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giovedì 18 febbraio 2016

A Ca' dei Ricchi a Treviso riparte "Traversi", la rassegna di poesia curata da Marco Scarpa in collaborazione con TRA Treviso Ricerca Arte

Con l'avvicinarsi della primavera riprende la rassegna di poesia contemporanea "Traversi" a cura di Marco Scarpa con la collaborazione di TRA Treviso Ricerca Arte, ospitata come le altre volte negli spazi del palazzo di Ca' dei Ricchi a Treviso. "Traversi" negli anni ha già portato a Treviso poeti da quasi ogni angolo d'Italia e non solo. Curiosa e variegata la modulazione del nuovo programma che si estende da febbraio a giugno, sempre di venerdì. La partenza è imminente, il prossimo 26 febbraio con Alessandra Racca e Ramon Trinca, poi sarà la volta di Giulio Casale, cantante degli Estra e  impegnato da anni in ambito teatrale (Sullo Zero il suo libro di poesie ormai introvabile e Intanto corro il suo libro di racconti, di cui s'è parlato qui). Il 22 aprile a Treviso arriva il paesologo irpino Franco Arminio, il 27 maggio ci sarà di nuovo una serata doppia con Silvia Bre e Klaus Miser e la chiusura sarà a ridosso dell'estate con Milo De Angelis il 17 giugno. Sono serate belle, poi si va a casa con qualcosa in un'aria già primaverile.


 
TRA / Ca’ dei Ricchi. Via Barberia 25, Treviso
0422.419990 / 339.6443542 / segreteria@trevisoricercaarte.org
Orari mostre: mar – sab 10.00 – 13.00 e 15.30 – 19.30; dom 15.30 – 19.30.

giovedì 3 maggio 2012

da "al Limite", di Antonella Bukovaz

Una poesia da #4












Siedo da anni nell'ansa
dove curvano i pensieri
si congiungono e riavviano
mi infilo nello spazio tra uno e l'altro
allargo le gambe - divarico il tempo
tra la fine e il principio
della pausa prendo l'impronta.
[...]

Come i suoi compagni di collana, al Limite (Le Lettere, collana Fuori Formato, pp. 120, con DVD, euro 32) è una perla luminosa. Ne registro la sfericità vibrante nel panorama della recente poesia in lingua italiana con parecchio ritardo (il libro è infatti uscito nel 2011), ma non credo ci sia un time to market troppo stringente da rispettare in poesia. Per questa poesia. Antonella Bukovaz ha qui concentrato lo sforzo di una geografia poetica e di un percorso vocale tra i più avvincenti (da sempre infatti sperimenta la multimedialità, come nel DVD allegato realizzato assieme a Paolo Comuzzi e con le composizioni musicali di Antonio Della Marina). Attiva in quell'area (aria?) di confine tra Italia e Slovenia, in quel paese di Topolò (Topolove) salito agli onori della cronaca per uno dei più intelligenti festival artistici d'Italia (Stazione di Topolò/Postaja Topolove), poeta di intervalli e pendolare di valli (quelle del Natisone), tra San Pietro e Cividale, Antonella Bukovaz offre oggi una delle più aperte letture del paesaggio post-Zanzotto. Andrea Cortellessa, curatore della collana, parla giustamente di poesia site-specific, rimandando al parallelo con la prosa del paesologo Franco Arminio, autore di una bellissima nota conclusiva di cui riporto alcuni stralci importanti:

