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venerdì 1 settembre 2017

"Vocativo. Andrea Zanzotto sul margine". Un'intervista a Silvia Sferruzza

Librobreve intervista #81


L'editore Pacini ha pubblicato di recente uno studio di Silvia Sferruzza intitolato Vocativo. Andrea Zanzotto sul margine. Introduzione e commento alle poesie (pp. 208, euro 18). Il libro aggiunge un elemento importante alla bibliografia zanzottiana. Vocativo, l'opera di Zanzotto presa in esame da Silvia Sferruzza, uscì esattamente sessant'anni fa nella collana "Lo Specchio" di Mondadori, terzo libro di poesia dopo Dietro il paesaggio (Mondadori, 1951) e Elegia e altri versi (Edizioni della Meridiana, 1954). Propongo di seguito un'intervista con l'autrice del saggio.


LB: Vocativo di Andrea Zanzotto esce esattamente sessant'anni fa, nel 1957. Vorrei iniziare ripercorrendo l'immediata ricezione critica dell'opera. Pertanto ti chiedo quale fu e quali recensioni e interventi vorresti ricordare oggi come i più significativi, a distanza di tutto questo tempo.
R: Dominante è il filone che ha voluto vedere in Andrea Zanzotto un ermetico: se tale etichetta può avere qualche efficacia per la prima delle sue raccolte, Dietro il paesaggio (Mondadori 1951), peraltro in un’ottica sempre propedeutica rispetto agli sviluppi successivi, la sua estensione a Vocativo risulta un’inerzia critica che compromette la reale comprensione dell’opera. Tra le significative eccezioni, mi piace ricordare la precoce intuizione di Giorgio Caproni, che subito dopo la sua pubblicazione, nel novembre 1957, definisce Vocativo «uno dei libri più belli del dopoguerra, riconoscibilmente nuovo».

LB: Pure la titolazione dell'opera ha avuto una certa fortuna e eco. Pensiamo ad esempio a Ablativo di Enrico Testa (Einaudi) o al più recente Ottativo di Daniele Poletti (Prufrock spa). Qual è la tua lettura di questo titolo?
R: Prima c’era stato anche il Vocativo per un’elegia di Libero De Libero. Zanzotto fa riferimento alla grammatica come modello di relazione: il caso vocativo non ha desinenze proprie, non costruisce rapporti sintattici. È il linguaggio a un livello minimo. Il problema che questa raccolta si pone con urgenza è quello del dialogo: le invocazioni sospese che costellano le varie poesie lo ricercano ardentemente, corteggiano l’interlocutore chiamato in causa, ma una risposta non arriva mai.
La poesia Caso vocativo esplicita il riferimento alla categoria grammaticale del caso, affiancandola, in una delle tante associazioni etimologiche di Zanzotto, all’accezione di caso come accidente fortuito, congiuntura occasionale. I due significati si intrecciano: l’invocazione disperata, smaniosa e autoreferenziale («O miei mozzi trastulli / pensieri in cui mi credo e vedo, / ingordo vocativo / decerebrato anelito») apre la possibilità di sciogliere i nodi della comunicazione («la mia / lingua disperando si districa»): rivolgendosi alla lingua stessa, paradossalmente il poeta ritrova la capacità di parlare. Oltre a una funzione logica, dunque, il vocativo assume una funzione gnoseologica, esistenziale, epifanica.
Credo inoltre che in una poesia così ricca di legami fonici come quella zanzottiana, abbia un valore centrale anche la voce: il vocativo è una richiesta che avviene attraverso l’oralità, con il suo esitare, il suo rompersi, la sua carica di emozioni, la sua irrazionalità traboccante oltre il controllo esercitato dalla scrittura.


LB: Ti soffermi sulle due edizioni della raccolta. Quali sono le principali note da evidenziare per distinguere l'edizione del 1957 da quella successiva del 1981?
R: Nella seconda edizione Zanzotto aggiunge un’Appendice di sei testi inediti, composti nello stesso periodo del nucleo originario. Inserendosi nel delicato equilibrio tra le due sezioni preesistenti (Come una bucolica e Prima persona), si tratta di poesie che ne riprendono la dialettica interna, come in un compendio finale, declinando ancora i temi dell’inattingibilità del paesaggio, della ricerca dell’altro, dell’impossibilità della parola.
Inoltre la volontà da parte dell’autore di ritornare sul discorso di Vocativo, ampliandolo dopo più di vent’anni, conferma la rilevanza di tale discorso all’interno del suo percorso poetico complessivo.


