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martedì 20 febbraio 2018

"Memoria come un'infanzia. Il pensiero narrante di Luigi Ghirri". Un libro di Ennery Taramelli per Diabasis

Ennery Taramelli, già autrice di Mondi infitiniti di Luigi Ghirri, ha pubblicato nel 2017 un nuovo libro sull'opera del fotografo emiliano. Memoria come un'infanzia. Il pensiero narrante di Luigi Ghirri (Diabasis, pp. 278, euro 28, prefazione di Antonio Prete), con le sue 264 immagini a colore e in B/N emblematicamente prive di didascalie (le trovate in coda), è un volume ricco che si aggiunge alla già lunga serie dei titoli ghirriani, tuttavia con una peculiarità che diventa trasversale: la registrazione di uno sguardo che indugia sull'infanzia. Del resto quel titolo, nel fare l'eco a Sardegna come un'infanzia di Elio Vittorini, è assai eloquente: quasi ogni discorso sulla memoria diventa anche un discorso sull'infanzia e, per rimanere in terreni altrettanto vaghi ma attigui, ci si può spostare sull'adolescenza. Molto conosciuto allora è quel frammento in cui Ghirri ammette che per lui fotografare "è come osservare il mondo in uno stato adolescenziale, rinnova quotidianamente lo stupore; è una pratica che ribalta il motto dell'Ecclesiaste: niente di nuovo sotto il sole. La fotografia sembra ricordarci che non c'è niente di antico sotto il sole". Infanzia, poesia e memoria sono tre assi che sviluppano la tridimensionalità di questo libro sulla fotografia che, come noto, di tridimensionale non ha o non dovrebbe avere proprio nulla. La stessa poesia, nei casi più felici, riesce a tenere assieme infanzia e morte nel mutamento delle stagioni e dei linguaggi di un'unica vita, facendola dialogare con la totalità dell'esperienza umana. L'infanzia è un momento iniziale che resta centrale nella vita e nell'immaginario, compreso quello velato di fantastico e srotolato da Ghirri in anni di lavori, mostre, pubblicazioni.


Luigi Ghirri, Verso Lagosanto, 1987
Oggi Ghirri sarebbe su Instagram? Se no, perché ne starebbe fuori? Se sì, chi lo noterebbe? Il suo "nome" farebbe lo stesso strabiliante percorso che, assieme alla sua opera, ha compiuto anche dopo la sua morte prematura? Il libro non parla di questo, però ci parla di un mezzo - la fotografia - che è diventato prominente nell'iconosfera che il social menzionato sopra, preso qui a caso paradigmatico, continua ad alimentare minuto dopo minuto. Compie questo percorso rimanendo all'interno dell'opera del più noto dei fotografi italiani, la quale ha rappresentato una sorta di cesura nella storia della fotografia e del vedere, un puntare il dito verso qualcosa. È allora un compito arduo quello di questo libro. Oltre un effetto-Ghirri, artista amato e mitizzato, il libro sembra porsi un interrogativo più fluente (e non radicato!) nel magma dell'immagine fotografica, persino nella sua abbacinante e abbondante lotta tra caducità e durata. Soprattutto, a lettura e visione avvenute, ci si interroga su questioni come l'enigma e il mistero, che l'obbiettivo della macchina di Ghirri ha spesso accarezzato e affrontato persino con ferocia, in quel paesaggio che nelle sue serie fotografiche racchiude mille schermi, evitamenti, intoppi e mille elementi antropici e naturali senza diritti di precedenza tra l'uno e l'altro. E uno degli aspetti belli di questo libro è la restituzione di un'atmosfera di scambio e confronto fervidi: così si leggono i richiami alle amicizie con Della Casa, Guerzoni o Parmiggiani, eventi che oggi paiono preclusi per sempre nel dibattito in rete spesso improduttivo e rimodellato continuamente su nuove alleanze, nell'atomizzazione solipsistica, vociante e persino scoreggiona del web "qualcosa punto zero". In Luigi Ghirri la sapienza primariamente compositiva dell'immagine sembra che si collochi nell'aver saputo interrogare la luce e le cose con un punto di domanda nuovo, curvato su stupore e meraviglia, sulla coerenza inafferrabile del sogno e la incoerente realtà dove sbattiamo il naso, magari con la testa che guarda all'insù o all'ingiù. Attorno a questo interrogativo fotografico nuovo si è mossa la critica, la parola e un discorso che, di volta in volta e oggi ancora, continua a porsi in dialogo duraturo con la sua opera. Il suo lascito si è allora consolidato come unicum un attimo prima di avvenimenti epocali che hanno condotto proprio allo tsunami dell'iconosfera, che ne ha devastato quel portato di mistero e enigma di cui si accennava sopra. Ed è forse per questo che il lavoro di Ghirri continua a parlare a tanti, perché diventa come un'operazione di rimaglio del vedere, fino ad arrivare all'anatomia e alla retina.


