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mercoledì 11 luglio 2018

"Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000" di Maria Borio

Sembra sia diventato un compito difficile scrivere (o dire) qualcosa di sensato, utile e plausibile sulla poesia contemporanea italiana. O meglio, più che difficile, raramente ciò accade. Se ci rifacciamo a un artista come Piero Manzoni dovremmo forse concludere che la critica è merda (così come la poesia stessa), ma non ne sono del tutto convinto, e Manzoni stesso fu, a suo modo, un grandissimo critico. Anche poco tempo fa, scrivendo del libro di Giovannetti La poesia italiana degli anni Duemila, la sensazione è stata quella di un'analisi non particolarmente approfondita: c'era una sorta di intelaiatura di fondo che andava supportata e farcita con degli esempi e il risultato che ne è uscito non aveva né la superficie né la consistenza di uno studio che si possa imporre, in modo duraturo, all'attenzione attuale o futura (chiaramente, come sempre, farà piacere essere smentito). Tuttavia una cosa è certa: se parliamo di "poesia contemporanea italiana" sappiamo all'incirca a cosa ci riferiamo, e non è poco: ci riferiamo a quella che è veicolata solitamente come poesia (non necessariamente in versi), dentro alcuni confini nazionali (ma non necessariamente in lingua) e dentro una cornice temporale data. 

L'operazione che intende compiere Maria Borio in questo studio è rimettere mano ai sistemi di "canone" e "genere" oggi in crisi passando per la via della poetica (anzi, delle poetiche), sia questa individuale o di movimento. Nel recente, corposo contributo critico intitolato Poetiche e individui. La poesia italiana dal 1970 al 2000 (Marsilio, pp. 304, euro 30) Borio evidenzia nel sottotitolo il gancio principale: sappiamo che proverà a dire qualcosa di un trentennio, che è sì un periodo lungo a passare, ma più accettabile di certi criteri antologici o critici che ci parlano ancora in secoli. Trent'anni potrebbero essere anche il medio periodo tra due generazioni, e sappiamo quanto l'aspetto generazionale sia ancora centrale nei discorsi poetici. Tuttavia in questo libro decàde un'enfasi totalmente generazionale e tre decenni diventano un arco temporale teoreticamente gestibile, se non si affronta con la pressione di voler dire la parola definitiva. Vengo presto a un punto: non scrivo a caso "parola definitiva", in un contesto che, in estrema sintesi, si potrebbe schematizzare in un quadrante critico dove insistono due assi importanti, affascinanti ma forse - questo è il punto dolente - un pochino troppo innamorati di sé: quello della poesia come medium, che affonda la propria indagine e interpretazione del fatto poetico in un lontanissimo di oralità (componente performativa, cultura orale, concezione della metrica come una sorta di macchina memoriale, con qualche ripresa forse pericolosa del trascorso dei menestrelli) e quello della poesia di ricerca, meglio se di ascendenza francese, la quale come noto in Italia è appannaggio di pochi addetti che operano all'interno del sacro GRA (una poesia insomma che già ad Aosta, a Campobasso o a Siracusa è probabilmente preclusa). Chiaro che una certa teorizzazione forte del fatto poetico comporta un innamoramento e persino un accecamento (paradossale se pensiamo all'etimo di "teoria"). Ma la situazione a grandissime linee potrebbe essere questa, e allora tanto vale tornare a ripassare un po' di falsificazionismo popperiano anche per le teorie sulla poesia, spesso orientante appunto al passato, al problema dell'origine della poesia, come se tutto il nucleo del discorso stesse lì e basta, nel momento "inaugurale" da dove è sgorgato una volta per tutte un fiume di determinismo nel quale o sei dentro o sei fuori. No, non mi piace, se potessi dirlo con una opzione che i social principali si guardano bene dal consentirci di usare.

Il panorama rapidamente schizzato sopra non mi è mai sembrato un grande affare o una coraggiosa scommessa. Una posizione teorica forte e nitida è utile, fosse anche solo come termine di confronto, ma interessa decisamente meno quando procede scevra di una sana componente di dubbio e falsificabilità. Certo, delle indicazioni utili arrivano da entrambi gli assi ricordati sopra, e faremo bene a leggere tanto Gabriele Frasca (poeta, teorico, traduttore) quanto i testi o le traduzioni da Francis Ponge o Christophe Tarkos, ma ciò che mette a disagio è una malcelata pretesa di spiegare tutto o quasi tutto. Il punto di partenza di Maria Borio è chiarito sin dalle prime pagine, e oltre a stabilizzarsi nell'endiadi di poetiche+individui che verrà sviluppata nei singoli capitoli, si potrebbe riassumere in questo passaggio:
La poetica esplica un progetto artistico che combina una parte empirica - quella dei temi, dello stile - e una parte teorica: una riflessione idealizzante che trascende la prassi, che motiva la funzione dell'opera e la sua interazione con altre forme e linguaggi. [...] La poetica indica, quindi, la necessità di una lettura relazionale: considera l'opera per il suo essere in situazione, parte di un campo complesso di rapporti dialettici tra teoria e prassi, ontologia e fenomenologia.
Questo libro diventa quindi un buon ripasso, anche di storia delle idee, di accadimenti editoriali importanti (ad esempio vi è attenzione anche alle traduzioni di certi titoli) e dimostra un occhio di riguardo per l'apporto delle riviste, ma non viene assorbito da un incedere storicista, e problematizza via via i poeti, i movimenti, gli avvenimenti (ad esempio Castelporziano) nel momento in cui si affacciano alla trattazione sistematica. E mediante il ricorso a campionature, per via induttiva, Maria Borio percorre i campi di avvicinamento alle poetiche e agli individui poeti. Insomma, una volta tanto la critica non è impressionistica e mette nero su bianco il proprio metodo, la propria consapevolezza teorica e l'analisi empirica al servizio di un lettore che possa per prima cosa leggere con pari consapevolezza, discutere, accettare o rifiutare le considerazioni e le tesi che s'adagiano nella trama del testo. Non mi sembra poca cosa, a maggior ragione se la situazione relazionale della critica è quella descritta in partenza oppure quel farfugliare da faida che spesso si annida nei thread dei social network più parolai, nella conta o nell'appello dei like. Ne deriva un accavallarsi prensile di teoria e prassi che consente la disposizione dei testi in un campo (e qui Bourdieu non è da solo, c'è anche Anceschi) che è "quello spazio dove si trovano rapporti di somiglianze e differenze, aspetti di famiglia definiti in modo relazionale".