Georges Bataille
LB: Un paragrafo particolarmente interessante dell'introduzione titola La costellazione Michaux-Leiris-Bataille (e Lacan). Potresti illustrarlo brevemente qui?
R: Gli autori citati sono legati tra loro da una serie di corrispondenze tematiche e biografiche; testimoniano, seppure certamente in modo diverso, quanto sia cruciale per la cultura francese tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta del Novecento la questione della contrapposizione tra l’io e l’altro – dove per “altro” si considera di volta in volta il mondo, la realtà, l’inconscio. Al centro di questo nucleo problematico, di questa “costellazione” di pensiero, ci sono le riflessioni di Jacques Lacan sull’inconscio “strutturato come un linguaggio”, sul soggetto diviso e sull’essere come manque à être.
Se i legami tra la poetica zanzottiana e la filosofia lacaniana sono stati ampiamente studiati dalla critica, meno documentate sono le risonanze con le opere di Henri Michaux, Michel Leiris e Georges Bataille, su cui è interessante invece soffermarsi dato che Andrea Zanzotto le legge attentamente – proprio nell’epoca di gestazione di Vocativo – e le traduce, facendosi dunque portavoce della loro diffusione in Italia.
Trovo tale punto di vista importante, oltre che per l’interpretazione dei componimenti, anche per smentire l’immagine spesso invalsa di uno Zanzotto isolato nella sua Pieve di Soligo, quando invece il suo percorso poetico ha forti caratteri di apertura agli stimoli internazionali, che anzi rielabora, mette in discussione e risolve in modo del tutto originale.

LB: Procedi per commenti ai singoli testi e poi per una critica all'opera generale. Cosa consente a Vocativo di essere "libro" e non, semplicemente, una "raccolta" di testi? Cosa consente, detto diversamente, l'organicità e la tenuta dell'opera?
R: La poesia di Zanzotto è un ecosistema i cui diversi elementi sono legati da un delicato equilibrio. Questo vale sia per i rapporti tra i diversi libri sia per i rapporti tra le poesie di ogni libro: Vocativo, nello specifico, registra come un sismogramma le oscillazioni tra esaltazione e depressione, tra contatto e perdita, tra dialogo e disperata preghiera; le une implicano sempre le altre.
Ecco perché ho cercato di valorizzare le corrispondenze intratestuali, lo sviluppo del ragionamento, il discorso di fondo organico e coerente – anche se non privo di intenzionali contraddizioni – che tiene insieme i vari componimenti proprio come organismi viventi.

LB: Hai in programma altri studi su Zanzotto?
R: Mi sono concentrata sul rapporto tra Zanzotto e la costellazione francese individuata – Michaux, Leiris, Bataille – attraverso alcuni approfondimenti che mi piacerebbe pubblicare.
Sarebbe interessante anche studiare lo Zanzotto critico, capace a mio parere di intuizioni di estrema acutezza.

LB: Per chiudere ti chiedo la poesia di Vocativo che potrebbe stare bene come congedo da questa intervista. 
R: Amo molto Idea, che apre la seconda sezione della raccolta (Prima persona). Il soggetto riflette sull’autoreferenzialità della propria mente: il mondo è una sua idea, il pensiero e il linguaggio occultano la realtà oggettiva, la ricchezza del paesaggio è ormai perduta, tuttavia la poesia persiste, si ostina a non tacere, è una “disavventura” che torna sempre a riaccendersi.



Idea

E tutte le cose a me intorno
colgo precorse nell'esistere.
Tiepido verde il nitore dei giorni
occulta, molle li irrora,
d'insetti e uccelli s'agita e scintilla.
Tutto è pieno e sconvolto,
tutto, oscuro, trionfa e si prostra.
Anche per te, mio linguaggio, favilla
e traversia, per sconsolato sonno
per errori e deliqui
per pigrizie profonde inaccessibili,
che ti formasti corrotto e assoluto.
Anche tu mio brevissimo nitore
di cellule mentali, tronco alone
di gridi e di pensieri
imprevisti ed eterni.
Ed esanime il palpito dei frutti
e delle selve e della seta e dei
rivelati capelli di Diana,
del suo felice dolcissimo sesso,
e, agra e vivida, l'arsura
che all'unghie s'intromette ed alle biade
pronte a ferire,
e il mai tacente il mai convinto cuore,
tutto è ricco e perduto
morto e insorgente
tuttavia nella luce
nella mia vana chiarità d'idea.

