venerdì 20 ottobre 2017

Poesie di Juan Manuel Roca nella traduzione di Stefano Strazzabosco

Accanto ai ratti di "al cor gentil ratto s'apprende" con le loro poesie inedite, compare un altro animale per nominare uno spazio dove si ospitano traduzioni di poesia: lo stregatto o Gatto del Cheshire di Lewis Carroll. Ratti e stregatti, insomma. Adotterò pregiudiziali e faziosi criteri per vagliare proposte di traduzioni, anche nei casi di lingue totalmente sconosciute come russo, coreano o giapponese (insomma, mi baserò su un traballante concetto di fiducia). Il gatto qui sopra è un particolare del dipinto "San Girolamo nello studio" di Antonello da Messina. Al di là delle molteplici simbologie e caratterizzazioni dei gatti, da Antonello a Carroll (Dante non è tornato utile stavolta perché un po' li snobba), qui proviamo a stregarvi con nuove traduzioni facendo le fusa. L'augurio è incoraggiare la traduzione poetica che un po' latita, anche nelle generazioni più giovani, e che qualche stregatto un giorno possa precipitare altrove, anche in un libro se capita.


Juan Manuel Roca
Quando il fuoco conversa con l’aria
Versioni di Stefano Strazzabosco


POETICA

Dopo aver scritto sulla carta la parola coyote
Occorre stare attenti che quel vocabolo carnivoro
Non s’impossessi della pagina,
Che non riesca a nascondersi
Dietro alla parola iacaranda
Per aspettare che passi la parola lepre, e straziarla.
Per evitarlo,
Per dar voci d’allarme
Nel momento in cui il coyote
Prepara furtivo la sua imboscata,
Certi vecchi maestri
Che conoscono gli esorcismi del linguaggio
Consigliano di tracciare la parola cerino,
Sfregarla sulla parola pietra
E accendere la parola falò per tenerlo lontano.
Non c’è coyote o sciacallo, non c’è iena o giaguaro,
Non c’è puma né lupo che non fugga
Quando il fuoco conversa con l’aria.


TESTAMENTO DEL PITTORE CINESE

Quando il sobrio Imperatore
M’intimò di cancellare dal quadro una cascata,
- Il gorgoglio incessante gli turbava il sonno –
Da buon cortigiano gli obbedii
E sfumai il suo torrente.
Tuttavia, nascosi dietro al disegno di un ciliegio
Una rana che gracchia
E che l’anziano Imperatore confonde
Col suo cuore agitato.
In un paravento di lino dipinsi me stesso
Nell’atto di disegnare un cavallo.
La notte dopo spaventai col pennello il cavallo,
Perché non sopportavo i suoi nitriti.
Presto cancellerò la mia figura crepuscolare dall’olio,
- Imperatore del mio corpo –
E sapranno che sono della stessa materia
L’assenza di un uomo o di un cavallo.


ANTIPREGHIERA (Un reclamo per i poeti)

Nemmeno se tu mi dessi la lingua
E il tatto del Re Salomone,
Nemmeno se mi dettassi un bel Cantico
Che dissetasse al labbro di qualche moabita,
Né ricevendo in dono la figlia del Faraone,
Né per un cavallo nero
Che sguazzasse nella pioggia
E scalpitasse sotto un cielo d’olivi,
Né per la dignità del vento
O di un grande signore nelle vigne di Baal,
Né in cambio di un prospero commercio
Di botti di vino e di boschi aromatici,
Potrò capire, Signore,
Che nella lingua di John Donne,
La stessa di tuo figlio William Blake,
Si continuino a ordinare i massacri.


PARABOLA DELLE MANI

Questa mano prende un frutto,
L’altra lo allontana.
Una mano riceve il falco, si toglie un guanto,
L’altra lo scaccia, accende una fiaccola.
Una mano scrive lettere d’amore
Che la sua losca siamese infarcisce di ingiurie.
Una mano benedice, l’altra minaccia.
Una disegna un cavallo,
L’altra un puma che lo spaventa.
Dipinge un lago la destra:
L’affoga in un fiume d’inchiostro, la sinistra.
Una mano traccia la parola uccello,
L’altra ne scrive la gabbia.
C’è una mano di luce che fabbrica scale,
una d’ombra che allenta i loro pioli.
Ma viene la notte. Viene
La notte quando stanche di ferirsi
Concedono una tregua a quella guerra
Perché cercano il tuo corpo.


PREGHIERA AL SIGNORE DEL DUBBIO

Più che fede, concedimi un bagaglio di dubbi.
Sono loro il mio ponte, il mio affluente, le mie onde.
Venga a noi il Regno dell’Incerto.
Tieni in bilico le mie verità,
Concepite, morte e sepolte
Nei telai dell’oblio. Portami
In mezzo alle tue sabbie mobili,
Fa’ che io mangi il pane dello scacco,
Che beva l’acqua del silenzio.
Non c’è trucco né inganno:
Ferito, sono io il mio barelliere.
Siano le certezze i palazzi di neve
Che qualcuno assedia col fuoco.
Signore del dubbio, nel caso in cui tu esista,
Ascolta la preghiera di questo miscredente.


CANZONE DEL FABBRICANTE DI SPECCHI

Fabbrico specchi:
All’orrore aggiungo altro orrore,
Altra bellezza alla bellezza.
Porto in giro la luna di mercurio:
Il cielo si riflette nello specchio
E allora i tetti ballano
Come in un quadro di Chagall.
Quando lo specchio entrerà in altre case
Cancellerà tutti i volti già noti:
Gli specchi non raccontano il passato,
Non mostrano chi un tempo ci abitava.
Qualcuno costruisce delle carceri,
Sbarre per gattabuie.
Io fabbrico specchi:
All’orrore aggiungo altro orrore,
Altra bellezza alla bellezza.




