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sabato 4 novembre 2017

"Ibsen" di Scipio Slataper e "Casa di bambola": tra nuove messe in scena, nuove possibili interpretazioni e la lettura dello scrittore triestino

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #37


Il classico o quasi classico (fuori catalogo e fuori commercio) di oggi è Ibsen di Scipio Slataper. Esiste un'ultima edizione Vallecchi del 1977, forse ancora girovagante per i circuiti antiquari, oppure, se volete, lo potete scaricare gratuitamente da "Liber Liber" qui. Sul saggio di Slataper torneremo tra qualche riga con abbondanti citazioni che offriranno qualche scorcio della sua scrittura e che intendono essere un invito alla rilettura e - perché no? - alla riproposta di questo suo studio. Per ora si ricordi che si tratta di un libro uscito postumo e derivante dalla tesi di laurea dello scrittore triestino, lodato tra gli altri anche da Claudio Magris (si veda un interessante articolo di Magris su Ibsen e Slataper in questa pagina de "Il Piccolo") e tuttavia scomparso dalla circolazione e dai discorsi, compresi quelli più strettamente ibseniani. Passo indietro: negli ultimi tempi, di Ibsen, ho riletto dopo diversi anni il dramma Casa di bambola, che Slataper curiosamente chiama invece Casa di bambole, testo teatrale arcinoto che risale al 1879 e che l'autore scrisse durante un soggiorno ad Amalfi (il Sud e il suo valore di cura - "laude e gaudio del sole e della libertà meridionale" scrive Slataper - assieme alla tarantella sono ingredienti importanti di questo dramma, come saprà chi ha letto il testo o assistito a una messa in scena). Che la ricezione di Casa di bambola sia stata un fatto epocale è cosa parimenti ben nota e anche negli ultimi tempi si sono lette recensioni legate al percepito di questo dramma, alla sua inesauribilità (caratteristica tipica del grande teatro, che più di altri generi sa perpetuamente mettere sulla scena i dilemmi). Lo scandalo e scalpore - così si racconta - furono davvero grandi e tali da fare il giro del globo. Il personaggio principale, Nora Helmer, è entrato nell'immaginario condiviso e a lungo è stata bandiera del femminismo. Tutte cose abbastanza note e ruminate, specie in ambito accademico, anche se ancora controverse. Nuove messe in scena, come quella ricordata in questo articolo, hanno messo in discussione la portata epocale del personaggio di Nora. Slataper si inserisce con un'analisi che, a distanza di oltre un secolo, ci tiene ancorati alla sua prosa, per visione e stile di scrittura. Come ogni testo teatrale davvero fertile, per fortuna anche Casa di bambola non si può prestare a una lettura data una volta per tutte. Oltre alla chiave femminista, che naturalmente ha tenuto banco, ci sarebbero altri lati del prisma su cui sarebbe opportuno ritornare, come ad esempio la nemesi che si compie su ogni famiglia e qualche ragionamento attorno a un altro vero protagonista (invertebrato) del dramma ibseniano: il denaro. Per Slataper le battute iniziali del dramma tutto contengono in potenza (nel passo seguente il cenno alle didascalie fa pensare a quelle del teatro di Pirandello mentre il titolo Fantasmi, nelle traduzioni più vicine a noi, è diventato più saldamente Gli spettri):
Vediamo la prima scena di Casa di bambole (benché i Fantasmi siano anche più caratteristici in questo senso). Leggiamo attentamente le didascalie, che in Ibsen sono tutte importantissime. «Stanza raccolta, messa con molto gusto, ma senza lusso». Cioè: appena s’alza la tela, ancora prima che nessuno abbia detta mezza parola, il pubblico deve saper subito che chi l’abita non ha molti soldi, ma è raffinato. Difatti «alle pareti pendono incisioni», su un’étagère sono disposte porcellane e altri oggetti artistici. L’ambiente è comodo: un grande tappeto copre tutto il pavimento; c’è la stufa accesa, e molte poltrone e sofà e una sedia a dondolo. Una porta mette nello studio di Helmer. – Voi vedete come qui, in potenza, c’è tutto. 
L'intellettuale morto sul Podgora nota come il dualismo uomo e donna percorra tutta la vicenda compositiva di Casa di bambola, compreso l'allestimento del piano scenico e i ripensamenti che si sono succeduti.
Non è ormai chiaro tutto il dramma? Nora che è scoiattoletto e donna (e perciò «bisogna prenderti come sei»), un po’ bugiarda (perché nega di aver mangiato le chicche), che s’infischia degli altri e domanda soldi con la scusa che gli scoiattoletti devono spendere moltissimo («piccola cantatina e sorriso beato»); e Helmer, con la penna in mano, dilettante estetico che condanna i debiti non per una convinzione morale, non secondo lo scopo per cui si sono fatti, ma perché turbano l’armonia estetica della casa, come una tazza da tè con fioretti azzurri stona su una tovaglia ricamata in rosso. E quando pensa alla ricca paga che presto avranno dice, egli: «Ma proprio! È un gusto a pensarci»; lei: «Ah, è meraviglioso! ». E lo ripete tre volte in poche parole; e lo ripeterà in tutto il dramma. È la sua verità e la sua parola. Nora, abbiam visto, è nata con il «meraviglioso».  
E arrivando alla svolta del dramma ibseniano e focalizzandosi sulla precoce e straordinaria interpretazione della Duse, che con Nora condivideva anche parte del nome, Slataper aggiunge:
Ella non può più ammazzarsi perché non sa più che cosa significherebbe quel suo atto. Ciò che era la sua legge si dimostra vana appena ella s’accorge che non vale anche per gli altri. Ammazzarsi era per lei difendere la propria opera, la propria responsabilità, ma d’impedire che il marito assumendosela rendesse vano il suo atto, la sua falsificazione. Ammazzarsi era per lei difendere la propria opera, il sacrificio di cui è orgogliosa. Ma poiché il marito, senza comprender niente, la giudica un’ignominia, ne è schifato, rifiuta ogni responsabilità, anzi il solo pensiero che altri gliela possa attribuire lo atterrisce – ella deve accettarla lei, veramente, tutta. È questo il momento in cui nasce in lei la vita morale: con la subitanea rivelazione e sbalordimento che sono propri di quella nascita – e che fa stupire tutti i malaccorti interpreti di Nora. Eleonora Duse ha intuito magnificamente ciò, concentrando tutto il fulmineo formarsi della nuova personalità nella brevissima pausa quando Nora che ha visto entrar nello studio il marito incalorito e fremente di desiderio per lei, se lo rivede davanti, dopo un minuto, con la lettera in mano, freddo, gretto, meschino. Proprio quella muta pausa è il fulcro del dramma. E s’inizia quel meraviglioso dialogo represso, in cui Nora a poco a poco, via via che la crisi le si manifesta, trova le nuove parole, tutte nuove, e che aprendosi con lo scatto brutale di Helmer si muta nell’atto d’accusa di Nora contro di lui. È qui che l’amore crolla e la donna diventa un essere umano.  
Sul fondamentale capitolo dell'accoglienza del dramma ibseniano - un fenomeno che andrebbe davvero analizzato tanto che si parlò addirittura di "malattia noriana" - Slataper ricordò il propagarsi a macchia d'olio del successo di Casa di bambola, un successo travolgente, quasi una sorta di malinteso, frutto di interpretazioni affrettate e malaccorte, com'era capitato al Werther di Goethe, altra opera capace di scatenare una serie impressionante di imitazioni maldestre, proprio perché opera che diventa dito nella piaga di un'epoca. Ma ogni imitazione è una bugia, ricorda Slataper, e il "tipo Nora" che si cercherà di veicolare servirà soltanto a "coprire ogni sorta di contrabbando". Per chiudere con le parole dell'articolo di Claudio Magris:
Ibsen è uno dei primi e più grandi poeti del tramonto borghese, nelle cui contraddizioni sapeva di affondare le proprie radici. In ciò consiste il suo potenziale eversivo, arginato dal suo decoro borghese, dal suo stile mai eccessivo e smodato. Radicale continuatore critico di Nietzsche, Ibsen rappresenta la ricerca della vita al di là della morale e della coscienza e mostra come questa ricerca implichi la distruzione della vita stessa. Chi si libera della coscienza, perde l’incanto e il desiderio della vita vagheggiata al di là della coscienza. Il tragico, nell’età contemporanea, tende fatalmente al tragicomico. Nell’età del relativo, diceva già Kierkegaard, l’assoluto è fatalmente ridicolo.
*

