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venerdì 12 ottobre 2018

Su Vitaliano Brancati. Un'intervista con Valeria Giannetti

Librobreve intervista #83


È uscito quest'anno per Nino Aragno Editore il saggio Vitaliano Brancati di Valeria Giannetti, docente di lingua e letteratura italiana all'Université Sorbonne Nouvelle - Paris 3. Nell'intervista che segue, l'autrice ripercorre alcuni aspetti rilevanti dell'opera brancatiana e alcune dinamiche relative alla ricezione di questa. Ringrazio Valeria Giannetti per le risposte, dense e scorrevoli ad un tempo, che davvero possono invitare alla lettura o alla rilettura dei libri dello scrittore di Pachino.


Vitaliano Brancati
(Pachino, 1907 – Torino, 1954)
LB: Partirei da un'apparente dimenticanza (dico apparente perché questi su e giù dell'interesse per un autore e la sua opera ormai sono noti e non devono più di tanto sorprendere). Le chiedo comunque perché secondo lei non sono anni "su" per Brancati e la sua presenza nelle grandi linee di forza del dibattito culturale. C'è da dire che, a un livello di pubblicazioni, Mondadori, proprio da quest'anno, sta riproponendo nei più fruibili Oscar diversi suoi titoli e che il suo saggio, assieme a pochi altri, fa eccezione. L'impressione è comunque quella di una strana mancanza di Brancati nel dibattito, oserei dire quasi una rimozione. Ma forse esagero e lei saprà correggere il tiro...
R: Brancati è stato nel suo tempo un intellettuale spregiudicatamente “inorganico”, come ha sottolineato Giulio Ferroni; critico nei confronti degli “ismi” contemporanei, vale a dire delle mode culturali e delle codificazioni ideologiche del secondo dopoguerra – profondismo, freudismo, ibsenismo, intimismo, realismo sociale, materialismo – subentrate, con effetti anch’essi negativi sulla società e la cultura italiana, ai precedenti “ismi” del regime fascista – anticomunismo, antiparlamentarismo, anticonvenzionalismo, nazionalismo, attivismo, “niccismo”. Droghe gratissime ai cervelli stanchi, le definiva Brancati. Questo spiega in parte la tiepida accoglienza che gli fu riservata dai critici, i quali lo considerarono come un moralista, o lo relegarono nella categoria degli scrittori rappresentanti di tematiche regionali, per i suoi romanzi e racconti ambientati in Sicilia. Un’interpretazione riduttiva, se si pensa che Brancati aveva affrontato anche temi scabrosi per l’epoca, come l’omosessualità, incorrendo peraltro nella censura, e che partecipava attivamente al dibattito culturale, attraverso i suoi numerosi interventi giornalistici. Anche il suo rifiuto della letteratura di ispirazione ‘metafisica’, denigrato da Alberto Savinio per esempio, aveva in realtà ragioni poetiche profonde, rimaste incomprese, che ho voluto restituire, insieme ad altri aspetti della sua opera. C’è da dire che non vi era ancora stato Sciascia, in quegli anni, a illuminare il senso profondo della “sicilitudine”, tanto discusso in seguito.
Oggi poi può parere difficile riuscire ad avvicinare i lettori a un’opera percorsa da una grande tensione morale e civile. I nostri sono anni in cui anche gli spazi del discorso culturale e sociale sono spesso colonizzati da dichiarazioni malintenzionate, destinate a influenzare masse disorientate; anni in cui il pensiero si trova a doversi dispiegare nelle forme rapide e superficiali della comunicazione odierna che, apparentemente libere, dirette, nascondono invece nuove e complesse insidie, nuove distorsioni e condizionamenti.
Proprio per questo però, mi pare importante riscoprire e rileggere uno scrittore come Brancati. Uno scrittore che con coraggio e dignità, in anni difficili, aveva scelto la strada della libertà e dell’autonomia intellettuale, della lucidità critica, dell’impegno e della militanza intesi come conquiste della coscienza civile, e non come acquiescenza a logiche partitocratiche o mediatiche. I suoi scritti possono ancora parlarci oggi, e indurci a pensare.