martedì 28 giugno 2016

"La mano mozza" di Blaise Cendrars in una traduzione après Caproni

Leggere una grande guerra #21

"Leggere una grande guerra" intende essere il breve spazio in cui segnalo dei libri sulla Prima guerra mondiale. Il quinquennio 2014-18 coincide con un lungo periodo di celebrazioni, commemorazioni ed eventi a livello internazionale. Segnalare semplicemente dei titoli di libri, brevi o meno brevi, passati o attuali, reperibili o non reperibili, italiani o stranieri, può essere un buon antidoto contro le fanfare e i tromboni che stanno pericolosamente giungendo un po' da ogni parte. Le segnalazioni saranno sintetiche, poco più di una scheda bibliografica. (In coordinamento con World War I Bridges).

Chi ha già letto questo libro di Blaise Cendrars è probabile lo abbia fatto nella traduzione di Giorgio Caproni. Centenario o meno, è positivo che il titolo, uno dei pilastri della narrativa uscita dalla Prima guerra mondiale, apparso in Francia solo nel 1946, sia stato riproposto da Elliot nel 2014 in una nuova traduzione di Raphael Branchesi (pp. 271, euro 19,50), al principio del quinquennio del centenario. Positivo anche il fatto ci si sia confrontati con una "traduzione d'autore" antecedente e con la continua creazione linguistica dello scrittore di La Chaux-de-Fonds, cantone di Neuchâtel. Assieme a Le feu di Henri Barbusse (lo trovate in ben tre edizioni: Kaos, Castelvecchi e Elliot) e a La peur di Gabriel Chevallier (Adelphi), La main coupée compone un trittico abbastanza "facile" da menzionare ogniqualvolta ci si propone di affrontare il versante della narrativa francese venuta dalle trincee. Ma sono ovviamente trittici di comodo, visto che dovremmo almeno ricordare Céline o Drieu La Rochelle e potremmo, con qualche distinguo, aggiungerci i Souvenirs de guerre di Alain (che vi segnalo fra l'altro disponibili in questo file per tutti). Senza dire nulla della trama (il libro di Cendrars riporta l'esperienza del fronte e ne restituisce un quadro che si è ampiamente impresso nei lettori), notavo più che altro la distanza tra gli eventi narrati e il momento di uscita del libro. Anche la principale opera italiana di narrativa sulla Prima guerra mondiale, Un anno sull'altipiano di Lussu, così diversa nei moventi e nello stile rispetto alla tessitura linguistica ardita di Cendrars, non esce affatto a ridosso del quadriennio di guerra, ma molti anni dopo, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Con Cendrars siamo addirittura oltre, nel 1946, quindi in un anno in cui le macerie della seconda guerra fumavano ancora in tutta Europa. Che anche quest'autore di origini svizzere abbia portato a termine dopo molti anni quella che è diventata un'opera di riferimento su un dato tema a me ha dato da pensare, sia nei termini dell'evoluzione di una materia nella scrittura di un autore e sia, dal punto di vista eminentemente storico, del come si siano sovrapposte le due guerre nella mente di chi le ha vissute entrambe nella prima metà del secolo scorso, il quale, a bene vedere, fu sostanzialmente mezzo secolo di guerre europee.

martedì 15 dicembre 2015

da "Il silenzio di Genova e altre poesie" di André Frénaud (tradotto da Giorgio Caproni)

Una poesia da #56

Ecco un autore col quale si sono cimentati in traduzione davvero in tanti. Nel 1964 Scheiwiller pubblicò addirittura un volume dal titolo André Frénaud contenente un ritratto di Ottone Rosai e traduzioni di Bertolucci, Caproni, Erba, Fortini, Luzi, Orelli, Parronchi, Pasolini, Risi, Sereni, Solmi, Spaziani, Ungaretti, Valeri, Vittorini e Zanzotto. Il volume di poesia del poeta della Borgona che più si ricorda è Il silenzio di Genova e altre poesie uscito nella collana di poesia di Einaudi con la traduzione di Giorgio Caproni nel 1967 (pp. 112, introduzione di Guido Neri, libro attualmente fuori commercio). Tra tutte le scelte possibili e scartando le poesie particolarmente lunghe che in questo libro non mancano, l'indice (della mano) e "l'orecchia di cane" sulla pagina è ricaduta alla fine sul testo L'honneur de vivre, alle pagine 44 e 45 di questa edizione.