POÉTICA

Tras escribir en el papel la palabra coyote
Hay que vigilar que ese vocablo carnicero
No se apodere de la página,
Que no logre esconderse
Detrás de la palabra jacaranda
A esperar a que pase la palabra liebre y destrozarla.
Para evitarlo,
Para dar voces de alerta
Al momento en que el coyote
Prepara con sigilo su emboscada,
Algunos viejos maestros
Que conocen los conjuros del lenguaje
Aconsejan trazar la palabra cerilla,
Rastrillarla en la palabra piedra
Y prender la palabra hoguera para alejarlo.
No hay coyote ni chacal, no hay hiena ni jaguar,
No hay puma ni lobo que no huyan
Cuando el fuego conversa con el aire.


TESTAMENTO DEL PINTOR CHINO

Cuando el sobrio Emperador
Me conminó a borrar del cuadro una cascada,
—El chapoteo incesante espantaba su sueño—
Como buen cortesano obedecí
Y esfumé su torrente.
Sin embargo, oculté tras el dibujo de un cerezo
Una rana que croa
Y que el anciano Emperador confunde
Con su agitado corazón.
En un biombo de lino me pinté a mí mismo
Al momento de dibujar un caballo.
Una noche después espanté con el pincel al caballo,
Pues no soportaba sus relinchos.
Pronto borraré mi crepuscular figura del óleo,
—Emperador de mi cuerpo—
Y sabrán que es de la misma materia
La ausencia de un hombre o de un caballo.


ANTIORACIÓN (Un reclamo por los poetas)

Ni aunque me dotaras con la lengua
Y el tacto del Rey Salomón,
Ni aunque me dictaras un bello Cantar
Que abreve en labios de alguna moabita,
Ni recibiendo en dádiva a la hija del Faraón,
Ni por un caballo negro
Que chapotee en la lluvia
Y piafe bajo un cielo de olivos,
Ni por la dignidad del viento
O de un gran señor en las viñas de Baal,
Ni a cambio de un próspero comercio
De toneles de vino y bosques de olor,
Lograré entender, Señor,
Que en la lengua de John Donne,
En la misma de tu hijo William Blake,
Se sigan ordenando las matanzas.


PARÁBOLA DE LAS MANOS

Esta mano toma un fruto,
la otra lo aleja.
Una mano recibe al halcón, se quita un guante,
La otra lo ahuyenta, prende una antorcha.
Una mano escribe cartas de amor
Que su equívoca siamesa puebla de injurias.
Una mano bendice, la otra amenaza.
Una dibuja un caballo,
La otra, un puma que lo espanta.
Pinta un lago la mano diestra:
Lo ahoga en un río de tinta, la siniestra.
Una mano traza la palabra pájaro,
La otra escribe su jaula.
Hay una mano de luz que construye escaleras,
Una de sombra que afloja sus peldaños.
Pero llega la noche. Llega
Cuando cansadas de herirse 
Hacen tregua en su guerra
Porque buscan tu cuerpo.


ORACIÓN AL SEÑOR DE LA DUDA

Más que fe, dame un equipaje de dudas.
Ellas son mi puente, mi afluente, mi oleaje.
Venga a nos el Reino de lo Incierto.
Mantén en vilo mis verdades,
Concebidas, muertas y sepultadas
En los telares del olvido. Llévame
Por las arenas movedizas,
Dame a comer el pan de la derrota,
A beber el agua del silencio.
No hay timos ni trucajes:
Estoy herido y soy mi camillero.
Sean las certezas palacios de nieve
A los que alguien asedia con el fuego.
Señor de la duda, si existieras,
Escucha la oración del descreído.


CANCIÓN DEL QUE FABRICA LOS ESPEJOS

Fabrico espejos:
Al horror agrego más horror,
Más belleza a la belleza.
Llevo por la calle la luna de azogue:
El cielo se refleja en el espejo
Y los tejados bailan
Como un cuadro de Chagall.
Cuando el espejo entre en otra casa
Borrará los rostros conocidos,
Pues los espejos no narran su pasado,
No delatan antiguos moradores.
Algunos construyen cárceles,
Barrotes para jaulas.
Yo fabrico espejos:
Al horror agrego más horror,
Más belleza a la belleza.



Queste poesie sono tratte dalle raccolte Cittadino della notte (1989), La farmacia dell’angelo (1995), Un violino per Chagall (2003), Le ipotesi di Nessuno (2005), Biblia pauperum (2012), Tempo di statue (2014).


Juan Manuel Roca (Medellín, Colombia, 1946) è poeta, saggista, critico d’arte, narratore e giornalista culturale. Considerato una delle voci più importanti della poesia latinoamericana attuale, le sue principali raccolte di poesia sono: Luna de ciegos (Luna di ciechi; Premio Nacional de Poesía Universidad de Antioquia, 1975); Los ladrones nocturnos (I ladri notturni, 1977); Ciudadano de la noche (Cittadino della notte, 1989); Pavana con el diablo (Pavana col diavolo, 1990); Monólogos (Monologhi, 1994); La farmacia del ángel (La farmacia dell’angelo, 1995); Las hipótesis de Nadie (Le ipotesi di Nessuno, 2005); Testamentos (Testamenti, 2008); Biblia de pobres - Biblia pauperum (Bibbia dei poveri; IX Premio Casa de América, 2009); Temporada de estatuas (Tempo di statue, 2010). Nel 1994 ha pubblicato la sua Prosa reunida (Prosa riunita). Ha ricevuto molti premi, e dai suoi libri son state tratte diverse antologie. Vive e lavora a Bogotá.