LB: L'apparente dimenticanza - qualora sia confermata - cozza con il lascito di uno scrittore la cui opera è probabilmente una chiave d'accesso privilegiata al carattere "italiano" largamente inteso e a decenni fondamentali della storia del nostro paese, il Fascismo in primis. Secondo lei, le due cose potrebbero in realtà essere più legate di quanto crediamo?
R: La nostra, ci è chiaro, non è l’epoca dell’autocritica costruttiva, della riflessione, del progetto. È piuttosto l’epoca delle certezze ostentate, della hỳbris, dell’altercazione sguaiata, del frastuono mediatico, di una demagogia enfatica che, più che farsi espressione della volontà del popolo, rivela i condizionamenti su di esso esercitati. Il dibattito politico attuale ne è un esempio. Gli intellettuali del Risorgimento italiano avevano mostrato che il popolo, se la parte “illuminata” di esso non lo aiuta a ritrovare coscienza di sé, della propria storia, della propria cultura, diventa una massa amorfa, dominata e sedata da élites che perseguono i propri interessi economici e politici, o degenera invece in massa riottosa, pronta ad obbedire a nuovi tribuni.
Brancati scriveva che le aberrazioni del fascismo non erano scomparse con la fine del regime, che piuttosto si erano incarnate in nuove forme ideologiche, perché insite nella natura umana, che è inclinata verso gli istinti bruti. Ma la cultura, l’arte, la letteratura, il lavoro intellettuale, possono costantemente sublimare la natura umana. La nostra visione, oggi, è meno pessimista di quella di Brancati, perché la società, rispetto agli anni del dopoguerra, ha conosciuto globalmente conquiste importanti, insieme naturalmente a nuove sfide, nuovi pericoli, e insidiosi arretramenti. Anche oggi, allora, la letteratura può e deve riaprire gli spazi del pensiero perduti, minacciati, o dimenticati. Il dovere di memoria è stato la forza dei nostri grandi scrittori; a loro dobbiamo almeno di ricordare quello che ci hanno insegnato.