L’ONORE DI VIVERE


L’acqua del canale è livida. Pezzi di carta vi annegano.
Le mole son sul fondo fra l’erba, e la castalda.
I bambini paventano il volto della pecora,
l’occhio viola del loro futuro naufragio.

Cielo di salice e di fuliggine e così freddo,
che arrochisce i corvi e raggela la vecchia,
lo obbligherò ad espandersi quel raggio grigio
che mai ha riscaldato gli uomini di qui.
Eleverò una torre, alla sua ombra un gran giardino.
Mia resistenza, tutti verranno ad abbeverarvisi.
Costruisco il mio onore in pietre da taglio
inazzurrate di saettiere.

Ma fra le barbe pustolose dello stramazzo
sogghignano sotto gli stracci i denti d’un vecchione.

So che proseguirò l’impresa derisoria.


L’HONNEUR DE VIVRE


L’eau du canal est pâle. Des papiers s’y noient.
Les meules sont au fond dans l’herbe, et la fermière.
Les enfants redoutent le visage du mouton,
l'œil violet de leur future naufrage.

Ciel de saule et de suie et si froid,
qui enroue les corbeaux et qui glace la vieille,
je forcerai ce rayon gris à s’épanouir,
qui n’a jamais réchauffé les hommes d’ici.
J’élèverai une tour, à son ombre un grand jardin.
Ma résistance, tous y viendront s’abreuver.
Je construis mon honneur en pierres de taille
azurées de créneaux.

Mais dans les barbes pustuleuses du déversoir
ricanent sous les chiffons les dents d’un grand vieillard.

Je sais que je poursuivrai l’entreprise dérisoire.

La copertina del volume di Scheiwiller citato in apertura

domenica 25 ottobre 2015

Poesie, prose e traduzioni di Clemente Rebora. Un'intervista ad Adele Dei, curatrice del Meridiano

Librobreve intervista #62


Ospito qui di seguito un'intervista ad Adele Dei, docente di letteratura italiana all'Università di Firenze e curatrice assieme a Paolo Maccari di Poesie, prose e traduzioni (Mondadori, pp. CXXXIII-1338, euro 80), Meridiano che finalmente restituisce alle librerie Clemente Rebora in ogni sfaccettatura della sua controversa opera. Sappiamo in realtà che Rebora non ha mai smesso di essere un termine di confronto per molti, tanto che Pasolini sancì a suo tempo questa carsica presenza con la celebre definizione di "maestro in ombra". Con l'intervista che segue, si prova a restituire almeno parte delle antinomie che attraversano questa fondamentale figura del Novecento letterario italiano. Per un discorso davvero approfondito, il rinvio è a Sul filo della spada, ovvero l'introduzione che Adele Dei ha scritto per quest'opera.

LB: Quando si inizia a profilare l'idea di un Meridiano dedicato a Rebora e quali sono le prime direttrici su cui si indirizza la discussione sulla curatela e sulla costituzione dell'opera, nella quale prende parte attiva anche Paolo Maccari?
R: 
Il problema preliminare è stato quello di come organizzare e costruire il libro, ripensarlo completamente mettendo in discussione i criteri e la stessa consistenza dell’edizione Garzanti delle Poesie, che mi sembrava per molti aspetti insoddisfacente. L’idea di accludere tutte le prose pubblicate fino al 1930 e le traduzioni è venuta in un secondo tempo, per rendere il volume più completo e utile. Ne ho parlato più volte con Paolo Maccari e, alla fine, con Renata Colorni ed Elisabetta Risari della Direzione Classici di Mondadori.  