(Questo post rappresenta un breve ritorno su Ibsen, dopo quello dedicato a Vita dalle lettere pubblicato da Iperborea nel 1995, un libro ancora disponibile che mi è parso un epistolario notevolissimo.)

venerdì 28 ottobre 2016

Giovanni Boine: la punta dell’iceberg. Uno scritto di Chiara Catapano

È dalla lettura di Plausi e botte che cercavo un modo per proporre un post introduttivo all'opera di Giovanni Boine. Alla fine lo ha scritto chi è molto più competente in materia, Chiara Catapano, che ringrazio molto per il contributo che segue.

Giovanni Boine nel 1913
Mi viene in mente un’eccellente antologia poetica (“Poeti italiani del Novecento”, Mondadori, 1978) a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, in cui chi volesse farsi un’idea del panorama poetico italiano durante tutto il Secolo breve, troverebbe grande soddisfazione. Qui davvero è distillato il succo del nostro ‘900, qui davvero si attraversano città e paesi d’Italia e la poesia ti si mostra con cristallina chiarezza. Qui anche Giovanni Boine ha un suo posticino: pagine 415-419. E non è poco, se teniamo presente che nella maggior parte delle antologie scolastiche e non di Giovanni Boine non v’è traccia alcuna. Mengaldo nella sua nota all’autore ci ricorda che “si avrebbe torto a concentrare” sulla produzione poetica dei Frantumi “l’interesse critico, come si è pure fatto di recente: altrettanto e più rappresentative del loro autore, e delle sue spesso irrisolte tensioni, sono infatti la prosa morale, ad esempio, di Esperienza religiosa, quella convulsamente psicologica del romanzo Il peccato, o la critica intensa e così spesso acuta di Plausi e botte”. Mengaldo in questa sua introduzione rende un gran servizio e al Boine, e ai lettori: riabilita dopo decenni d’ingiusto oblio gli scritti boiniani nel panorama della più alta tradizione letteraria italiana. Carlo Bo farà passare ancora un ventennio per giungere alle stesse conclusioni. Mengaldo ci avverte che quanto stiamo per leggere è solo la punta dell’iceberg.
Chi partisse a conoscere Boine dalla produzione poetica dei Frantumi, com’è capitato anche a me, si troverebbe in grande imbarazzo, piuttosto sconcertato e certo confuso, perché vedrebbe aperta davanti a sé una strada che – contestualizzata agli anni in cui apparve – risulta chiaramente non ancora battuta. Un sentiero vergine e ricco di nuove specie, che vorremmo sapere dove porta senonché ecco! termina bruscamente e in mezzo ad intricatissima vegetazione, con la morte dell’autore. Mappe per uscirne Boine, per quanto incomplete, ce le ha lasciate: tutta quella produzione sommersa fino a pochi anni fa, fatta di lettere, saggi, articoli e diari.