LB: Poniamoci nei panni di un lettore digiuno di Brancati. Si sentirebbe di consigliare un ordine di avvicinamento alle sue opere? Da quale consiglierebbe di iniziare? Che cosa consiglierebbe di lasciare alla fine?
R: Comincerei senz’altro dai racconti, e poi dai romanzi degli anni Trenta, Sogno di un valzer e Anni perduti, nei quali la scrittura si fa dialettica del reale e dell’immaginario, tra illusione della realtà e realtà dell’illusione. Sono opere che nascono da quel “sentimento comico” che Brancati identificava come la chiave della sua apprensione e scrittura del mondo, in un’accezione tuttavia complessa, che difatti non esclude affatto un’accentuazione drammatica, e persino tragica. Gli antieroi comici di Brancati nascono come figure di un desiderio che produce illusioni, e che si consuma comicamente nel rapporto impossibile all’azione. La forza del desiderio rende la loro esperienza della realtà intermittente, o radicalmente assente, o potentemente alterata. Essi vivono del “non essere qualcuno”; e in ciò rinviano all’instabilità ontologica dell’essere, alla sua labilità, incompiutezza, discontinuità. Sciascia, per il quale Brancati era stato un riferimento importante, considerava la Sicilia come metafora del mondo. Ma già per Brancati, come per altri grandi scrittori siciliani, l’habitus antropologico dei propri personaggi è specchio di una condizione esistenziale. Il “gallismo” degli uomini del sud Italia, neologismo da lui creato, ha, come il dongiovannismo del Don Giovanni in Sicilia, un senso ontologico che eccede quello socio-culturale. Il desiderio nei romanzi di Brancati è il solo indizio reale della ‘persona’, ed esso invia dei segnali inquietanti, di dissoluzione e fuga. È il tema dei due romanzi successivi, Il bell’Antonio e Paolo il caldo, in cui alcune interrogazioni aperte dalle teorie dell’inconscio sono elaborate con esiti narrativi di una complessità molto più intensa rispetto ad altri romanzi italiani che se ne ispirano. In questa prospettiva, Paolo il caldo andrebbe letto dopo gli altri romanzi che ho citato. È un approdo ulteriore della riflessione di Brancati sulla condizione umana – e la morte prematura dello scrittore ha fatto sì che esso restasse l’ultimo. Il discorso del corpo, attraverso il quale si esprimono i personaggi di Brancati, è illustrazione del conflitto insolubile tra la materia organica e le produzioni dello spirito, tra il meccanicismo delle funzioni fisiologiche e l’astrazione intimista del pensiero. Nell’ultimo romanzo però tra l’istanza riflessiva della coscienza e l’opacità degli istinti, delle pulsioni, non vi è più che un’osmosi incessante e automatica. La coscienza si arrende alle incursioni dei sensi, imprigionata nelle cavità oscure della carne; le facoltà razionali sprofondano in esse, e si confondono con la materia organica, che le riassorbe trionfante. Il corpo allora diviene il mondo del soggetto; un mondo non più abitato da cose e persone, ma da pulsioni e “oscuri fermenti”.
Il percorso iniziatico si concluderebbe però con le prose dei Piaceri, per il loro felice equilibrio compositivo, per la loro “precisione epigrammatica”. Brancati le aveva definite come «un misto di fatti e moralità, quasi dei racconti avventurosi», con allusione alla loro natura di avventure dell’animo, secondo un modello leopardiano, e alla tensione gnoseologica che in esse si esprime. In esse l’esercizio dell’ironia critica perviene ad esorcizzare le alterazioni della realtà, a riannodare i frammenti sparsi dell’esperienza sensibile, e a ristabilire la comunicazione tra le fantasmagorie dell’immaginazione e il lavoro critico della ragione. Non è una raccolta che conclude, tutt’altro, e per questo la suggerirei alla fine del percorso.

LB: Lei insegna in Francia. Ha avuto modo di registrare diverse attenzioni nei confronti dell'opera di Brancati fuori dai confini nazionali, in Francia ma anche in altri paesi?
R: In Francia Brancati è tradotto, ma non si può certo dire che sia un autore molto conosciuto. La questione dell’italianismo all’estero è complessa; certamente legata alle politiche istituzionali in questo ambito, più o meno felici.

LB: Vorrei aprire due parentesi che esulano dal romanziere: il continente della saggistica brancatiana e la sua presenza nel cinema. Quali sono secondo lei le maggiori eredità in questi due ambiti?
R: Gli scritti saggistici di Brancati si iscrivono nella grande tradizione di letteratura morale e civile italiana. Il pensiero ‘civile’ di Leopardi – ma l’influenza leopardiana in generale è molto presente nelle opere di Brancati – ne è un riferimento teorico essenziale. Esso orienta il liberalismo e il ‘moralismo’ dello scrittore, la sua concezione dell’arte, l’interesse che egli porta alla lingua italiana, e l’interrogazione sulla condizione umana, nella sua dimensione intima e privata e nei suoi rapporti con la Storia. Di Leopardi Brancati aveva curato un’antologia, con il titolo Società, lingua e letteratura d’Italia (1816-1832), che si apre con il Discorso sullo stato presente dei costumi degl’Italiani, nel quale, ricorda Brancati, Leopardi si interroga sulla società e sulla natura delle istituzioni civili. Nel testo leopardiano Brancati identifica i presupposti di una critica del nazionalismo e dell’attivismo, alla quale egli si ispira. Dal Leopardi ‘civile’ egli desume anche le premesse per una riflessione sul rapporto degli individui con la società, e il fondamento teorico della critica del mito del progresso e del carattere perfettibile della realtà. La forza della posizione leopardiana consiste per lui nella rivendicazione dell’autonomia intellettuale degli individui e nel rifiuto della loro identificazione col sistema sociale. È in questa prospettiva che lo scrittore dichiara di non amare la propria epoca, e di non condividerne gli orientamenti ideologici e intellettuali. La scrittura saggistica di Brancati esprime il disagio provocato dalla crisi del fondamento morale dell’impegno politico. Un tema di grande attualità. Si esprime nei saggi di Brancati il monito a fare della coscienza morale il motore della vita sociale, e il suo principio di coesione; a ritrovare la sintesi di morale e vita, di sentimenti e impegno civile, di storia privata e storia pubblica, nella quale si è riconosciuta, in alcuni momenti storici determinati, la civiltà europea.
Complesso è il rapporto di Brancati col cinema, nel quale lavorava come sceneggiatore. Un lavoro che non lo soddisfaceva, percepito come alienato o alienante, e che definiva persino odioso; forse perché l’espressione artistica e la creatività nel cinema gli apparivano troppo condizionate da fattori esterni, economici, sociali, ideologici, da criteri collettivi, da mode e esigenze di mercato. Ad esso preferiva l’intensità e l’indipendenza della scrittura narrativa, essa sì sentita come vivifica e libera, perché in essa, osservava, il « cervello vive ancora di vita propria”.

