Visualizzazione post con etichetta Paolo Maccari. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paolo Maccari. Mostra tutti i post

lunedì 13 marzo 2017

Le poesie e l'opera di Bartolo Cattafi. Intervista a Ada De Alessandri Cattafi e Diego Bertelli

Librobreve intervista #75

Bartolo Cattafi morì a Milano il 13 marzo 1979. Con l'intervista a Ada De Alessandri Cattafi, moglie del poeta, e a Diego Bertelli, studioso dell'opera cattafiana, vogliamo fare un punto sulle risorse disponibili attorno alla sua opera e capire cosa possiamo aspettare nei prossimi tempi (nella foto: Cattafi ritratto da Walter Mori per "Epoca").

LB: bartolocattafi.it è un interessante esempio di sito dedicato alla vita e all'opera di uno scrittore. Potete illustrare questo progetto web? Come nasce, come si arricchisce per arrivare al punto attuale e quali sono i prossimi sviluppi e integrazioni previste?
DB: Il sito è nato da una necessità ben precisa: quella di rendere fruibile la poesia di Cattafi al maggior numero di lettori possibile. Il fatto che l’opera del poeta sia andata a poco a poco scomparendo dalle librerie ha spinto Ada Cattafi a prendere questa decisione. Era il 2011. Aspettavamo la ristampa da parte della Mondadori dell’Oscar curato da Giovanni Raboni e Vincenzo Leotta, in cui era contenuta una selezione delle poesie di Cattafi raccolte e suddivise in ordine cronologico. Quella mancata uscita è stato un segnale d’allarme e ha reso il progetto impellente. Ada si è subito rivolta al Web Designer Enrico Brugnatelli e il progetto è partito. Abbiamo guardato ai siti già esistenti, specie a quello di Giovanni Raboni; volevamo fare qualcosa di simile, ma poi la nostra idea si è sviluppata autonomamente e il sito è divenuto un più ampio contenitore, e anche un luogo di fruizione di materiale ancora non disponibile. Abbiamo pensato che limitarci alla poesia avrebbe limitato le potenzialità del sito, in cui potevamo caricare materiale grafico e multimediale, aggiornare gli studiosi e non solo accontentare i lettori, ridare lo “stato dell’arte” di tutto l’Archivio del poeta, che in quel momento era sto solo parzialmente risistemato. Nel 2013 il sito è stato presentato ufficialmente a Firenze presso il Caffè Letterario Le Murate con Raoul Bruni, Vittorio Biagini e Paolo Maccari. Quel giorno c’erano anche Ada ed Elisabetta Cattafi e abbiamo contato su un’altra presenza molto importate, quella di Mladen Machiedo, studioso e traduttore, oltre che amico, del poeta. Da allora si è parlato molto del sito, che è divenuto un vero e proprio riferimento per chi si accinge a studiare la poesia di Cattafi e vuole essere aggiornato sull’opera, sugli interventi critici, sugli articoli e sulle uscite monografiche (ultima, quella di Silvia Freiles, «La parola illimitata» di Bartolo Cattafi, Aracne, 2016), e anche sulle traduzioni della sua poesia. Dopo molto lavoro, siamo arrivati oggi a integrare un’altra sezione per noi fondamentale, che è quella delle Traduzioni, ma di questo parlerò nello specifico più avanti. In generale, la volontà adesso è quella di poter arrivare ad avere a disposizione tutte le poesie, perché libere da qualsiasi forma contrattuale che ne vincoli i diritti. Abbiamo già tutti i testi in formato elettronico, un lavoro di copiatura che nel caso di Cattafi è stato enorme. Il progetto, che è stato e sarà ancora molto impegnativo, va in un certo senso di pari passo con la speranza riportare Cattafi in libreria in formato cartaceo. Più che mai necessaria è un’edizione completa della sua opera. Ma lascio che sia Ada a spiegare meglio la questione del “Tutto Cattafi”.