Un buon affare, per chi lo trova
Giovanni Boine nasce a Finale Marina, in Liguria, nel 1887. Vive l’ambiente della provincia e, spesso in polemica con gli amici della rivista fiorentina la Voce, rivendica la sua appartenenza a un ambiente culturale marginale ma vivo, spesso più lucido nei giudizi e nelle intenzioni, come vuole dimostrare partecipando attivamente alla rivista di Mario Novaro, la Riviera ligure. Rivista questa senza programmi, e stiamo già registrando la prima bizzarria, nell’epoca dell’impegno e degli “–ismi” serpeggianti tra gli intellettuali italiani all’alba della I Guerra Mondiale. Ma proprio questo piace a Boine: libertà di dire, disomogeneità dei testi, ampio respiro di contro al cappio dell’asservimento a qualsivoglia programma. Partecipò anche alla Voce di Prezzolini, ma sempre in polemica e pronto all’affondo dinnanzi alle virate alla dove va il vento, eccessivamente utilitaristiche della compagine fiorentina (“Chi è d’accordo mandi formale adesione per lettera, chi no buona notte”). Ma certo è alla Riviera ligure che Boine affidò i suoi testi senza mai doversi preoccupare di epurazioni e scontri ideologici. Nella rivista di Novaro, Boine prenderà in mano la rubrica Plausi e botte: pagina di recensioni “con gli umori” dei libri contemporanei in uscita. Claudio Magris ha sottolineato a tal proposito lo spessore di questa sua produzione, indicando in essa più un libro di letteratura che sulla letteratura. Le recensioni sono 87, e Boine dà giù più di botte che di plausi, senza peli sulla lingua e senza risparmiare stoccate anche agli amici (e soprattutto a loro, poiché a loro teneva e non sopportava i rammollimenti letterari di chi si sentiva già in cattedra) come Soffici e Papini, quando percepiva in loro una piega al ribasso, un intorpidimento che non ammetteva negli uomini d’ingegno. Apertamente divertenti le critiche a libri che non meritavano molta attenzione; oppure volutamente polemiche per “buttarla un po’ in caciara” altre. Ma non vanno dimenticati gli articoli, ampi, di lucida presenza e coscienza letteraria, dedicati a poeti allora sconosciuti che Boine veicolò (per primo scoprì, mi vien da dire) come Clemente Rebora, Camillo Sbarbaro, Dino Campana, Vincenzo Cardarelli.

C’è pure nella sua produzione il romanzo. Anzi, si può affermare che Giovanni Boine fu l’antesignano del romanzo novecentesco, anticipando Italo Svevo e il suo Zeno. Giancarlo Vigorelli ci ricorda che James Joyce, mentre a Trieste scriveva l’Ulisse, teneva sul comodino Il peccato. Non è un particolare irrilevante, e va collegato all’aspra polemica con Benedetto Croce, alle cui teorie Boine opponeva la propria “estetica della simultaneità”. Scrive Boine a proposito del suo romanzo Il peccato: “L’intenzione generale era di rappresentare quel lirico intrecciarsi di molto pensiero sulla scarsezza di pochi fatti: quel continuo sconfinare della poca cronistoria esteriore nella contraddittoria, nella dolorosa, angosciata complessità del pensare che è la vita di molti e la mia”. La vita, questa la chiave in fondo di ogni sua pagina: la vita e la regola, la vita e il canone, la vita e la tradizione. La vita e la storia. E l’intreccio tra l’una e le altre, il groviglio doloroso la cui soluzione per alcuni è la fede, per altri la legge. Ma Boine, che non riesce ad esaurirsi in nessuna delle due dimensioni, sentirà per tutta le sua breve esistenza la tensione tra i due poli, separati ma non distinti. E non sappiamo quale soluzione avrebbe potuto tentare, se una ne avesse infine tentata; siamo al punto di partenza, nello sconcerto e persi in un sentiero d’intricatissima vegetazione.
Giovanissimo, intesse un breve ma intenso scambio epistolare con Unamuno  (dicembre 1906 - marzo 1908) del quale tradusse il saggio “Inteligencia y bondad” e recensì “Vida de Don Quijote y Sancho”, “Soledad” e “Plenidud de Plenitudes”. Era quello il periodo modernista di Boine, della rivista “Rinnovamento”, della lettura di Tyrell e von Hügel, dell’enciclica “Pascendi dominici gregis” (8 settembre 1907) e delle scomuniche, della ricerca attiva e partecipata al rinnovamento spirituale inteso nella sua dimensione comunitaria, prima del ripiegamento verso una dimensione intima e soggettiva della fede, come la descriverà nel suo saggio “Esperienza religiosa”.

Boine in un dipinto di Stefano Parolari
Giovanni Boine non si lascia afferrare da poche righe, benché, se vogliamo, il suo pensiero di fondo, meglio il suo rovello, è sempre presente e dichiarato. È scrittore che non si esaurisce, l’opaca patina del tempo non ne offusca la lingua e lo stile. C’è da dire che quanto scrisse fu sempre vissuto, e se esercizio letterario vi fu (sappiamo per certo che le sue liriche non furono, come a volte afferma, scritte di getto, ma subirono il cesello di accurate revisioni perché rientrassero in una forma musicale perfetta) fu esercizio di muscoli interiori: esercizio, si può dire, di fede. Boine richiede a tutti uno sforzo superiore, pretende nel lettore la scintilla dell’intelligenza, che significa approfondimento ma pure capacità di illuminare le cose attraverso l’ironia. Richiede tempo, non lo si consuma in pochi attimi. Non è lettura-fast food.
Per questo, a mio avviso, ancora più importante riscoprirlo ora, in un’epoca di estremo spaesamento, crisi dei costumi, imbarbarimento con un portone aperto verso possibili futuri che richiedono capacità di ragionamento, approfondimento, inventiva e profondissima umanità.
Giovanni Boine si ammalò di tisi negli anni del liceo, a Milano, e non vide il chiudersi della guerra; la malattia lo costrinse all’inoperosità, all’indigenza e ad una morte precoce. Morì il 16 maggio 1917 a Porto Maurizio.