LB: Dalla Sicilia al mondo: le chiedo infine di tracciare brevemente le principali traiettorie di collegamento tra l'intellettuale di Pachino e i contemporanei scrittori e intellettuali della sua epoca. 
R. Brancati è stato un grande interprete del suo tempo, e questo anche perché, come tutti i grandi scrittori, teneva attraverso le sue opere un dialogo costante con i suoi autori prediletti, italiani e stranieri. Il suo confronto critico con quei modelli fu sempre originale, e per questo spesso più interessante rispetto a quello che stabilivano altri scrittori italiani, anche di maggior successo. Il dissenso dal fascismo lo aveva indotto a una lettura di alcuni autori del Novecento – da Mann a Freud, a Einstein, Bergson, Ortega y Gasset – finalmente libera da fraintendimenti critici e distorsioni ideologiche, e destinata a dare un orientamento nuovo al suo progetto di scrittura. A Freud, per esempio, Brancati arriva attraverso La montagna incantata di Thomas Mann - lo si comprende dal suo primo romanzo, Singolare avventura di viaggio. E nel segno del “realismo assoluto”, egli accosta Gogol a De Roberto, poi a Flaubert, infine a Gide, uno degli scrittori contemporanei più ammirati, e che più hanno più contato per lui. Ai Journaux intimes di Baudelaire si era avvicinato forse perché ne era uscita un’edizione recente, curata da Sartre; ma aveva poi detestato l’introduzione di Sartre, affascinato invece dalla profondità di Baudelaire. L’eco dei Journaux intimes, e non se ne sono mai accorti i critici, percorre l’ultimo romanzo di Brancati; in Paolo il caldo la lacerazione devastante tra l’invocazione a Dio, desiderio di elevazione, e l’invocazione a Satana, piacere della degradazione, che travolge l’essere e lo precipita infine nel delirio, è quella a cui dà voce Baudelaire in Mon coeur mis à nu.

giovedì 11 ottobre 2018

"Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto" di Leonardo G. Luccone. Un passo sul punto e virgola

Non ho ricordi di un post di "Librobreve" sulla punteggiatura. Forse devo aver lasciato cadere qualche appunto di ammirazione per la punteggiatura in scrittori come Francesco Biamonti o Beppe Fenoglio, ma non mi sembra di aver mai pubblicato nulla su un libro interamente dedicato al punteggiare. Meglio allora porre rimedio con questo paragrafo dal recente libro di Leonardo G. Luccone intitolato Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto (Laterza, pp. 244, euro 16). Il volume è ricchissimo di esempi, agile e puntuale. In due parole potremmo dire che è un libro utile e pure godibile. Si candida a diventare un nuovo testo di riferimento su un tema che tra l'altro desta sempre interesse (si pensi anche al buon successo del Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli, pubblicato diversi anni fa sempre da Laterza). Abbiamo scelto un passo sul misterioso punto e virgola. Un ringraziamento a editore e autore per la concessione e la disponibilità.