Questo potrebbe essere un quadro, tra altri possibili, nel quale accogliere l'uscita di questo volume. In chiusura, quali sono allora i campionamenti che servono all'autrice per disegnare la propria costellazione del trentennio finale del Novecento? Un primo movimento avvicina le esperienze di Dario Bellezza, Cesare Viviani, Valentino Zeichen e le scritture di Patrizia Cavalli, Vivian Lamarque, Iolanda Insana e Biancamaria Frabotta. Un successivo passo sposta la macchina da presa sulla lirica di Milo De Angelis, sulla poesia neo-orfica e neo-romantica e infine su Giuseppe Conte. Sotto il cappello di "contemporaneo referenziale" Maria Borio tratta le esperienze di Maurizio Cucchi, del neo-individualismo e della poesia oggettiva e infine Giampiero Neri. La parte centrale del volume coincide con il decennio degli anni Ottanta dove si collocano le più approfondite considerazioni su Patrizia Valduga, Gabriele Frasca, Valerio Magrelli ma anche le esperienze, rispettivamente di area romana e padovana, delle riviste "Braci" e "Scarto minimo". La parte dedicata agli anni Novanta raccoglie nuove idee e indugia sulle esperienze di Fabio Pusterla, Antonio Riccardi, Umberto Fiori, Antonella Anedda, Franco Buffoni e si chiude con una manciata di pagine importanti dedicate all'opera di Mario Benedetti, la quale, circumnavigando il caso probabilmente più importante di questo trentennio (De Angelis) e la stessa esperienza di rivista di "Scarto minimo" già ricordata,  secondo l'autrice sancisce, antieroicamente, il passaggio dalla lirica dell'esistenza a lirica dell'esperienza. E su Benedetti il libro si chiude. Si chiude su una delle esperienze di scrittura inaggirabili del Novecento e dei primi anni Duemila. Tempo fa - cito a memoria, augurandomi sia precisa e buona - Matteo Marchesini parlò in un articolo di "Domenica" de "Il Sole-24 Ore" di ottundimento programmatico per la poesia di Mario Benedetti. Uno spunto per una discussione potrebbe ripartire anche da qui, facendo cozzare l'analisi contenuta nell'ultimo capitolo di questo libro di Maria Borio con quell'avventata formula. 


* * * *

Che cos’è la solitudine.

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come uno spessore.

Che cos’è la solitudine.

La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si e distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.

L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.



Mario Benedetti, "Che cos'è la solitudine" (da Umana gloria, 2004)

venerdì 30 marzo 2018

"Bestia da latte" di Gian Mario Villalta

"Mi sono fatto l'idea che la maldicenza, la litigiosità, la cattiveria che regnavano in casa sua e in tutte le altre del paese non lo avessero mai intaccato. Gli ho sempre riconosciuto una pulizia interiore, una sincerità disarmante, anche quando, più avanti negli anni, quella sincerità diventò spesso un'arma per cercare di sedare le mie inquietudini. Non riusciva a capire che la sincerità e la verità non sono la stessa cosa, e che la sincerità di chi ha potere su di te appare come un'esibizione di forza, oltre che risultare a volte più dolorosa di un insulto." (Il protagonista del libro sta ricordando qui la figura paterna.) È un passo tra altri simili e altrettanto cruciali di Bestia da latte, nuovo "romanzo" di Gian Mario Villalta (SEM, pp. 160, euro 16), un libro finalmente disturbante. Qualcuno - librai compresi - lo fa passare come un'opera che, con buon tempismo, si cimenta sul bullismo, un bullismo tra le mura domestiche tra l'altro, ora che il bullismo è materia scolastica quotidiana (non più prettamente maschile e con varie declinazioni cyber). In realtà il bullismo può essere l'esca per far presa nelle redazioni dei giornali, il tema per gli uffici stampa e la promozione, poi bisogna vedere se i librai cercano il solito libro che non disturbi nessuno e che venda bene. Il libro di prosa più bello che Villalta ha scritto sin qui è però un nuovo affondo nell'universo imperscrutabile dell'infanzia e qualcuno dovrà registrare ormai che, soprattutto nella prosa, lo scrittore di Pordenone ha dalla sua una continuità, intimità e felicità di frequentazione con i temi e i tempi dell'infanzia che pochi altri autori hanno mostrato sin qui: narrativa dell'infanzia, non narrativa per l'infanzia.