LB: La sua prefazione si apre giustamente con un monito a fare attenzione alle tante mitizzazioni cui Rebora è stato sottoposto e con un chiaro invito a fare attenzione alle antinomie molteplici della sua opera. Potrebbe da un lato sintetizzare le principali mitizzazioni (la sua "incrostazione" critica, diciamo) e dall'altro i principali nuclei di contraddizioni di questo poeta?
R: Rebora è da tempo imprigionato in una visione prevalentemente agiografica ed apologetica, volta a farne un esempio monolitico di carità e di spiritualità, se non addirittura di santità. Molti degli scritti di critici e biografi (con le dovute evidenti eccezioni) puntano a questa interpretazione, spesso nella totale noncuranza di qualunque cautela filologica e in assenza di qualunque vera ricerca. Ne risulta un appiattimento che non rende giustizia al poeta e all’intellettuale che Rebora è  stato – a cui invece è dedicato il Meridiano - né alle varie, tormentate fasi della sua vita. Il discorso sulle antinomie e sulle contraddizioni sarebbe molto lungo e complesso e non riesco a riassumerlo in poche parole. Accennerei soltanto al perenne conflitto fra singolare e plurale (fra l’io e il noi) che anima tutta la sua poesia, conducendo infine alle scelte irreversibili della conversione e del sacerdozio, o al conflitto fra corpo e spirito, risolto talvolta con slanci quasi autopunitivi. Ma una sorta di complesso manicheismo è onnipresente fino agli anni ’30 in tutti i suoi scritti, lettere comprese.    


LB: In quel libro straordinario di recensioni che è Plausi e botte Giovanni Boine sancisce in qualche modo la "fortuna" dei Frammenti lirici con la celebre chiusa ("GRANDE"). In realtà si trattò di un bel ripensamento! Libro emblematicamente collocato un anno prima della catastrofe della guerra che condusse Rebora nei territori attigui alla pazzia, opera a dir poco complessa eppure presenza costante, Frammenti lirici rappresenta una sorta di enigma vitale della nostra poesia. Da studiosa di letteratura, qual è la sua personale visione dell'attraversata di secolo compiuta da questo libro, che fra l'altro fu dedicato ai primi anni del secolo scorso?
R: Proprio la difficoltà dei Frammenti lirici ne ha da un lato limitato la diffusione e quindi l’influenza, ma dall’altro si è rivelata una sfida, e ha attirato lettori di grande sensibilità poetica che ne hanno tratto notevole frutto. Credo che abbiano ragione sia Pasolini, che riconosceva in Rebora una presenza sotterranea ma viva (un maestro in ombra), sia Caproni, che indicava nella sua poesia  una possibile strada non percorsa, un’occasione mancata (un rimorso) per il novecento italiano. Ed entrambi pensavano soprattutto ai Frammenti lirici, così ancorati storicamente, come dimostra la loro famosa dedica, e insieme così intempestivi, così spiazzanti già allora, forse respingenti. Un libro anomalo e unico, che guarda insieme indietro e avanti, che richiede ancora oggi a chi lo avvicina un impegno e un’applicazione che non tutti si sentono di offrire.     


LB: Tra i vari saggi di Rebora ripresi da questo Meridiano qual è a suo avviso il più innovativo nell'impostazione e quale il più ingiustamente negletto dalla nostra storia letteraria?
R: 
Uno dei più impegnativi e significativi – quasi del tutto trascurato fino a tempi recenti - è sicuramente quello giovanile su Leopardi e la musica (Per un Leopardi mal noto), derivante da una tesina che Rebora aveva preparato prima della laurea. Oltre ad osservazioni di notevole rilievo su un tema allora pressoché ignoto, contiene moltissimi spunti utili per l’interpretazione di Rebora stesso, che era anche un appassionato di musica,  e componeva improvvisando al piano, a lungo oscillante fra la strada della musica e quella della poesia.

Leonid Nikolaevič Andreev
LB: Mi pare si parli poco del Rebora traduttore. L'opera appena uscita per Mondadori invece dedica ampio spazio alle traduzioni di Rebora. Potrebbe illustrarci il rapporto e le tappe principali del capitolo "Rebora traduttore" confluito nel Meridiano?
R: 
Le traduzioni di Rebora appartengono ad un periodo abbastanza ristretto ma cruciale, dal 1916 al 1922, e si intersecano continuamente con la parallela attività di scrittura poetica. Quella dei racconti di Andreev, oltre ad essere davvero notevole, è imprescindibile per la comprensione delle contemporanee poesie e prose del 1916-1917. E ancor più Il cappotto di Gogol e la lunga novella di ispirazione indiana Gianardana, corredate dagli impegnativi commenti del traduttore, costituiscono un vero e proprio trittico con la plaquette di poesie reboriane Canti anonimi, uscita nel 1922.