Punti e virgola belli e virtuosi


Ora mettiamoci comodi e godiamoci un po’ di bella interpunzione. Traetene coraggio. Partiamo con l’incipit degli Indifferenti, opera d’esordio che Moravia pubblicò nel 1929 a sue spese. Chissà cosa sarebbe successo se fosse passata sotto il vaglio redazionale di un editore come si deve. Avrebbe mantenuto questa audacia di forma e contenuto?

Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.
A. Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, Milano 2015, p. 3

Come vedete abbiamo ben 4 punti e virgola su 80 parole e 484 caratteri. Se analizziamo tutta l’opera viene fuori una media di un punto e virgola ogni 34,67 parole (abbiamo un punto ogni 30,60 e una virgola ogni 13,02).
Scrittori come Baricco, Veronesi, Morante, Sciascia, Ferrante hanno rispettivamente 14.356,15 (media di sei opere); 292,90 (media di La forza del passato e Caos calmo), 167,26 (La Storia), 121,38 (Il giorno della civetta), 1.031,13 (L’amica geniale).
Ancora esempi. Cancogni mitragliatore come Moravia, Hemon delicato prosatore e punteggiatore, Bigiaretti imprevedibile, Sciascia orologiaio, Gadda supremo.

Nora aveva smesso di giovare a tennis con Liza; non era voluta andare a sciare con gli zii a Roccaraso; stava in chiusa in casa; studiava di malavoglia; evitava in genitori; non parlava; s’annoiava.
M. Cancogni, La cugina di Londra, elliot, Roma 2011, p. 30

Il treno rallentò fino a fermarsi; sentii aprirsi la porta scorrevole. Uno dei due si alzò e uscì dallo scompartimento; l’altro lo seguì. Aprii gli occhi; la porta si richiuse. I due abbassarono il finestrino e si misero a fumare. Un uomo e una donna raggiunsero il treno correndo, ciascuno con un paio di valige sbatacchianti contro i polpacci – la donna aveva uno squarcio su una gamba.
A. Hemon, «Tutto», in Amore e ostacoli, trad. it. di M. Balmelli, Einaudi, Torino 2014, p. 35

Al ritorno stiamo zitti; parla solo il barcaiolo; il ragazzetto impudente e vizioso, si spencola sul balcone di Lucia, si fa strabico sopra la mappa delle piccole tonde incomplete mammelle, slitta sulla pelle tesa e brunita delle cosce.
L. Bigiaretti, La controfigura, Bompiani, Milano 1968, p. 66

Nato nel 1917, il Marchica aveva cominciato la sua carriera nel 1935: furto con scasso; condannato. Nel 1938, incendio doloso: coloro che lo avevano, con testimonianza, fatto condannare per il furto, ebbero i covoni del grano bruciati sull’aia; per insufficienza di prove, assolto. Nell’agosto del 1943, rapine a mano armata, detenzione di armi da guerra, associazione per delinquere; giudicato dagli americani, assolto (non si capiva con quale motivazione). Nel 1946, appartenenza a banda armata: preso in un conflitto a fuoco con i carabinieri; condannato. Nel 1951 omicidio; insufficienza di prove, assolto.
L. Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano 2002, p. 49

Con carote e sedani, a fuoco lento, nella casseruola lunga del luccio; vi rimestava, in quello sguazzo, con un cucchiarone di legno: ne veniva una cosa piena di spini, di sedani, ma piuttosto buona di gusto. A opera finita non ne faceva che un assaggio, era lieta; regalava tutto alle donne. Le donne la lodavano della sua bravura nel cucinare, la rimeritavano della bontà.
C.E. Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti, Milano 2003, p. 118