A chi desiderasse conoscere l’autore e le sue opere mi sento di consigliare un inizio dal ricchissimo epistolario (G. Boine, Carteggio, 5 volumi, a cura di Margherita Marchione e S. Eugene Scalia, Roma, Edizioni di Storia della Letteratura) arricchito di recente dal prof. Andrea Aveto (Giovanni Boine – Adelaide Coari, Carteggio 1915 – 1917, Città del Silenzio, 2014), attraverso il quale è possibile ricostruire l’uomo e il suo tempo, quasi respirarlo e viverlo. Ed anzi di cuore io mi auguro che presto il piccolo cimitero di Porto Maurizio possa conoscere nuovi amici che, senza enfasi retoriche, desiderino posare un fiore sulla sua lapide.

Chiara Catapano


giovedì 13 ottobre 2016

"Lettera al padre" di Franz Kafka. Un classico ritradotto da Nicoletta Giacon

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #32
Covertures #11


Ha un sapore vagamente kleeano l'illustrazione scelta per la prima edizione ne "I grandi libri" di Garzanti della celebre Lettera al padre di Franz Kafka (pp. 68, euro 6, a cura di Nicoletta Giacon), una lunga missiva del 1919 composta per Hermann Kafka e mai spedita o consegnata (uscì postuma). Del resto, da Benjamin in giù, Paul Klee è stato un artista molto saccheggiato da chi si occupa di grafica editoriale. Se cercate nel colophon di questo libro maggiori informazioni sull'opera che illustra la copertina troverete soltanto la dicitura "iStock Photo by Getty Images", e il rimando per acquistare l'immagine, ovvero un "Triste uccello in Gabbia per gli uccelli" come vogliono i metadati del motore di ricerca di iStock, lo fornisco a questo link. A chi pensa di proiettare l'autore di questa celebre e lunga lettera nella sagoma di quell'uccelletto andrebbe parimenti ricordato quel suo aforisma dove parla di una gabbia che se andò in cerca di un uccello. Al di là di significati intrinsechi o estrinsechi, c'è una tendenza progressiva alla somiglianza delle copertine nei banchi delle librerie, da quando le grandi banche dati di immagini sono diventate il principale braccio destro per chi deve costruire la copertina di un libro. Fatta la gabbia (grafica, stavolta), spesso si cerca un'immagine che possa dare il mood o il look&feel del libro (gli anglismi non sono forzati bensì mimetici, perché la maggior parte dei grafici vi parlerebbe proprio così). Il gioco è fatto in rapidità e non dimentichiamo che anche la copertina può richiedere tempo e i tempi sono sempre e comunque stretti, per definizione, anche in editoria, un settore dove soltanto i tempi di pagamento sono invece più laschi. Brutto però vanificare con la fretta un'opera sulla quale si è lavorato molto e dico questo pensando alla nuova traduzione di Nicoletta Giacon. C'è anche da osservare curiosamente che chi come Guanda aveva affidato tutta la propria immagine a una mano sola (e che mano, trattandosi di Guido Scarabottolo) ha fatto retromarcia, concludendo una prolungata collaborazione.

Sarà perché sono uno della vecchia guardia, ma inizio a stancarmi di queste copertine "risolte" dalle banche dati. Il problema tuttavia è e rimane solo mio. Probabilmente sono copertine che "funzionano", non lo so. Magari la copertina non è più così rilevante e se un libro ha successo, come La solitudine dei numeri primi, tanto vale scopiazzare a tappeto il mood e il taglio di quella copertina, con un comportamento un po' "da cinesi", come dicevamo una volta, almeno in un certo ambito imprenditoriale, non senza un pizzico di disprezzo. Stavolta ho avvertito il demone facile della banca dati in un libro di una collana che mi è stata cara, perché sostanzialmente ho iniziato col vizietto di comperare troppi libri proprio con "I grandi libri" di Garzanti, quelli che mettono solo il cognome dell'autore in copertina, tanto sono autori affermati (avranno mai affrontato casi di omonimia?). Dal punto di vista del progetto grafico, bisognerebbe parlare anche della carta, e allora mi sembra meno interessante il cartoncino dell'attuale copertina rispetto a quello della vecchia serie de "I grandi libri". Il mio discorso però, mi rendo conto, inizia ad assumere perniciose pieghe nostalgiche. A mio avviso comunque la copertina resta sempre fondamentale e non è male ogni tanto cercare di capire quello che si muove là attorno. Detto questo, all'interno di questa edizione della Lettera al padre, brillante esempio di classico ritradotto, torniamo alla cura solita de "I grandi libri": lungo e assai scandito apparato introduttivo e ottima traduzione. Naturalmente non sono certo io ad affermare questo giudizio sulla traduzione, dal momento che non ho gli strumenti, bensì Claudio Magris, autore molto legato alla casa editrice Garzanti, in un articolo apparso sul "Corriere della Sera" che potete leggere a questo link.

martedì 3 novembre 2015

da "Le poesie" di Georg Trakl

Una poesia da #55
Leggere una grande guerra #18 

Sulla spiaggia del Lido di Venezia, 1913
Stimato amico, abbiamo alle nostre spalle quattro settimane di marce faticosissime lungo tutta la Galizia. Da due giorni sostiamo in una cittadina della Galizia occidentale nel cuore di un dolce e ridente paesaggio collinare, e dopo tutti gli enormi avvenimenti dell'ultimo periodo ci concediamo finalmente un po' di pace. Domani o dopodomani riprenderemo a marciare. Sembra prepararsi un nuovo, immane massacro. Voglia il cielo esserci misericordioso questa volta! Cordiali saluti a Sua moglie e ai Suoi cari figli.  Suo devoto Georg Trakl

