lunedì 31 luglio 2017

da "Poesie ultime e prime" di Michele Ranchetti

Una poesia da #66


Nel marzo 2008 Quodlibet ha pubblicato Poesie ultime e prime di Michele Ranchetti (pp. 96, euro 15). Ranchetti era appena morto, il 2 febbraio di quell'anno e per Quodlibet aveva lavorato. Il libro è inserito nella collana "Verbarium" che Ranchetti stesso curò, all'interno della quale potrete trovare anche le poesie di Francesco Nappo o La Passione secondo l'Ebreo errante di Marcello Massenzio. Il volume presenta poesie in italiano scritte fra il 2000 e il 2007 e un discreto numero di poesie che, sul solco di una tradizione abbastanza feconda nel nostro paese (Pascoli e Bandini per far due nomi), sono state scritte in latino tra il 1940-1945. Quest'opera postuma rappresenta il terzo libro di poesie dello studioso, dopo La mente musicale del 1988 e Verbale del 2001, entrambi pubblicati da Garzanti. Si può approfondire la biografia e soprattutto la bibliografia di e su Michele Ranchetti grazie a questo utile rimando. Come si può leggere qui, l'archivio di Michele Ranchetti è recentemente entrato nell'orbita dell’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” del Gabinetto Vieusseux di Firenze. 

(Tra qualche giorno si concluderà questa miniserie di tre post dedicati ai libri di poesia di Michele Ranchetti con una scelta da Verbale.)




Due testi da Poesie ultime e prime di Michele Ranchetti (Quodlibet).


Quanto, diceva mio padre, mi dovrete
rimpiangere, quando sarò morto.
Non è stato così, ma è stata 
una corsa a raggiungerlo
tra mio fratello e me,
e lui l'ha vinta. Ancora 
io gli serbo rancore.


*


Un morto mi è
caduto addosso. Io volevo
che andasse altrove
dove già era
ma via da me. Anzi volevo
stare solo con lui
ma senza la sua morte.


sabato 29 luglio 2017

"Guerra" di Ludwig Renn

Leggere una grande guerra #25
 
"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).


L'Orma editore ovviamente non pubblica solo i libri di Annie Ernaux (ho espresso qualche discutibile perplessità su uno di questi intitolato Il posto, qui in caso), ma anche altri titoli che, secondo me, costituiscono letture più interessanti di quelle di Ernaux. Abbastanza fresco di stampa è ad esempio Guerra di Ludwig Renn (pp. 320, euro 18), riproposto nella traduzione dal tedesco di Paolo Monelli, che per primo, a un anno dall'uscita in lingua originale col titolo Krieg, lo tradusse per Fratelli Treves nel 1929 (il titolo allora prevedeva l'articolo ed era La guerra, rimando immediato per l'epoca a quella guerra che si era conclusa dieci anni prima). Il genere è quello controverso e difficile della memorialistica, la localizzazione è ancora una volta la più celebre e battuta, vale a dire il fronte franco-tedesco. La nota conclusiva del volume cerca di spiegare perché si sia scelto di riproporre una traduzione del 1929 e non di procedere a una nuova traduzione dell'opera. Al di là dell'evidente risparmio, di tempo e suppongo anche in termini meramente economici, c'è da dire che questa scelta rappresenta una precisa operazione di indirizzo: da un lato si propone Monelli assieme a Renn, cioè si compie un'azione che ha un certo sapore (soprattutto se si pensa a Le scarpe al sole. Cronaca di gaie e di tristi avventure di alpini di muli e di vino, libro di Monelli, titolo fra i più noti tra quanto uscito dall'esperienza italiana della Grande guerra); dall'altro lato si mostra un caso singolarissimo di traduzione rimasta giovane dopo quasi novant'anni e il fatto è strabiliante, perché tutti sanno che le traduzioni invecchiano presto. La lingua e il lessico che Monelli ha saputo ricreare non sono invecchiati anche grazie all'abilità che proveniva dalla sua professione di giornalista? O forse è anche il libro di partenza che ha reso possibile questo prodigio? Il libro è emblematicamente diviso in tre sezioni che rimandano ad altrettanti momenti topici e tipici dell'immaginario della Prima guerra mondiale, che ritroviamo in quasi ogni opera, letteraria o anche filmica, dalla guerra innescata: "L'avanzata", "La guerra di posizione" e "Lo sfacelo". Per chi cerca un libro di "fatti e percezioni", come ricordava Monelli stesso, "senza nemmeno il nesso causale fra le sensazioni annotate", questo è un titolo sulla Grande guerra da tenere in considerazione (non capita spesso in quest'arco di tempo fatidico e viziato del centenario).

giovedì 27 luglio 2017

L'importanza di essere piccoli 2017, settima edizione

Ricevo e pubblico il programma della settima edizione del festival "L'importanza di essere piccoli. Poesia e musica nei borghi dell'Appennino". Qui il sito dell'associazione SassiScritti per altre informazioni.


Questo è il settimo anno in cui l’Appennino è reinventato e ricreato dall'incontro di poeti e musicisti con gli abitanti di paesi abbarbicati sui crinali tra Emilia e Toscana. Un piccolo festival con una dignità da gigante che si propaga tra bosco e radura, tra monti e borghi disabitati prendendosi tutto il tempo e il lusso dell'ascolto di un paesaggio parlante.

I versi di Bruno Tognolini e il dinosauro fuoritempo e fuoriluogo ritratto da Guido Mencari, raccontano l'anima de l'importanza di essere piccoli con una speciale dedica ai mondi intermedi e incandescenti dei bambini, così vicini e aderenti a quelli inattuali della poesia.

Un'edizione pensata per un pubblico multiforme che segue un ricordo d’infanzia, un giocattolo testimone della serietà del gioco che mette tutti al pari ed entra nel mondo con il passo leggero di chi si accinge a vivere un'avventura.