LB: La sezione dedicata alle traduzioni della poesia di Cattafi in altre lingue (con PDF scaricabili gratuitamente, così come generosi estratti dalle opere in italiano) mi sembra non abbia uguali, così anche come l'accurato lavoro di ricostruzione biografica. Potete soffermarvi su questi due aspetti, parlando della ricezione all'estero di Cattafi da un lato e del lavoro di ricostruzione biografica dall'altro?
DB: Si tratta di quello che ho chiamato in altra sede il “terzo tempo” della poesia di Cattafi. La traduzione rappresenta oggi il miglior modo per comprendere quanto la poesia di un determinato autore riesca a parlarci ancora, e nel caso di Cattafi la prova c’è. Un lavoro molto importante di diffusione è stato fatto da Philippe Di Meo in Francia, dove si conta un’attenzione particolare per alcune figure considerate o divenute marginali in casa nostra. Un caso che possiamo certamente affiancare a Cattafi è quello di Papini. Ma basti considerare anche un fatto come questo: l’inaugurazione, nel 2016, da parte dell'Istituto di cultura italiana di Parigi, del «Viale dei canti». Il progetto, di dimensioni 3m x 50m, è stato realizzato con la tecnica del  graffito e dello spolvero dall'artista Giuseppe Caccavale e dal suo team di collaboratori. Sul muro dell'Hôtel Galliffet sono apparsi i versi di Giacomo Leopardi, Alfonso Gatto, Leonardo Sinisgalli, Lorenzo Calogero e Bartolo Cattafi. Per quel che riguarda la poesia di Cattafi nello specifico, tra 2010 e 2014 Di Meo ha fatto uscire rispettivamente le raccolte L’allodola ottobrina e Marzo e le sue idi, precedentemente anticipate in rivista. Grazie all’eccellenza di queste versioni, Cattafi oggi in Francia è un poeta letto, diffuso e discusso anche dagli intellettuali italiani che lavorano lì, come nel caso di Andrea Inglese. Ma la questione non si limita alla presenza “francese” di Cattafi. Nel 2015, sul blog letterario Samgha, Jesús Díaz Armas e Valerio Nardoni hanno presentato cinque splendide traduzioni in spagnolo di Cattafi, mentre l’anno scorso su Isla negra altre traduzioni spagnole di Cattafi sono uscite a cura di Gabriel Impaglione. In tedesco, dopo che nel 2000 Franziska Meier aveva tradotto Cattafi sulla rivista Akzente, sono disponibili on line le traduzioni di Raoul Schrott. Alle volte siamo noi stessi a rimanere sorpresi perché alcuni di questi traduttori, come Impaglione, ci contattano attraverso il sito e ci propongono le loro versioni appena uscite senza che noi ne sapessimo nulla. Al di là dei meriti, tutto questo dà riprova di un fermento importante. Negli Stati Uniti, Cattafi è stato recentemente compreso in un’antologia della poesia italiana contemporanea, intitolata The FSG Book of Twentieth-Century Italian Poetry: An Anthology, curata da un traduttore di fama internazionale come Goeffry Brock. Il volume, uscito nel 2012 per Farrar, Straus & Giroux, l’importante editore di New York, è un altro importante tassello che comprova l’attenzione nei confronti della poesia di Cattafi nel mondo. Va anche detto che Cattafi ha sempre avuto un posto speciale nella cultura americana e anglosassone, a partire dalle celebri traduzioni di Ruth Feldman e Brian Swann degli anni Settanta, a quelle di George Kay, fino alle più recenti versioni di Rina Ferrarelli (Winter Fragments, 2006). Ma sempre prendendo il 2000 come ideale punto di partenza per considerare la presenza cattafiana in traduzione, non possiamo non citare le traduzioni inglesi di Brian Cole (Anthracite, 2000). Last but not least, come si dice, la diffusione della poesia Cattafiana grazie all’opera di Mladen Machiedo, che negli anni Settanta e Ottanta ha tradotto Cattafi in croato, diffondendolo nell’allora territorio jugoslavo. Sempre Machiedo, nel 2012, ha pubblicato un’altra antologia in croato della poesia di Cattafi intitolata Sutra, riportando così l’attenzione sull’attualità della sua lingua. Possiamo dire che le continue traduzioni che vengono proposte, parziali o complete che siano, comprovano la questione più cogente della lingua poetica cattafiana. Come è stato più volte notato ma forse non ancora del tutto approfondito in ambito critico, la poesia di Cattafi ha avuto un vantaggio sulla storia: quello di non essere una lingua particolarmente storicizzata o legata a un momento. Se noi oggi leggiamo con fatica buona parte della poesia degli anni Sessanta e Settanta, specie in virtù dei legami tra lingua e ideologia di quel periodo, possiamo senza dubbio affermare che nel caso di Cattafi l’aver escluso (ma solo in modo apparente) la storia ha in qualche modo “salvato” i suoi testi.  

Un lavoro a olio di Cattafi
LB: Molto interessante, da quello che si può osservare nel sito, è pure l'opera grafica del poeta, in questo vicino ad altri poeti-pittori del secolo scorso (penso a Scialoja o a Montale stesso). Su questo versante cosa potete dirci?
ADA: Poco dopo il nostro matrimonio in Scozia, avvenuto nel mese di giugno del 1967, lasciammo Milano per passare l’estate in Sicilia ospiti degli zii Enrico e Viola Barresi nella loro villa in Contrada Mollerino a Castroreale Terme (oggi Terme Vigliatore). Il soggiorno siciliano si protrasse a lungo perché decidemmo di restaurare una vecchia casa colonica vicina a quella degli zii nella quale mio marito, da bambino, era solito trascorrere con la madre le vacanze scolastiche. Terminati i lavori all’inizio del ’69, ci trasferimmo nella dimora ristrutturata. In quel periodo Bartolo, che dal ’63 non aveva più scritto una poesia, dette sfogo alla sua creatività dipingendo olii su tela, acquerelli e disegni a china.
Nella sua recente monografia (La «parola illimitata» di Bartolo Cattafi, Aracne, 2016) Silvia Freiles sostiene che «se non possiamo sapere con esattezza il motivo della sospensione del verseggiare, conosciamo però quello dell’inizio del dipingere che non si configura come un ripiego, ma come un’ennesima emergenza, una necessità interiore.” La studiosa individua “in questo ritrovato coraggio di esprimere le forme e i colori, solo immaginati attraverso i versi, la ragione del salto verso la pittura».
In effetti Bartolo aveva dichiarato in un’intervista rilasciata a Enzo Fabiani: «Da bambino facevo gli acquerelli; poi intervenne la coscienza, il pudore e restai bloccato. Per anni covai la libidine delle forme, dei colori e dei miei sogni, ma sterilmente. Poi nell’autunno del ’67, per disperazione strizzai i tubetti ad olio, irrorai di acqua ragia l’impasto e a testa bassa mi misi a lavorare di spatola» (In Sicilia a caccia di sirene, «Gente», 22 luglio 1972).
Stefano Prandi, in una nota al suo saggio sull’opera di Cattafi, riporta quanto il poeta scrive a Piero Chiara nel ‘67: «Novità: dipingo. Ma non ne so nulla, dipingo e basta (…) faccio tutto con le spatole: spalmo il foie gras,la crema pasticciera e i colori; mi raschio il fango delle scarpe. Oramai sono decine i quadri e lavoro al buio, fisiologicamente. Se poi devo dirti una mia impressione, l’astratto che faccio mi sa sempre di figurativo» (Da un intervallo del buio. L’esperienza poetica di Bartolo Cattafi, Manni, 2007, pag. 129).
Esauritosi l’estro pittorico, Bartolo fece incorniciare gli olii e, caricatili sull’auto, li portammo a Milano per un mini vernissage con cena presso il ristorante “Il girarrosto” di Corso Venezia. Gli invitati erano Vittorio e Maria Luisa Sereni, Marco e Paola Forti, Giovanni e Bianca Raboni, Luciano e Mimia Erba, Vanni Scheiwiller e Gillo Dorfles. Prima di congedarli, offrì a ciascuno un quadro in omaggio.
Le opere grafiche in mio possesso sono state riprodotte e pubblicate in Cattafi artista, a cura di Nino Sottile Zumbo, Edizioni Fiumara d’Arte, 2006.