Week End, 1973
Ora però è bene compiere un passo indietro che riguardi la tecnicità, la preparazione, sicuramente l'inquadratura e anche la ripetitività estrosa del fotografo emiliano. Un passo che arretri persino all'ingenuità di cui spesso si è parlato nel caso di Ghirri. Ora che grazie alla rete sono sorte popolazioni scafatissime e sapienti, si sente nostalgia di quell'ingenuità, che non è ingenuità finto tonta o ironica che oggi troviamo a vagonate un po' ovunque. È qualcosa di vicino alla libertà del pensiero narrante e ondivago incarnato da Ghirri, la libertà di interrogare con la pellicola prima che un'altra pellicola, soffocante plasticale e appiccicosa, si stendesse sopra il mondo che continuiamo a cercare sotto la nostra stessa immondizia materiale e spirituale, quasi seccato nel pozzo dei sogni. In questa abitudine al vedere, la preparazione teorico-tecnica di Ghirri ha saputo incunearsi e incastrare uno dei lavori fotografici più duraturi, tuttora in grado di interrogarci, sorprenderci, inquietarci e scuoterci. In questo libro comprendiamo infine come l'aspetto autobiografico della ricerca ghirriana, così incentrato sull'infanzia, diventi nelle sue fotografie, tutte così simili a dei piccoli morsi sulla retina e sul cuore, una sonda capace di tastare quella dimensione che ci riguarda tutti, che ci contiene senza toccarci, la sola dimensione che abbiamo: lo spazio.

giovedì 28 aprile 2016

"Punto d’ombra" di Teju Cole: la mostra e il libro

Teju Cole è l’autore di Città Aperta e Ogni giorno è per il ladro (entrambi in catalogo Einaudi), critico fotografico per "The New York Times Magazine" e fotografo. È nato negli USA da genitori nigeriani, ha trascorso l'infanzia in Nigeria ma a New York vive dall'inizio degli anni Novanta (anno di nascita: 1975).  Ora, per la cura di Alessandra Mauro, apre una mostra a Milano nello spazio di Forma Meravigli e prende forma anche un libro-catalogo, edito da Contrasto nella collana "In parole", che via via si è popolata di volumi di Ferdinando Scianna, Jack London, Pier Paolo Pasolini, Sebastião Salgado, Mario Calabresi e altri. Punto d'ombra (pp. 166, 107 fotografie a colori, cartonato dorso telato, 22 euro) prevede un’introduzione di Siri Hustvedt, mentre la traduzione è di Gioia Guerzoni. La mostra sarà visitabile dal 27 aprile, giorno d'inaugurazione, al 19 giugno 2016. Leggiamo nella comunicazione del lancio dell'evento che "l’esposizione presenta un’ampia selezione di immagini e parole dell’autore di origini nigeriane che, come le pagine di un diario visivo, accompagneranno il visitatore nei suoi diversi viaggi e nelle sue peregrinazioni in  giro per il mondo". Inoltre si riporta questo frammento dello stesso Cole:
“Una strada non è solo la superficie asfaltata, i palazzi ai lati, le macchine veloci o lente, la gente intorno a te. È anche il modo in cui tutte quelle cose sono in relazione, come si compongono e ricompongono. Appena alcuni elementi si allontanano dal campo visivo, altri diventano visibili: tu ti muovi, le macchine si muovono, altre persone si muovono, persino il sole si sta muovendo lentamente, e in mezzo a tutto questo movimento multidimensionale devi decidere quando premere l'otturatore, decidere quale di questi istanti mutevoli è più interessante degli altri.
Un secondo prima, non è ancora successo. Un secondo dopo, se ne è andato per sempre, irrecuperabile.”