"C'è un solo punto del corpo da cui non si vede il cielo. Questo punto è lageografia tatuata sulla pianta dei piedi. Il contatto con la terra è la prima regola della nostra postura, ma è come se fosse in corso una rimozione del punto d'appoggio. La terra è la base, è come vivere in un vaso: a pensarci bene ogni passo è fioritura, è un andare e vedere dove siamo, dove possiamo andare.
Io ho sempre letto i versi di Antonella Bukovaz cercando in essi il luogo da cui provenivano. Ogni corpo è un luogo di confine tra la terra e la carne e noi abitiamo sempre un bordo, un borgo minacciato di estinzione [...] In ogni caso io amo la scrittura che mi dice dove si trova chi scrive, che vento e che nuvole e che macchine vede intorno a sé lo scrittore. [...] La poesia è un po' come la colatura di alici. [...] 
Il luogo funziona come da spremiagrumi. Quando si rimane a lungo nel posto in cui si è nati, quasi sempre ci si spegne lentamente per inalazione di dosi minime e continue di ossido di carbonio. Perché la combustione avviene al chiuso, perché bisogna bruciare se stessi per darsi calore e luce. [...] Con lei (con Antonella Bukovaz, ndr) siamo sui monti, siamo al confine, sospesi tra un'identiqua e un'identilà. E siamo ad Oriente. È come portare Saba ad alta quota, dalle galline alle poiane. [...]"

Poesia site-specific quindi, ma poesia sulla fissità e sulla sparizione del luogo, dello spiraliforme mutare di natura, di simmetrie, delle invarianti del pendolo che ha come estremi la stanzialità del corpo e il nomadismo di ciò che è più perduto, il saluto di un verso quindi, di una poesia immersa in uno dei più lacerati "problemi della lingua" conosciuti nel secolo scorso, come giustamente ricorda Moreno Miorelli nella sua nota sugli indissolubili aspetti storico-geografici di quest'area: "La situazione ha mille sfumature e complessità che è impossibile qui approfondire, ciò che rimane è un “problema della lingua”, per chi l’ha difesa e per chi l’ha rifiutata, che si trasforma in un caso eccezionale, unico, come se in un bicchiere d’acqua si fossero radunate pronte allo scontro tutte le tensioni e le contraddizioni di secoli di storia, simboleggiate e concentrate in una parlata, in un dialetto che il solo nominarlo, praticarlo o studiarlo ha creato, soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, asti e irremovibili sensi di colpa o di rivalsa o di rifiuto e questo per la più naturale delle espressioni umane, il parlare. Quella che richiederebbe, per non venire fraintesa, per dare forme chiare al pensiero, la più grande quiete."

 Davvero una delle più belle letture (e visioni) degli ultimi mesi (cercatela anche su Youtube).



CAMERARDENTE



Nello sciame quantico
quanti siamo? Affondiamo
sempre più nella lingua
deglutiti da boschi d’alfabeti
si emerge a cercare calma
ci tiene a galla
un confine mai divelto.
Una corruzione inesorabile accompagna la crescita
e la parola
confine tra uomo e uomo
da questo abisso
risalire sarà una guerra
fino alla conchiglia delle mani
a scoprire una perla dal brillio del latte
pronta a esplodere o, nel peggiore dei casi
a perdere splendore
fino a ingrigire e spegnere
anche la luce intorno.
Dicono che sono caduti - i confini
ma com’è possibile? Erano tutt’uno
con le carni dei vicini e le ansie
da finitudine imperfetta
e la materia della lontananza!
Si è vissuti in un coagulo eroso
dal protendersi di opposti versanti
dalla notte delle strategie
da un misurato marasma.
Si è sopravissuti in sanguinaccio di identità.

E ora questa notizia!
……
Quindi ciò che sento è la presenza
di un arto fantasma?

Alla luce del desiderio del desiderio
sono evidenti le storture dello sguardo
i crampi alla percezione del reale
mentre il rimpianto dei confini
- poggiati su cuscini - di raso
è un’ode di cinque o sei versi
lungo i quali so schiantarmi e ricompormi
alla penombra della loro camera ardente.

Ho tenuto tra le mani il mio osso
ora non posso più respingermi
ma rischio di lasciarmi annegare
in questo che è il mio riflesso
e sembra mare.


(E se volete approfondire, troverete un'altra bellissima poesia, più lunga, in questo PDF scaricabile dal sito della casa editrice Le Lettere, dove l'epigrafe pasoliniana dice moltissimo del "problema della lingua"). 