LB: Bartolo Cattafi può contare in quello che, con un'espressione forse non entusiasmante, potremmo definire uno "zoccolo duro" di lettori. Vi domando però di pensare a chi non ha ancora letto la sua poesia. Quali sono a vostro avviso i grandi temi su cui declinare la sua produzione e quali i motivi di interesse proprio in riferimento a questi temi?
DB: Cattafi, come sempre succede nel caso della vera poesia, gira attorno a un unico grande tema che è quello della vita e lo declina di volta in volta secondo i termini di una vera a propria fissazione. Si tratta di una poesia che va tanto in alto quanto in basso, che tocca letteralmente «l’osso» e «l’anima». In una intervista televisiva per l’uscita di Marzo e le sue idi (disponibile sul sito a questo indirizzo), Vittorio Sereni descriveva una tale fissazione nei modi di una «proliferazione infinita che non ha temi diversi dall’una all’altra poesia ma oggetti diversi e soprattutto punti di vista diversi da cui guardarli». Credo che la sensibilità di Sereni colga il punto della questione e risolva il problema dell’identità del lettore presente o futuro. Mi è capitato nel corso di questi anni, sia in ragione del sito che curo con Ada Cattafi sia per il fatto che continuo a studiare e a intervenire sulla poesia di Cattafi, di vedere una sola, identica reazione entusiastica. Chiunque entri in contatto con quella poesia ne rimane quasi incantato, imbambolato, per la sua “forza di direzione”, ossia la capacità di andare, dardeggiante, sempre al punto. La qualità visionaria e allucinatoria della poesia di Cattafi, di cui sempre parlava Sereni (« poesia visionaria nella quale rientra un certo gusto neogreco»), ti rapisce e proietta sulla superficie sottile delle cose, quella che sta tra terra e aria. C’è qualcosa di universale e anche di archetipico in Cattafi. Per cui, a mio parere, il solo consiglio che si può dare al nuovo lettore è quello di lasciarsi trasportare dalla forza insita in quei versi, e di “non” andarci piano. 

LB: Come molti altri scrittori, Cattafi si cimentò col giornalismo e le prose di viaggio o reportage. Chi tra voi vuole illuminare questo aspetto? (Ricordo che uno dei pochi libri in commercio di Cattafi attualmente è Le isole lontane.)
ADA: Tra le carte del Fondo Cattafi sono presenti alcuni scritti in prosa sfuggiti alla severa censura dell’autore (cfr. Diego Bertelli, Qualcosa di altrettanto preciso: l’esperienza del diario nella poesia di Bartolo Cattafi, in Viaggio al termine della scrittura [di prossima uscita per Le lettere, Firenze]). Si tratta di brevi racconti dattiloscritti senza datazione, selezionati e pubblicati da Paolo Maccari in appendice alla sua monografia (Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi. Con un’appendice di testi inediti, Società Editrice Fiorentina, 2003), che risalirebbero dall’immediato dopoguerra fino al soggiorno di Cattafi a Parigi nel 1954 con Luciano Erba e Deri Cappellin, dedicatari di Una stanza in Rue de Seine, la poesia che chiude la plaquette Partenza da Greenwich edita nel 1955.
Nel volumetto Le isole lontane. Scritti di Bartolo Cattafi, GBM, Messina 2008, Nino Sottile Zumbo ha raccolto le prose di viaggio Sbarcare a Londra, Ordinata campagna inglese e Viaggio in Inghilterra,apparse sul quotidiano «L’Ora» di Palermo negli anni 1952-’53, Le isole lontane (Salina, Filicudi, Alicudi, Lipari, Ustica, Favignana, Marettimo, Pantelleria, Lampedusa, Linosa), rivista «Pirelli» n°.3, 1955 e La montagna leggera, reportage sull’estrazione della pietra pomice a Lipari, rivista «Pirelli» n°. 6, 1956, A Castroreale, uscita sul n°. 60, 1960 della rivista «Quattroruote», Santa Lucia e Rometta, che risulterebbero non datate né edite, Lo Stretto di Messina e le Eolie, apparso come introduzione all’omonimo libro fotografico dell’Automobile Club d’Italia nel 1961.
Paolo Maccari, introducendo Le isole lontane, sottolinea «la stretta relazione tra la scrittura giornalistica di Cattafi e la sua poesia, fin quasi alla sovrapposizione», la tendenza a «un’indagine di specie sociologica, con grande interesse per le attività e gli strumenti umani (…), con quel linguaggio da “design industriale” individuato da Luigi Baldacci a proposito de L’osso, l’anima» e conclude che «Cattafi non diventerà mai l’inviato che, a un certo punto avrebbe voluto diventare, e questi scritti lo dimostrano, avrebbe potuto essere. Il progetto vitalistico non per questo viene abbandonato: Cattafi sarà infatti un grande viaggiatore, in senso proprio e figurato».

Cattafi in un disegno di Luca Crippa
LB: Tutto questo lavoro, in parte già pronto e organizzato nel sito, potrebbe preludere a un libro "tutto Cattafi" che in fondo è lecito aspettarsi. A che punto siamo? Non siamo qui per lamentare l'ennesimo poeta dimenticato dal sistema editoriale italiano ma semmai per invitare alla ricerca delle sue poesie, anche a partire dal sito già ricordato e per auspicare un rinnovato interesse editoriale. Insomma, proprio sul fronte editoriale, cosa ci si può aspettare da qui a qualche anno? (Ricordiamo che tra non molto, nel 2019, cadrà il quarantennale della morte.)
ADA: Ho atteso  inutilmente che la Mondadori pubblicasse tutte le poesie di mio marito in un super Oscar; ne avevo parlato con l’allora direttore della collana, Antonio Riccardi. Sembrava cosa fatta. Invece l’editore storico di Cattafi ha lasciato scadere i diritti. Questo fatto mi è molto dispiaciuto. Ora sto aspettando la risposta di un altro editore e mi auguro che il progetto vada finalmente in porto, perché sempre più spesso registro lo stupore e il rammarico dei suoi estimatori per l’irreperibilità dei testi cattafiani.
Mi sono interrogata sui motivi di queste resistenze, ma è sempre molto difficile riuscire a dare una risposta che giustifichi determinati giudizi storici su un autore. A me pare che la sua poesia, da lui definita cruento atto esistenziale, si configuri come un accorato ma implacabile esame di coscienza, personale ed epocale, che meriterebbe di essere ancora proposto nel contesto culturale contemporaneo.
Vorrei concludere citando un’intervista di Diego Sergio Anzà sulla «funzione della poesia oggi, in un’epoca così materializzata, tecnicizzata e meccanizzata». Cattafi risponde: «Non abdicare alle forze dello spirito, possedere un’ovvia carica di denuncia, di protesta, essere infine un fattore umanizzante contro quelle forze che tentano di imprigionarci e di avvilirci sempre più» (La mia sicilianità è biologico-culturale, «Gazzetta del Sud», 30 gennaio 1973).