L'ultima frase potrebbe sembrare un'affermazione lapalissiana, tanto è tautologica e piantata nella definizione stessa di foto, di tempo di esposizione, di scatto, di posa, di otturazione. Eppure c'è qualcosa che segna la differenza tra questo tipo di intesa tra pensiero e fotografia e un'altra alleanza tra immaginazione e fotografia, che ad esempio in autori come Luigi Ghirri trovò una magnifica trattazione, quasi sistematica. Mi riferisco al c'era e non c'è più, ancor valido per Cole che scrive quanto abbiamo letto sopra e il c'è e (forse) c'è ancora inserito come un tarlo del pensiero dalle foto di Ghirri (anche se Ghirri non è certo il solo caso). Si confrontano e forse si scontrano due concezioni e due filosofie (sì, filosofia, altro non possono essere) dell'immagine fotografica. La mostra e il libro Punto d'ombra diventano un nuovo impulso per questa riflessione, per forza continuamente marginale e continuamente centrale. 

Il volume si apre con una foto di Tivoli, NY, del maggio 2015 e si conclude con una foto presa a Brazzaville, Congo, nel 2013. E scorrendo le didascalie lunghe di sinistra nelle pagine pari e le foto a destra nelle pagine dispari scoprirete che Teju Cole ha viaggiato un sacco (Lagos, Auckland, molta Svizzera e Germania, anche Italia, e poi Corea, Stati Uniti, Brasile e molti altri paesi). Le mie preferite stanno in Indonesia, ma anche in Svizzera. Insomma, è un libro bello, un'idea di composizione foto-verbale e citazionale che in Italia non ha molti casi simili. Quando nel nostro paese si sono affacciati libri concettualmente simili - com'è ad esempio Perché tanta assenza di te non è più possibile del fotografo vicentino Giustino Chemello, segnalato qui nel 2011 e sfogliabile qua - si passa per l'autoproduzione e una sostanziale indifferenza.

Nella nota conclusiva del volume, scritta nello scorso mese di marzo a Brooklyn, Teju Cole lo definisce "saggio lirico":
Sono affascinato dalla continuità dei luoghi, dalla linea del canto che li collega tutti. In questo libro ho evocato la linea del canto in forma di saggio lirico che unisce fotografia e testo. L’esperienza umana varia enormemente nella sua forma esterna, ma a livello emotivo e psicologico abbiamo molte similarità gli uni con gli altri. Che fossi in un borgo di Vals in Svizzera o in un grattacielo che torreggiava su milioni di persone a San Paolo, il mio pensiero costante era sempre come mantenere quella linea. Il viaggio è per me un privilegio e una responsabilità. In ogni istante sono intensamente consapevole che guardare è vedere solo una frazione di ciò che si osserva. Anche nell’occhio più attento c’è un punto d’ombra. Cosa si perde?
Già, bella domanda: cosa si perde?

(Il libro si può sfogliare a questo link.)


Informazioni:
Punto d’ombra
Dal 27 aprile al 19 giugno 2016
Mercoledì, venerdì, sabato e domenica 11.00 – 20.00
Giovedì 12.00 – 23.00
Lunedì, martedì chiuso
Ingresso intero: 8 euro
Ridotto: 6 euro
#puntodombra

Forma Meravigli

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giovedì 6 novembre 2014

"Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria" di Ferdinando Scianna

...io, ad esempio, quando vedo nella pagina di cronaca di un quotidiano locale una foto di una persona giovane morta in un incidente stradale avverto quasi, nei tratti del viso, una predestinazione a una morte in giovane età. Direte voi che questo giocoforza accade, data la cornice in cui si situa la percezione, ma a me questa sensazione ha portato sempre e solo inquietudine. Per converso, non ho mai cercato di intuire morti precoci a partire da una foto di una persona giovane ancora in vita. Il fatto è che forse della fotografia possiamo provare a dire di tutto, tanto lei tace. Forse sto esagerando, ma la realtà e varietà di pensiero che la fotografia ha conosciuto lungo tutto il corso della propria vicenda storica ha dato vita a plurimi orizzonti di speculazione, spesso contrastanti fra loro, che si sono via via depositati su una crosta terrestre che da quasi due secoli accumula fotografie su fotografie ed è diventata mappatura fotografica essa stessa. Voglio dire che della fotografia ad esempio possiamo dire che invecchia con noi e che non necessariamente congela l'attimo, possiamo raccontarci che è obiettiva ma che anche non lo è affatto, che ci interessa in rapporto alla realtà ma ormai non sappiamo più se ci interessa più o meno della realtà stessa. Riconosciamo evidentemente che la fotografia ha un qualche rapporto con il mondo, ma ci è difficile sciogliere e spiegare qual è questo rapporto che intrattiene col reale. Insomma, quella che resta forse l'invenzione positivista per antonomasia, con applicazioni e implicazioni scientifiche note a tutti, è divenuta il più bizzarro scherzo della ragione che quell'epoca potesse lasciarci in eredità, con sempre maggiori margini di contatto con l'irrazionale e l'imponderabile. E la stessa fotografia sta cambiando e noi con lei. Mi interrogo spesso, ad esempio, sul perché in tanti amiamo le foto di Luigi Ghirri. Possono essere date molte motivazioni e ognuno ha le proprie, per fortuna, ma il suo lavoro mi pare si collochi in un punto ben preciso della storia della fotografia, laddove davanti a una foto iniziamo a non dire più "questo c'era, e non c'è più" bensì "questo c'era, e forse c'è ancora". Luigi Ghirri, tra le tante altre sue qualità, mi pare avesse questa in massimo grado e ce l'aveva soprattutto quando inquadrava.