Sei giorni di festa in sei luoghi speciali, lontano dalle ragioni dei giorni feriali.

con

Paolo Benvegnù, Murubutu, Lucio Corsi, Ivan Talarico, Gabriella Lucia Grasso, Saverio Lanza, e i poeti Giuliano Scabia, Bruno Tognolini, Carlo Bordini, Alessandro Riccioni, Andrea De Alberti, Carlo Bordini, Francesca Genti, Manuela Dago.


martedì 25 luglio 2017

La collana "Elements" di Quodlibet. Intervista ai curatori Luciano Curreri, Gabriele Fichera e Giuseppe Traina

Librobreve intervista #80

L'intervista che segue è rivolta ai direttori della nuova collana “Elements” lanciata dall’editore Quodlibet. Luciano Curreri (PO, LLI-LLFR, Traverses, Université de Liège), Gabriele Fichera (Università di Siena, Université de Liège), Giuseppe Traina (Università di Catania, sede di Ragusa) hanno condiviso le domande e le risposte e desidero ringraziarli unitamente a Valentina Parlato della casa editrice Quodlibet. La foto (un fotogramma, in realtà) ritrae il trio durante un convegno su Simenon e Sciascia. Le specificità e le caratteristiche salienti di questa collana emergeranno nelle risposte, per cui non mi resta che rinviare alla pagina web dell’editore dedicata a questo progetto editoriale e augurarvi una buona lettura.
LB: Il sottotitolo della nuova collana "Elements" di Quodlibet recita "Forme e immagini della modernità". Sempre sinteticamente, potete illustrare qual è il concetto che sta alla base del varo di questo nuovo progetto editoriale e quale sarà lo spirito che orienterà il suo sviluppo futuro?
RLC: Se penso alla modernità, io penso a una costante approssimazione, che noi, da bischeri, abbiamo tentato di addomesticare negli anni con prefissi più o meno alla moda: pre, post, iper... Forse non abbiamo accettato che una naturale e critica frequentazione della modernità, finanche rancorosa (un rancore fatto pure d’amore, di partecipazione, di sfida generosa, non risolta dalla formuletta di turno, con cui campare qualche anno, legati al palo delle nostre convinzioni, del nostro ego), la potesse cogliere come una sorta di 'non finito' complemento di quell'altro allargato ed esteso contesto che è l'antichità. Quest'ultima poi, spesso evocata a controcanto del moderno che avanza, scivola in esso con non banale soluzione di continuità. Si badi: ciò non vuol dire che non si siano prodotte fratture d'ordine epistemologico, culturale e tecnico. Ma è stato un errore privilegiare tali fratture, a partire da indicizzazioni pericolose, testualità forti, ideologie, canoni, che sono diventati numeri, funzioni, statistiche e infine pali cui restare legati e cui si sono sacrificati, quasi fossero dei 'monumenti-totem', le sempre nuove avventure che ci attendevano nel fuori di un mondo che sempre cambia pelle, a partire, in prima istanza, dalle diverse lingue che usiamo per dirlo e dalle forme e dalle immagini che veicolano naturalmente, prima delle idee (Bachelard esortava ad apprezzare «les images avant les idées»), il desiderio di un bel tuffo nel mare-mondo. Lo dico perché siamo in estate ma penso a quel superbo atto di coraggio lodato come tale, e giustamente, dal Bachelard appena citato, e penso finanche a un metaforico mare in tempesta, quello delle rovine urbane del moderno, dove la critica, Baudelaire insegna, est chez elle, anche quando pensa di essere hors de chez elle. E i nostri volumetti son scialuppe che hanno rinunciato al mito del Titanic, agli effetti speciali cui è legata, per certi versi, la fine di un mondo, la morte della critica. Perché andare necessariamente a fondo se si ha ancora il coraggio di fare almeno qualche bracciata, in mare aperto, accettandone i rischi?
RGF: Lo spirito che soggiace al progetto editoriale di “Elements” si nutre anche di una scommessa per me decisiva: quella sulla vitalità della forma-saggio. Il mondo in cui viviamo è complesso e stratificato, ma fa di tutto per rimuovere questa complessità. Quasi se ne vergogna, privilegiando le facili ricette delle soluzioni immediate. Invece noi vorremmo ricordare - a noi stessi oltre che al pubblico che vorrà condividere questa avventura - che la realtà è articolata, sempre ricca di nuances spesso sfuggenti, e che il paziente esercizio del pensiero critico, applicato anche ai dettagli più minuti e apparentemente meno degni d'osservazione, è forse l'unico – l'ultimo? – salvagente cui sia concesso aggrapparci. Ma se c'è una cosa che nella nostra modernità sta venendo drammaticamente a mancare, questa è il tempo. Tutte le forme della nostra esistenza patiscono processi di accelerazione vertiginosa, che bisogna imparare a leggere e a decifrare. In questo senso abbiamo chiesto ai nostri autori di lavorare “per sottrazione”, e dunque di condensare e distillare il loro pensiero in libri che abbiano nella “brevità” non certo un limite, ma al contrario un ulteriore punto di forza. Mi viene in mente la nota e incompiuta ultima lezione americana di Calvino dedicata alla “Consistenza”. Mi piace pensare che “Elements” possa, nel suo piccolo, raccogliere quel lascito e valorizzare quel monito. 
LB: Due sono le caratteristiche della collana "Elements" che balzano immediatamente all'occhio: una collana che pubblica simultaneamente testi in cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e tedesco) e la scelta di spingere il formato digitale. Vorrei fermarmi soprattutto sul versante multilinguistico. Si tratta di un esperimento che ha diversi precedenti oppure di un fatto abbastanza raro per l'editoria europea? Quali problematiche mette in campo questa scelta, oltre alle normali complicanze derivate dall'agire in un contesto multilinguistico?