Che cosa succede quando un uomo adulto, ripercorrendo la propria infanzia su una sollecitazione quasi casuale, arriva piano piano a capire di essere stato lasciato solo? Solo nella paura e nell'angoscia quotidiana causata da una violenza soverchiante, onnipervasiva e perpetrata con metodo e imprevedibilità da un cugino più grande, che viveva nella stessa casa, abbandonato dai genitori. Che cosa succede quando costui - il nostro narratore - capisce di aver avuto paura, davvero tanta paura? E che cos'è un'infanzia felice? Oppure, per ricordare un precedente libro di Villalta, che cosa succede alla fine di un'infanzia felice? Come si diventa adulti o come si aspetta di diventare adulti? Qual è il nostro rapporto con la responsabilità, con quello di cui ci sentiamo responsabili? Ad un certo punto il protagonista riconosce:
E ho scoperto una contraddizione che devo riconoscere e non smettere mai di affrontare: siamo consapevoli soltanto di una piccola parte di ciò che ci accade, mentre invece ci sentiamo per intero responsabili di noi stessi, anche di quello che è un destino, che cioè non dipende da noi e non possiamo modificare. E questa è per tutti una responsabilità troppo grande.
In un altro punto il narratore riconosce semplicemente ciò: "Non ero affatto trascurato, ero solo." Questo libro colloca le relazioni familiari e le loro altalene, i luoghi dei paesi di quello che si chiamava più volentieri Nordest finché tirava, gli attrezzi (finalmente un ingrassatore, caricato a mano e non con la spatola, fa la comparsa in un libro!) all'interno di un discorso ampio e problematico di memoria individuale e collettiva. Quando però un libro impagina quella realtà patriarcale, incastrata tra una società ancora prettamente agricola sorpresa e sconquassata dal boom, nel momento in cui tutto il mondo attorno letteralmente esplode, ecco che questo libro può arrivare a disturbare, ponendo quegli interrogativi che certa prosa mondata e sterilizzata ormai non sa più porre. E per restare al momento nodale in cui è ambientata la parte preponderante della vicenda narrata, non vi è controllo nello scoppio, non vi è previsione, sembra venir meno anche un patto col destino, per quanto lo scoppio stesso sia parte del destino. La patina mitologica del boom economico trova finalmente in queste pagine, almeno per quel che riguarda il versante orientale d'Italia, una rappresentazione più riuscita, efficace e in fin dei conti ben più utile della marea di cantilene che da decenni trasciniamo stancamente per narrare quell'esplosione economica e sociale collocata negli anni Sessanta.

Siamo nel momento delle prime industrie e dell'esplosione edilizia, delle nuove case in costruzione e del ricordo che lasciano quegli spazi ancora freschi di malta, della vita violenta e a suo modo comunque incantata di certe aree di Friuli o Veneto: qui si inserisce la narrazione, qui i molti interrogativi disseminati, qui un tentativo di rielaborazione tra altri possibili. E una parte di questo tentativo di rielaborazione può coincidere con il riconoscimento del momento in cui gli animali di casa, le "bestie", iniziano a essere divisi in due categorie, le "bestie da latte" e quelle "da carne", in un processo che spezza l'antico rituale di violenza e sacrificio tra uomo e animale e che porta a far puzzare le stalle di liquami fermentati: non c'è più tempo e spazio per la maturazione del letame, affinché questo assuma un odore quasi gradevole. Nello scenario contemporaneo, contraddistinto sovente da una prosa che giochicchia con la fascinazione per scenari rurali e selvaggi, la durezza di questo libro è un toccasana: la corona delle montagne friulane sta lì, rifulgente o ombrosa di notte. Eppure il padre del protagonista in montagna non ci va mai.