Sembra prendere le mosse da analoghi pensieri ondivaghi questo Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria di Ferdinando Scianna pubblicato da Laterza (pp. 110, euro 12). Il tono e il dipanarsi di questi capitoli depositati dal grande fotografo di Bagheria, che quasi cinquant'anni fa unì il proprio nome a quello di Leonardo Sciascia per il celebre Feste religiose in Sicilia (nella copertina allora era Fernando e non Ferdinando), è quasi amichevole, sempre schietto e diretto, anche quando ci racconta di come si rivolge ai suoi amici neuroscienziati per provare a capire di più di memoria e identità oppure nel finale del libro, quando si descrive alle prese con la digitalizzazione di un archivio mastodontico e con i tanti scherzi di memoria che questo lavoro complesso gli procura, soprattutto con gli scatti più datati. Il libro parte riprendendo una chiassosa scena di selfie vissuta in treno, di ritorno dalla mostra roveretana che il MART ha dedicato lo scorso anno a un grande ritrattista (autoritrattista?) senza macchina fotografica, Antonello da Messina. Il titolo di questo libro di Laterza è già un buon viatico e ci consente di immaginare le pagine che leggeremo: dal lacaniano specchio, si passa a concetti fragili e poco maneggevoli come quelli di identità e memoria. Ma la fotografia non è la nostra memoria e la memoria non è simile alla fotografia, e sarebbe bene fare attenzione quando parliamo con disinvoltura di "memoria fotografica" perché le aree del ricordo sono spesso inganni o menzogne, placidi imbrogli, sempre più povere o sempre più ricche di una fotografia, la quale si esprime su un piano bidimensionale e attraverso un'inquadratura.

Oggi che la fotografia è a portata di tutti e onnipresente (nei cellulari) paradossalmente riflettiamo forse poco e male su di essa. Quando un fotografo importante come Scianna si abbandona alla speculazione lo fa in modo sorprendentemente elastico e plastico, ricordando anche un interessante scritto di Giovanni Arpino che recentemente le edizioni Henry Beyle hanno reso disponibile (Contro la fotografia, con una nota di Scianna stesso). Dopo aver letto questo libro di Scianna mi pare di ravvisare che c'è un aspetto che la speculazione lascia spesso fuori, fuori dall'inquadratura. E tale aspetto è l'inquadratura stessa! Voglio dire che Scianna ricaccia giustamente all'interno del dibattito anche chi sta dietro l'apparecchio fotografico e non solo chi o cosa è dentro l'obiettivo o il piccolo monitor della macchina fotografica; ci parla sempre, più o meno direttamente, anche della persona che sta dietro il mirino, che inquadra, proprio ora che mirare e inquadrare sono gesti quasi slegati dal fotografare. E se il digitale non ha portato nessuna vera e propria rivoluzione (soltanto un aggravio quantitativo e di archiviazione, divenuta missione quasi impossibile oltre che evidenti cambiamenti sul versante produttivo e postproduttivo), il vero cambiamento mi pare stia in un aspetto posturale di chi fotografa. Potremmo quasi leggere l'evoluzione del fotografare proprio su questo versante della postura: da come si fotografava con la camera oscura a come si fotografa sempre più spesso oggi, senza nemmeno più mirare o inquadrare, con braccia tese distanti dagli occhi e dal cuore, quasi nuotando nell'aria con una macchina fotografica tra le dita. In questa ottica allora diventa molto interessante e innovativo il capitolo in cui Scianna parla di Snapchat, ovvero del servizio di messaggistica istantanea e applicazione per smartphone che "consente di inviare le foto ad amici solo per un certo numero di secondi e poi la visibilità viene annullata. Per questo motivo, l'applicazione è anche frequentemente usata per sexting" ovvero "l'invio di messaggi sessualmente espliciti e/o immagini inerenti al sesso, principalmente tramite telefono cellulare, ma anche tramite altri mezzi informatici" (come leggiamo nelle relative pagine Wikipedia dedicate alle voci "Snapchat" e "sexting").