© Editori Laterza, 2018

giovedì 6 novembre 2014

"Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria" di Ferdinando Scianna

...io, ad esempio, quando vedo nella pagina di cronaca di un quotidiano locale una foto di una persona giovane morta in un incidente stradale avverto quasi, nei tratti del viso, una predestinazione a una morte in giovane età. Direte voi che questo giocoforza accade, data la cornice in cui si situa la percezione, ma a me questa sensazione ha portato sempre e solo inquietudine. Per converso, non ho mai cercato di intuire morti precoci a partire da una foto di una persona giovane ancora in vita. Il fatto è che forse della fotografia possiamo provare a dire di tutto, tanto lei tace. Forse sto esagerando, ma la realtà e varietà di pensiero che la fotografia ha conosciuto lungo tutto il corso della propria vicenda storica ha dato vita a plurimi orizzonti di speculazione, spesso contrastanti fra loro, che si sono via via depositati su una crosta terrestre che da quasi due secoli accumula fotografie su fotografie ed è diventata mappatura fotografica essa stessa. Voglio dire che della fotografia ad esempio possiamo dire che invecchia con noi e che non necessariamente congela l'attimo, possiamo raccontarci che è obiettiva ma che anche non lo è affatto, che ci interessa in rapporto alla realtà ma ormai non sappiamo più se ci interessa più o meno della realtà stessa. Riconosciamo evidentemente che la fotografia ha un qualche rapporto con il mondo, ma ci è difficile sciogliere e spiegare qual è questo rapporto che intrattiene col reale. Insomma, quella che resta forse l'invenzione positivista per antonomasia, con applicazioni e implicazioni scientifiche note a tutti, è divenuta il più bizzarro scherzo della ragione che quell'epoca potesse lasciarci in eredità, con sempre maggiori margini di contatto con l'irrazionale e l'imponderabile. E la stessa fotografia sta cambiando e noi con lei. Mi interrogo spesso, ad esempio, sul perché in tanti amiamo le foto di Luigi Ghirri. Possono essere date molte motivazioni e ognuno ha le proprie, per fortuna, ma il suo lavoro mi pare si collochi in un punto ben preciso della storia della fotografia, laddove davanti a una foto iniziamo a non dire più "questo c'era, e non c'è più" bensì "questo c'era, e forse c'è ancora". Luigi Ghirri, tra le tante altre sue qualità, mi pare avesse questa in massimo grado e ce l'aveva soprattutto quando inquadrava.

Sembra prendere le mosse da analoghi pensieri ondivaghi questo Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria di Ferdinando Scianna pubblicato da Laterza (pp. 110, euro 12). Il tono e il dipanarsi di questi capitoli depositati dal grande fotografo di Bagheria, che quasi cinquant'anni fa unì il proprio nome a quello di Leonardo Sciascia per il celebre Feste religiose in Sicilia (nella copertina allora era Fernando e non Ferdinando), è quasi amichevole, sempre schietto e diretto, anche quando ci racconta di come si rivolge ai suoi amici neuroscienziati per provare a capire di più di memoria e identità oppure nel finale del libro, quando si descrive alle prese con la digitalizzazione di un archivio mastodontico e con i tanti scherzi di memoria che questo lavoro complesso gli procura, soprattutto con gli scatti più datati. Il libro parte riprendendo una chiassosa scena di selfie vissuta in treno, di ritorno dalla mostra roveretana che il MART ha dedicato lo scorso anno a un grande ritrattista (autoritrattista?) senza macchina fotografica, Antonello da Messina. Il titolo di questo libro di Laterza è già un buon viatico e ci consente di immaginare le pagine che leggeremo: dal lacaniano specchio, si passa a concetti fragili e poco maneggevoli come quelli di identità e memoria. Ma la fotografia non è la nostra memoria e la memoria non è simile alla fotografia, e sarebbe bene fare attenzione quando parliamo con disinvoltura di "memoria fotografica" perché le aree del ricordo sono spesso inganni o menzogne, placidi imbrogli, sempre più povere o sempre più ricche di una fotografia, la quale si esprime su un piano bidimensionale e attraverso un'inquadratura.