LB: A lungo lei si è occupata di un altro fondamentale poeta del Novecento: Giorgio Caproni. Su quali linee articolerebbe un discorso che vada a toccare le convergenze tra queste due importanti voci della poesia italiana?
R: 
Si potrebbe senza dubbio impostare un discorso proprio sul principio di contraddizione, o almeno sulle dicotomie che, sia pure diversamente, sono alla base delle loro poesie. Sul piano del linguaggio noterei la compresenza di spunti filosofici e meditativi, per non dire metafisici, con la concretezza degli oggetti, con una evidente e perfino ‘bassa’ fisicità. Ma anche qui bisognerebbe distinguere e approfondire assai meglio di come sia possibile in poche righe. 

LB: Come spesso faccio giunto alla fine di un'intervista, le chiedo di scegliere una poesia di Rebora come congedo. Grazie.
R: 
Sceglierei una straordinaria poesia scritta nel 1914, con la guerra incombente, Notte a bandoliera.

NOTTE A BANDOLIERA


Alghe di tènebra
sull’umida terra
in romba di piena;
scaglie di vetro
dal ràpido cielo
che stelle nel vento
librato riassorbe;
gesto falcato di forme
uscite a capirsi nell’ombre;
fissa follia dell’aria
su nero abbaglio di lampo;
sordo scavare tenace
in eco di màdida pace:
– Balzerà, chi ci spia,
a schiacciar la lumaca
che invischia molliccia la via? –

Per la nerezza sinuosa
prèmono tìnnuli urti,
s’incàrnano stocchi di gelo,
scuri di brìvidi rìgano: –
– Scatterà, l’insidia feroce,
a scovarci nel sangue la vita
che doviziosa s’incrosta
e imbarbarita zampilla? – 

Voci osannanti in soffio di sibilla,
e frenesia di muscoli ondanti
per la cupezza emanata;
ossessïone d’attesa,
truce allegria sospesa,
fischi strisciati in domanda,
drappello che annusa
frusciando carponi
in una ràffica chiusa,
chiostra di denti a lame di luce,
intenti occhi a dorso di coltello…
– È giunta la razza assassina!
Son giunti i violenti e gli eroi
che svelan momenti
dell’impossibile eterno:
i buoni di prima,
e i buoni di poi. –


Marzo, 1914

martedì 7 ottobre 2014

da "Andremo a rubare in cielo" di Patrick Kavanagh

Una poesia da #44


Andremo a rubare in cielo. Titolo bellissimo per l'unico libro di poesia di Patrick Kavanagh oggigiorno disponibile in Italia, un'antologia dei suoi snodi poetici. Lo trovate in catalogo delle edizioni Ancora (pp. 128, euro 12, a cura di Saverio Simonelli). L'incontro con la poesia di quest'altro grande irlandese del Novecento, vissuto fra il 1904 e il 1967, è avvenuto per me grazie a una pubblicazione della udinese Forum, un libro più cd nel quale Pierluigi Cappello compiva il suo florilegio e lettura da William Shakespeare, Carlos Montemayor, Arthur Rimbaud, Vicente Aleixandre, Giorgio Caproni e Patrick Kavanagh. Questo per dire che se da cosa nasce cosa, da libro può nascere libro. Pur essendo tra i grandi nomi della poesia irlandese del secolo scorso, Kavanagh ancora non ha conosciuto una grande sorte di traduzioni in italiano. Diciamo pure che dopo Yeats, ed escludendo i casi di Heaney e Muldoon, la vicina poesia irlandese del Novecento non ha conosciuto grandi spazi di frequentazione da noi. Chissà se è perché chi è interessato la legge dall'originale. Non credo. Penso in realtà più a coloro che nell'ambito dell'editoria poetica fecero "per viltade il gran rifiuto" e abdicarono una volta per tutte alla propria funzione di dotare le librerie italiane e i lettori di poesia (che esistono!) di un certo percorso e direzione nella scelta e nella proposta di testi poetici stranieri in traduzione, vittime della presunzione di sapere che la poesia non interessa e non vende (e allora perché trascinarsi stancamente in un'impresa non redditizia?). Non so se nemmeno questo sia vero. A giudicare dai post di questo blog, noto che quelli più ricercati sono proprio quelli che hanno a che fare con la poesia. Ma probabilmente questo non fa testo e non è sintomo di nulla. Vi lascio alle parole di Kavanagh tradotte da Saverio Simonelli. Buona lettura.