Mi voglio congedare dalla lettura di questo libro con una canzone che parla di un luogo (la città di Torino), di un film ricordato e di una scena, di vetrine che riflettono e che possono rompersi come uno specchietto per il trucco. Si intitola "Meglio di uno specchio". Ho l'impressione che c'entri con tutto questo.

sabato 5 novembre 2011

Una nuova edizione di "Fotografia e inconscio tecnologico" di Franco Vaccari

A parlare di inconscio ottico della fotografia, dello spazio "rielaborato inconsciamente" fu Walter Benjamin. Il concetto è poi stato ampiamente ripreso dalla critica d'arte americana Rosalind Krauss (in Italia potete trovare molte sue opere nel catalogo Bruno Mondadori, incluso il fondamentale L'inconscio ottico a cura di Elio Grazioli). Fotografia e inconscio tecnologico (a cura di Roberta Valtorta, Einaudi, pp. XXXII+110, euro 17) è naturalmente strettamente legato all'inconscio ottico di cui ha scritto Benjamin. Il libro è giunto alla sua terza edizione, dopo quelle del 1979 e del 1994. Bello ricordare che la prima edizione uscì per la casa editrice meteora denominata Punto e virgola, fondata dal grande Luigi Ghirri (modenese, proprio come Vaccari) assieme alla moglie Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte. Per rispondere alla legittima domanda su che cosa sia l'inconscio tecnologico che, rispetto all'inconscio di Benjamin ha polarità sullo strumento e non più sull'umano, Vaccari adopera questa frase: "Non è importante che il fotografo sappia vedere, perché la macchina fotografica vede per lui".

Vaccari è teorico e artista. Celebre la cabina Photomatic (simile a quella delle stazioni dei treni) che alla Biennale di Venezia del 1972 invitava i passanti a lasciare una traccia del proprio passaggio con un annuncio multilingua affidato ad un cartello. Già qui appaiono chiare alcune implicazioni fondamentali del suo fare e teorizzare fotografia (forse in nessun'arte, più che in fotografia, il totale overlapping tra teoria e pratica è all'ordine del giorno). Cade la rilevanza della rappresentazione, del "momento decisivo", cardine della fotografia di Cartier-Bresson, a favore di un concetto di traccia ("Lascia una traccia fotografica del tuo passaggio").

Ho ravvisato due passaggi dove la sua riflessione si fa più densa. Li riporto qui sotto:

“I nuovi mezzi di registrazione, che penetrano così addentro ai fatti e ne frantumano le strutture, hanno fatto esplodere il concetto di Storia che è diventato assolutamente incapace di rendere conto dell'enorme complessità dell'accadere.
La parola Storia è carica di una violenza diventata assolutamente insopportabile, la violenza di una memoria grossolana che si ricorda solo di ciò che è a dismisura d'uomo.” (Dal saggio Fotografia e parola.)

E poi il seguente:

"Come in una cura omeopatica, dove col simile si tenta di cacciare il simile, è la stessa fotografia a provocare un tipo di consapevolezza nuova, capace di decongestionare lo sguardo, dopo averne provocato la congestione." (Dal saggio Archeologia dello sguardo.)

Il libro conta una ventina di saggi brevi, a volte fulminei. Vaccari tocca davvero moltissimi aspetti della teorizzazione contemporanea (potere, pornografia, pittorialismo, il mercato, il fondamentale rapporto tra fotografia e parola e fotografia e didascalie, ready-made e l'imprescindibile Duchamp).