mercoledì 18 ottobre 2017

Scrivere sulla luna tra "La beltà" e la trilogia. Una fantasia di avvicinamento a "Gli sguardi i fatti e senhal" di Andrea Zanzotto

Il 18 ottobre 2011 morì Andrea Zanzotto. Ha più senso ricordare le date di morte che quelle di nascita e questo sosteneva Zanzotto stesso, aggiungendo che al momento della nascita, artisticamente parlando, nessuno ha combinato ancora nulla. 
Riporto di seguito il primo paragrafo del contributo che ho scritto per gli Atti del convegno internazionale Andrea Zanzotto, la natura, l'idioma (Pieve di Soligo - Solighetto - Cison di Valmarino / 10, 11, 12 ottobre 2014). Il testo affronta il poemetto del 1969 Gli sguardi i fatti e senhal. La pubblicazione degli atti del convegno, a cura del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Università di Bologna, è attesa a breve presso l'editore Canova.


Giulio Turcato - Superficie lunare (1968)
olio e tecnica mista su gommapiuma – diametro 90cm

Here’s a truck stop instead of Saint Peter’s. 
R.E.M., Man On The Moon 

Preambolo del divo Apollo 11


Andrea Zanzotto concepì e scrisse il poemetto Gli sguardi i fatti e senhal in quattro stagioni, tra l’autunno del 1968 e l’estate del 1969. L’apposizione di queste date alla fine del testo non è un fatto secondario nelle vicende editoriali di Zanzotto e nella storia di questo componimento frammentario che, come ebbe a dire il poeta, «non si presterebbe alla recitazione e che in qualche modo si nega perfino alla “lettura”»[1]. Il poemetto è stato a lungo assimilato a un peculiare instant book a bassissima diffusione, plaquette semiclandestina in un primo tempo[2], stampata in proprio in mezzo migliaio di copie presso la Tipografia Bernardi di Pieve di Soligo e inviata a una ristretta cerchia di persone, quand’era ancora viva l’eco della prima passeggiata americana sulla luna trasmessa in mondovisione. Quest’opera fu quindi a lungo meditata e, benché solitamente esterna alle orbite di studio più calpestate, costituisce un crinale privilegiato dal quale guardare il prima e il dopo, una forte tmesi con tutta la poesia precedente e una curvatura non trascurabile per tutta la poesia che verrà, inclusa l’ormai nota “trilogia” inanellata con Il Galateo in Bosco (1978), Fosfeni (1983) e Idioma (1986). Nella prefazione al Meridiano, Fernando Bandini scrisse che in questo poemetto «Zanzotto puntella le rovine del suo vecchio io lirico. Ma il “nuovo stile” gli permette anche di sgusciare da quell’io, di abbatterne la fissità contemplativa. A chi gli rimproverava, negli anni del suo esordio, il solipsismo e l’estraneità ai temi della “storia”, Zanzotto dimostra di essere oggi un grande poeta civile»[3].
Per avvicinarsi a un testo così “ostile” dovremmo auscultare i seguenti elementi: l’anno di pubblicazione e la collocazione dell’opera all’interno della bibliografia di Andrea Zanzotto, l’aspetto di urgenza non celato dall’autore, unito al senso di preziosità e parsimonia racchiuso nel gesto di una pubblicazione a tiratura limitata, la dedica in versi con cui Zanzotto era solito inviare la plaquette agli amici[4], la circolazione inizialmente ristretta in contrasto alla portata globale dell’allunaggio, il nuovo paesaggio “escrementizio” qui riaffiorante (un paesaggio per la prima volta lontano, psichico, cosmico, pop, cinematografico e televisivo), il quale si insinua nei versi dopo l’avvenuto saccheggio poetico di un altro paesaggio (prossimo, naturale, fisico) ampiamente messo in risalto dalla critica nelle opere antecedenti. Infine non è trascurabile la vicinanza temporale all’ecumenismo di una di quelle grandi cerimonie celebrate dai media che avremo conosciuto meglio, così come può essere il broadcasting di un’Olimpiade o del funerale di Lady Diana[5]. Come già sollecitato in apertura, vanno attentamente considerate le date che Zanzotto pone in calce al poema, «autunno 1968 - estate 1969». Questa traccia lasciata dal poeta in un posto canonico come la fine di un poemetto significa che il verificarsi dell’allunaggio in realtà ha probabilmente solo accelerato un processo di scrittura che era già in divenire, partito presumibilmente dopo la pubblicazione de La Beltà. Tale constatazione potrebbe mettere in dubbio la tendenza a incasellare Gli sguardi i fatti e senhal come poemetto del post-allunaggio.
In questo prendere le mosse dai dati più aderenti e asettici può essere utile soffermarsi sul titolo. Ogni titolo, come Zanzotto in sede critica ha spesso sostenuto, può diventare un filtro per setacciare e illuminare un’intera opera e esserne a sua volta illuminato. Questo titolo, che tra l’altro ha la peculiarità di essere il titolo più lungo scelto da Zanzotto per un’opera di poesia[6], è dapprima stilnovista e profondamente soggettivo nella parola «sguardi», si getta nella mischia del contemporaneo con l’ambiguità e l’apparente oggettività della parola «fatti» (ma che cos’è un fatto? Chi decide che cos’è un fatto? Esistono davvero i fatti? E che cosa avviene e che cosa significa se un “fatto” storico e documentato si confonde con la sua rappresentazione e la sua comunicazione diventa l’evento stesso?) e ripiega infine nuovamente nel poetico, anzi, nel meta-poetico più stretto e antico, con la parola «senhal»[7] ovvero l’espediente, il nome fittizio o segnale con il quale nella poesia trobadorica si designava la dama di cui parlava il trovatore, spesso dedicataria del componimento. Il circuito del titolo di uno dei testi più difficili, pessimisti e dolorosi di Zanzotto posiziona bene in realtà un disperato tentativo di rimagliatura del sublime e del poetico, nonostante un’infezione psichica dell’umanità ormai conclamata e richiamata dal poeta con note nitide e perentorie su cui torneremo. Nel titolo riaffiora una fiducia ancora salda nell’illusione della poesia, nella ricerca di senso in un tessuto cognitivo dove questo sembra perpetuamente mancare, la fiducia che il grido giungente dalla specola di un poeta possa ancora essere accolto.
Nelle pagine seguenti cercheremo di sostenere quindi la centralità di questo testo, anche in collegamento alla perenne trasversalità del tema del paesaggio in Zanzotto, e noteremo la presenza di una concezione di letteratura ancorata al proprio portato di testimonianza. Porremo dei dubbi sulla tradizione interpretativa che troppo collega questo testo all’evento dell’allunaggio, collocando questi dubbi nel rischio sempre presente di banalizzare e semplificare Zanzotto. Inoltre, isolando alcune opere di artisti figurativi che operavano in quegli anni, collocheremo una “fantasia di avvicinamento” a questo singolare coro di voci dialoganti con una voce centrale che parla tra virgolette.