RLC: Sì, hai colto in pieno il versante ‘inedito’ della collana, che la mia prima risposta già evocava, in modo leggermente ‘filosofico’ e ‘imaginifico', se vuoi: le diverse lingue. Metto ‘inedito’ tra apici perché, a livello europeo, ci sono altre collane che accolgono testi in più lingue (pensa al catalogo di Lang, per esempio) o ci sono stati esempi di collane europee (frutto della collaborazione di grandi editori di diversi paesi, Laterza nel nostro per esempio) che proponevano lo stesso testo (in genere di grande firma) in più lingue. Per «Elements» il discorso è diverso. Direi che, col nostro piccolo ‘lanternino', noi non siamo un ‘portato europeo’, insomma la conseguenza di un mercato. Noi cerchiamo un mondo che non si appiattisca sull’inglese e un’Italia che non si appiattisca sull'italiano e proviamo a metterli insieme, stuzzicando finanche i nostri collaboratori e prima ancora noi stessi a scrivere in una lingua che non sia la nostra lingua madre, per ‘esperire’ quello che già sopra ti dicevo: un mondo che cambia sempre pelle, a partire, in prima istanza, dalle diverse lingue che usiamo per dirlo. La sfida, che magari ai più suonerà ingenua, non lo è affatto. Si rischia davvero e il lavoro è tanto, duro e difficile. E abbiamo bisogno di persone come gli Amici di Quodlibet, che hanno accettato la sfida, e di persone come te, caro Alberto, per ‘vararla’ (ché non mi sogno neanche di dire, almeno per ora: per ‘vincerla’). E abbiamo ancora e tanto bisogno di presentazioni ‘fisiche’, oltre che ‘filosofiche’ ed ‘elettroniche’. Per questo ne abbiamo già organizzata una, in quel di Liège, il 20 settembre 2017 (si veda qui), cui ne seguirà almeno un’altra, a Ragusa e/o a Catania, in ottobre.
LB: Non è la prima volta che la casa editrice Quodlibet, nel cui catalogo la collana "Elements" si inserisce, sperimenta l'editoria digitale (si pensi anche al caso della collana "Note azzurre"). Nel vostro caso ipotizzate preponderante la fruizione digitale proprio in virtù del fattore linguistico?
RLC: Sì, anche qui cogli nel segno, con la tua domanda. Quodlibet, anche in tal senso, era l’approdo migliore. Anche se poi il grande Stefano Verdicchio e i Suoi bravissimi collaboratori hanno dato alla collana una versione cartacea bellissima, dietro la quale, mi piace ricordare, c’è l’idea di prolungare una collaborazione fra Nord e Sud dell’Europa, tra l’Université de Liège, l’Università di Siena e quella di Catania. Il centro è costituito dal più giovane del trio, Gabriele Fichera, che ha una laurea catanese, un dottorato dell’Università di Siena e un post-doc dell’Université de Liège. A Sud c’è il Giuseppe ‘Pippo’ Traina, con cui il sottoscritto, a Nord, una piccola carriera ‘all’americana’ in Europa via sei università e tre paesi dell’Unione, collabora da quindici anni, condividendo collane e tanto, tanto altro.
LB: Sempre sul versante linguistico credo sia opportuno indugiare ancora un po'. Immaginare una collana simile significa anche immaginare una certa fruizione dei diversi titoli e la convivenza di molteplici logiche "produttive" dei diversi titoli. Quale fruizione si immagina e si auspica per un simile progetto editoriale al momento della sua partenza? 
RLC: Vero anche questo. Un esempio al volo è facilmente rintracciabile nel volume che apre la collana, quello di Alessandro Barbero, che è già stato segnalato da «La Stampa» e «la Repubblica» e cui sono fiero di aver lavorato (dal titolo alla bibliografia). Qui, la ‘logica produttiva’, come la chiami tu, sarà diversa e dipenderà molto dalle prenotazioni, legate sicuramente al nome dell’autore e alla lingua italiana; prenotazioni che saranno gestite da Quodlibet, che peraltro ci tiene tutti informati di tutto con grande partecipazione. Detto questo, tutto quello che ho detto sopra non è fumo, non è una scusa per dare un’altra possibilità di essere 'visibile', che so, all’accademico inquieto che sono. La condivisione concreta, il lavoro comune, il lavoro per cui lavorando sbagli, il ‘non proteggersi’, l’apertura generosa, anche solo la tolleranza di un varco, le forche caudine che magari si aprono (ma in cui sei passato, e più volte), tutte queste modalità forti e difficili della nostra esistenza sono anche le fruizioni in cui speriamo via via, con il ‘passa-parola’ d’antan, per esempio, ma ‘aggiornato’ grazie agli strumenti di cui disponiamo oggi. Lo spirito che orienterà lo sviluppo futuro della collana è anche questo e abbiamo una programmazione pronta a coprire almeno un paio d’anni, dalla fine del 2017 a quella del 2019, con una trentina di titoli che la nutriranno in seno alla stesso equilibrio linguistico e allo stesso mix di nomi noti e meno noti, e con una frequentazione di tagli e temi diversi, a 360° (o quasi ;-)
LB: Osservare la partenza di un progetto del genere facilita inevitabilmente una domanda sulle traduzioni: si ipotizza un percorso più rapido e agevole per eventuali traduzioni dei titoli di "Elements"?
RLC: In teoria, per quel che ho detto sopra, la collana non ‘investe’ sulla traduzione né, in un certo senso, vuole facilitare la traduzione dei suoi titoli nelle altre lingue. Ma non esclude a priori, come dire, altri ‘compagni di viaggio’, in prospettiva, specie se la prospettiva sarà davvero facile, come pronostichi tu.