Alcuni momenti della prosa di Vaccari restano appiccicati agli occhi del lettore, come il seguente: "Se il fascino della fotografia sta nella sua capacità di evocare il mistero di una presenza attraverso un'assenza, quello del ready-made consiste nell'evocare un'assenza attraverso la presenza". Oppure quando propone la discarica dei rifiuti come modello dell'attuale situazione dell'informazione, visto che qui "si realizza il massimo di varietà e imprevedibilità locale e con un massimo di omogeneità e di indifferenziazione complessiva". Oppure, ancora, quando in La fotografia tra teologia e tecnologia passa rapidamente in rassegna l'inflazione delle immagini e il conseguente assottigliarsi del valore di verità, come a dire che la quantità di prove di esistenza che abbiamo accumulato abbia contribuito a inceppare lo sguardo. Non a caso, poco più in là, nel saggio Apollo e Dafne: un mito per la fotografia Franco Vaccari scrive: "[...] contrariamente a quanto hanno sempre creduto i pittorialisti di ogni epoca, una fotografia è tanto più tale quanto maggiore è il grado di referenzialità che, invece di essere un limite, ne costituisce l'onore. È proprio sull'umile referenzialità fotografica, invece che sull'enfasi spettacolare della realtà virtuale, che possiamo contare per tenerci in contatto con il reale, con la memoria e con gli affetti e cercare così di impedire che la vita si mortifichi e si disperda in rappresentazioni arbitrarie". 

Fotografia e inconscio tecnologico è un libro breve molto bello, composto di rapidi saggi che si tengono per mano, pur nella varietà dei temi trattati. Saprebbe coinvolgere più pubblici, anche al di fuori della fotografia. Ho riportato alcuni passaggi-assaggio perché credo ci accompagnino efficacemente all'interno di queste pagine.

venerdì 27 maggio 2011

Il cinema all'aperto di Gianni Celati


Il libro che segnalo è di quelli non vendibili separatamente. Accompagna infatti un bellissimo cofanetto uscito per Fandango che contiene tre documentari di Gianni Celati: Strada provinciale delle anime del 1991, Il mondo di Luigi Ghirri  del 1999 e Case sparse – Visioni di case che crollano del 2002.

Amo sia il Celati scrittore di Verso la foce sia Luigi Ghirri, le cui fotografie sono state per me vera folgorazione, più di tante letture. Rischio quindi di essere noioso e prolisso, soprattutto non riesco a parlare bene della sapienza del girato, del montaggio, dell'inquadratura e della luce che fanno di questi tre dvd un boccone imperdibile (guardandoli mi sono chiesto se Gianni Celati e Umberto Fiori siano mai stati avvicinati). Anche perché bisognerebbe spendere qualche parola per i validissimi collaboratori di Celati, cioè Guglielmo Rossi, Paolo Muran e Lamberto Borsetti.

Mi soffermo allora sul libro, sull'oggetto forse meno trainante del cofanetto. Sarebbe un errore non dedicarci del tempo: vi troviamo infatti un colloquio con Fabrizio Grosoli, una lunga intervista di Sarah Hill, scritti di Marco Belpoliti (che a Celati ha dedicato un numero monografico della rivista "Riga", due numeri se contiamo anche Riga 14 dedicato ad "Alì Babà") e di Antonio Costa. Di Nunzia Palmieri è l'apparato biobibliografico, il quale insiste in particolar modo sul fondamentale sodalizio con Italo Calvino (qui si legge di come Calvino fosse addirittura troppo incalzato dal vulcanico Celati, tanto da faticare a tenergli testa). La parte più interessante del libretto resta comunque il raggruppamento di quattro saggi scritti da Celati stesso nei quali, rileggendo le opere di Rossellini, De Sica, Antonioni, Wenders e Fellini e comparando l'eredità del cinema italiano del dopoguerra con quella del cinema americano, si distende come una pianura la sua intelligenza critica. In questo libretto ho scoperto con interesse l'importanza dei linguisti Harvey Sacks e William Labov nello sviluppo del suo pensiero e ho notato come il debito per Cesare Zavattini diventi un motivo trasversale agli scritti e alle interviste.

Volevo infine riportare le parole di Gianni Celati che l'editore ha scelto per la quarta di copertina:

Ormai l’obbligo principale in tutte le attività è quello di fare dei prodotti di consumo e di facile smercio. Il che vuol dire che non può esserci alcuna ricerca se non nella direzione del cosiddetto marketing. Nella letteratura sta accadendo lo stesso e i libri diventano sempre più tutti uguali, scritti nello stesso modo. Mi sembra che il documentario rappresenti ancora uno dei pochi spazi di lavoro e di pensiero non completamente devastati, ancora un terreno di ricerca, con una straordinaria fioritura di esempi degli ultimi anni. Non so quanto durerà.

Mi interessa soprattutto la seconda parte del paragrafo. Grazie ai libri e ai documentari di Celati, grazie alla fotografia di Ghirri (e di Guido Guidi poi, tra gli altri) ti rendi conto di poter amare il mondo con tutto il suo "disponibile quotidiano". Credo sia questa l'eredità (duratura) di quanto ci hanno lasciato.