LB: Per concludere, vorrei tornare ai testi e chiederei a ciascuno di voi di scegliere una poesia di congedo. Grazie. 
Ada: A sostegno della mia ipotesi sui motivi dell’insufficiente ricezione dell’opera cattafiana scelgo come poesia di congedo un componimento di Marzo e le sue idi:

Luce

Come avanza la luce
a onde
a segmenti
a spezzoni
fluttuazioni
a shrapnel
a trance rotolanti
a gorghi alla van gogh
a trucioli che si srotolano
a sberle in faccia
a ditate negli occhi
colpi bassi
tutto colpito
ci vuole stomaco
fegato per la luce.


Diego: La poesia che ho scelto si intitola Niente. Si tratta di uno di quei testi che riescono a scaricare la tensione esistenziale che ogni poesia dovrebbe accumulare come una carica elettrostatica. Il testo è inedito e risale al periodo de L’osso, l’anima. Paolo Maccari lo scelse tra una serie di poesie escluse dalla raccolta del 1964 e lo mise in appendice alla sua bella monografia Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Firenze, SEF, 2003.

Niente

È questo che porti arrotolato
con cura, piegato
in quattro, alla rinfusa
sgualcito spiegazzato
ficcato ovunque
negli angoli più oscuri.
Niente da dichiarare
niente
devi dire niente.
Il doganiere non ti capirebbe.
La memoria è sempre un contrabbando.

sabato 3 dicembre 2016

"A parte il lato umano" di Antonio Turolo (con una proposta per tornare a parlare di Naturalismo in poesia)

Il premio Ciampi di quest'anno è andato al poeta Antonio Turolo e ne deriva il libro fresco di stampa A parte il lato umano (Valigie rosse, euro 13). Il nuovo volume segue di nove anni la prima vera uscita su libro di Turolo, Corruptio optimi pessima (pubblicato per Nuova dimensione), la quale a sua volta seguiva di altri nove anni la comparsa della silloge Le parole contate in "Poesia contemporanea. Sesto quaderno italiano" del 1998. Al di là delle numerologie e ricorrenze, resta in evidenza la parsimonia e la temperanza di questo poeta trevigiano, dipinto come "appartato" anche nella nota accompagnatoria a questa nuova pubblicazione da Paolo Maccari. Certo che se il metro è il presenzialismo social di molti poeti attuali e il vivacchiare contento in quella sorta di GAE (Graduatorie A Esaurimento) che i poeti più anziani e posizionati aprono e chiudono a loro piacimento sui più "giovani" (gioventù: concetto e, ahinoi, brand a maglie assai larghe e poco serie), diventa doveroso spendere un aggettivo come "appartato" per Turolo, un aggettivo adoperato tra l'altro da una rubrica del popolare litblog "Nazione Indiana". Tornando alle suddette GAE, non è un mistero che a tutt'oggi sia simile alla cooptazione il meccanismo principe del funzionamento della repubblica italiana delle lettere. In realtà parsimonia, temperanza e intermittenza di scrittura sono, oltre che presenze costanti e normali della scrittura di Turolo, dati di realtà più riconducibili a un desiderato rimodellamento di un corpus ridotto di testi, alla luce di una "amministrazione" della propria poesia che ricorda un perimetro kavafisiano e un'agorafobia a tratti acuta (Kavafis, Corazzini e Giudici sono alcuni dei nomi spesi da Maccari nella sua nota). Ne segue - o forse tutto ciò anticipa - il palesarsi di una poesia che saccheggiava - e ora saccheggia meno - un immaginario famigliare, inteso come "immaginario della famiglia" e dei luoghi a questa circostanti. Il fruitore dei vecchi versi di Turolo non incontrava certo quella famiglia comunemente intesa dalla cosiddetta società dei consumi o quella precipitata, suo malgrado, in una certa poesia contemporanea che indugia, già da parecchi anni, sul pericoloso nonché noioso - per come è spesso giocato - binomio genitorialità-filialità (sta diventando un po' bigotta certa giovane poesia contemporanea, eh, sia detto tra parentesi). Chi ha letto le precedenti opere di Turolo capisce bene di quale immaginario famigliare sto parlando e chi non l'ha ancora fatto può rimediare con il libro pubblicato da Nuova dimensione e con certi componimenti di questo librino nuovo di Valigie Rosse che ha il pregio di contenere, in sostanza, quasi tutti inediti (si può acquistare qui). Ma se l'immaginario di un tempo era "famigliare" e anche "provinciale", in un senso consapevole, angusto e perimetrale del termine, lontanissimo dall'accezione comune dell'aggettivo "provinciale", ora con il nuovo libro, sia nelle poesie che nelle prose, Turolo scavalca un muretto di sofferenza nuovo e giunge in un campo più aperto e ancora più deserto, dove suggestioni cinematografiche plurime possono alternarsi a una contaminazione tra la vicenda del pugile Emile Griffith e del suo tragico combattimento contro Benny Paret del 1962 e i ricordi infantili di un ex-pugile che gestiva un bar in città (accade in "Bar delle Antille").