LB: Evidente, da uno sguardo ai primi titoli pubblicati, è il desiderio di spaziare in più terreni e "campi". Potete illustrare brevemente proprio le prime otto uscite?
RLC: E qui entra in campo anche il nostro esteso e competente Comitato scientifico internazionale, fatto di poliglotti e di amici e colleghi che lavorano in Italia e all’estero. Senza questo Comitato, certe scelte non le avremmo apprezzate nel giusto modo, perché, per l’appunto, certe cose ci sfuggono. Per quanto sia, e qui parlo davvero e solo per me, uno spirito interdisciplinare, ho limiti culturali e linguistici che cerco di limare un po’ alla volta grazie all’aiuto affettuoso, oltre che competente, di terzi, quarti, quinti (et j’en passe ;-) Detto questo, la molla prima è proprio lo spirito interdisciplinare, che, pur selezionando, gode dell’immersione nell’immaginario tutto. Questa, poi, ‘traduce’ (e cerco di chiudere il cerchio), l’atto di tuffarsi, di darsi, esporsi, offrirsi all’invadente, molteplice, plurale onda di un immaginario che ci spinge ad essere entusiasti tuffatori, nuotatori, prima che costruttori di piscine destinate a sempre più affannate olimpiadi accademiche. Per cui ben venga l’affiorare simultaneo di un tema apparentemente leggero (e denso invece di complicazioni) come quello degli orari dei pasti e di una guerra civile che è diventata l’emblema di tante altre guerre (civili e non) come la guerra di Spagna del 1936-39, affrontata in seno a brevità provocatoria ma mai banale, anzi facendo autocritica rispetto ad altre mie pubblicazioni precedenti sullo stesso argomento. E ben venga il piccolo, inedito ‘Rashomon’ critico dedicato a Pasolini, Kalisky, Sciascia, Mertens e la ‘scoperta semplice’ del ‘braccio della poesia’ che sostiene e abbandona a un tempo. Solo Storia e Letteratura? Non direi. Leggere per credere!
LB: Vorrei chiedere infine se è possibile dare già qualche anticipazione sui prossimi titoli in lavorazione. Grazie.
RLC: Queste sono le prossime uscite previste per il 2017 e 2018:

- Ruggero Pierantoni, Il nodo, il canestro, il filo spinato e l'alfabeto
- Julio Premat, Non nova sed nove. Clasicismos, resistencias, anacronismos en la literatura argentina
- Alessandro Cinquegrani, Contro il pensiero. Tre immagini della contemporaneità
- Jean-Michel Rabaté, Eat my life: Kafka's Prometheus
- Jacques Dubois, Proust obscène
- Massimo Raffaeli, Elogio della critica
- Pierluigi Pellini, Retour à « Germinal »
- Ilsen About, Les photographes ambulants. Conditions et pratiques professionnelles d'un métier itinérant, des années 1880 aux années 1930
- Silvio Alovisio, Sognare nel cinema delle origini
- Luca Di Gregorio, Le Sublime Enclos. Parcs nationaux américains et paratopies d'écrivains
Theresia Prammer, Tradition als Passion. Pasolinis Beispiel in der deutschen Kultur
- David Lombard, American Literature and the Toxic Sublime
- Daniele Comberiati, Un autre monde est-il possible ? Bandes dessinées et science-fiction en Italie, de l’enlèvement d’Aldo Moro jusqu’à aujourd’hui (1978-2017)
- Vittorio Frigerio, Bande dessinée et littérature : reproduction des processus de légitimation
(Relativamente al libro di Alessandro Barbero qui sopra, rinvio 
a questa pagina web apparsa sul quotidiano "La Stampa")

lunedì 24 luglio 2017

Georg Simmel su Roma, Firenze e Venezia

La casa editrice Meltemi, rilevata lo scorso anno dal gruppo Mimesis, realtà oramai ben "posizionata" negli scaffali della saggistica di ambito universitario e non, ha ripreso a pubblicare conservando molte delle caratteristiche della precedente vita e attingendo al bagaglio del proprio catalogo storico. L'affinità tra marchio rilevante e marchio rilevato era abbastanza evidente a chi, di tanto in tanto, si diverte a sfogliare i cataloghi di diversi editori, osservando ricorrenze, ritmo di pubblicazione, nomi o temi. Anche certe collane sono ritornate ed è il caso di "Melusine", dove per ora troviamo due titoli: Le origini dell'hitlerismo di Simone Weil e Roma, Firenze, Venezia di Georg Simmel. Proprio di quest'ultimo volumetto (pp. 70, euro 8, a cura di Christian Zürcher e Federica Corecco, con un'articolata introduzione Andrea Pinotti) diamo brevemente conto oggi. Il libro raccoglie tre scritti apparentemente occasionali del filosofo e sociologo tedesco dedicati a altrettante città italiane "fondamentali". Un precedente interesse per questi scritti si ritrova in uno studio di Massimo Cacciari del 1973 uscito per le edizioni Officina. Ho scritto 'occasionali' perché pare che Simmel scriva di città quando le occasioni della vita lo riportano su queste (viaggi o ricordi di viaggio, perlopiù). Per il lettore d'oggi va anche considerato il periodo di composizione degli scritti, a cavallo tra fine Ottocento e inizi Novecento, perché affrontando il saggio su Roma, per esempio, non possiamo fare a meno di pensare che è stato scritto prima di considerevoli interventi sull'assetto della città e in un periodo in cui molti pensatori europei, di diversa estrazione disciplinare, iniziavano a interrogarsi con maggior insistenza sulle città o su quelle che possiamo considerare le albe delle odierne metropoli. 

