Visualizzazione post con etichetta Roberto Calasso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roberto Calasso. Mostra tutti i post

domenica 28 gennaio 2018

"Il vestito dei libri". Il breve libro di Jhumpa Lahiri sulle copertine

La seguente recensione di Eloisa Morra è apparsa, in forma lievemente accorciata, su «alias - il manifesto».


Rievocando i suoi esordi di lettore, Javier Marías non ha potuto fare a meno di ricordare quanto il bizzarro paesaggio della biblioteca di famiglia abbia contribuito a dar forma al suo destino. Steso sui suoi oggetti damore era un immenso tappeto formato da dipinti e disegni adibiti a sportelli-finestre: anziché limitarsi a prendere un libro dallo scaffale, in casa Marías si doveva per prima cosa spostare una tessera del mosaico dimmagini sovrapposto alla libreria dai suoi genitori. «Ogni volta» continua lo scrittore spagnolo «che vedo un dipinto a una mostra o in un museo, devo reprimere il riflesso condizionato che mi porta ad aprirlo per tirar fuori un volume di Kierkegaard o Aristotele, come se le immagini non fossero che casseforti dietro le quali scoprire i più grandi tesori bibliografici». Sogno segreto degli amanti dellecfrasi alla rovescia (così Calasso in Limpronta delleditore), la biblioteca-Wunderkammer di Marías riporta alla mente il rapporto decisivo tra loggetto libro e limmagine che ce ne svela la soglia. Scegliere una copertina, spiegava Calasso, richiede unabilità negromantica: come scovare unimmagine che trasmetta leco ottica dellatmosfera dun romanzo o duna raccolta di racconti, aprendo uno spiraglio che incuriosisca il lettore? È più opportuno dare uninterpretazione letterale, o è lecito discostarsi dal testo di partenza? Quali le conseguenze di una decisione sbagliata?


Jhumpa Lahiri è tornata su questi temi in Il vestito dei libri (Guanda 2017, pp. 78), sinuoso saggio da aggiungere a un ideale scaffale sui rapporti inter artes, tra Il capolavoro sconosciuto e Il rosa Tiepolo. La gestazione del libro è già di per sé interessante. Pensato in italiano per il Festival degli Scrittori Gregor Von Rezzori nel 2015, è stato tradotto in inglese e poi pubblicato da Knopf e da Penguin Random House col titolo The clothing of books dopo unattenta revisione dautore; da questa versione Lahiri è partita per autotradursi nuovamente in italiano. A questo salto linguistico-editoriale corrispondono - sommo potere dellecfrasi - tre traduzioni visive del testo. Il libello bilingue del festival è una pubblicazione volutamente in minore: caratteri neri e rossi si stagliano su un neutro sfondo beige, velato solo dal logo della manifestazione. Da un cortocircuito dellinglese, per cui sovraccoperta è jacket, prende invece le mosse la copertina italiana; il titolo è avvolto in due lembi duna giacca blu, trasposizione sans serif dei dipinti di Domenico Gnoli. Ledizione Penguin rende più astratto il gioco verbo-visivo dellitaliana: le uniche forme presenti sono il nome dellautrice e il titolo, presentati in un carattere che evoca le cuciture dei vestiti (e linfinito taglia-e-cuci di ogni scrittura).

A legare i tre elementi - testo, lingua, copertine - è il concetto di traduzione, fondamentale in questo e in altri libri di Lahiri. Indagare il rapporto con gli equivalenti visuali della sua opera in diversi paesi significa innanzitutto interrogarsi sulla propria identità: «Come sono vista, percepita, letta? Scrivo per evitare la domanda, ma anche per cercare la risposta». Associare lidea della copertina a quella della divisa sarà allora inevitabile. Lahiri si trova a rievocare linvidia provata da piccola per quelle dei suoi cugini di Calcutta, in grado di garantire unidentità forte e un anonimato impossibile da raggiungere per lei, di famiglia indiana ma cresciuta in America. La scelta dei vestiti non è che una spia del suo incessante oscillare tra due lingue e culture in cui mai è riuscita a riconoscersi del tutto unico rifugio, la parola scritta. Tra le sue copertine, non è un caso che allautrice piaccia molto quella delledizione americana di In altre parole, sua prima prova narrativa in italiano: la vediamo perfettamente a suo agio in uno dei luoghi del cuore, il Centro Studi Americani di Roma, circondata da una calda coltre di libri.