Restiamo al libro, con una digressione narratologica e di genere (letterario). In copertina si parla di "romanzo". Bene, siamo sereni: è un romanzo. Tutti salvi: editori e magari anche i librai. Tuttavia il patto che Villalta narratore costruisce con il proprio lettore - anche nel precedente Scuola di felicità (Mondadori, 2016), a ben ricordare - è quello di un narratore che sa che sta narrando una storia e che non si nasconde davanti a chi la legge. Il protagonista compie un'operazione sulla propria memoria e sta scrivendo queste pagine per il proprio figlio Leonardo, che subentra nella narrazione verso la fine, gettando a sua volta una ulteriore scia di interrogativi essenziali che si conficcano nella materia di penombra di cui sono fatti i nostri pensieri, su tutto quel passato che il lettore ha sino a quel punto conosciuto, per capi e sommi capi e su tutto quel presente dell'infanzia che emerge per contrasto, anche attraverso la materia dei sogni. Insomma, il narratore parla di "pagine" quasi a suggellare la consapevolezza di qualcosa che potrebbe assomigliare a un memoriale ma che memoriale non è e non è nemmeno "romanzo" (a proposito di "pagina", così dice l'epigrafe da Pitture nere su carta di Mario Benedetti: "Non so, dove e quando, casa / degli uomini e delle bestie, // del loro nulla, come / sia nostro mondo, da lastre // a bastoncelli, la nostra luce / nell'universo, e questa pagina"). Certo, si tratta di una storia e come nelle storie c'è una svolta, c'è persino una suspense nei momenti in cui si racconta di violenze crude e gratuite, oppure di gesti definitivi fortuitamente mancati. E il movente della narrazione è una madre anziana che, sentita spesso al telefono, nel presente in cui avviene la scrittura, sollecita il ricordo del narratore: è quella stessa madre che rientrerà più volte in una narrazione di una famiglia larga e popolata, nella quale si avvita e svita continuamente una triangolazione tra memoria, immaginazione e scrittura (perché questo è un libro scritto e la scrittura con le sue temperature è purtroppo così poco centrale nei traffici dei nostri discorsi sul romanzificio). Si tratta di un patto apparentemente più semplice di quello di un narratore che si nasconde. Diverse spie nel testo ci dicono di questa strategia discorsiva consapevole (il narratore sa di essere narratore): il narratore che sa e dice di essere narratore allarga e restringe lo sguardo sulla propria materia attraverso digressioni, prolessi, ellissi, divieti, sopralluoghi lirici.

In copertina, il particolare della scultura Patrick di Bruno Walpoth, chiude perfettamente il circuito con un testo nel quale il protagonista è chiamato Zhoca dal cugino violento. Zhoca è un epiteto dialettale diffuso nelle aree del Veneto e Friuli, rimanda appunto al ceppo di legno, ma è passato a significare, tra lo scherzoso e l'offensivo, "la testa", una testa poco prensile, ottusa, inadatta o persino inetta, testa da battipali insomma. Il narratore si preoccupa di fornire anche le istruzioni per la pronuncia, rifacendosi alla lingua spagnola. Non è l'unico punto in cui il dialetto appare nel libro e sarebbe il caso di spendere qualche parola di più su questo aspetto, ma ci fermiamo qui.

domenica 10 settembre 2017

"Tutte le poesie" di Mario Benedetti. Lo scritto di Gian Mario Villalta

Esce in questi giorni per Garzanti il libro Tutte le poesie di Mario Benedetti (pp. 336, euro 16, a cura di Stefano Dal Bianco, Antonio Riccardi e Gian Mario Villalta). Il libro contiene le poesie di Umana gloria (2004, ormai da tempo introvabili), Pitture nere su carta (2008), Tersa morte (2013) e gli inediti di Questo inizio di noi (2015). 
Domenica 17 settembre, alle ore 15:30, al Palazzo della Provincia di Pordenone avrà luogo la presentazione del volume nell'ambito del festival Pordenonelegge. Qui di seguito si riporta lo scritto di Gian Mario Villalta contenuto nel volume di Garzanti.

Una ferita coralità perduta

di Gian Mario Villalta


Nimis è un paese friulano che si trova a nord di Cividale, vicino al confine con la Slovenia. Al bambino Mario Benedetti, quel luogo di torrenti, di stradine storte tra i colli, di prati divisi da siepi, circondati a corona dalle cime appuntite dei monti, appare favoloso. Altrettanto favolose sono le leggende dei boschi e di luoghi lontani (tutti i luoghi, allora, erano lontani da Nimis) accanto alla realtà presente di uomini che non vivono altro mondo che il loro mestiere, gli umori del paese, le loro frasi in friulano o in “slavo” (le frazioni montane del comune hanno oggi la tutela della parlata slovena). Favolose, a volte paurose sono pure le leggende alimentate da quello che si poteva e non si poteva dire della storia recente: per Mario Benedetti, quel bambino che è nato nel 1955, la violenza della guerra finita da pochi anni ha i ricordi degli altri, il furore nazista (fu bruciato il paese) e i contrasti fra le fazioni partigiane (Porzûs è a pochi chilometri); e ha il presente della vicinanza e della convivenza di famiglie italiane e slovene (la madre di Mario conosce meglio la parlata slovena del posto che il friulano) durante la lunga risoluzione internazionale per determinare i confini.

Un mondo favoloso che con il passare del tempo rivela all'adolescente e poi al giovane Mario la sua durezza, e soprattutto la distanza da ciò che impara a conoscere e amare durante gli anni dello studio, perciò nel 1976 sceglie di trasferirsi alla Facoltà di Lettere a Padova, lontano dal Friuli. Non si è perso del tutto il ricordo dei vicini valichi di frontiera, sorvegliati dalla milizia jugolava, oltre i quali c'era la benzina e la carne a buon mercato, ma anche una realtà politica diversa, che generava un clima di oppressione: chi abitava quel confine, da sempre mobile e permeabile, viveva un'identità che non poteva rivendicare. Né si è persa memoria di quegli anni Settanta, quando l'esplodere delle comunicazioni si lega a una generale volontà giovanile di emancipazione.