Di certo, le tre città d'arte italiane scelte da Simmel per le proprie disquisizioni presentano singolarità essenziali rispetto ad altre grandi città europee. Ancora una volta, per chi si avvicina alla ricca opera di Simmel, sorprenderà la larghezza di interessi. Sono noti i suoi scritti più celebri sulla moda, il denaro, l'amore, il paesaggio o l'arte. A ben vedere, alcune di queste tematiche convergono o potrebbero convergere nella città e nei tre casi che Simmel affronta in questi brevi contributi datati rispettivamente 1898, 1906 e 1907. Venezia è per Simmel la città dell'artificio e della bellezza equivoca che ondeggia senza radici; le poche pagine che gli dedica (il saggio sulla città lagunare è il più breve fra i tre) sono il contrappeso degli altri due più articolati su Roma e Firenze, due esempi in cui l'autore ravvisa e loda una compiuta sintesi di vita e forma, di natura e spirito (quest'ultimo è il caso lampante di Firenze). Ma il contraltare veneziano è, a mio avviso, a distanza di oltre un secolo dalla scrittura di queste riflessioni, uno degli elementi di maggior interesse del libretto proposto da Meltemi: da un lato ci fa conoscere meglio il pensiero di Simmel che magari abbiamo già frequentato altrove, integrandolo, e dall'altro lì si registra il suo allontanamento dalle apparenze che fanno di Venezia un impossibile albergo dell'essere. (Una curiosità conclusiva, forse strampalata o forse no, legata alle date: La morte a Venezia di Thomas Mann comparve di lì a poco, nel 1912.)

venerdì 21 luglio 2017

da "La mente musicale" di Michele Ranchetti

Una poesia da #65


Nel 1963, anno abbastanza noto ai frequentatori delle cronache letterarie italiche per via del Gruppo 63, Michele Ranchetti aveva 38. Era quello il momento in cui si trasferiva a Firenze per insegnare Storia della Chiesa, chiamato da Delio Cantimori. In quell'anno pubblicava anche Cultura e riforma religiosa nella storia del modernismo per Einaudi. Lo studioso di Freud e Wittgenstein, il traduttore delle Elegie duinesi di Rilke, di Pascal, Celan e futuro curatore della nuova edizione della Bibbia di Diodati, era a quell'altezza nel mezzo della composizione di un "libro" che troverà dimora presso Garzanti soltanto nel 1988. La mente musicale (pp. 148, fuori catalogo) raccoglie poesie di un arco di tempo considerevole, dal 1938 al 1986. Nella nota posta all'inizio del libro Ranchetti esprime l'impossibilità di un ordine cronologico delle molte poesie "numerate" appartenenti a La mente musicale e scrive anche "non credo vi sia progresso, nelle poesie, o processo alcuno, non esprimono alcun itinerarium mentis, sono, piuttosto, momenti di un giro a vuoto mentale. È il mondo che si muove all'esterno delle loro insistenze verbali e che si mostra, anche se raramente, a dispetto di esse". Verso la fine della nota ricorda anche che il libro è qui e là costellato di elementi religiosi che sono i "verba et nomina" della tradizione cristiana in cui è cresciuto e "non i resti di un'ispirata glossolalia".

(Con questo breve contributo si inaugura una serie di tre post dedicati ad altrettanti libri di poesia di Michele Ranchetti.)



65


Ma è per poco tempo. Ora che giocano
guardali, e se piangono è il grido
fra due sorrisi. Dopo cadranno.
Vedi che il filare
che si accompagna al declivo
può essere
forma di essi, i due fratelli, e il culmine
della collina può rappresentare
la loro pace.
La sciagura ora è altrove e crea
altre genti il suo premio, può muovere
verso di noi se il senso
d'altre esistenze la induce
a ricrearsi, ma la sua presenza
non è dissolta.
Ancora un giorno vivo, senza memoria
entra nella notte di ieri e il suo domani
avrà per la sua morte la pura
indifferenza, ma da sempre a quel fine
destinato perenne della fine.


mercoledì 19 luglio 2017

6 poesie di Fabián Casas nelle versioni di Stefano Strazzabosco

Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.


Fabián Casas, Dora Markus
6 poesie nelle versioni di Stefano Strazzabosco


Senza chiavi e al buio

Era uno di quei giorni in cui tutto riesce bene.
Avevo pulito la casa e scritto
due o tre poesie che mi piacevano.
Non chiedevo di più.
Allora sono uscito in corridoio per buttare la spazzatura
e dietro di me, per la corrente,
la porta mi si è chiusa.
Sono rimasto lì, senza chiavi e al buio
sentendo le voci dei vicini
dietro le loro porte.
Passerà, mi sono detto;
però forse la morte è anche questo:
un corridoio buio,
la porta chiusa con le chiavi dentro,
la spazzatura in mano.


Mi fermo davanti alla barriera

Mi fermo davanti alla barriera.
È una notte chiara e la luna si riflette
sui binari. Spengo i fari dell’auto.
Va bene, penso, è giusto che ci diamo del tempo.
Ma non capisco la nostra relazione;
non ci riesco. Servirebbe a qualcosa?
Tuo padre si è ammalato e mia madre è morta;
eppure anche così potrei buttarmi su di te
come ogni notte. È questo ciò che so.
Ora la terra vibra e un treno scuro
trasporta sconosciuti come noi.


A metà della notte

Mi alzo a metà della notte con molta sete.
Mio padre dorme, i miei fratelli dormono.
Me ne sto nudo in mezzo al cortile
e ho la sensazione che le cose non mi riconoscano.
Sembra che dietro di me niente si sia concluso.
Eppure mi trovo un’altra volta nel luogo in cui sono nato.
Il viaggio del Salmone
in un’epoca dura.
Penso questo e apro il frigorifero:
un po’ di luce dalle cose
che si mantengono fredde.


Il calabrone

Un piccolo kamikaze
sbatte sui vetri cercando di entrare.
Può darsi che il freddo mattutino
l’abbia svegliato dalla calda baldoria
della notte – anche noi
abbiamo dovuto chiudere le finestre
e coprirci di corsa per il temporale –
e ora (un po’ più punk
dell’albatros di Baudelaire)
rinuncia, stordito,
alla sua inafferrabile eleganza.


Hegel

Mi domando se la disperazione
sia uguale per tutti.
Se Hegel, quando sentì che moriva
sentì che veramente moriva
o intuì una sintesi implacabile
più in là del suo corpo.
In ogni modo, è difficile
vivere senza paure;
conosco gente che vorrebbe che l’amassero
e che passa il suo tempo sui flipper.