EPIC


I have lived in important places, times 
When great events were decided: who owned 
That half a rood of rock, a no-man's land 
Surrounded by our pitchfork-armed claims.
I heard the Duffys shouting "Damn your soul" 
And old McCabe stripped to the waist, seen 
Step the plot defying blue cast-steel - 
"Here is the march along these iron stones."
That was the year of the Munich bother. Which 
Was most important? I inclined 
To lose my faith in Ballyrush and Gortin 
Till Homer's ghost came whispering to my mind. 
He said: I made the Iliad from such 
A local row. Gods make their own importance.


EPICA


Ho vissuto in luoghi importanti, in tempi

In cui si sono decisi grandi eventi: chi fosse il proprietario
Di quel mezzo miglio di roccia, una terra di nessuno
Circondata dalle nostre rivendicazioni armate di forcone.
Ho sentito i Duffy esclamare "al diavolo la vostra anima"
E il vecchio McCabe, l'ho visto a torso nudo,
Entrare nel campo sfidando il blu del duro acciaio -
"Qui si passa, tra questa terraglia!"
Quello era l'anno del tumulto di Monaco. Cosa
Fu più importante? Ero quasi propenso
A perdere la fede in Ballyrush e Gortin
Finché non venne il fantasma di Omero a sussurrarmi in cuore:
Ho fatto l'Iliade a partire
Da una simile rissa locale. Sono gli Dei che fanno la differenza.

sabato 24 novembre 2012

da "Il muro della terra" di Giorgio Caproni

Una poesia da #13

Come si fa a scegliere una raccolta di Giorgio Caproni? Una tra le altre? E poi come si fa a scegliere una sola poesia? Semplicemente si lasciano perdere troppo strutturati ragionamenti e, nella scelta per questo appuntamento breve colla poesia (e con una poesia in particolare), ci si lascia condurre una volta tanto dai titoli. Dal titolo della raccolta, Il muro della terra (Garzanti, 1975, presentazione di Giovanni Raboni), titolo bellissimo nella sua valenza spostata, ruotata e traslata e poi dal titolo della stessa poesia, soprattutto quando quest'ultimo è confrontabile con una constatazione ricorrente nella lettura dell'intera opera caproniana: i suoi testi sono ricchi di toponimi, sia di nomi noti, sia di nomi assai meno noti ma presumibilmente verificabili, sia di nomi più difficilmente decifrabili, come nel caso di questa bellissima poesia intitolata appunto "Toponimi" e posizionata in apertura della sotto-sezione del libro intitolata "Due divertimenti". Anche la datazione della poesia ha dato qualche problema (l'indice del libro con tutte le poesie riporta 196?). Il divertimento caproniano sembra quindi avvolto da un piccolo mistero. Sappiamo che si tratta di una poesia degli anni Sessanta, probabilmente della seconda metà, visto che il libro in questione raccoglie le poesie dal 1964 al 1975. Sappiamo che Caproni  inviò il manoscritto all'amico Carlo Betocchi. Ma cosa sono quei toponimi che leggiamo via via nel testo? Come si legano tra loro? Si legano tra loro? Poco fa abbiamo ospitato una recensione dedicata alla geopoetica che partiva da un interessante saggio di Federico Italiano. Caproni è sicuramente un autore che dai critici della geopoetica potrebbe lasciarsi inghiottire (forse persino sbranare), se non fosse troppo vivo il mantice sonoro della sua scrittura, troppo "classico" il bandoneon della sua travatura metrica per sfuggire, continuamente, a ingabbiature critiche troppo statiche e incentrate soltanto su aspetti di geopoetica. Resta il fatto che una lettura geopoetica di Caproni a mio avviso ha pienamente senso ed è per questa convinzione che probabilmente, alla fine, mi sono orientato su quest'enigmatico divertimento, quasi un sonetto, che presenta forse un titolo divertito, che nella geopoetica crede prendendosene contemporaneamente beffa.
















TOPONIMI


    Benhanthina. Nibergue.
Nessuna ossuta ocarina
d'ebano, più della tua
mi fu dolce, Guergue, 
sui monti di Malathrina
dove fui solo. Oh forno
di calce - nòria di calce
e anima, mentre a piombo
(da via delle Galere
all'Oriolino) nere
fiatavano costellazioni
i Fossi - spazzava il vento
- vuoto - sulle Tre Terrazze
il mio petto: il cemento.