A Padova Benedetti si laurea con una tesi su Carlo Michelstaedter, seguita da un diploma di perfezionamento in estetica. In questa città il clima degli anni di piombo ha temperature più intense che altrove. Completati gli studi, e cancellata ogni ipotesi di ritorno in Friuli, Benedetti inizia a insegnare. Nel 1986 incontra Stefano Dal Bianco e Fernando Marchiori, con i quali darà vita per tre anni alla rivista «Scarto minimo». Nel 1994 si trasferisce a Milano, soprattutto per ragioni affettive, dove trova un ambiente diverso da quello padovano. A Milano c'è anche Stefano Dal Bianco, che lavora presso Crocetti.

Sarebbero forse da spendere alcune parole sull'amicizia, quella impossibile e mai venuta meno tra Mario e Stefano Dal Bianco, quella che ci ha visti insieme, con Stefano e Antonio Riccardi in carbonare riunioni milanesi, e nelle case degli uni e degli altri con altri amici, a Milano e in Friuli, ma non è questa l'occasione, e l'amicizia non sta in poche righe.

* * *

Mario Benedetti ha deciso quindi di interporre una significativa distanza tra la propria vita e quella di Nimis, scegliendo Padova, proprio in quell'anno 1976 quando il terremoto (che colpirà severamente il suo paese), farà sì che il Friuli inizi a cambiare, raggiungendo a tappe forzate la modernità. Una “modernità” che infine cancella quella dimensione “arcaica” di cui Pasolini è stato fino alla morte, avvenuta l'anno prima, il cantore. Sarà proprio questa rapida, impressionante modernizzazione della sua terra di origine a fornire un serio tema di riflessione quando Benedetti, stabilitosi a Milano, verrà in contatto con la fervida vitalità della poesia neodialettale, allora all'apice della sua stagione. Pur non recedendo dalla ricerca di una dizione poetica cosciente dei problemi di espressione nella lingua italiana, sente nell'esperienza neodialettale l'attrazione per l'identità dei luoghi lontani dal flusso delle comunicazioni, l'accento sulla singolarità del vissuto delle piccole comunità, la presenza di oggetti e gesti salvati dall'onda lunga del “consumismo”.

I ritorni e le permanenze a Nimis si faranno più frequenti, e in paese ritroverà una propria dimensione del presente, dove risorge prepotente l'infanzia, in una specie di polarità o identità distante con la Francia, in particolare la Bretagna, che visita spesso e che gli offre materia per dare tempi e spazi più ampi alla sua maturazione poetica, in quegli anni decisiva. Il tema del tempo, presente fin dalle prime raccolte, acquista radicamento nei luoghi, infatti, trova lo spazio dove legare le parole alla vita vissuta non solo propria, alla ricerca dell'espressione di una ferita coralità perduta.

Benedetti non ha mai temuto le contraddizioni: una di queste è stata ricusare la poesia in dialetto (o nelle lingue minori) e insieme seguirne da vicino lo sviluppo, lasciarsene investire e contaminare. Le ragioni del rifiuto erano più o meno quelle che nutrivano la distanza di Manzoni da Carlo Porta: la tradizione, la storicità della lingua poetica, il suo orizzonte di espressione più atteso. Però la realtà allora fervente della poesia neodialettale gli portava qualcosa che lo interessava a fondo: la dimensione antropologica che ne emergeva, il contrasto tra un tempo passato ancora vivo nel presente e un presente refrattario alla memoria, la vita quotidiana che si accende di una dimensione lirica nello straniamento di una voce più vicina alla vita e allo stesso tempo diversa da quelle che alimentano un enorme volume di comunicazione sempre crescente. Dopo Una terra che non sembra vera, pubblicato presso Campanotto in occasione della vittoria al Premio San Vito al Tagliamento (allora, nel 1996, in giuria c'erano i poeti Giacomini, Naldini, Ramat e Zanzotto), e per i successivi Il parco del Triglav e Borgo con Locanda, mi è sembrato allora utile usare questa formula paradossale: “Benedetti è uno dei migliori attuali poeti neodialettali... in italiano”.

Ci sono lacerti di friulano nelle sue poesie, come anche di sloveno del suo paese, ma non è questo un indice significativo. Quello che Benedetti, secondo me, stava facendo - e ha fatto - è stato intessere nella sua poesia tempi e luoghi diversi senza strapparli alla loro collocazione antropologica (per consegnarli a una lingua poetica a loro estranea), rimanendo sulla linea dei neodialettali, ma differenziandosi per la coscienza dell'avvenuta dispersione dell'io poetico e della impossibilità di qualsiasi gesto di recupero o di nostalgica celebrazione. Un'operazione che ha fatto proprie molte intenzioni e mete raggiunte dalla poesia neodialettale, ma indirizzandone diversamente il senso generale, quasi rovesciandolo: se è tutto vero quello che è accaduto, come conseguenza della storia recente, nel renderci estranei alla lingua poetica della tradizione, se davvero c'è autenticità nel vissuto comune e quotidiano, se il fondamento antropologico di questo sentire comune e della stessa lingua è ciò che la poesia deve accogliere, allora, secondo Benedetti, era compito del poeta far sì che tutto questo accadesse dentro la lingua italiana, non perché opposta al dialetto, ma perché da sempre luogo di convivenza e di riferimento culturale di realtà differenti.