Dora Markus

I tuoi guanti di lana, i miei occhiali,
il topolino che usavi come amuleto,
la vestaglia bianca, il suono del motore
del nostro matrimonio, i miei stivali verdi,
il preservativo nero, il tuo dizionario
francese-spagnolo, l’odore
dei giorni del sesso:
cose che aderiscono
al palato del water
e che poi se ne vanno.


Sin llaves y a oscuras

Era uno de esos días en que todo sale bien.
Había limpiado la casa y escrito
dos o tres poemas que me gustaban.
No pedía más.
Entonces salí al pasillo para tirar la basura
y detrás de mí, por una correntada,
la puerta se cerró.
Quedé sin llaves y a oscuras
sintiendo las voces de mis vecinos
a través de sus puertas.
Es transitorio, me dije;
pero así también podría ser la muerte:
un pasillo oscuro,
una puerta cerrada con la llave dentro,
la basura en la mano.


Me detengo frente a la barrera

Me detengo frente a la barrera.
Es una noche clara y la luna se refleja
en los rieles. Apago las luces del auto.
Está bien, pienso, es bueno que nos demos tiempo.
Pero no comprendo nuestra relación;
no sirvo para eso. ¿Acaso serviría de algo?
Tu padre está enfermo y mi madre está muerta;
pero igual podría ir y tirarme encima tuyo
como todas estas noches. Eso es lo que sé.
Ahora la tierra vibra y un tren oscuro
lleva gente desconocida como nosotros.


A mitad de la noche

Me levanto a mitad de la noche con mucha sed.
Mi viejo duerme, mis hermanos duermen.
Estoy desnudo en el medio del patio
y tengo la sensación de que las cosas no me reconocen.
Parece que detrás de mi nada hubiese concluido.
Pero estoy otra vez en el lugar donde nací.
El viaje del Salmón
en una época dura.
Pienso esto y abro la hieladera:
un poco de luz desde las cosas
que se mantienen frías.


El moscardón

Un pequeño kamikaze
golpea la ventana tratando de entrar.
Posiblemente el frío matinal
lo despertó de la juerga calurosa
de la noche – nosotros mismos
tuvimos que cerrar las ventanas
y correr a taparnos por el temporal –
y ahora (un poco más punk
que el albatros de Baudelaire)
renuncia, aturdido,
a su inasible elegancia.


Hegel

Me pregunto si la desesperación
es igual para todos.
Si Hegel, cuando se sintió morir
se sintió realmente morir
o intuyó una síntesis implacable
más allá de su cuerpo.
De todas formas, se hace difícil
no vivir en el miedo;
conozco gente que desea ser amada
y gasta su tiempo en los flippers.


Dora Markus

Tus guantes de lana, mis lentes,
el ratoncito que usabas de amuleto,
la bata blanca, el ruido del motor
de nuestro matrimonio, mis botas verdes,
el preservativo negro, tu diccionario
francés-español, el olor
de los días del sexo;
cosas que pegan
en el paladar del inodoro
y después se van.



Fabián Casas è nato a Buenos Aires, Argentina, nel 1965. Ha pubblicato i libri di poesia Tuca (1990), El salmón (1996 e 2007), Pogo (2000), Bueno, eso es todo (2000), Oda (2003 e 2008), El spleen de Boedo (2003), El hombre del overol (2006) ed El pequeño mecanismo de los acontecimientos (2012), ora riuniti in Horla City y otros (Seix Barral, 2016). La sua prosa comprende il romanzo Ocio (2000 e 2007), trasposto sul grande schermo da Alejandro Lingenti e Juan Villegas; i racconti di Los Lemmings y otros (2005); i volumi di saggi Ensayos bonsái (2007) e Breves apuntes de autoayuda (2011). 
I suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, portghese e armeno. Nel 2007 ha vinto il prestigioso premio tedesco “Anna Seghers”.


sabato 15 luglio 2017

Poesie inedite di Fabio Donalisio con le illustrazioni di Davide Lippolis



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Di seguito alcuni estratti da Il libro dei re con le poesie di Fabio Donalisio e le illustrazioni di Davide Lippolis.









martedì 11 luglio 2017

Poesie inedite di Jonida Prifti



"al cor gentil ratto s'apprende" è il titolo dello spazio che Librobreve dedica alle poesie inedite. Qui si ospitano testi che probabilmente andranno a costruire nuovi libri di poesia. Si propone come rubrica di solo testo, priva di foto glamour degli autori. L'unica immagine rimarrà quella del ratto qui sopra, identificativa di ogni post, un portafortuna che dedico agli ospiti. La pubblicazione avviene su invito e pertanto non ha senso inviare i propri testi all'autore del blog se non vi è stato prima un dialogo e accordo tra Alberto e chi ha scritto le poesie. Non ho previsto commenti o preamboli ai testi. I lettori invece possono commentare. 

Di seguito due testi inediti di Jonida Prifti.


IL RATTO E LA PASSERA



PPPPassa dicono che PPPPassa la Passera sul PPPonte PPPrima che il Rrratto scappi via mare PPPronto a sbarcare sulle rive strane via nave. Guarda la PPPassera sul binocolo un PPPunto di colore, guarda da un un solo foro PPerché è cieco l'altro, guarda in alto ma PPPunta sul filo elettrico PPPiovono gocce di cristallo e il Rrratto PPPassa sul filo PPPasso dopo PPPasso la PPPassera conta dall'alto. PPPiove sul filo tanto PPPiove sul filo, di scosse elettriche le sirene inviano suoni al Rrratto che PPProva di PPPassare sul Filo che PPPende dal cielo pende dal cielo, mare, nave, mare cielo e nave cade. Il Rratto cade. PPPrima che la PPPassera PPPianga il lampo in mezzo PPPassa.