René Magritte, La page blanche (1967)

NOTE

1. Si veda la nota intitolata Alcune osservazioni dell’autore pubblicata in A. Zanzotto, Gli sguardi i fatti e senhal, Milano, Mondadori, 1990 (=SFS), p. 44. 
2. La prima edizione in volume dell’opera è quella mondadoriana del 1990, op. cit.. 
3. PPS, p. LXXXII.
4. Nella già citata nota Alcune osservazioni dell’autore il poeta scrive «[…] quando ho inviato a qualche amico il poemetto, al posto del © del copyright, ho aggiunto a mano “Nessun diritto è riservato:/ magari da me si copiasse/ tanto quanto dagli altri ho copiato” (con varianti…)» (SFS, p. 44).
5. Si veda D. Dayan e E. Katz, Media Events: The Live Broadcasting of History, Cambridge, Harvard University Press, 1994 (trad. it. Le grandi cerimonie dei media, Bologna, Baskerville, 1995).
6. Ad una rapida analisi dei titoli delle opere poetiche di Zanzotto emerge una predilezione per titoli brevi, spesso di una sola parola, come sono tutti i titoli dei libri di poesia pubblicati dopo Il Galateo in Bosco.
7. La prima delle note scritte dall’autore è dedicata proprio alla parola “senhal” e recita «nome pubblico che nasconde quello vero (per i trovatori), o semplicemente “segnale”, o, volendo, “simbolo del simbolo del simbolo” e avanti» (SFS, p. 17).

DOWNLOAD

Qui l'intero contributo come estratto PDF.

Qui un documentatissimo e assai recente commento di Mattia Carbone al poemetto, scaricabile come PDF delle Edizioni Ca' Foscari. Lì potrete trovare anche le litografie di Tono Zancanaro che accompagnarono la plaquette zanzottiana e il testo del poemetto.

- Infine, su questo poemetto di Andrea Zanzotto, uno scritto di riferimento resta quello di Giorgia Bongiorno intitolato Désastres, profanations et résistances dans la poésie d’Andrea Zanzotto Gli Sguardi i Fatti e Senhal (1969) et Meteo (1996) (in Interférences littéraires, nouvelle série, n. 4, « Indicible et littérarité », s. dir. Lauriane Sable, mai 2010, pp. 211-230), reperibile qui.

martedì 17 ottobre 2017

"L'invenzione dell'autore. Privilegi di stampa nella Venezia del Rinascimento" a cura di Sabrina Minuzzi (l'autore è mobile)

Lo statuto di autore o, se preferite usare un'espressione sociologizzante, il costrutto sociale dell'autore non è una questione così scontata e nemmeno si può affermare che sia data una volta per tutte. Nell'ambito librario oggi siamo abituati al suo essere fattore trainante dell'intero sistema e spesso un libro è costruito proprio attorno all'autore, per quanto all'editore interessi sempre un'opera. Non va dimenticato però che sono quasi sempre tre gli elementi testuali che costituiscono la copertina di un libro: oltre all'autore (e eventuali nomi di coautori, curatori e traduttori) ci sono infatti anche il titolo (con eventuale sottotitolo) e il nome dell'editore, con il suo percepito di "marca editoriale". La triangolazione di questi tre elementi costituisce sempre una soglia fondamentale (la prima soglia!) di qualsiasi progetto di libro, naturalmente assieme al lato grafico della faccenda. Ma se le considerazioni sull'editore rimandano alla storia della stampa, dell'editoria, dei cataloghi e delle collane, se quelle sui titoli sono un interessante incrocio di fattori plurimi che vanno dalla creatività vera al calcolo del marketing tout court (compreso quello finalizzato alla SEO - Search Engine Optimization) tutto ciò che riguarda lo statuto dell'autore è un aspetto che rimane mobile e interessante da analizzare, primariamente nel suo sviluppo storico. Etimologicamente autore è colui che accresce, aumenta, fa prosperare (sé stesso e l'editore, verrebbe da dire). Ma naturalmente non è sempre così. Il concetto di autore va di pari passo con gli sviluppi della proprietà intellettuale e sappiamo tutti quanto questi temi siano caldi e attuali e non solo a causa della rete e dei suoi nodi. L'interessantissima campionatura che ci consegna Sabrina Minuzzi col titolo L'invenzione dell'autore. Privilegi di stampa nella Venezia del Rinascimento (Marsilio, pp. 112, euro 12) costituisce una lettura essenziale per affacciarsi su due versanti: da un lato avremo lo specifico corpo di testi analizzato dall'autrice, vale a dire una serie di suppliche orgogliose con le quali una serie di autori dei più vari settori chiedeva di proteggere le opere che consegnavano alla stampa. Dall'altro versante vedremo scaturire, quasi di riflesso e indirettamente, tutta una serie di possibili considerazioni sullo statuto di autore oggi, nel suo divenire negli ambiti intellettuali più disparati, compresi quelli che vanno a incrociare le moderne trattazioni su fiction, non fiction, autofiction ecc.

