la vernice dura nelle modanature // del legno; e le è rimasto / come un segno nelle mani […]»). Tante e diverse le vite che si incrociano nei metri quadri dello scatolone-capannone, riprese nella loro vitalità imbrigliata con una furtiva occhiata colma di pietas: «Joussuf i ‘o ‘à mess / a ciapàr tòchi drio / ‘na multilame.» («Joussouf ha trovato posto / in coda / ad una multilame.»); «Luisa ‘a ‘é ‘na bèa tosa, / intiijénte e brava; l‘à / studià da segretaria, ma / posti in ofìcio no’ a ghi / n‘vea catà, dièse àni fa […].» («Luisa è una bella ragazza, / intelligente e brava; ha / studiato da segretaria d’azienda, ma / un impiego in ufficio non lo / trovò, dieci anni or sono […]»).

Fabrica si impone per la sua attualità, per il suo sguardo inflessibile e per la tessitura poetica che regala una lettura memorabile, lontana da quanto si trova in circolazione. Il libro mostra schiettamente di cosa vivono i poeti che ricercano verità. Raccomandato a chi ha un’immagine ancora troppo (inutilmente) “poetica” della poesia.

sabato 8 settembre 2012

Fabio Franzin e "Il groviglio delle virgole"

Ripescaggi #15












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Ecco un altro ripescaggio, una recensione a Il groviglio delle virgole di Fabio Franzin (Ascoli Piceno, Stamperia dell’Arancio, 2005, pp. 64, 8,00). Fu un libro importante in lingua (come il recente Canti dell'offesa, qui recensito). Si tratta di un volume piccolo che si colloca prima di un lungo e importante "ciclo" di scrittura in dialetto che ha legato il nome di Franzin all'insieme di voci più meritevoli d'attenzione nel panorama italiano contemporaneo. La recensione che segue uscì sulla rivista "Semicerchio", nella bella rubrica dedicata alla poesia italiana curata da Fabio Zinelli.
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Il groviglio delle virgole è un titolo ossimorico, che mischia un piano figurativo ad uno testuale. Così è anche la poesia di Franzin, nel suo mettere un ordine linguistico dentro una sfilacciata materia tra le intermittenze del sentire. Nel componimento che dà titolo al libro è fin troppo facile ritrovare qualcosa che possiamo considerare alla stregua di una dichiarazione di pensiero-poetica: «oltre la rete che sempre c’è / che sempre separa il dolore / dalla gioia, oltre quel recinto / arrugginito le mute macerie / del mio scrivere maturano / ortiche, vive virgole e papaveri. / / Il cumulo si erge come un’oasi / depredata, sopportando il gesto / obliquo e incessante della pioggia. // Le grida sono schegge di vetro. // Gli incanti travi marce, spezzate // e le utopie pietre coperte dal muschio. // Il silenzio è il telaio di una finestra / addossato al nulla nell’insistenza / precaria di un suo sempre più assurdo, / sempre più misterioso equilibrio».

Ci sono scelte linguistiche che aprono continuamente ‘cassetti’ nella poesia di Fabio Franzin, ma fanno questo in stanze-poesie profondamente diverse l’una dall’altra, creando così un effetto di novità ottenuto con quanto è già assodato dal punto di vista lessicale. Il ‘muschio’, ad esempio, copre le pietre nella poesia già riportata, mentre fa da letto alle noci nella bellissima poesia di poco seguente: «verde è il mallo delle noci / adagiate sopra il muschio / dietro la grande casa abbandonata. // Penso a quei tonfi attutiti / nell’ombra perenne dove riposano / memorie di donne e di pollame. // I tre alberi persistono nel rito / antico di una fruttificazione destinata / a marcire, beccolata, qua e là, dalle gazze. // In quei tre alberi ritrovo l’ostinato, / discreto bussare – con le nocche infreddolite – / al portale di feltro dell’amore». Il passaggio pendolare dalla terza alla prima persona, da oggetto a soggetto, così evidente nel testo citato, è una cifra ricorrente nella tessitura di questi versi. Più che a una versione contemporanea del correlativo oggettivo di memoria eliotiana-montaliana, siamo di fronte a una sintassi che si fa essa stessa correlativo oggettivo di una situazione psicologica di volta in volta rinnovata.