Oggi che la fotografia è a portata di tutti e onnipresente (nei cellulari) paradossalmente riflettiamo forse poco e male su di essa. Quando un fotografo importante come Scianna si abbandona alla speculazione lo fa in modo sorprendentemente elastico e plastico, ricordando anche un interessante scritto di Giovanni Arpino che recentemente le edizioni Henry Beyle hanno reso disponibile (Contro la fotografia, con una nota di Scianna stesso). Dopo aver letto questo libro di Scianna mi pare di ravvisare che c'è un aspetto che la speculazione lascia spesso fuori, fuori dall'inquadratura. E tale aspetto è l'inquadratura stessa! Voglio dire che Scianna ricaccia giustamente all'interno del dibattito anche chi sta dietro l'apparecchio fotografico e non solo chi o cosa è dentro l'obiettivo o il piccolo monitor della macchina fotografica; ci parla sempre, più o meno direttamente, anche della persona che sta dietro il mirino, che inquadra, proprio ora che mirare e inquadrare sono gesti quasi slegati dal fotografare. E se il digitale non ha portato nessuna vera e propria rivoluzione (soltanto un aggravio quantitativo e di archiviazione, divenuta missione quasi impossibile oltre che evidenti cambiamenti sul versante produttivo e postproduttivo), il vero cambiamento mi pare stia in un aspetto posturale di chi fotografa. Potremmo quasi leggere l'evoluzione del fotografare proprio su questo versante della postura: da come si fotografava con la camera oscura a come si fotografa sempre più spesso oggi, senza nemmeno più mirare o inquadrare, con braccia tese distanti dagli occhi e dal cuore, quasi nuotando nell'aria con una macchina fotografica tra le dita. In questa ottica allora diventa molto interessante e innovativo il capitolo in cui Scianna parla di Snapchat, ovvero del servizio di messaggistica istantanea e applicazione per smartphone che "consente di inviare le foto ad amici solo per un certo numero di secondi e poi la visibilità viene annullata. Per questo motivo, l'applicazione è anche frequentemente usata per sexting" ovvero "l'invio di messaggi sessualmente espliciti e/o immagini inerenti al sesso, principalmente tramite telefono cellulare, ma anche tramite altri mezzi informatici" (come leggiamo nelle relative pagine Wikipedia dedicate alle voci "Snapchat" e "sexting").

Mi voglio congedare dalla lettura di questo libro con una canzone che parla di un luogo (la città di Torino), di un film ricordato e di una scena, di vetrine che riflettono e che possono rompersi come uno specchietto per il trucco. Si intitola "Meglio di uno specchio". Ho l'impressione che c'entri con tutto questo.