Infine, data la natura del libro e dato il frequente ricorso al lavoro multimediale da parte dell'autrice, (con Sandro Carta, Marco Mossutto, Hanna Preuss, Antonio Della Marina e l'instancabile Teho Teardo), credo sia opportuno rimandarvi a questo video, le cui immagini stanno ai versi come le foglie ai rami, un lavoro che poi, tra l'altro, mi sembra così congeniale (consustanziale?) alla squisita irrequietezza che contraddistingue quest'artista.



mercoledì 30 marzo 2011

Cartoline in punto di morte


“Io camminavo per strada. Sono stato investito da una macchina. Mi sono trovato con la faccia a terra. Ho fatto solo in tempo a capire che il sangue per terra era mio. Ho pensato a mia madre poi non ho pensato più niente: il sangue, l’asfalto, la mia testa, tutto mi è sembrato dolcemente inutile, quello che è stato e quello che sarà, la mia vita e quella degli altri.”

Conoscevo principalmente l'Arminio paesologo, i due bellissimi libri usciti da Laterza. E non escludo che anche queste cartoline nascano dalle escursioni del paesologo, dall’osservazione di tante lapidi dei cimiteri dei paesi compulsati negli ultimi anni da questo straordinario autore.

Mentre leggevo Cartoline dai morti (Nottetempo, collana "gransassi", pag. 144, 8 euro) si faceva spazio nella mia mente l’idea che l’opera avesse come generatore un pensiero spesso taciuto: così come l’umanità sta sovrappopolando il pianeta (è uno dei celebri otto peccati capitali della civiltà secondo Konrad Lorenz), l’umanità sta anche sovrappopolando la morte. E non sto parlando di una specie di Ade che stiamo stipando di umani resti. Mi riferisco al pensiero che riverbera alla lettura di un "semplice" numero, vale a dire gli 80-90 miliardi di esseri umani che si stima abbiano calpestato la terra sinora. Sono numeri che fanno tremare. E quindi così come il pensiero di un megatempo, sconvolgente per le capacità e le dimensioni di pensiero umane, è progressivamente emerso a consapevolezza con le scoperte della geologia e della paleontologia, anche gli studi di demografia mondiale o le passeggiate tra tanti cimiteri di paese hanno la possibilità di sconvolgerci e squarciare nuovi inquietanti scenari. Il solo fatto di riuscire a leggere un numero così grande non implica che siamo in grado di immaginarlo.

E allora si tiene questo pensiero della sovrappopolazione della morte (un pensiero che dovrebbe sfidarci, provocarci, allucinarci) con le cartoline inviate dai morti di Arminio, si tiene ogni cartolina con la successiva, perché ogni cartolina rappresenta un confine tra la persona "da viva" e la persona "da morta", un punto, e, come il punto, non sta né di qua (nella vita) né di là (nella morte): “Fuori era una bella giornata. Ricordo che ho pensato di non voler morire con tutto quel sole fuori. Ho sempre sognato di morire di notte, nell’ora in cui abbaiano i cani. E invece sono morto a mezzogiorno, mentre alla televisione cominciava un programma di cucina.”

Il nostro cervello ci consente di pensare una stessa persona sia “da viva” che “da morta”. Pensiamoci bene: è una capacità misteriosa e affascinante che fa scrivere ad Arminio queste cartoline beffarde. Si tengono queste cartoline tra loro, come in una edizione aggiornata della poesia sepolcrale con echi del Parise de I movimenti remoti. E poi c'è questa specie di aborto di narrazione, aborto che nasce dalla morte dello scrittore della cartolina: è una cosa che mi sono immaginato spesso, una narrazione che si tronca per il troncarsi della vita di chi scrive. Arminio ha trovato la giusta forma e lo spiazzante contenuto per avvicinarla.

Belle, fulminanti, come un sasso lanciato in acqua ferma queste cartoline creano cerchi dentro i nostri pensieri, agendo ben oltre la mezz’ora di tempo che ti domandano per essere agilmente lette, tutte 128.