Restiamo all'oggetto di questa ricerca curata da Sabrina Minuzzi, la quale da anni si occupa di storia del libro e storia della produzione, circolazione e fruizione del libro medicoscientifico nell'ambito specialistico della storia sociale della medicina (per l'editore Unicopli trovate Sul filo dei segreti. Farmacopea, libri e pratiche terapeutiche a Venezia in età moderna). Spesso si crede che l'atto formale di nascita del diritto d'autore sia il "Copyright Act" londinese del 1710. Naturalmente le date e gli atti fondanti sono comodi, ma le idee, comprese quelle giuridiche, sono molte volte nell'aria già da tempo quando trovano un vero riconoscimento databile che ne sancisce l'albore. Così non è errato dire che, in ambito letterario, sia stato Petrarca a contribuire a scolpire il costrutto di autore così come ci è venuto incontro in età moderna (e pensiamo a fenomeni noti come il petrarchismo). Nella Venezia presa in esame da Sabrina Minuzzi l'autore non è ancora un dato così scontato e consolidato. Ci sono i tipografi e sappiamo tutti la centralità della brulicante città lagunare quando si parla di stampa e tipografia. Quella Venezia seppe riconoscere progressivamente determinati privilegi di stampa a chi ne faceva richiesta, fertilizzando il terreno per un graduale riconoscimento alla figura di autore (di qui anche il titolo dello studio che parla addirittura di "invenzione"). Ma non siamo solo di fronte a letterati e artisti, anzi, tutt'altro, e "si ha la netta impressione che l'autorialità si manifesti e prenda forza non solo e non tanto attraverso i creatori di capolavori letterari e di fantasia, quanto attraverso le opere connesse all'universo delle professioni e dei mestieri, che sono anche la maggioranza".  Molto più interessanti sono i casi di matematici, musici, agrimensori, maestri calligrafi, medici che trafficavano con le erbe o ragionieri. Il riconoscere a questi soggetti dei privilegi nella stampa delle loro opere di ingegno fece sì che la moderna concezione di autore si formasse e rafforzasse. Tutto ciò rappresenta un altro determinante tassello della costruzione dello statuto e del diritto d'autore, un tassello che merita la giusta attenzione che il libro di Sabrina Minuzzi finalmente riserva. Quanto descritto nel libro accadeva in un contesto che, analizzato da un punto di vista primariamente sociale ed economico, si apriva in modo straordinario e inedito all'invenzione all'incentivazione della "novità" e "utilità". Per forza di cose in questo scenario la stampa gioca un ruolo preminente. Scrive Minuzzi alla fine della nota introduttiva:
Fu così che a Venezia prima che altrove si creò il clima più favorevole alla nascita dell'autore, il quale prese corpo e si affermò grazie alle proprie invenzioni, materiali e immateriali. Nel Settecento vennero formalizzati la sua esistenza e i suoi diritti. Poi, con la rivoluzione romantica dell'io, l'autore somigliò sempre più a un'invenzione. Ma questa è un'altra storia. 
Il libro di Sabrina Minuzzi si inserisce nella collana "Albrizziana" dell'editore Marsilio, una serie di pubblicazioni che consta ormai di diversi titoli. Tutti questi costituiscono un bel passaggio per ragionare con più cognizioni attorno a temi di editoria, stampa e autorialità (si prenda ad esempio il volume di prefazioni e dediche di Aldo Manuzio La voce dell'editore). I titoli di "Albrizziana" si possono scorrere a questo link. Messi tutti in fila creano un riverbero profondo con le tante discussioni che riguardano la triangolazione di cui parlavamo sopra, quella ancora così centrale tra autore-titolo-editore. Naturalmente su questo panorama si affacciano nuovi percorsi, come quello del self-publishing. Ma anche questa è un'altra storia, anche se potrebbe essere inquadrata come un'evoluzione delle storie di cui abbiamo sin qui parlato. Se Amazon continuerà la crescita di cui è protagonista, probabilmente ne sentiremo sempre più parlare. E, anche qui, lo sfondo su cui si installa un possibile ragionamento è ancora una volta e prima di tutto economico e sociale.

venerdì 13 ottobre 2017

"Glitchine" di Luca Rizzatello, capitolo 1. Tutte le torture


Glitchine è la copertina vincitrice del contest VIVERE SENZA POESIA - FASE 2: UN LIBRO SI AGGIUDICA DALLA COPERTINA, organizzato da Luca Rizzatello nel luglio scorso:


Dopo 103 copertine, è tempo di scrivere almeno un libro. Ma quale? Ho pensato di aprire le votazioni, e di scrivere il libro che riceverà più voti. Direi di fare così: se vuoi, scrivi nei commenti qui sotto il titolo della copertina che preferisci, e tra una settimana (quindi mercoledì 26 luglio 2017) si vedranno i risultati. In caso di risultati a pari merito, si andrà al ballottaggio. Il libro verrà pubblicato a puntate su Librobreve. 