Milano e il Friuli diventano per alcuni anni (fine dei Novanta e i primi del nuovo millennio) il punto d'incontro di relazioni e amicizie che consolidano la presenza di Benedetti nel panorama nazionale, fino a segnare l'approdo decisivo di Umana gloria (2004). Questo libro, che riassume l'esperienza precedente della sua poesia, ma riunita in una nuova composizione dove emergono le novità, viene subito individuato come una presenza importante e nuova nell'orizzonte poetico italiano.

Nel 2004 Benedetti viene colpito dal grave accesso della malattia che segnerà la sua vita successiva - una forma peculiare di sclerosi multipla -, dal quale si riprende con tenacia, ricominciando a insegnare e a scrivere, consapevole però della minaccia costante del male (una minaccia che, in forme meno devastanti, l'aveva accompagnato fin dall'infanzia e che si era già imposta con episodi gravi nel '99 e nel 2000).

La sua poesia da qui in poi tenterà un accesso verticale al compito di officiare la salvezza della memoria e insieme esibirne la troppo facile distruzione, lungo i confini di un'ossessiva indagine sul rapporto tra la percezione, il suo organizzarsi in senso, e i residui di significato, la resistenza dell'identità nei segni dell'espressione.

* * *

Mario Benedetti, assediato dalla malattia, inizia un viaggio senza ritorno oltre i confini della parola e della memoria: là, in quello spazio per noi irraggiungibile, vediamo concludersi i sentieri di un'esperienza che non riusciamo a seguire fino in fondo, dove inizia un altro territorio, illuminato da bagliori di verità che speriamo non guadagnino il facile travestimento del mito.

Nelle sue pagine migliori e memorabili, Mario Benedetti fissa sulla pagina una voce originale e tenace, la cui incisività è innanzi tutto segnata dallo smarrimento: l'unità della memoria, dell'identità di cui abbiamo bisogno, è fragile, sempre percorsa da traumi, incomponibile altrimenti che nel conflitto e nell'amorosa concordia della parola e del tempo. Nessuno come Benedetti mostra come luoghi e tempi diversi possono stare insieme nella coscienza rimanendo slegati, in un'ambiguità emotiva non risolta, per la sola forza dell'esperienza che li ha attraversati in quel granulare composto di relazioni che è un “io”. Lo stesso andamento del verso e della sintassi compone uno spazio curvo, formato da prospettive diverse il cui comune punto di fuga è sempre l'istante inafferrabile, la miracolosa coincidenza del sentire e della realtà, che rievoca ciò che vede, che vede rievocando. È la magia di un giro di frase, che tiene insieme cose che insieme non sono mai state: non durerà, ma cogliere questo passare della vita vissuta è sentirsi investiti dalla sua fragilità e dalla sua forza.

Occorre accostarsi a questa poesia con tutta la libertà necessaria per non avere la fretta di comprendere per giudicare. La pagina che rapisce il lettore nel luogo impossibile, ma vero, di un tempo assoluto, dove l'infanzia e la storia condividono una stessa lingua, e la pagina che respinge, per la resistenza delle immagini, per il buio che sorge dai segni, sono frutto della medesima chiamata, di uno stesso intero esporsi nella molteplicità, nella dispersione, e però nell'unico senso delle parole che nella poesia attraversano la verità.


[Da Mario Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti, 2017]

martedì 15 luglio 2014

"L'importanza di essere piccoli". Poesia e musica nei borghi dell'Appennino bolognese dal 5 al 9 agosto 2014



Per il quarto anno, dal 5 al 9 agosto, torna “l'importanza di essere piccoli” un festival in cui musicisti e poeti si incontrano riabitando i borghi, i cortili, i sentieri e le radure dei boschi.
La bellezza ruvida dei paesaggi che fanno da sfondo agli incontri e ai concerti è la materia viva del festival che da alcuni anni rende possibile, insieme agli artisti e agli abitanti dei paesi, la parabola della poesia, il suo fremito. I versi oracolari tratti dal poemetto di Amelia Rosselli ‘Libellula, panegirico della libertà’, hanno suggerito l’immagine, emblema di grazia e gravità, un lapsus poetico che nel suo librarsi bilancia le ali e si dona allo sguardo.


io amo più forse,
le colline e le fresche brezze e le verdescuro
pinete, che i giganti passi dell'uomo
a. rosselli


IL PROGRAMMA

5 agosto – “Scaialbengo” centro culturale ippico, Castel di Casio ore 21
DINA BASSO, YARI BERNASCONI, ALBERTO CELLOTTO (letture)
ROBERTO ANGELINI (live acustico)

6 agosto – Molino del Pallone, Granaglione ore 21
LUIGI SOCCI (lettura/incontro)
DAVIDE TOFFOLO (concerto/spettacolo Graphic Novel is Dead)

7 agosto – Pieve della Rocca di Rofeno, Vergato ore 21
MARIO BENEDETTI (lettura/incontro)
RICCARDO SINIGALLIA (concerto)

8 agosto – Capugnano, Porretta Terme ore 21
FABIO PUSTERLA (lettura/incontro)
PEPPE VOLTARELLI (live acustico)

9 agosto – Castagno, Pistoia ore 21
LIVIA CHANDRA CANDIANI (lettura incontro)
MARA REDEGHIERI (concerto progetto Dio Valzer)

Tutti gli eventi sono a ingresso libero e in caso di pioggia si svolgeranno ugualmente nei luoghi indicati.