Queste parole, indirizzate all'amico Ludwig Von Ficker, partivano alla volta di Innsbruck verosimilmente dalla cittadina di Limanova, ai primi di ottobre del 1914. Circa un mese più tardi, il 3 novembre, nella notte di Cracovia, l'anticipatore delle catastrofi mondiali (nella lettera, fra l'altro, fa riferimento alla recente carneficina di Grodek, alla quale dedicò una delle sue poesie più note), da molti considerato il più grande poeta di lingua tedesca del Novecento, morì per un'overdose di cocaina. Nella sua cortissima Prefazione al volume di Garzanti intitolato Le poesie (pp. 336, euro 9, a cura di Vera degli Alberti e Eduard Innerkofler, con introduzione di Margherita Caput e Maria Carolina Foi, prima edizione del 1983), Claudio Magris notava che "L'avventura randagia della poesia, che scopre la verità della condizione umana, è irriducibile al programma politico, ma proprio in questa scissione risiede il suo valore politico, la violenta illuminazione con la quale essa mette in luce il nucleo della situazione storica, quell'antitesi fra il singolo e la società che costruisce già il mondo contemporaneo". Dal nucleo di testi relativi all'esperienza bellica estrapolo Im Osten. La lettera riportata in apertura e la foto di Trakl sulla spiaggia del Lido a Venezia un anno prima della morte si trovano in Gli ammutoliti. Lettere 1900-1914 (Quodlibet, 2006, pp. 240, euro 16,50, a cura e con un saggio di Clio Pizzingrilli).



SUL FRONTE ORIENTALE


Ai selvaggi organi della tempesta invernale
somiglia del popolo l'oscura collera,
la purpurea onda della battaglia,
di stelle sfondate.

Con cigli infranti, argentee braccia
fa cenno ai soldati morenti la notte.
Nell'ombra dell'autunnale frassino
sospirano gli spiriti degli abbattuti.


Sterpaglia spinosa cinge la città.
Da sanguinanti gradini discaccia la luna
le atterrite donne.
Selvaggi lupi irruppero attraverso la porta.


IM OSTEN


Den wilden Orgeln des Wintersturms
Gleicht des Volkes finstrer Zorn,
Die purpurne Woge der Schlacht,
Entlaubter Sterne.

Mit zerbochnen Brauen, silbernen Armen
Winkt sterbenden Soldaten die Nacht.
Im Schatten der herbstlichen Esche
Seufzen die Geister der Erschlagenen.

Dornige Wildnis umgürtet die Stadt.
Von blutenden Stufen jagt der Mond
Die erschrockenen Frauen.
Wilde Wölfe brachen durchs Tor.

mercoledì 4 giugno 2014

Le voci di Claudio Magris

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #21

Circa vent'anni fa usciva per il Melangolo nella collana "Nugae" un librettino minuscolo di Claudio Magris intitolato Le voci (pp. 48, euro 5,16 a convertire il costo originario di 10.000 lire, il volumetto pare ancora misteriosamente acquistabile). L'opera è il testo di un monologo teatrale che più volte ho intercettato ma mai affrontato. Ora, spinto da quei trascinamenti di cui si compone il mosaico sempre incompleto delle nostre letture, si è presentata l'occasione e ho finalmente letto questo libriccino importante e appartato. Il testo, come detto, appartiene al genere dei monologhi. Teniamolo presente per le considerazioni che verranno dopo. Chi dice io in questo libro è un uomo che parla della propria ossessione per le voci di donne depositate nelle segreterie telefoniche. Sono donne che ascolta in quanto voce, in quel medium sonoro che è tanto corpo quanto anima e, probabilmente, né corpo né anima. Il protagonista ricerca le voci delle donne che ama, conosce gli orari nei quali telefonare per non rischiare di trovare la donna a casa, ha un metodo pressoché infallibile, si applica con un'abnegazione non priva di tratti di comicità.

Una delle cose che più mi ha impressionato nel leggere questo librino è anche l'orizzonte temporale della sua comparsa: metà anni Novanta. Ci si apprestava all'avvento di Internet e di tutte le protesi comunicative a questa annesse. Stava partendo tutto lì, in quegli anni. E se è vero che il telefono e la segreteria telefonica protagonista di queste pagine esistevano già da tempo e che gli attuali mezzi possono essere visti da certi sociologi dei media come delle evoluzioni di quei mezzi, è altrettanto vero che quasi sbalordisce ora ripercorrere all'indietro certe intuizioni che in quest'opera monologante aleggiano pienamente formate.

Il protagonista, pazzo e folle, delicato mitomane e inoffensivo stalker avanti lettera, sembra prefigurare quel processo ineliminabile che l'uomo - compreso l'uomo cieco che tornerà a vedere grazie all'occhio bionico e che le nostre generazioni forse non faranno in tempo a conoscere - dovrà attraversare per rivedere il proprio mondo stravolto dalla tecnologia. Sarà probabilmente un processo doloroso, con degli avamposti occupati da poche persone in coraggiosa avanscoperta. Mi rendo conto che sto innescando un discorso troppo rizomatico, quello del rapporto tra uomo e tecnologia, che ha radici in tanta letteratura filosofica, sociologica e antropologica, e che non si può certo limitare a qualche astratto discorso distratto. Però è una riflessione che si può provare a limitare e far partire dallo spazio ristretto di un brevissimo monologo, come ha fatto Claudio Magris, proprio perché qui è massima l'apertura e massima è la solitudine del protagonista, quindi massima è l'apertura e l'esposizione a ogni soluzione e ad ogni caduta, compresa a una caduta salvifica. In un stato vitale elusivo quale il nostro, dove tutto imita ed è a imitazione di tutto (simulacro, immagine, ombra e spettro sgusciante) qual è lo spazio rimasto per l'unicità e per il vero incontro con l'altro? E qual è lo spazio di quella voce che prova a trasformarsi in scrittura nei mezzi di comunicazione digitale ma che, alla fine, imita soltanto la voce, rimanendo scrittura franta, frammentaria e filiforme? Magris, attraverso la voce del proprio protagonista, sembra improvvisamente suggerire una chiave nella delicatezza. Allo stesso tempo - provo ad aggiungere facendo un'ipotesi - pare non sia mai risolta del tutto anche la chiave (opposta?) della violenza, la quale inevitabilmente permea nella conoscenza e nell'avvicinamento dell'altro, in quello che rimane, a tutti gli effetti, il mistero e il segreto della conoscenza di un'altra persona. Naturalmente non mi riferisco certo a una violenza dai connotati giornalistici, fisica o verbale che sia, bensì a quella violenza che è esercizio inalienabile e tuttavia alienante della forza, una violenza che sembra essere data e connaturata una volta per tutte nel nostro corpo nello spazio, e anche nella nostra voce, anche quando è voce di quest'epoca ventriloquiante, voce oracolare della Pizia, della strega di Endor, dei mistici o dei posseduti.