Il volume si divide essenzialmente in due parti, una dedicata esclusivamente alla poesia in versi e l'altra alle prose o prosimetri intervallate da poesie. Tra i componimenti troverete le opere di Riccardo Bargellini, che a mio avviso sanno ben accompagnare la poesia di Turolo, tanto quella di questo nuovo libro come anche quella passata. Affrontare la poesia di Turolo offre un banco per mettere alla prova l'annoso e mai risolto problema-piaga dell'autobiografia. Voglio dire che se da un lato si ha l'impressione di leggere qualcosa che rimanda continuamente alla biografia, allo stesso tempo Turolo ha sempre efficacemente messo in guardia dalla perniciosità di letture biografiche, sin da un memorabile passaggio che recita "Strano destino, quello dei poeti: / leggetene le opere, ragazzi, / non la vita". E come non dargli ragione. Tanti autori si sono spesi per questo imperativo giusto, eppure spesso ripiombiamo in un bigotto e morboso meccanismo che fa leva e rovista su pulsioni voyeuristiche che si rimpallano tra traccia biografica e traccia scrittoria. Questo non significa che il voyerismo non possa albergare nella scrittura come tema, nella fiction così come in poesia (o anche nel cinema), ma se una cosa è il voyerismo che abita l'opera un'altra cosa (e detestabile) è il voyerismo che talvolta si fa filtrare tra biografia dell'autore e sue opere, un'osmosi spesso avallata dal sistema editoriale e dalle sue magagne. Potremmo salvarci pensando che anche tutta la poesia è fiction, ma non basta, prova ne sia a un livello di percepito diffuso il successo crescente dei poeti che pare diano spazio a sentimenti "autentici", scene famigliari oneste, leali e edificanti. Non ci siamo, la poesia di Turolo mi è sempre parsa un buon antidoto e quel suo verso andrebbe ricordato più spesso e stampato nei proverbiali caratteri cubitali. Anche Italo Calvino si era a lungo battuto per spingerci verso un traguardo del genere, ma siamo ancora lontani. Il paradosso da svelare è che tutta la scrittura è autobiografia e, simultaneamente, non lo è affatto, non potrà mai esserlo. Ma sono cose note, oserei dire scontate. Sarebbe interessante applicare il metodo scientifico alla scrittura: ipotesi, esperimenti, fallibilità, ripetibilità.

Continuo sugli aggettivi in questa nota e per una volta vorrei cassare tutti quelli più usati per descrivere la poesia di Turolo fino a oggi: "secca", un abusato e sempre più incomprensibile "potente" (che significa?), "antimetaforica" o "priva di metafora", "piana", "essenziale". A me verrebbe da dire piuttosto poesia "confessionale", ma non è ancora il tempo per giocarsi la carta di questo aggettivo, primo perché non sono ancora convinto di saperlo argomentare fino in fondo e secondo perché non sono certo della percezione che tale aggettivo può incontrare. Inoltre, vi siete mai chiesti perché pare esista oggi una certa predilezione per una poesia che si vuole "autentica", nella quale la cerniera tra biografia e scrittura si fa stretta stretta e quello che leggiamo nel testo si palesa come vita del poeta che la riversa in qualche modo nel testo? (Gli esiti deteriori di questo filone sono quelli della "poesia onesta e leale" sbandierata senza cognizione di causa negli ultimi tempi.) E perché altri modi di fare poesia, più vicini alla fiction, e che pure non sono risultato di minor dolore, meditazione e rielaborazione da parte del poeta, passano in secondo piano? Vorrei provare a suggerire questo: la poesia di Turolo offre un interessante spunto per provare a reintrodurre nella mischia un concetto così vicino al Naturalismo. Se non fosse che tale movimento in Italia ha avuto esiti perlopiù meridionalistici soltanto, col Verismo, saremmo meno attardati nel dibattito attorno al mai sopito Naturalismo in letteratura e a una nuova poesia naturalista, se vogliamo contrapposta ad altri tentativi minoritari ma parimenti (se non a volte maggiormente) interessanti. Insomma, avverto la necessità di un discorso critico che torni a parlare di estetica e retorica in primis (l'enfasi degli slam poets sulla prosodia è solo una parte del lavoro, ora pare che la prosodia sia una loro scoperta). La bravura di Turolo è far apparire necessaria e invisibile la propria consapevolezza estetico-retorica e A parte il lato umano conferma questo dato di osservazione (si prendano a esempio certe concatenazioni consonantiche della brevissima poesia iniziale "Lutto").

Non voglio dilungarmi oltre o nella citazione di molti testi. Tra l'altro credo sarebbe un atto irrispettoso fare come certi blog che pubblicano molti componimenti di un nuovo libro di poesie, per giunta piccolo, e mi auguro di essere riuscito comunque a invitare alla lettura del nuovo libro (chi lo desidera può trovare qui alcuni inediti e qui la nota su Corruptio Optimi Pessima). Con questa pubblicazione notiamo uno spostamento nella scrittura di questo poeta che ci ha sempre detto, senza proclami altisonanti, di non apprezzare così tanto la propria vita, ma altresì ha detto e descritto dalla sua astronave con la quale ha attraversato lo spazio in un viaggio che è sì tra le persone ma che appare spersonalizzante (a parte il lato umano, appunto, QED - quod erat demonstrandum). Da un punto di vista di analisi mi è parso significativo questo passaggio di Paolo Maccari e con questo chiudo:

In ogni modo, mentre i versi sembrano redimere la scialba prosa giornalistica – di cui al contempo non si scordano – in un dettato piano, di intonazione endecasillabica meravigliosamente dissimulata (magari in scandite ipometrie: si vedano i frequenti novenari con accenti in quarta o sesta sede, a suggerire una brevità ancora memore della forma canonica), le prose che li seguono mimano una specie di contro-commento del protagonista, una mimesi della sua psicologia e un’altra versione del suo destino.
--=oOo=--

Ricordo l'appuntamento con la presentazione del libro:

venerdì 16 dicembre 2016 alle ore 20:45 
Palazzo di Francia, Via Roggia, Treviso

domenica 25 ottobre 2015

Poesie, prose e traduzioni di Clemente Rebora. Un'intervista ad Adele Dei, curatrice del Meridiano

Librobreve intervista #62


Ospito qui di seguito un'intervista ad Adele Dei, docente di letteratura italiana all'Università di Firenze e curatrice assieme a Paolo Maccari di Poesie, prose e traduzioni (Mondadori, pp. CXXXIII-1338, euro 80), Meridiano che finalmente restituisce alle librerie Clemente Rebora in ogni sfaccettatura della sua controversa opera. Sappiamo in realtà che Rebora non ha mai smesso di essere un termine di confronto per molti, tanto che Pasolini sancì a suo tempo questa carsica presenza con la celebre definizione di "maestro in ombra". Con l'intervista che segue, si prova a restituire almeno parte delle antinomie che attraversano questa fondamentale figura del Novecento letterario italiano. Per un discorso davvero approfondito, il rinvio è a Sul filo della spada, ovvero l'introduzione che Adele Dei ha scritto per quest'opera.