INFO
www.sassiscritti.wordpress.com
sassiscritti@gmail.com
fb: L'importanzaDiEsserePiccoli
mob: 349 5311807 | 349 3690407
Come raggiungere i borghi:
http://sassiscritti.wordpress.com/come-arrivare/

“L'importanza di essere piccoli” è organizzato dall'associazione culturale SassiScritti Circolo Arci di Porretta Terme (Bo) con la direzione artistica di Azzurra D’Agostino e Daria Balducelli

con il sostegno di
Regione Emilia Romagna, Provincia di Bologna, Comune di Castel di Casio, Comune di Granaglione, Comune di Pistoia, Comune di Porretta Terme, Comune di Vergato, Arci Bologna, Pro Helvetia Fondazione svizzera per la cultura.

con il contributo di
Fondazione del Monte, Banca di Credito Cooperativo Alto Reno, Banca di Imola filiale di Porretta Terme, Gelati Sammontana, Helvetia Thermal SPA Hotel

con la collaborazione di
Associazione “Amici dell’ antica pieve”, Associazione parrocchiale “Beata Vergine della neve” Pro loco di Capugnano, Circolo ricreativo Arci di Piteccio , Pro loco di Castagno, “Scaialbengo centro culturale ippico” di Castel di Casio, Pro loco Molino del Pallone, Libreria l’Arcobaleno di Porretta Terme, Centro turistico La Prossima di Castel di Casio, Arci Pistoia e circolo Arci Sperone, Libreria Lo Spazio di via dell'Ospizio di Pistoia, Anonima impressori di Bologna, The Califfo Pub di Porretta Terme, La Baracchina f.lli Tovoli lago di Suviana, Gelateria La Baracchina di Porretta Terme.

martedì 17 settembre 2013

Quelle copertine dello Specchio Mondadori così vicine a quelle di Faber and Faber

©overtures #2. Il pretesto per divagare tra copertine, grafica editoriale e storie di libri

Chi fa letture di poesia in Italia aveva un tempo più di qualche collana come riferimento. Per quel che concerne gli editori "maggiori", c'erano e ci sono ancora la "Bianca" di Einaudi (esempio qui accanto; curioso che il vero nome della collana non sia "Bianca") e Lo Specchio di Mondadori. Detto questo, non dimentichiamo Guanda e altri importanti editori di poesia come Garzanti, Scheiwiller o Crocetti. Ma i due "fari" erano bene o male quelli. Ora non importa se molti, moltissimi libri anche importanti sono usciti al di fuori di queste collane. La situazione è  mutata, queste collane hanno perso forse buona parte della loro funzione d'orientamento; viene da interrogarsi oggi sul peso e la capacità del web nell'orientare certi gusti, certe chiacchiere. In realtà è cambiata l'editoria e forse ha sintetizzato bene Giulio Mozzi scrivendo che nella corsa degli editori ai profitti facili e veloci sta - sembra paradossale ma così non è - una delle principali cause delle difficoltà strutturali ed economiche in cui versa l'intero settore (chiedo scusa se non ritrovo la fonte, ma credo comunque stia tutto nel suo blog Vibrisse). Certo, l'inerzia è grande e queste due collane fungono ancora da contenitori di autori e titoli importanti. Resistono in un panorama dove i grandi editori stanno abbandonando la poesia. Ma fortunatamente o sfortunatamente il loro ipse dixit vale meno. 

La storia grafica delle due collane è segnata da una sostanziale continuità nel caso di Einaudi e da una certa mobilità nelle vicende de Lo specchio Mondadori. Se per Einaudi la poesia in copertina ha tenuto banco, nel bianco, in tutti questi anni, nel caso di Mondadori si sono registrate delle oscillazioni. Fino a due anni fa Lo Specchio prevedeva una copertina dove l'immagine giocava un ruolo preponderante. Quell'esperimento durò un decennio circa. Mi pare fosse stato inaugurato dalle Sovrimpressioni di Andrea Zanzotto e si sia concluso - coincidenza vuole - con un libro di uno studioso di lunga data di Zanzotto, Gian Mario Villalta e il suo Vanità della mente (con una bellissima opera del pittore Claudio Guerra in copertina). Poi, con Catena umana di Heaney, Lo Specchio è virato e ritornato ad una sostanziale pulizia, come alle origini. (All'insegna della pulizia, lo Specchio di tanti anni fa prevedeva internamente la pubblicazione di una poesia, fosse anche di soli 10 versi, in due pagine, con un grande spazio bianco tra il titolo e il primo verso e con l'obbligo di voltare pagina anche per una manciata di versi: avete presente? Era curiosa quella scelta tipografica.) Da un punto di vista produttivo, non dover ricorrere ad un'immagine di copertina è un risparmio e una velocizzazione non da poco (il nuovo format prevede soltanto una foto in bianco e nero dell'autore in quarta di copertina). Credo sia anche a questa ragione che possiamo ascrivere un buon ritorno della grafica di copertina puramente "tipografica", senza ricorso alle immagini. Ottimi esempi sono le collane "incipit" e "i grandi pensatori" di Bollati Boringhieri, mentre in questo post illustravo il caso delle copertine "tipografiche" di Penguin. Non si pagano diritti per utilizzare foto particolari e non si diventa matti a cercare un'immagine adeguata che accontenti tutti. Si paga l'ideatore di un progetto grafico una tantum e si spera che i grafici, strada facendo, non tradiscano quel progetto grafico quando impagineranno i futuri volumi della collana (ad esempio con leggerezze di interlinea, di allineamento o di dimensione del carattere, distrazioni che fanno trasalire gli ideatori del progetto grafico complessivo: di questo tipo di coccoloni mi è capitato di parlare con la bravissima Annalisa Gatto di Studiofluo, autrice proprio del progetto grafico della collana "incipit"). L'ultima "gabbia" grafica del Lo Specchio assomiglia forse un po' troppo però a quella dei libri di poesia di Faber and Faber. Lo si vede abbastanza bene con il confronto dei recenti libri di Matthew Francis e di  Maurizio Cucchi, rispettivamente intitolati Muscovy e Malaspina. Anche la scelta del carattere tipografico, determinante con una simile impostazione, mi pare molto vicina.