SOTTO IL BUCO

Come un pupazzo
come un ratto
come un passo
come un mare
il rumore
l'onda
sotto
sotto il mare
sotto la sabbia
sotto l'estate
sotto di voi che guardate
dal basso
uno sputo
dall'alto
dal basso
si risucchia
si risente
si sente
il basso
sotto
sotto il terreno
sotto
proprio sotto
sotto te
sotto quel piede malato
sotto il buco che trovi in mezzo
sotto quel buco che hai in mezzo
ti ci infili e ti ci risucchi da solo

ma dopo quando esci da lì
cosa fai quando esci da lì
da quel buco
quando esci da lì
cosa fai quando ti buchi proprio lì
ti buchi in mezzo allo stomaco

Quando vedi la creatura viva che vive su quell'onda da più di quarantotto?

Prendi quella barca
prendi quella barca
infilaci dentro le tue scarpe
infilaci dentro il ratto


domenica 9 luglio 2017

"Dora Pal" di Ida Travi. La postfazione di Alessandra Pigliaru

L'editore Moretti&Vitali ha pubblicato Dora Pal. La terra, nuovo libro di poesia di Ida Travi. Ricordo in questa breve introduzione che per lo stesso editore Ida Travi ha pubblicato importanti contributi saggistici quali L'aspetto orale della poesia (2000) e Poetica del basso continuo. La scrittura, la voce, le immagini (2015). Per gentile concessione dell'editore si pubblica la Postfazione di Alessandra Pigliaru a questo nuovo libro. Ringrazio in particolar modo Alessandra Pigliaru e Angela Melgrati.