Come il precedente, anche Il vestito dei libri è legato a doppio filo con le nuove prospettive aperte dal soggiorno italiano: lidea di scrivere su questo tema è nata, oltre che dalla lettura dun saggio di Lalla Romano sulla grafica Einaudi, dal fatto stesso di avere pochi volumi in casa (sistemati sugli scaffali con le copertine in vista, come i quadri-sportello di Marías). Nellanalizzare il rapporto con la prima immagine che lo scrittore dà agli altri di sé, Lahiri traccia un autoritratto che contiene quel che è stata e non è più. Ne emerge una forte nostalgia per il libro nudo, letto nel silenzio duna biblioteca e non oscurato dal pulviscolo dei blurbs e da altri elementi della grammatica pubblicitaria. «La copertina è superficiale, trascurabile, irrilevante rispetto al libro. La copertina è una componente vitale del libro. Bisogna accettare il fatto che entrambe queste frasi sono vere», conclude Lahiri, svelando una diffidenza difensiva derivante dallo scarso controllo che in ambito anglosassone lautore esercita sullaspetto dei propri libri. Eppure non si può dire che non sia stata fortunata, almeno in Italia (le sue edizioni sono state vestite dai bravi grafici Guanda). Forse però la voce arieggiata di queste pagine avrebbe meritato le visioni dun pittore: sembra già sentirla risuonare nei riflessi dun Morandi, nelle marine con conchiglie di De Pisis. 


Eloisa Morra

venerdì 19 aprile 2013

I cinquant'anni di Adelphi e "L'impronta dell'editore" lasciata da Roberto Calasso

Quando ho notato l'uscita di questo nuovo libro di Calasso ho pensato che volesse essere la risposta al momento delicato, a tratti indecifrabile, che l'editoria libraria sta attraversando, il tentativo di suonare la sveglia e dire "fermi tutti e riflettiamo" proveniente da uno dei principali artefici dell'editoria italiana ed europea. In parte sono ancora convinto che questo volume provi ad agire anche in tal senso, ma va detto che questo libro, che raccoglie scritti di varia natura, epoca e respiro, è anche una pubblicazione d'occasione per ricordare il mezzo secolo di attività della casa editrice che iniziò la sua avventura pubblicando tutto Nietzsche, stampato a costi oggi impensabili a Verona dal grande Mardersteig. Nel risvolto de L'impronta dell'editore (Adelphi, pp. 164, euro 12) lo stesso Calasso, autore di centinaia di risvolti  (si veda il suo Cento lettere a uno sconosciuto) e che in questo volume titola eloquentemente uno dei contributi Il risvolto dei risvolti, ci avverte: "La vera storia dell'editoria è in larga parte orale – e tale sembra destinata a rimanere. Una teoria dell'arte editoriale non si è mai sviluppata – e forse è troppo tardi perché si sviluppi ora. Andando contro a questi dati di fatto, ho provato a mettere insieme due elementi: qualche passaggio nella storia di Adelphi, quale ho vissuto per cinquant'anni, e un profilo non di teoria dell'editoria, ma di ciò che una certa editoria potrebbe anche essere: una forma, da studiare e da giudicare come si fa con un libro. Che, nel caso di Adelphi, avrebbe più di duemila capitoli."

Un passaggio chiave di questo denso risvolto firmato da Calasso è quello che nomina la "teoria dell'arte editoriale" e ne registra ormai un irrecuperabile ritardo. Ed emerge poi, senza alcun dubbio, quell'insistere sull'editoria come forma che caratterizza il modo di fare editoria e catalogo di Adelphi. Tutto ciò si ravvisa soprattutto nei primi due saggi del volume, I libri unici e L'editoria come genere letterario. Adelphi, quando esordì, combinava con un eclettismo apparentemente inspiegabile Nietzsche e la mistica indiana, Kubin e Abbott, Sant'Ignazio di Loyola e Artaud, l'etologo Lorenz e Kandinsky. Da queste scelte è evidente un assunto ricorrente, apparentemente frivolo ma fondamentale nella prosa di Calasso, vale a dire quello che vede l'editore come un mestiere divertente, convinzione che si ricava altrettanto bene anche dai ritratti appassionati di altri editori, con i quali Adelphi si pone in una sorta di gemellaggio. Questi ritratti costituiscono una parte fondamentale del libro, la terza, e indugiano su Giulio Einaudi, Luciano Foà, Roger Straus, Peter Suhrkamp e Vladimir Dimitrijević. Quello dell'editore è un mestiere dove è facile perdere un sacco di soldi, mette in guardia Calasso, ma in fondo anche uno dei mestieri più belli e divertenti che possano capitare. Nella visione più disincantata di Cesare De Michelis della Marsilio, anni fa, quando fu mio professore all'università, quello dell'editore era sostanzialmente il compito di "un operatore della logistica", espressione che forse raffredda gli animi, toglie il divertimento. A dire il vero con "logistica" si potrebbe ottimisticamente intendere non solo le questioni di produzione e distribuzione di libri, ma anche quella filiera, lunga e complessa, in fondo assai più affascinante e divertente della lotta tra distribuzione-rese-macero, che porta a immaginare i libri e le collane in vista di una proposizione al pubblico dei lettori. Resta il fatto che la logistica comunemente intesa occupa uno spazio ingombrante e spesso schiacciante nei problemi dell'editore attuale e mi verrebbe da aggiungere che già Aldo Manuzio ne sapeva qualcosa se inventò le "Aldine", precursori degli odierni tascabili.