domenica 18 maggio 2014

Il carteggio tra Biagio Marin e Claudio Magris: "Ti devo tanto di ciò che sono"

 Quote #3

"To repeat or copy the words of another, usually with acknowledgment of the source." Questo il verbo "to quote". Ma in italiano "quote" è il plurale di quota, parola che mi interessa soprattutto nel senso della misura di un'altezza o di un lato. Citando e contestualizzando minimamente passi importanti, cerco un modo assai svelto di dar notizia di libri significativi, possibilmente brevi. Stando breve, pure io.


Per la cura di Renzo Sanson Garzanti pubblica Ti devo tanto di ciò che sono (pp. 460, euro 18.60), carteggio fitto tra due figure portanti della nostra cultura e del nostro tempo, Claudio Magris e Biagio Marin. Scrivo "nostro tempo" perché questo carteggio sta tutto inculcato nel nostro presente, anche se gli incartamenti di cui è composto partono nel 1958 per arrivare al 1985, anno in cui Marin morì, la vigilia di Natale. Leggiamoli i carteggi, tra vent'anni o anche prima non potremo più pensare di pubblicare e leggere i carteggi che anche oggi magari avvengono in altre forme, o magari dovremo pagare un pegno a Gmail e Yahoo per recuperare le lettere. Ma come cambia il carteggio? Cosa sono questi carteggi di grandi affetti, tra maestro e allievo? Che cosa vi passa? Vi passa davvero quello che ha senso far passare di due vite, vi entrano i momenti di pensiero più fondanti, quando ancora i pensieri stanno bollendo, vi entrano gioie e amarezze profonde, vi entra anche l'editoria, che non sempre farà una bella figura, lasciando sfogo a frustrazioni grandi. Magris si rivolge inizialmente a Marin con "Caro professore" mentre Marin risponderà quasi sempre con un "Caro Claudio", talvolta alternato da un semplice "Claudio", altre volte "Mio caro figliolo". Magris passerà più tardi a un "Caro Marin". Magris vede in Marin un unico padre, dal quale attingere forza, verità e salute. Marin forse sente nell'inquietudine di Claudio quella di un figlio (e il figlio morto di Marin, Falco, spesso adombra o illumina anche la prosa di queste lettere). Ho scelto di riportare una lettera di Marin, che parte tra l'altro da una lettera di Magris scritta in fretta e non ritrovata tra le carte del poeta di Grado. La seconda parte mi è sembrata importante, laddove parla dei geni della tradizione. E poi una poesia, scelta tra quelle dell'Elefante Garzanti curato proprio da Claudio Magris assieme a Edda Serra, da El vento de l'eterno se fa teso.


9.V.'59

Caro Claudio,

non voglio fare a meno di ringraziarti per la tua ultima, scritta in fretta, con una calligrafia da far disperare, ma, come tutte le tue lettere, dono di vita. Grazie.
Sì esiste davvero quel pericolo, per gli uomini spirituali, di naufragare nella superbia del superuomo. Ma bada che il problema psicologico è più complesso, più delicato di quanto ti possa parere. Anche Gesù ha conosciuto l'amarezza del sentirsi solo, e la rivolta contro l'ottusità del suo prossimo. E anche per il "trascende temet ipsum" avrei qualche parola da dire.

Quel temet ipsum non può essere trasceso se non in quanto esso non è una realtà naturale definita, ma è processo all'infinito. E questo processo, mio caro, non lo trascendi. Esso costituisce l'uomo interiore che via via si adegua a Dio. Se veramente ci fosse uno iato, Dio non avrebbe a chi parlare, dove incarnarsi. Non ti fidare di nessuno, neanche dei geni della tradizione, che hanno avuto anche essi i loro limiti e le loro contraddizioni. Ogni momento in cui tu non ti ripeta, in cui tu veramente pensi, ti trascendi. Vi ha una trascendenza concreta, che, come detto, è eterno processo, itinerario dell'uomo presente definito hic et nunc, fino all'universalità del divino, e una trascendenza astratta, più immaginata che pensata da certi mistici e poi contrabbandata da teologi. Tu tienti a quella concreta. - Sì, è anche vero che ogni nostra costruzione implica una nostra limitazione, un nostro imbozzolamento, per cui, ad un certo momento, perdiamo la libertà creatrice. Comunque, mio caro, scendi sempre alle "madri", alle sorgenti, e fa che tu possa sempre rinascere ed essere nuovo.


Con affetto ti abbraccia e saluta, 
Marin




Me a la vita crèo
ma nissun l'ha mai vista in viso,
ha misurào la màgia del so reo,
el so sgorgâ dal mistero inproviso.

I vol portâla in alvei de corente,
in condote d'assal, forsàe,
traverso munti e piane solesàe,
segondo el comandâ de la so mente.

Ela la ríe, la passa via lisiera,
cô no' la spaca duti i so struminti 
e la disperde ai quatro vinti,
e òmini e sità, sensa maniera.