LB: Quando si inizia a profilare l'idea di un Meridiano dedicato a Rebora e quali sono le prime direttrici su cui si indirizza la discussione sulla curatela e sulla costituzione dell'opera, nella quale prende parte attiva anche Paolo Maccari?
R: 
Il problema preliminare è stato quello di come organizzare e costruire il libro, ripensarlo completamente mettendo in discussione i criteri e la stessa consistenza dell’edizione Garzanti delle Poesie, che mi sembrava per molti aspetti insoddisfacente. L’idea di accludere tutte le prose pubblicate fino al 1930 e le traduzioni è venuta in un secondo tempo, per rendere il volume più completo e utile. Ne ho parlato più volte con Paolo Maccari e, alla fine, con Renata Colorni ed Elisabetta Risari della Direzione Classici di Mondadori.  

LB: La sua prefazione si apre giustamente con un monito a fare attenzione alle tante mitizzazioni cui Rebora è stato sottoposto e con un chiaro invito a fare attenzione alle antinomie molteplici della sua opera. Potrebbe da un lato sintetizzare le principali mitizzazioni (la sua "incrostazione" critica, diciamo) e dall'altro i principali nuclei di contraddizioni di questo poeta?
R: Rebora è da tempo imprigionato in una visione prevalentemente agiografica ed apologetica, volta a farne un esempio monolitico di carità e di spiritualità, se non addirittura di santità. Molti degli scritti di critici e biografi (con le dovute evidenti eccezioni) puntano a questa interpretazione, spesso nella totale noncuranza di qualunque cautela filologica e in assenza di qualunque vera ricerca. Ne risulta un appiattimento che non rende giustizia al poeta e all’intellettuale che Rebora è  stato – a cui invece è dedicato il Meridiano - né alle varie, tormentate fasi della sua vita. Il discorso sulle antinomie e sulle contraddizioni sarebbe molto lungo e complesso e non riesco a riassumerlo in poche parole. Accennerei soltanto al perenne conflitto fra singolare e plurale (fra l’io e il noi) che anima tutta la sua poesia, conducendo infine alle scelte irreversibili della conversione e del sacerdozio, o al conflitto fra corpo e spirito, risolto talvolta con slanci quasi autopunitivi. Ma una sorta di complesso manicheismo è onnipresente fino agli anni ’30 in tutti i suoi scritti, lettere comprese.    


LB: In quel libro straordinario di recensioni che è Plausi e botte Giovanni Boine sancisce in qualche modo la "fortuna" dei Frammenti lirici con la celebre chiusa ("GRANDE"). In realtà si trattò di un bel ripensamento! Libro emblematicamente collocato un anno prima della catastrofe della guerra che condusse Rebora nei territori attigui alla pazzia, opera a dir poco complessa eppure presenza costante, Frammenti lirici rappresenta una sorta di enigma vitale della nostra poesia. Da studiosa di letteratura, qual è la sua personale visione dell'attraversata di secolo compiuta da questo libro, che fra l'altro fu dedicato ai primi anni del secolo scorso?
R: Proprio la difficoltà dei Frammenti lirici ne ha da un lato limitato la diffusione e quindi l’influenza, ma dall’altro si è rivelata una sfida, e ha attirato lettori di grande sensibilità poetica che ne hanno tratto notevole frutto. Credo che abbiano ragione sia Pasolini, che riconosceva in Rebora una presenza sotterranea ma viva (un maestro in ombra), sia Caproni, che indicava nella sua poesia  una possibile strada non percorsa, un’occasione mancata (un rimorso) per il novecento italiano. Ed entrambi pensavano soprattutto ai Frammenti lirici, così ancorati storicamente, come dimostra la loro famosa dedica, e insieme così intempestivi, così spiazzanti già allora, forse respingenti. Un libro anomalo e unico, che guarda insieme indietro e avanti, che richiede ancora oggi a chi lo avvicina un impegno e un’applicazione che non tutti si sentono di offrire.     


LB: Tra i vari saggi di Rebora ripresi da questo Meridiano qual è a suo avviso il più innovativo nell'impostazione e quale il più ingiustamente negletto dalla nostra storia letteraria?
R: 
Uno dei più impegnativi e significativi – quasi del tutto trascurato fino a tempi recenti - è sicuramente quello giovanile su Leopardi e la musica (Per un Leopardi mal noto), derivante da una tesina che Rebora aveva preparato prima della laurea. Oltre ad osservazioni di notevole rilievo su un tema allora pressoché ignoto, contiene moltissimi spunti utili per l’interpretazione di Rebora stesso, che era anche un appassionato di musica,  e componeva improvvisando al piano, a lungo oscillante fra la strada della musica e quella della poesia.

Leonid Nikolaevič Andreev
LB: Mi pare si parli poco del Rebora traduttore. L'opera appena uscita per Mondadori invece dedica ampio spazio alle traduzioni di Rebora. Potrebbe illustrarci il rapporto e le tappe principali del capitolo "Rebora traduttore" confluito nel Meridiano?
R: 
Le traduzioni di Rebora appartengono ad un periodo abbastanza ristretto ma cruciale, dal 1916 al 1922, e si intersecano continuamente con la parallela attività di scrittura poetica. Quella dei racconti di Andreev, oltre ad essere davvero notevole, è imprescindibile per la comprensione delle contemporanee poesie e prose del 1916-1917. E ancor più Il cappotto di Gogol e la lunga novella di ispirazione indiana Gianardana, corredate dagli impegnativi commenti del traduttore, costituiscono un vero e proprio trittico con la plaquette di poesie reboriane Canti anonimi, uscita nel 1922.

LB: A lungo lei si è occupata di un altro fondamentale poeta del Novecento: Giorgio Caproni. Su quali linee articolerebbe un discorso che vada a toccare le convergenze tra queste due importanti voci della poesia italiana?
R: 
Si potrebbe senza dubbio impostare un discorso proprio sul principio di contraddizione, o almeno sulle dicotomie che, sia pure diversamente, sono alla base delle loro poesie. Sul piano del linguaggio noterei la compresenza di spunti filosofici e meditativi, per non dire metafisici, con la concretezza degli oggetti, con una evidente e perfino ‘bassa’ fisicità. Ma anche qui bisognerebbe distinguere e approfondire assai meglio di come sia possibile in poche righe. 