La chiave del ragionamento di Calasso, e ciò che a mio avviso resta più impresso al lettore di questo libro a tratti assai avvincente, è proprio questo insistere, da più punti e prospettive, sul divertimento. Pensare a Boby Bazlen, nume tutelare della casa editrice Adelphi, alle sue passeggiate tra le bancarelle, all'ipotesi di un libro da fare quando ancora tutto (casa editrice, copertina, traduzione, pubblico da inventare ecc) è di là da venire, è una delle avventure più belle che possano capitare. Questo è condivisibile, e in fondo è evidente come si sia divertito Calasso a fare questo mestiere in questi primi cinquant'anni di Adelphi. E oggi? Torniamo quindi all'inizio di questo intervento, a quell'impressione che l'editoria stia attraversando un momento apparentemente indecifrabile della sua storia di forma e arte. In fondo le perplessità attuali dell'editoria non sono lontane da quelle del mondo nel suo complesso e forse dovremmo anche riconoscere che tutto un universo di conoscenza e conoscenze (un paradigma-libro?) che non parte da Gutenberg ma da ben prima (pensate soltanto a un Dante che parla del "libro della mia memoria") è messo in discussione dal flusso ininterrotto e liquido del digitale. Ci sono settori e altre arti, come quella della fotografia, dove il digitale è coinciso forse con una rivoluzione soltanto apparente, più legata a termini quantitativi che qualitativi. Nel mondo dell'editoria dovremmo forse interrogarci attorno alle questioni del lettore e della lettura che erano e rimarranno centrali sempre. Nel caso della vicenda Adelphi, è fin troppo chiaro che questa casa editrice ha saputo, attraverso i decenni, creare e plasmare un proprio lettore, assai fidelizzato, orgogliosamente ondivago, capace di passare dalla manutenzione della motocicletta di Pirsig alle neuroscienze di Edelman con una disinvoltura difficile da immaginare fino a poco tempo prima. Questo scatto in avanti è stato possibile in virtù della forza del catalogo, di questo concepire l'editoria come forma (forma simbolica, mi verrebbe da precisare, in omaggio a Cassirer, filosofo finora non contemplato da Adelphi). Anche per questi motivi Calasso parla di arte dell'editoria, più che di industria editoriale.

L'editore che ci racconta Calasso è senza dubbio un uomo o una donna capace di visione e prospettiva, che si diverte un sacco a immaginare un nuovo ecosistema editoriale fatto di autori, titoli, collane, copertine, lettori e che in alcuni casi riesce persino a mettere in piedi un'impresa redditizia, quasi un brand trendy. Si narrano infatti degli anni in cui le persone "colte" si davano appuntamento allo scaffale Adelphi, che poi nelle librerie tradizionali è quasi sempre quello più curato e rifocillato (oggi che il testimone sia passato ad altri? A Minimum Fax, ad esempio? Forse è passato anche il momento di Minimum Fax...). Il lettore disegnato e presupposto dalle scelte di Adelphi è un lettore seriale, collezionista (non a caso campeggia in bella vista il numero di volume nelle principali collane della casa editrice, la Biblioteca Adelphi e la Piccola Biblioteca Adelphi), fedele, in altre parole un lettore sempre più difficile da scovare negli scenari attuali, contraddistinti da instabilità somma. Parise, autore precipitato nel catalogo Adelphi soltanto negli ultimi anni, in un suo contributo si dilungava su Adelphi definendolo a più riprese, bonariamente e con stima, editore "snob". In fondo credo che uno scrittore elegante come lui sognasse di approdare nel catalogo di quella casa editrice. Ci è riuscito, come Gadda e molti altri negli ultimi lustri. Adelphi tra l'altro è l'unico editore italiano che fa notizia quando "include" qualcuno nel proprio catalogo, se ben ci pensate e a riguardo si potrebbe anche citare Ian Fleming e il recente Casino Royale. Per fare un passo indietro e concludere con Parise, chissà come recensirebbe oggi questo interessante libro del suo attuale editore chi dedicò al suo vecchio editore e "datore di lavoro", Livio Garzanti, un romanzo dal poco affettuoso titolo de Il padrone...

(Su temi parzialmente affini segnalo infine un contributo di Richard Nash su VQR).