Promessa mantenuta, e questo è il primo capitolo. 



Glitchine

Capitolo 1. Tutte le torture

Il mio primo ricordo, certamente confezionato, mi vede vestito da Pierrot, solitario su una panchina nel giardino della scuola materna. Sul prato i coriandoli e suor Lisetta, fuori fuoco. Invece le stelle filanti spray approdarono a Costa di Rovigo svariati anni dopo, concedendoci l’euforia che ci sovviene quando si scopre qualcosa che garantisce dei vantaggi senza sacrifici in cambio: fottere il tribunale del Super Io, e fottere pure lo scendere e 'l salir per l'altrui scale, una volta per tutte. Ebbene, da allora soltanto due cose sono state in grado di rinnovare in me questa condizione: lo Sfornatutto De Longhi, che si pulisce da solo, e la bicicletta elettrica. La poltroncina montascale, pur avendo, ahinoi, le carte in regola – in regola al punto di blastare quel Paradiso XVII, 60 –, esce sconfitta sul filo di lana, costretta a pagare pegno coi gettoni della vecchiaia, o della disabilità, o di entrambe.
Alla scuola materna i mattini erano dedicati al punteruolo, con lo scopo di trarre dai cartoncini colorati dei soggetti a tema stagionale: in primavera la rondine, in estate il cocomero, in autunno la castagna, in inverno Gesù Bambino; zero compagni di classe guerci alle elementari, ecco l’evidenza del miracolo. Il primo pomeriggio invece trascorreva sulle brandine, cadenzato dai tonfi di mele sbucciate nel secchio per la merenda. Nessun corso di inglese, nessuna attività riconducibile all’universo polimorfo della baby dance, hanno mai turbato la nostra infanzia; di converso, sono piuttosto certo che i corsi di capoeira o di parkour durante l’occupazione scolastica, derivino da una mancata elaborazione del trauma della baby dance.
Per restare a casa con E.T., Elliott finge di avere la febbre riscaldando il termometro con la lampada; sua madre, che i figli chiamano variamente mamma o Mary, gli crede. Dodici ore prima Elliott aveva detto a Mamma Mary di aver visto E.T., ma MM non gli aveva creduto. Ventiquattro ore dopo MM per fare addormentare Gertie le leggerà un passo di Peter e Wendy, quello in cui Peter ci chiede se crediamo alle fate, così che Campanellino possa tornare in vita. Sul finire degli anni ’90 avrei scoperto, a distanza di qualche giorno, che Gertie era stata interpretata da Drew Barrymore, e che Jamie Lawson non era stato interpretato da Billy Corgan.
La ponderazione di costi e benefici di un handicap, perfezionata per secoli nelle sale d’attesa dei medici di base, si muove nell’intervallo che separa la pigrizia dall’invalidità di guerra. Così, se da più di sei mesi hai disturbi della memoria e della concentrazione, faringite, dolori delle ghiandole linfonodali cervicali e ascellari, dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazione o rigonfiamento delle stesse e cefalea, allora potresti soffrire di Sindrome da stanchezza cronica; la definizione risale al 1994, ma siccome in molti la considerano ancora un disturbo piscologico, diciamo pure una fisima, è stata rinominata Malattia da intolleranza sistemica allo sforzo.
Talvolta alla scuola materna la vita vera squarciava il crystal ball di un’infanzia paradisiaca portandoci delle epifanie, ben presto percepite come routinarie; ecco le isole di segatura per assorbire i vomiti, il sodale sdraiato sul pavimento per fermare il sangue dal naso, la pastiglia di fluoro, il gatto con il topo in bocca, le polpette occultate nelle tasche del grembiule.
Secondo la comunità scientifica del Regno Unito, lo squirting consiste in una emissione di urina, e dal momento che l’Obscene Publications Act vieta l’urofilia, diventa complicato girare scene in cui sia contemplata questa pratica.
Se avessi cominciato il libro con questa foto


avrei potuto affermare senza tema di smentita che il mio primo ricordo mi vede vestito da Zorro, a incrociare la spada con il Principe Nicola Cavallaro, insieme al quale svariati anni dopo avrei fondato Prufrock spa, e giù di risvolti allegorici. Ma non lo ricordo.