Postfazione
di Alessandra Pigliaru


«Datemi retta, quel che vi dico | non potete capirlo di schiena, devo | parlarvi nel petto, e allora | nel petto fiorirà la rosa». È all’altezza del petto e quindi del respiro che Dora Pal parla. Da petto a petto, significa che il tempo del fiorire è tornato a raccontare di sé e che non gli si può voltare le spalle. Lo si farebbe con la storia e con una parola che sistema gli elementi, dalle stagioni alle cose del mondo, in un ordine comprensibile. Non stupisce che in quel petto alberghi una rosa perché i fiori, l’erba, gli alberi con i rami che misurano il cielo fanno parte da sempre della poetica di Ida Travi. E sono un omaggio alla poetica della magnificenza del minuscolo che da Emily Dickinson ad Amelia Rosselli hanno rappresentato uno dei modi di contrattare con la gratitudine per il circostante.
Questo ultimo lavoro che prende il nome della sua protagonista, Dora Pal, chiude la quarta sequenza in versi dedicata ai Tolki, abitanti della terra di Zard e scampati a qualche naufragio o evento catastrofico non ben identificabile. Ancora adesso, siamo dinanzi a un piccolo nucleo di uomini, donne e bambini. Non si tratta tuttavia di altri centri, lo scenario che descrive Travi è stato composto in una å precisa che dal casolare rosso delle origini arriva alla casetta degli attrezzi, alla struttura diroccata e ora a una tettoia che sta davanti a una cucina; anche gli oggetti da lavoro permangono, così come il tragitto della crescita dei vari bambini che si incontrano, prima della nominazione e ora mentre spingono un carretto, fa parte di un unico pensiero. È infatti l’occhio poetico che da , passando per Il mio nome è Inna e Katrin, ha deciso quale parte del creato illuminare. Come fosse una telecamera, lo sguardo di Ida Travi è la porzione registica a cui l’autrice intende farci accedere. Non un millimetro di più di quella inquadratura, anche se accanto si sente il sospiro di Inna, l’incedere di Katrin, il prodigio del pettine, la torsione dell’anello e il grembiule mutato in scialle. Sono soggettività in movimento che premono, tutti e tutte, davanti alla porta di un futuro a venire ma rimangono fuori dalla vista, sia del verso che della lettura. Meglio non sovrapporsi, pur sapendosi prossimi. ogni cosa ha il suo tempo e ogni faccenda il suo momento sotto il sole.
Il futuro, di cui i Tolki si sono fatti portatori, è adesso. Dora Pal e la sua famiglia-tribù conoscono il significato di ciò che sarà da venire e che, in verità, è già avvenuto: «E se non mi credete, a me che cosa importa | cosa m’importa? Io sono Dora Pal, | sono Dora, io!». Dora Pal è la terra, sia minuscola che maiuscola. Quella che viene calpestata, sia dal nostro passo errante che dall’assalto famelico del profitto. È la terra in cui gravitano viventi meno arroganti degli umani e da cui, ciò nonostante, perseveriamo a non imparare quasi niente. È tuttavia anche la terra su cui ci si inginocchia, che si tocca quando l’elemento del “basso continuo” non la perde di vista. Serve ma al modo dell’inutilità irriducibile, viene compianta e presto ricollocata nell’alveo di un augurio.
Dora Pal non possiede nessun vaso, non ha ricevuto nessuna punizione divina per espiare colpe non sue bensì un tempo, forse, ha avuto il nome rovesciato. Non è un caso che nell’etimo di “dora” stia il significato di “dono”, e invece di “pan” (tutto) abbia preferito un suono più dolce, “pal”, che non la renda rintracciabile. La Dora Pal di Ida Travi ha quindi poco da spartire con la mitica Pandora anche se entrambe hanno potuto maneggiare la speranza e la prima ha capito che l’unico modo di portarla nel mondo è saperla predicare. Pandora risiede nel tragitto menzognero di una storia che attribuisce responsabilità a chi non le ha avute. A questo proposito, il piano di immanenza, Ur, che avevamo già conosciuto, ora si esplicita per ciò che è: «Chi ha paura di Ur? || Nessuno ha paura di Ur? || Ur sta sopra ogni cosa || Vuole mangiarvi in testa || State attenti, state attenti!».
Il tono di Dora Pal è sapienziale, i “piccoli nomi” sono allora il simbolo di zoe, il timbro del nascituro non può determinare semplicemente il bios ma qualcosa di più: «Io chiamo i pulcini | e mi viene da piangere || Ma perché, che male c’è | se mi viene così da piangere?». I mali del mondo sono già tutti scappati di mano, è chiaro come non vi sia nessun cruccio a farsi commuovere da chi è piccolo.
Capelli d’argento, Dora Pal compare torreggiante sopra il «sacco-altare» di farina, elemento cruciale nella poetica di Ida Travi che, se non torna neppure una volta in Katrin, risente di numerose iterazioni ne Il mio nome è Inna. Ma anche ne L’aspetto orale della poesia, come nell’ultimo Poetica del basso continuo. «Dovresti saperlo: la farina | non è come la neve, va nel forno || Tu prendi la farina – così – | ci metti l’acqua e poi… nel forno! || Tu non conosci la storia, Vre || Dell’acqua, del mulino non sai niente | non t’hanno insegnato niente, niente». Una «conoscenzafarina», l’ha chiamata la stessa poeta. La mano di chi scrive è la mano che  «si è ritratta dalla farina così come dal sangue». C’è dell’altro, più profondo della semplicità: in chiusura di questo straordinario lavoro sulle personagge e sui personaggi, unico nel panorama italiano se pensiamo che Travi è riuscita a farne una genealogia critica e simbolica, si avverte lo stringere dell’essenziale; di qualcosa che è di là da lievitare. In Dora Pal farina e polvere sono infatti aspetti della medesima trasformazione. Se la prima è la possibilità di impastare la parola, riparandola al caldo di un forno – a differenza della neve che sarà pur candida ma non sa moltiplicarsi –, la seconda è il monito di una parola che, se non curata, può morire ma per altre ragioni. La polvere in questo senso è sia ontologica che terrestre. ontologica perché chiarisce la natura del pulviscolo che si solleva mentre Dora, Vre, Zet e Kiv si incrociano, non proviene dalla terra ma dalla friabilità di una consistenza relazionale fra loro che esiste da sempre. Allo stesso modo la polvere è terrestre perché le relazioni – quando sono incarnate – hanno il passo della stratificazione storica. La polvere del cimitero, allora, delle tombe di chi ha preceduto una progenie ancora tutta da definire, è il deposito del tempo che non riesce a rigenerarsi.
È che gli enti convocati da Travi sono il contrappunto degli eventi, di quello “scalpitare” che nei lavori precedenti mancava e che qui invece è introdotto dal fischio (del vento come del merlo nero) quando dichiara tempesta: «Eravamo alla stessa altezza la foglia ed io | e sotto il fondamento cantava la tempesta». Del resto è proprio da quella tempesta che si scompigliano le ipostasi, che si sa avvertire il tremore di ciò che sarà. «oltre la porta bianca, oltre | il cespuglio nero… | fino alla coda del cane | fino alla macchina da cucire | Il bambino era per terra | ti ricordi? il rocchetto era per terra | ti ricordi? E le mani per terra | anche loro, anche loro… || L’anima degli animali | entra e esce con le sue ali, Zet | lo dice la parola stessa». Ulteriori riferimenti psicoanalitici di rocchetti, fili e bambini che si attrezzano a far scomparire le madri qui non hanno udienza. Più del rocchetto, ci insegna Ida Travi, è importante il filo. E se esso è ciò che consente al bambino di tirare il carretto, viene ricordato a quel bambino che sta crescendo che un giorno dovrà renderlo. Ancora di più, nel caso di Dora Pal, la corda che tiene al ventre, è il legame. Se allora il rocchetto giunge a essere sostituito dal carretto, significa che il “gioco” di Kiv, prima o poi, non potrà che essere quello di guardare dentro a ciò che trascina: «Tu parla come fanno le radici | lo sai come fanno le radici? || Salgono su dalla terra come se fossero morte | e poi all’improvviso ti danno il fiore, il fiore».
La terra ha la benedizione nell’occhio chiuso del bambino, quell’arco mosso di parole corte, come i Tolki insegnano a ripetere, sono pescate chissà da quale cassetto della memoria onirica. La terra sia benedetta, ci ammonisce Dora Pal, nello scricchiolio dei nomi impronunciabili: «Date retta a quel che dice la vecchia || Se dico –  porta il sasso, porta il sasso | se dico – porta il fuoco, porta il fuoco || Dovete farlo e basta, una non diventa così | per niente, una lo sa se è giusto || E non state qui a discutere, nessuno | può parlare per un altro: è la legge». L’unico tribunale plausibile è quello che segue la legge del cuore, senza criterio: «– essere del mondo cosa vuoi? – || Volevo essere nel petto di qualcuno | volevo sventolare nel petto di qualcuno».
La rivolta possibile appare essere in questo modo quella di sentire, di esercitarsi finalmente a sentire e non solo a pensare, cercando di sanare la scissione immedicabile su cui il canone occidentale ha immaginato fondarsi. Ecco perché i cavalli, uno bianco e uno nero di riferimento platonico, vengono salutati da Ida Travi non nel conflitto di uno sull’altro ma nella assoluta convivenza di entrambi. La terra si regge nelle mani di queste due istanze o forse l’anima è già in salvo? «Come battere un pugno sul tavolo | e alzarsi di colpo gridando: amore!». Tuttavia, è l’anima o il corpo? «Voi, piccole forme d’insetto, voi | esseri vulnerabili nelle chiome». Gli esseri del mondo di cosa si circondano se non di amore? Di cosa reclamano necessità se non di attenzione? Dora Pal è la prima antenata, la regina della parola impastata di lavoro, è la signora che tutto fa muovere, che nella grandezza immensa del cielo intuisce l’importanza del catino. Ma è anche colei che al vuoto della fede (intesa come anello e allusione al vincolo coniugale) oppone la circolarità della parola, del verso che ha detto quanto sia complesso mettere al mondo immagini, linguaggi, parole e opere. E che pur tuttavia si prepara a una nuova gestazione. Non nell’ottica dell’eterno ritorno dell’identico ma seguendo il solco secondo cui nessun essere è del mondo se non nasce già e sempre in relazione. Il commiato dai Tolki non è mai stato più doloroso, eppure ci auguriamo che restando nei pressi di una parola così autentica ne sentiremo ancora parlare.