Questo libro avrebbe potuto anche portare il titolo di un saggio dell’antropologo Marc Augé: Rovine e macerie, soprattutto ripensando a quei punti dove lo studioso francese afferma che le macerie di oggi (architettoniche od esistenziali) non hanno più il tempo di diventare rovine, vale a dire quanto di più efficace possa esistere per riportare per un attimo l’uomo in una dimensione di tempo puro, ‘non databile’, perduto, lontano dalle accelerazioni e dagli aggiustamenti impressi dalla storia. L’arte solamente può riuscire nel tentativo di ritrovare quel tempo. Il parallelo saggio-poesia chiama a raccolta le potenzialità della scrittura nel ritrovare il tempo perduto delle diverse epoche dell’esistenza, o, lasciando Proust per Leiris, delle età d’uomo. Nel componimento Natura leggiamo: «si sono impressi / nel palmo delle mani / i fulmini. O sono forse il calco / fossilizzato di radici, di rami? // Poi l’autunno accoglie l’inverno. // Il tuono riecheggia fra i ricordi / e l’edera si attorce al vecchio / tronco della parola. // [...] Foglie secche sono ammucchiate contro / i piedi. Il silenzio arde sotto il costato. // Le prime piume, sulle scapole, / sono scure. Il muschio, sulla lingua, si stacca, secco, a scaglie». Si sarà notata una terza occorrenza della parola ‘muschio’, questa volta integrata in un contesto di corporeità, in una chiave assai lontana dalle precedenti.

Il volume si è aggiudicato la XVI edizione del Premio Nazionale di Poesia ‘Sandro Penna’ per l’inedito. Del miglior Penna Fabio Franzin ha sicuramente ereditato la pressione (o il peso, se così si può dire) con la quale lo sguardo si posa sulle cose. È una questione di dosaggio di energia e di attenzione.

mercoledì 30 novembre 2011

"Canti dell'offesa" di Fabio Franzin: molto più dell'indignazione.


C’è ormai un’onda lunga che dura da qualche tempo, anche a livello editoriale, ed è quella dell’indignazione. Non serve qui enumerare gli esempi. A mio avviso quest’onda ha mostrato anche certi limiti, il marketing e il giornalismo hanno trasformato in prodotto di facile smercio qualcosa che aveva una qualche ragion d’essere, una parola che poteva diventare rilevante. Serviva allora un poeta che riprendesse le scaturigini di quell’onda e la restituisse sotto una luce più adeguata, quella dell’offesa. Credo si possa iniziare a raccontare anche così Canti dell’offesa (Il Vicolo Divisione Libri, pp. 48, euro 10, per contatti editore@ilvicolo.com), l’ultimo libro di poesie di Fabio Franzin.

Offesa è molto più di indignazione. Serviva un poeta per farcelo notare. L’offesa urta, tocca, provoca danno, ricade sul corpo dell’offeso. Franzin sceglie la terzina per contenere tutto, una scelta stilistica che apre da sola molteplici sfondi di lettura (da quello religioso, anche qui in senso etimologico, come un patto saltato irrimediabilmente). Ancora Dante, più di altre corone della nostra letteratura, sembra indirizzare molta parte della poesia italiana e personalmente reputo interessante questo dato. La terzina è anche poesia morale, allegorica, è quel Pascoli che il Franzin dialettale ha rielaborato, terzina è Le ceneri di Gramsci (e allora, a proposito, leggiamo: “Guarda poi quando sanno di essere / ripresi quando sono ospiti in un talkshow / un programma nessuno che sappia // star zitto un po’ ascoltare scattare biliosi / sulla sedia rubarsi le parole via di bocca / sputare sentenze insulti bieca saggezza // risse create ad hoc per l’audience lo so sì / scelte prima a tavolino le parole che pena / però vedere Platinette al posto di Pasolini.”). Cantare l'offesa sembra un ossimoro, eppure non poteva essere altro titolo: solo l'elevazione della voce umana può cantare l'offesa, spiccare nella coralità odiosa e tediosa dei media, provare a rimagliare, a partire dal sentimento di offesa, un nuovo stare assieme degli uomini E credo anche che, se c'è qualcosa da rivalutare in un autore forse frainteso e letto oggi malamente com'è Pasolini, sia proprio questo aspetto, il Pasolini delle Lettere luterane, ad esempio.