[continua - qui il sito di VIVERE SENZA POESIA]

mercoledì 11 ottobre 2017

Due libri di poesia polacca: "Il lettore di impronte digitali" di Ewa Lipska e "Libro dei poveri" di Jarosław Mikołajewski

Non è una mossa corretta raggruppare e parlare contemporaneamente di due libri solo perché costituiscono esempi recenti di traduzioni di poesia polacca in italiano. La scorrettezza è però annunciata a monte e il lettore mezzo avvisato. Diciamo che per comodità si raggruppano qui traduzioni recenti di due poeti ritenuti tra i più rappresentativi di quel paese. Ha senso allora parlare di poesia polacca? Non vi è il rischio di perpetuare quello che avviene già pericolosamente altrove, cioè insistere su certi immaginari di marche-nazioni? Con la poesia, in linea generale, si può fare un'eccezione e tale eccezione, a ben vedere, si è sempre fatta. Le antologie sono compilate spesso secondo criteri di lingua (o dialetti) e il legame indissolubile tra poesia e una data lingua ci consente di compiere simili operazioni con maggiore consapevolezza: comanda la lingua, la lingua è già un criterio. Certo, tentare dei percorsi di lettura seguendo vie nazionali è complesso e difficile e lo dimostra anche un recente studio di Paolo Giovannetti, ristretto addirittura ai soli anni Duemila della poesia italiana, sul quale si tornerà prossimamente. Certe linee di forza lì individuate valgono quasi sicuramente anche per altre poesie di altre lingue, ma va sempre considerata l'aporia insolubile di qualsiasi mappatura che segua determinati criteri linguistici e estetici (e il libro di Giovannetti pare più interessante laddove insegue la specificità della poesia di dove mutua da altri contesti certi costrutti per applicarli alla poesia). Parimenti, va detto, un tentativo di analisi e ricerca di un percorso di lettura va fatto e soprattutto resta centrale, nonostante tutto quel che si dice, l'operare attorno al costrutto di "libro".

Tornando ai libri di oggi allora, per il paese che ha dato i natali a una delle scrittrici di poesia più lette degli ultimi anni, ha senso interrogarsi su un effetto-Szymborska? Di certo, se di effetto si tratta, è un traino benefico, una scia lunga, di cui può forse beneficiare il "percepito" della poesia polacca a livello internazionale. E non è certo una "scuola". Più interessante sarebbe provare a capire se questo percepito è granitico, diffuso, se presenta tratti consolidati che ritornano similmente in più libri dei poeti polacchi contemporanei. Una delle caratteristiche del primo libro, Il lettore di impronte di digitali di Ewa Lipska (Donzelli, pp. 96, euro 15, traduzione di Marina Ciccarini), è la frontalità con cui si pone in mezzo a taluni temi ritenuti caldi nel nostro presente: la virtualità, il mondo "schermato", la progressiva rovina di ciò che è deputato a essere prensile (i nostri arti, persino il nostro sguardo e la risorsa scarsa per antonomasia, cioè l'attenzione). Questo è curiosamente in cortocircuito con il titolo che ci riporta a un fattore identitario come le (una volta) uniche, irripetibili impronte digitali, linee curve destinate a fare il loro ingresso sempre più prepotente nella virtualità, non fosse altro per motivi di sicurezza e controllo (per inciso: quanto è singolare che la notizia sulla non unicità delle impronte digitali esca proprio ora? E quanto cambia con la crescita esponenziale dei dati passibili di analisi e la possibilità di analizzarli davvero?). 

Prendiamo un testo di Ewa Lipska a mo' di carotaggio e cerchiamo di comprendere almeno alcuni dei motivi di interesse. Ecco la poesia che presta il titolo al volume:

Poggiamo un dito
sul lettore di impronte digitali
e iniziamo ad amarci.

I nostri file virtuali di corpi
in album
blog
in taccuini di conoscenti.
Nuovi eventi.
Nuovi mi piace.

Piacciamo alla Coca-Cola
a Ronaldo e al Papa.

Siamo già 
nei contatti 
e nelle notifiche.

Il nostro letto
nel diario.
Toccami
e tieni premuto.

Ci baciamo 
con miliardi di bocche.

L'autrice, che è nata a Cracovia nel 1945, si confronta con un contesto che curiosamente quasi rifuggono le generazioni di nativi digitali che scrivono versi. Sembra quasi affermi "qualcuno dovrà pur farlo, prima o poi". Conta sempre lo svolgimento, più che il tema, e nello svolgimento la poesia si mostra annodata sul noi. A volte sarebbe interessante seguire il percorso della poesia, più che per mappature, per pure considerazioni attorno ai pronomi personali e di lì tentare qualche indagine, anche statistica. La poesia di Lipska balzella tra i pronomi e le situazioni ed è spesso poesia di circostanza, nel senso orteghiano del termine (questo va specificato perché nell'uso comune "circostanza" ha assunto quasi esclusivamente le connotazioni più logore). In "Innamoramento", poesia che pare scritta su un drone, prendiamo parte ad una scena tratteggiata con pochissime linee persistenti e nella quale si incista la riflessione ancor più essenziale della terza strofa, con l'efficacissima similitudine del cane:

Questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.

In viaggio attraverso leggende

omelie e aneddoti.
Finalmente addormentati
nel manto nero dell'hotel 
sul quale si dilungano
i media scandalistici.

Risvegliarli dall'amore

è ciò che desidera un lampo fragoroso.
E la vita gelosa in lutto
si aggira intorno alla reception come un cane.

Ma questi due
sotto la tenera narcosi del cielo.
Felici per sempre.
Della morte sputano

soltanto il nòcciolo.