Io alla vita credo; / ma nessuno l'ha mai vista in viso, / ha misurato la maglia della sua rete, / lo sgorgare improvviso del mistero. // Vogliono portarla in alvei di corrente, / in condotte d'acciaio, forzate / attraverso monti e pianure assolate, / secondo il comandare della loro mente. // Lei ride, passa via leggera, / quando non spacca tutti i suoi strumenti / e disperde ai quattro venti / e uomini e città senza maniera.

venerdì 24 gennaio 2014

"Segreti e no" di Claudio Magris: la custodia del segreto tra potere e diritto all'opacità individuale

64 pagine stampate in corpo molto grande (un aspetto tipografico che mi ha fatto venire in mente i tasti di quei cellulari destinati agli anziani o comunque alle persone ipovedenti) al prezzo un po' alto di 7 euro: così si presenta Segreti e no, il nuovo libro brevissimo di Claudio Magris. Scavalcato questo ostacolo del prezzo un po' antipatico, va detto che Segreti e no è un testo assolutamente da leggere, e sta bene dirlo subito prima di iniziare a parlarne. Non solo perché capita spesso che ogni cosa della produzione dello scrittore triestino s'addentelli su fondamentali muri della Storia, ma anche perché questo intervento - che non ho ben capito se nasce in inglese, visto che nel colophon è menzionato un "The secret" del quale questo breve testo dovrebbe essere la traduzione - prende di petto una sola parola quasi scomparsa dal nostro mondo, forse a causa di un pudore sbagliato o di un pudore andato a male. Chissà perché. Al di là dei bambini e dell'infanzia, dove la parola "segreto" ha ancora qualche guizzo di vitalità, legato magari a una frequente, stereotipata gestualità di mani e orecchie, sembra che il segreto sia scomparso dalla faccia dalla terra, anche se sentiamo ancora parlare di "segreto di stato", "agenti segreti", "segreto bancario" o di altri segreti legati alle faccende della politica e del potere. Se non è scomparso del tutto, il segreto è sicuramente protagonista di un processo lungo di banalizzazione. Eppure mai come ora, in tempi di massima vetrinizzazione sociale, è opportuno tornare a scrivere e a parlare del segreto.

Il merito di questo intervento di Magris è anche quello di riportare il segreto alla sua centralità nella vita di ognuno. L'autore, un romanziere, che più aiuta Magris in questo è senz'altro Javier Marías di Un cuore così bianco e Domani nella battaglia pensa a me. Non dimentichiamo che per i suoi romanzi Marías andò a studiarsi un libro introvabile di Comisso intitolato Agenti segreti di Venezia 1705 - 1797. L'indimenticato Torquato Accetto della "dissimulazione onesta", largamente amato anche da Giorgio Manganelli, offre a Magris lo spunto per il finale dello scritto. Non può essere che il segreto sia scivolato nell'oblio e nel buio, a maggior ragione in questa epoca contraddistinta da un nuovo ambiguo "potere internettiano", chiuso tra trasparenza e segreto, ed è in fondo normale che si debba tornare a parlare di segreto oltre certe pedestri e incerte discussioni sulla privacy (chi leggerà queste pagine di Magris noterà che Internet è solo uno dei tanti rimandi o echi possibili sullo sfondo di questo ragionamento, anche se probabilmente è l'eco che a un editore d'oggi fa più gola isolare e illuminare).

Il dramma del segreto è la sua traslazione sull'asse del discorso, essersi spostato nella nostra epoca in posizione aggettivale, laddove ne facciamo ancora largo impiego; è come ci fossimo stancati di vederlo e sentirlo come un sostantivo. Mi pare dica anche questa cosa qui il ragionamento di Magris. E quando nel secolo scorso è prevalso il suo utilizzo sostantivale, spesso eravamo in tempi bui, sdrucciolevoli, nell'imbuto e nel tormento dei totalitarismi o di certo esoterismo poco raccomandabile. Di sicuro "segreto" è un sostantivo ingombrante e pesante, com'è giusto che sia. L'etimo di segreto rimanda al verbo "secernere", di cui il participio passato è "secreto". Un verbo strano che rinvia al nostro sistema endocrino e a ciò che emette, anche se nella lingua latina diceva di ciò che è separato e vagliato e, in fondo, di una sorta di libertà che nasce nella separazione. Agli albori della nostra letteratura un poeta fondamentale per la lirica europea, Petrarca, scrisse una prosa in latino che si intitola Secretum. Ma perché a uno dei più intelligenti scrittori dell'Italia attuale interessa così tanto il segreto? La risposta più chiara a questa semplice domanda sta nelle pagine dove Magris riprende il diritto all'opacità rivendicato da Édouard Glissant, il diritto di non essere passato da parte a parte "dai raggi X di alcuna conoscenza globale", in "umanissima difesa della propria libertà". Svelare un segreto significa deformarlo, come in una sorta di principio di Heisenberg per cui l'osservazione di un fenomeno significa già la sua alterazione. Detto con le parole di Javier Marías "[...] La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata. Forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato."

C'è una poesia di Montale la cui seconda parte mi è sempre rimasta impressa, in particolare per l'utilizzo che Montale fa di due parole: "schermo" e "segreto". Avrete già capito a quale poesia intendo rimandare. Mi è tornata subito in mente leggendo queste importanti pagine di Magris, consegnate al suo ennesimo imperdibile libro.

Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco. 