C’è molta televisione in questo libro di Franzin. Vi rimando anche alla poesia che riporto in chiusura dove rientrano magnificamente il dolore, la famiglia, il consumo, l’entertainment, il "tecnicismo infantile”, le marche che popolano le nostre giornate. Poi c’è persino Unamuno in Franzin, il filosofo spagnolo che parlava della vita come di un problema “religioso-economico”. La poesia di Franzin è anche questo saper reggersi in uno straziante equilibrio di un sentimento religioso che ha sempre uno sguardo puntato sull’economia bruta, sulla scienza triste per antonomasia (di qui il collegamento con il filosofo spagnolo): “Oggi il kosovaro che lavora con me / mi ha chiesto se potevo imprestargli / cinquanta euro si guardava nei piedi // mentre formulava quella sua richiesta / chissà quanto a lungo meditata - lo sa / che ho due figli il mutuo per la casa // e tutto il resto - e sono sicuro sapesse / anche la mia risposta perché non se l’è / presa sì sì certo comprendo continuava // a dire scrollando la testa intanto che ci avviavamo verso i reparti stretti i guanti / nella mano. Però io non lo riconoscevo // quello che ha dovuto dire mi dispiace / proprio quando suonava la sirena e non / c’era più tempo neanche per la vergogna.”

Oltre al già citato aspetto metrico, avrete notato una sintassi inedita per la poesia di Franzin ma anche per la nostra poesia in generale. L’autore de Il groviglio delle virgole qui lascia poche virgole per strada, addensa, accumula e tiene tutto magnificamente assieme. Virtù della terzina, probabilmente! Trovano posto in tanti in questo inferno degli anni duemila: chi ruba il pezzo di grana al supermarket, chi non può rifarsi i denti, chi ha il terrore della prossima bolletta. Qui Franzin si allontana momentaneamente dalla televisione, che abbiamo visto essere mezzo congeniale per antonomasia nell'esercizio sistematico dell’offesa. C’è in Franzin un sentimento di pietas che non alberga frequentemente nella poesia contemporanea: “Perché è sempre sempre stato / lo straniero il capro espiatorio / di una società quando cieca si // ammanta di un’aurea innocenza / per il carnevale delle colpe ed è / storto il dito che punta al troppo // comodo torto di pelle e di razza / è monco e indica spesso colui che / non c’entra e l’altra mano quella // che stringe la pietra del linciaggio / è corrotta dalla convenienza neanche / si accorge di indicare lo specchio.

Ancora televisione. Il passo più ficcante della prefazione di Gianfranco Lauretano è, a mio avviso, quello conclusivo, un passo da... Italia 1: “Lo spettacolo ingloba i suoi stessi spettatori, nell’estrema menzogna di renderli protagonisti degli eventi, mentre di fatto ne fa dei minchioni: «Ma siamo proprio noi quelli là / quelli che compaiono così allegri / e minchioni nei video fatti in casa». Basterebbe, sì, davvero poco per rendersene conto, basterebbe la parola fragile e, in verità, pericolosissima per il potere (a proposito di Pasolini…) della poesia. Si potrebbe tornare a compatire gli altri, cioè ad appassionarsi con loro del destino comune, ad adirarsi per la giustizia che non c’è, per il pane che manca, per lo sciatto e finto essere umano che stiamo generando.”

Canti dell'offesa è un libro che saprebbe ferire nel modo giusto, se solo potesse essere letto in prima serata in qualche rete solitamente compresa tra il numero 1 e 7 del telecomando.

Ma era proprio così il mondo
che sognavamo? Questa teoria
di strade e viadotti e villette

a schiera le gru a incombere
come diplodochi a sbranarci
luce le case di wafer e sbarre

notti lacerate dall’ululato degli
allarmi e pomeriggi a vagare
fra outlet e centri commerciali

è proprio questa la vita che ci
siamo meritati? La maglietta
scontata del trenta consente

di cenare al Mc Donald’s per
la gioia dei bambini l’happy
meal il regalino fatto in Cina

poi la coda l’anaconda di fanali
nel rientrare giusto in tempo per
la trasferta del Milan sul digitale.