LB: Come spesso faccio giunto alla fine di un'intervista, le chiedo di scegliere una poesia di Rebora come congedo. Grazie.
R: 
Sceglierei una straordinaria poesia scritta nel 1914, con la guerra incombente, Notte a bandoliera.

NOTTE A BANDOLIERA


Alghe di tènebra
sull’umida terra
in romba di piena;
scaglie di vetro
dal ràpido cielo
che stelle nel vento
librato riassorbe;
gesto falcato di forme
uscite a capirsi nell’ombre;
fissa follia dell’aria
su nero abbaglio di lampo;
sordo scavare tenace
in eco di màdida pace:
– Balzerà, chi ci spia,
a schiacciar la lumaca
che invischia molliccia la via? –

Per la nerezza sinuosa
prèmono tìnnuli urti,
s’incàrnano stocchi di gelo,
scuri di brìvidi rìgano: –
 Scatterà, l’insidia feroce,
a scovarci nel sangue la vita
che doviziosa s’incrosta
e imbarbarita zampilla?  

Voci osannanti in soffio di sibilla,
e frenesia di muscoli ondanti
per la cupezza emanata;
ossessïone d’attesa,
truce allegria sospesa,
fischi strisciati in domanda,
drappello che annusa
frusciando carponi
in una ràffica chiusa,
chiostra di denti a lame di luce,
intenti occhi a dorso di coltello…
– È giunta la razza assassina!
Son giunti i violenti e gli eroi
che svelan momenti
dell’impossibile eterno:
i buoni di prima,
e i buoni di poi. –


Marzo, 1914

giovedì 20 novembre 2014

"Le cose sono due" di Francesco Targhetta, Premio Ciampi - Valigie Rosse 2014

Le cose sono due di Francesco Targhetta è il recente vincitore dell'importante riconoscimento poetico "Premio Ciampi - Valigie Rosse 2014" (Valigie Rosse, pp. 52, s.i.p.). Contiene anche le belle fotografie di Riccardo Bargellini e la postfazione di Paolo Maccari, curatore della collana assieme a Valerio Nardoni. Arriva dopo l'esordio dal titolo bifronte di Fiaschi del 2009 e dopo il romanzo esploso in versi intitolato Perciò veniamo bene nelle fotografie del 2012, di cui s'è scritto anche in queste pagine molti mesi addietro. In realtà Targhetta è apparso in queste pagine anche in veste di curatore intervistato sui Fuochi d'artifizio di Corrado Govoni non molto tempo fa. E le govoniane (crepuscolari, foucaultiane ecc.) "cose" appaiono sin dal suo nuovo titolo, che si pone come frammento prelevato da un parlato quotidiano del quale però non ritroveremo tante altre tracce nei testi. O, meglio, troveremo anche inserti di parlato, ma stravolti, attorcigliati in una frase, spesso tra virgolette o protagonisti di iperbati. Il titolo spinge dentro il campo del testo poetico il classico aut-aut, senza dire però quali siano i termini della disgiunzione. Due sono le cose e due le sezioni dell'opera, intitolate laconicamente "Uno" e "Due", due come i lati di un 33 o di un 45 giri, come quelli di una musicassetta: la prima sezione senza titoli, la seconda con tutti testi titolati e la breve prosa che, con sapore quasi landolfiano, titola "Le quattro vedove". Due sono anche i momenti, se come sostiene Paolo Maccari, i testi qui raccolti "alternano un momento metaforico e uno più spiccatamente narrativo, naturalmente intersecati e vicendevolmente alimentati."

Da un punto di vista stilistico, abbandonata l'ironia dei Fiaschi o il marzialiano fulmen in clausola che a lungo ha accompagnato la sua scrittura, Targhetta qui recupera un serbatoio di immagini anche macabre, talvolta sconsolate e comunque assai intense che quasi certamente in Govoni s'è alimentato e rigenerato. In "Appuntamenti mancati" chiude così: "Solo a casa ho poi sentito il sapore, / dentro le ossa, / di questi transiti un poco tardivi: / non l’aroma all’incenso dei morti, / ma la puzza violenta dei vivi." Lo si nota spesso quando chiama in causa parti del corpo umano o il corpo umano stesso, o quando definisce "moka" il colore delle pelli degli studenti all'altezza di giugno, dopo i primi soli in piscina. Tutto questo però coesiste assai naturalmente con innesti plurimi, con scelte lessicali eteroclite e con altre quasi eterodirette da situazioni di vita tanto codificate nel loro punto di partenza quanto aperte nello svolgersi della poesia, come nel caso del testo intitolato "Flessioni", dove fa capolino un finale che potrebbe essere stato cantato dalla Mina di Città vuota: si tratta forse di quella componente pop, ricordata anche da Maccari, che in realtà non è mai stata disgiunta dal versificare di Francesco Targhetta. C'è pure un gusto
nuovo, almeno per il mio orecchio, per quello che si sarebbe chiamato un tempo il forestierismo, ampiamente assorbito e addomesticato eppure ancora diligentemente lasciato in italico nel testo: crooner, nachoseyeliner, front-office ma anche il dialettismo di picà per "impiccato" o il francesismo di brulé (con accento acuto come va scritto e non con accento grave come si pronuncia da queste parti), il latino di una targa che recita parva sed apta mihi. Propongo un testo per esemplificare l'uso che Targhetta fa della rima, in parte già intravisto nell'esempio sopra, ma anche per dare una clip significativa del nuovo impasto fonico di questo libro. Allora non esito a ricopiare "Vecchi con moldave", che potremmo leggere anche inseguendo la ricorrenza compulsiva della fricativa labiodentale sonora /v/, assurta quasi a simbolo nella lettera iniziale di un ballo, il "valzer" finale, con esiti avvolgenti e ipnotizzanti. Sembra di stare dentro uno sterminato e "eterno" piano sequenza di una danza girato da un Béla Tarr nostrano privato della macchina da presa:

Negli inverni delle scritte fasciste
sugli svincoli, sui rami, e sui muri,
vanno come divi i vecchi con moldave
virando con vanto davanti ai tabacchi,
agli occhi dei vuoti acconciatori
maschili: spalline ottanta, capelli
tinti, gli zigomi duri come i baristi,
a bere caffè asciugando le bave
li regge con gelo la loro badante,
e fuori, poi, i palazzi di muffa.