Un altro libro recente e molto bello, esemplare della poesia polacca che si può leggere oggi in traduzione, è Libro dei poveri di Jarosław Mikołajewski (LietoColle/Pordenonelegge, pp. 148, euro 13, traduzione di Silvano De Fanti, postfazione di Marcello Piacentini). In questo caso l'autore conosce molto bene la lingua in cui è tradotto, dal momento che è noto anche per la sua straordinaria attività di traduttore dall'italiano. Chi legge Collodi, Dante, Leopardi, Michelangelo, Montale, Petrarca, Luzi, Pasolini, Pavese, Penna o Ungaretti in polacco è molto probabile che si sia imbattuto in una sua versione e una nuova traduzione della Divina Commedia è attesa a breve. Il falsopiano su cui si muove Mikołajewski è analogo a quello che abbiamo riscontrato in Lipska e che troviamo sicuramente anche in tanti componimenti di Szymborska: riflessività, asperità perlopiù concettuali, insomma una poesia di pensiero sveglio, alacre e imprevedibile che però si muove per gradi, verso conclusioni sorprendenti che ora assumono la forza stupefacente e vibrante dell'aforisma, ora prendono la strada di una strampalata ma sempre riuscita coreografia poetica: la lingua e le immagini danzano a comporre poesie di pensiero. Nella sua nota finale intitolata "La poesia di Mikołajewski: la forma antica di una preghiera nuova", Marcello Piacentini, partendo dal "falso problema" dell'origine, osserva che
Gli inizi talora sono un fiasco, e neanche è detto che l'uomo non sia un mal riuscito esperimento, degli inizi appunto. Il soggetto lirico della poesia di Mikołajewski guarda piuttosto alla terrenità della creazione, di qualsiasi creazione "il cigno che è creatore / non meno di colui / a cui pensiamo come a un inizio" (lapsus). L'opportunità più grande sta proprio in un banale lapsus che attiva una penetrante, chiara metafora: la gelata immobilizza ogni cosa vivente, la mareggiata è la forza, scatenata certo, ma d'una natura vitale che dà la vita, così come la toglie.
Soprattutto in avvio il libro di Mikołajewski accompagna in riflessioni che affondano nella trama dei nostri dubbi o certezze, nelle nostre persuasioni, nel modo in cui ci piace tracciare la nostra epopea o persino la nostra "autoagiografia", stracciandolo improvvisamente come un foglio. Si prenda ad esempio questa poesia "nn":

non tanto all'improvviso 
quanto inaspettatamente 
seppe che di lì a poco
sarebbe scomparso dalla faccia 
della terra

ci furono le procedure
la discrezione
e il tono in cui
i catechisti insegnano 
a dire no ai testimoni di jehova

gentile e deciso

prima provò rimpianto

tanti scritti incompiuti
tanti non iniziati
interminabili

dopo un breve momento
pensò che il non finito 
è tutto

lui stesso e il mondo 
intero
fino a che la scomparsa
non concluderà l'opera
e dopo

e dopo ci sarà
un mondo altro
anch'esso con qualcosa
o qualcun altro 
d'incompiuto

con un'altra e altrui
scomparsa

trovò la sua consolazione
e non provò nessun piacere
pensando che scompaiono
anche gli altri

no

era una sensazione 
di tipo solidale

Oltre a un efficace esemplare dell'andamento componitivo di Mikołajewski (per il resto, dobbiamo ricordare che siamo pur sempre nell'ambito di una traduzione, condotta comunque da uno dei nostri massimi esperti), questo testo tocca dei punti essenziali e comuni a qualsiasi parabola esistenziale: l'incompletezza, l'incompiutezza, il desiderio, il non-finito. Ed è singolare che un testo così arrivi dal traduttore polacco di Michelangelo, di cui troppo spesso e ingiustamente dimentichiamo i versi a favore degli altri lati del genio (a proposito di genii, va menzionato il finale di "lettere a un'amica" dove il poeta chiude "in ogni momento di genii ne nasce / un milione / e non muore nessuno / perché la morte non esiste"). Il testo di "nn" costituisce un mirabile esempio di rottura d'equilibrio e di un conseguente sviluppo di situazioni, fino all'illuminazione centrale, fino a quando si arriva a pensare che "il non finito / è tutto". Ecco, considerando sempre, per forza di cose, quello che è la traduzione di queste poesie, sia nel caso di Lipska che di Mikołajewski va detto di una certa facilità di avvicinare il lettore, di condurlo in scene e riflessioni, in scansioni strofiche che hanno pesi specifici diversificati. Sono poesie che condensano secoli di riflessione filosofica sull'identità, la tecnica, la teologia (nella inequivocabile e brevissima "errore teologico" si legge "non dio è amore / ma amore / è dio amen"). Questo accade anche in Szymborska, è chiaro. C'è allora qualcosa che ci portiamo a casa, forse, quando iniziamo a leggere "poesia polacca": la sensazione che proprio l'esperienza di lettura della poesia non possa incagliarsi in un Triangolo delle Bermude che abbia come vertici la sola quotidianità, la muscolarità esibita o la pura aderenza a una tensione superficiale. E la peculiarità conversativa di certa poesia polacca che abbiamo potuto leggere in traduzione si risolve a volte in "una non conversazione" strampalata, stralunata e così inafferrabile come questa:

la mia maturazione verso dio
si rivelò un suo
avvicinarsi a me

ci incontrammo al crocevia
alla fermata sulla superstrada

che a quanto pare è al mezzo del cammino

lo riconobbi nella sua nevrosi
da stress creativo

nel caffè non volle 
entrare

mi spiegò che era 
un personaggio pubblico
che non avrebbe lasciato il triangolo al guardaroba
e che sulla barba
gli sarebbero rimaste le briciole della torta di mele
che sull'istante acquistano
significati metafisici

proposi il parco łazienki
scendemmo lungo via agrykola
tacemmo per l'intera passeggiata 
in maniera indelicata
per il primo e unico
appuntamento in cui
in ritardo di un'eternità
scoprivamo le differenze dello stato 
di sensibilità

del rapporto verso gli scoiattoli
e le carpe

ma ormai non si può scappare
si può soltanto rompere

non si può negare che in origine
fossimo interessati
l'uno all'altro