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 
alberi case colli per l'inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

(Oggi trovo inquietante quella quasi rima tra "vetro" e "segreto", tra la trasparenza del vetro-schermo e l'opacità del segreto.)

martedì 15 ottobre 2013

Ripubblicato "Rivolta e rassegnazione" di Jean Améry, il saggio sull'invecchiare e sul "vivere con il morire"

Era già uscito per lo stesso editore nel 1988 e ora viene giustamente riproposto, sulla scia di un catalogo che presenta anche il celebre Intellettuale a Auschwitz e Levar la mano su di sé. Discorso sulla libera morte. Mi riferisco a Rivolta e rassegnazione. Sull'invecchiare (libro che in originale presenta un titolo "invertito" Über das Altern: Revolte und Resignation, Bollati Boringhieri, pp. 150, euro 16, traduzione di Enrico Ganni e prefazione di Claudio Magris). Améry affascina, è un saggista di carattere. Il tema è difficile, scivoloso. Si rischia la banalità o il trito e ritrito ad ogni passo. Invece lui riesce a parlare del morire e persino inchiodare il lettore partendo da un'analisi semantica di Rudolf Carnap condotta attorno a una frase di Heidegger. Inutile soffermarci troppo sulla devastante "attualità" del tema dell'invecchiamento, della "senilità" o vecchiezza, tema che tra l'altro negli ultimi anni ha subito ulteriori forti scosse. Parlare di "attualità" del tema sarebbe  del tutto ingenuo, visto che l'invecchiare è un tema che non ha mai conosciuto forti ribassi. Non so dove ho letto che ogni epoca si potrebbe studiare nel suo rapporto tra i vecchi e i giovani, per andare con le categorie di un romanzo di Pirandello (ecco un autore che sotto la luce di questi temi andrebbe riaperto). Per stare all'attualità libraria, si pensi anche a un libro come Sullo stile tardo di Edward Said. Per ritornare alla morte invece, ci si soffermi sulle recenti uscite dedicate da Einaudi a Jankélévitch. Invecchiare per Améry significa riconoscere e sperimentare il futuro come negazione dello spazio, andare ad ogni passo verso la morte significa avvicinarsi ad ogni passo alla negazione del nostro spazio. Il vecchio diventa "solo tempo", sempre più "corpo". Ma che cosa significa invecchiare oggi? E che cosa significherà invecchiare tra soli vent'anni? Probabilmente rimarrà il dado attraverso il quale studieremo tutto ciò, le sei facce mediante le quali avvicineremo il tema (spazio, tempo, corpo, salute e il binomio dato da gioventù-vecchiaia). Ma sarà già mutato, una volta ancora, il corso del fiume che lo definisce.

Leggendo questo saggio non può che installarsi in noi un'eco profonda che attraversa la lunghissima e mai doma riflessione su questi temi (si torni a Cicerone, Seneca ma anche al Proust da cui prende il la Améry). Anche per questo dicevo che si tratta di argomenti sui quali c'è stata attenzione pressoché costante, anche di riflesso, ad esempio quando all'epoca dei totalitarismi sembrava imperare il tema opposto, il corpo giovane cantato dalla macchina da presa di una Leni Riefenstahl. Si pensa naturalmente a quel gran libro che fu Senilità di Svevo (che oltraggiosamente metterei un po' sopra a quell'altro libro insuperato che resta La coscienza di Zeno, romanzo dei romanzi del 900 e che pure rimane nel solco dell'invecchiare). Si pensa ai grandi latini e chi più ne ha più ne metta. Ma perché questo saggio compatto di Améry probabilmente continuerà a spiccare tra tante riflessioni occidentali sul tema? Perché il tema in realtà è mobile, sfuggente, si sposta nello spazio dei secoli e anche dei soli decenni. Pensate a come è cambiata la percezione della vecchiezza in quarant'anni. Questi dati di fatto Améry sembra contemplarli, built-in, nella sua prosa.

Il ragionare sull'invecchiamento non può trasformarsi oggi, in epoca di wellness, nel gesto di una società che scopa le briciole sotto il tappeto. Leggendo l'ultimo capitolo del saggio intitolato "Vivere con il morire" appare vivida la prepotenza genuina con cui il tema della finitudine si impone all'uomo. Scrive Améry: "L'invecchiamento, con il quale emergono e divengono per noi evidenti il non e l'"in" della nostra esistenza, è una regione di vita desolata, priva di ogni ragionevole consolazione; non ci si dovrebbero fare illusioni. Nell'invecchiamento diveniamo il senso interno, orfano del mondo, del tempo puro. Invecchiando diveniamo estranei al nostro corpo e al contempo più intimamente legati alla sua massa inerte di quanto non lo siamo mai stati. Quando abbiamo superato il culmine della vita, la società ci vieta di progettare noi stessi, e la cultura si trasforma in cultura-fardello che non comprendiamo più e che anzi ci fa capire che, essendo noi dei ferri vecchi dello spirito, il nostro posto è fra i rifiuti dell'epoca". Il corsivo è mio. Non è che forse stiamo progressivamente abbassando l'asticella dell'età in cui ci è fatto divieto di progettare noi stessi proprio nel momento in cui alziamo quella dell'aspettativa di vita media? Non è questo momento del divieto di progettare davvero noi stessi sempre più anticipato?

"I veci che 'speta la morte" è una nota poesia del triestino Virgilio Giotti, ricordata anche da Magris nella sua breve premessa. Améry non l'ha aspettata fino in fondo, visto che nel 1978 si è suicidato. Era nato nel 1912 in Austria (il suo vero nome infatti era Hans Chaim Mayer) e nel 1938 l'aveva lasciata per i motivi che tutti possiamo immaginare, per riparare in Belgio e finire a Auschwitz e sotto le torture della Gestapo. In questo libro del 1968 il suicidio resta ancora distante. Ma lavora, per farsi spazio in Levar la mano su di sé, lo scritto del 1976 che ho già menzionato. Io non ho certo letto tutto Tolstoj, mi mancano ancora molti tomi ponderosi. Chissà se invecchierò abbastanza per poterlo leggere tutto. Però la lettura di questo Améry mi sta spingendo a riprendere in mano un libro vicino eppure opposto come il suo Ivan Il'ič. (Nel frattempo vi consiglio un libro fresco di stampa pubblicato da Amos edizioni. Si intitola Morte di un pensionato ed è la prima opera di Vladimir Kantor tradotta in italiano. Credo non guasterebbe leggerla vicino a questo saggio di Améry. A me è capitato per caso di leggerli di seguito, ma ho notato che si è trattato di un "bel caso".)