domenica 3 giugno 2012

"La veglia a Benicarló" di Manuel Azaña

Riletture di classici o quasi classici (dentro o fuori catalogo) #9


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Torniamo a parlare di un libro (breve) inspiegabilmente introvabile, anche se capisco che l'inspiegabilmente sta solo nella testa di chi scrive e forse non in quella del mercato. Eppure, stavolta, parliamo davvero di un classico, un libro un tempo collocato nella mitica NUE segnata dalle righe rosse di Bruno Munari nella traduzione di Leonardo Sciascia e Salvatore Girgenti. Sarebbe bello confrontarsi anche sul perché certi libri escono completamente dalla circolazione. In tali casi, a maggior ragione se i libri sono brevi, i nuovi scenari aperti dall'editoria smaterializzata possono giocare un ruolo interessante e da inventare.
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A volte servirebbe provare a riprendere misura di quel che fu la Guerra civile spagnola nel contesto non soltanto europeo degli anni Trenta. Il suo precedere relativamente di poco lo scoppio della Seconda guerra mondiale talvolta fa sì che non le venga restituita la giusta luce, anzi, il giusto buio e la fa precipitare in un secondo piano del racconto storico che non è mai salutare. Eppure, solo per rimanere ai nostri libri, potremmo ripescare calibri importanti, come Omaggio alla Catalogna di Orwell, Per chi suona la campana di Hemingway, La speranza di André Malraux, la poesia di García Lorca o quello che resta forse il più bello tra i film di un regista oggi molto seguito come Ken Loach, Terra e libertà. Oppure, per chi è italiano, ricordarsi dei fratelli Rosselli, prima che dei fratelli Rosselli ("Oggi in Spagna, domani in Italia") si occupi chi italiano non è. In questo tentativo di riposizionamento di quella guerra, un libro senz'altro molto utile è il dramma teatrale La veglia a Benicarló di Manuel Azaña (La velada en Benicarló, Einaudi, pp. 144, attualmente fuori commercio). 


Azaña fu l'ultimo presidente della Repubblica prima della vittoria franchista del 1939 e dell'avvento del potere dittatoriale che ne seguì, per decenni. Il destino dell'autore oscillò dall'essere quasi ignorato a essere additato come uno dei principali artefici del caos che imperversò nella penisola iberica in quei tre anni. La tragicità e il terrore di questa guerra non sono passati nella percezione comune. L'editoria, le programmazioni televisive, il cinema hanno fatto molta fatica a restituire quel clima atroce che era l'anticamera del baratro. Oggi dovremmo leggere questo piccolo volume all'interno di un periodo, quello dell'entre-deux-guerres, che forse rappresenta un momento chiave per rivedere lo statuto della parola "intellettuale". Per fare quest'operazione - se si vuole fare, naturalmente - quegli anni furono ancor più significativi degli anni successivi alla Seconda guerra mondiale e della Cold War.


Il testo è un dialogo teatrale. La cornice scorre attorno a un viaggio in auto da Barcellona a Valencia (protagonisti un medico, due ufficiali, un ex deputato e un'attrice). Benicarló è il posto a metà del tragitto dove avviene la loro sosta, laddove sgorga limpido il dialogo sobre la guerra de España e dove s'aggiungono un ex ministro, un dirigente socialista, un avvocato e un propagandista. Una veglia che si conclude in tragedia con l'arrivo degli aerei all'alba e la distruzione dell'albergo. Le battute di questa veglia accorata, come ricorda Sciascia nella prefazione, sono tutte ragionevoli, mentre il bombardamento viene ad assumere la simbologia di "distruzione della ragione", tipica di quell'irrazionalità nella violenza che fu, assieme a molti altri fattori, la base di partenza dei poteri autoritari e dittatoriali che tennero in scacco l'Europa. Altri elementi fortemente simbolici appaiono il viaggio, ma soprattutto la veglia, così connaturata alla letteratura e filosofia spagnola (Di Loyola, Cervantes, Unamuno). Nel dialogo non troviamo personaggi comunisti ed anarchici. Questo fatto può sorprendere e ha fatto in realtà molto discutere. Com'è possibile non contemplarli? Questa mancanza forse si salda in parte con l'alterna fortuna critica dell'autore, di quest'uomo politico di lettere eletto presidente della Repubblica nel maggio del 1936 e "incarnazione della Repubblica", che alcuni hanno visto troppo dilaniato dal dilemma (in questo Sciascia lo avvicina a un personaggio dell'Espoir malrauxiana). Rileggere, riproporre questo testo significa rivedere le lacerazioni immani di quella guerra osservata e sentita in tutto il mondo degli anni Trenta. Ogni guerra civile è lacerazione tra le più grandi che la condition humaine possa registrare, questo è un fatto noto a tutti. Ma per le ragioni espresse sopra vale la pena ricordare chi ha vegliato sui grandi sonni della ragione del secolo scorso. O meglio: rileggere, vegliando.