Tutti noi indietro nel tempo, solo loro
in sincrono eterno: vanno a vortice,
su valzer, i vecchi con moldave,
succhiando chi li guarda nella truffa.


Dicevo in apertura che l'espressione "le cose sono due" del titolo ("strepitoso" per Maccari) è prelevata dal parlato colloquiale. E lo stesso Targhetta nel secondo testo del libro scrive: "I giorni in cui non parli con nessuno / le cose sono due: / o arrivi a cogliere il senso di tutto / o confondi corrompi ti ingarbugli, / e la tua voce che chiama il gatto / è quella, alla sera, di un crooner / («eccoti i miei rimasugli»), / l’eco rauca e lunga / nella notte che ti riprende in scacco". Solitamente infatti tale espressione ripresa dal titolo anticipa una disgiunzione: o è così, o è colà. Nel caso di questo nuovo libro di Francesco Targhetta, l'affermazione contenuta nel titolo dell'opera sembra suggerire congiunzione e non disgiunzione, come se questo titolo sorgesse da uno schema "questo-e-quello" e non da uno schema "o-o". E il dolore - se c'è (ma c'è) - è quasi racchiuso, espresso, in questo schema che potremmo tradurre coi simboli dei connettivi logici, in termini pressoché booleani. Le cose, le relazioni, la rielaborazione del nostro vissuto esiste in un rapporto di dualità, devono esserci almeno due cose per specchiarci e riconoscerci (emblematico allora il testo conclusivo "Carità"), per pensare vita e morte. E non esisterebbe lo spazio e non esisterebbe nemmeno il tempo delle domeniche, degli ultimi giorni di scuola trascorsi a battere la carta di scala quaranta con Coca e sfogliatine, o il tempo del sabato sull'autostrada A4, nulla esisterebbe al di fuori di una relazione duale, nemmeno la monade della solitudine che è invece il viatico alla molteplicità del reale. E la riflessione sulla solitudine, che in fin dei conti combacia perfettamente, come nel caso di due insiemi coincidenti, con la nuova scrittura di Targhetta, non può che riverberarsi: spazi e tempo esistono solo in quanto relazione e interazione (questo è forse ovvio) ma se c'è solitudine questa è solo quella della scrittura (questo è meno ovvio). E se una solitudine non si può unire a un'altra, si può provare a dirla, scriverla, raffigurarla, dipingerla. Leggerla. Finanche amarla o odiarla, forse. Così sembra che spesso si verifichi sulla pagina un'interazione di solitudini, tra qualcuno che non resta più appeso da nessuna parte, ma che cade e sprofonda come in una migrazione di calore, umano e animale assieme, pur in un'aridità e sconsolatezza che restano sullo sfondo delle giornate. E ci vorrà allora un nome nuovo per questa che non è più la solitudine come la intendevamo. In fondo, volendo fare un volo e una planata pindarica, lo sappiamo anche dalle acquisizioni della termodinamica che è il calore che fa esistere una differenza tra passato e futuro, i quali sono diversi solo quando c'è stato flusso di calore. E il tempo incompreso di ciò che è stato il nostro passato recente, il tempo "gigante" come il giorno, quel tempo che in queste poche pagine sembra avere un peso schiacciante e enigmatico, in realtà non esiste, è un'illusione, e non esisterebbe nemmeno la differenza tra un passato e un futuro, veri protagonisti in absentia di questi versi (presenza-assenza esattamente come quella di un calco o di un fossile) se non ci fosse quel calore che migra secondo traiettorie di probabilità fra i nostri sguardi randagi; non esisterebbe quel senso profondo di potente distacco di retina di cui s'accorge questa poesia quando registra un guardarsi e fiutarsi tra generazioni e fra simili. Manchiamo tutti a un appello, non sappiamo bene a quale appello, però. In una poesia di clima elettorale leggiamo "e intanto tu chiuso rimani in casa / e rifletti in ascolto, secche le mani, // che c’è ancora chi ti chiede di battere / un colpo.": è un testo che per qualche via mi ha riportato a La giornata d'uno scrutatore, uno dei libri più belli di Italo Calvino. Nel componimento che parla di un invito domenicale dei genitori si legge una domanda che deve restare senza risposta: "Provare ad arginare la solitudine / adulta di chi, un tempo, / si era pensato alla vita: / chi, dunque, ha sbagliato tra noi?". Ma si prenda anche l'immagine del padre in un'altra poesia: "Di mettere gli orologi in avanti / è una delle manie di mio padre, / tutti, di tre o quattro minuti, non / abbastanza per cambiare le cose / ma solo per far salire / un po’ di angoscia / sempre." 

Che il tempo ci serva sempre meno, nella scienza com'anche in poesia? Non sappiamo cosa farcene se, anche da un testo come quello che scelgo per chiudere, emerge che il poeta ha finalmente rinunciato a una piena comprensione di tutti tempi probabili e possibili, rinunciato persino a un addomesticamento dello spazio di una vita (si badi: non più di uno "spazio vitale"), bensì di quello spazio che è una vita. Se la scrittura ha un qualche futuro, allora questo passa anche per l'abbandono di alcune sue certezze. E la poesia diventa un arco sempre in tensione che tira frecce in un giorno in cui, con un anagramma quasi perfetto e irresistibile tra nome e aggettivo, i treni diventano eterni "lungo la pioggia delle coste adriatiche", sui binari che guarda caso sono due, guarda caso sono due cose. Parallele.

5.

Il lavoro distrae, ma il lavoro
non c’è, e resta allora la fame,
spietata e pura, un trentatré giri
che stura il silenzio del mattino,
mentre il giorno è gigante
e mica lo fermi,
sale in sordina su quei treni eterni
lungo la pioggia delle coste adriatiche

finché è sera dentro le stanze
e niente, attorno, si è mosso,
come (ricordi?) belle statuine,
marce, però:
hanno i volti smangiati,
gli occhi venati di rosso.