Sotto, partendo da alcuni autori, ho costruito una piccola cronistoria grafica de Lo Specchio. Voi in quale specchio vi specchiereste? A riguardarle, trovo interessante la soluzione centrale, con il grande quadrato e il nome (anzi, il cognome) cubitale in alto e poi ripetuto per esteso più in basso, vicino al titolo: apogeo dell'epoca dei poeti-brand?

Ho divagato troppo. Parlare di copertine mi porta a questo. Non a caso ho intitolato questo spazio "©overtures #2. Il pretesto per divagare...". Sulla scia di questo, approfitto almeno per dare una notizia e collegarmi alle uscite de Lo Specchio. In questi giorni esce il nuovo libro di Mario Benedetti. S'intitola Tersa morte. Un bel giallo è stato scelto per la copertina, prima volta - mi pare - da quando c'è la nuova "gestione grafica" (il giallo puro era stato scelto per il postumo Yellow di Antonio Porta, ma nella precedente veste grafica). Del libro ha già scritto efficacemente Tommaso Di Dio qui, in un contributo intitolato Il teatro degli spettri; nell'anticipazione potete leggere pure qualche testo in anteprima. Per chi ha amato Umana gloria e Pitture nere su carta si tratta di un libro sicuramente atteso. L'autore lo presenterà domenica 22 settembre, in due diversi momenti, a Pordenonelegge.

Il tram a Milano in viale Monte Nero,
eri seduta a guardarlo come guardavi i treni.
Con la bicicletta senza i freni,
dopo il passo di Monte Croce
per andare a Attimis, a Forame,
è stata una fortuna non cadere, sfracellarsi.
Sapevo che c’eri, che eri vicino a guardare
mentre io pensavo, e ti trattenevo.
Come una foglia tra le foglie
eri sulla panchina. C’erano alberi e alberi,
e il tuo viso, il vestito del solito blu.
Madre, persona morta
in viale Monte Nero, sulla strada per Attimis,
per Forame dove sei nata.


Nella grotta del bosco Làndri


La frana di braci si alza sulle foglie di acero
e in basso la grappa con il tabacco da fiuto,
i cartocci delle pannocchie per le sporte da fare:
notte fatta di attimi, pareti che si scuotono,
pensieri che si divincolano e si addormentano.
E torna la domanda. Non saprai di essere morto,
non sarai, quel nulla che nella vita diciamo
non sarai, non ci sarai più, non saprai di te.
Perfetta assenza. Non distrarti, non eludere
la pura inconcepibile assenza, non distrarti.

(da Tersa morte di Mario Benedetti, Mondadori, 2013, in uscita in questi giorni)

lunedì 2 gennaio 2012

"Umana gloria" di Mario Benedetti

Ripescaggi #9













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Mi soffermo un po' a ripescare recensioni del passato in questi giorni, ma forse non è così male. Anche se spero-conto di tornare presto a scrivere di libri recenti. Colgo l'occasione per augurare buon anno a tutti i visitatori del blog. Ripesco una recensione apparsa su daemonmagazine.it nel 2004. Si tratta di uno dei libri di poesia che ho più amato tra quelli di Mario Benedetti e, in assoluto, tra quelli dell'ultimo decennio. Mi riferisco a Umana gloria (Mondadori Lo Specchio, pp. 126, euro 12), un volume che vedeva la luce nel 2004, assai diverso da Pitture nere su carta, altro importante libro di Benedetti datato 2008.
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Umana gloria è probabilmente il miglior libro di poesia degli ultimi anni. Un ‘canzoniere’ che raccoglie gran parte delle poesie distillate da Mario Benedetti in piccoli libri pubblicati da altrettanto piccoli editori negli ultimi dodici anni.

L’uscita di Benedetti nella collana mondadoriana non deve far pensare a una canonizzazione editoriale tardiva di un percorso davvero avvincente. Questa pubblicazione, che si auspica dia al poeta friulano la meritata notorietà, nulla toglie e nulla aggiunge alla ventata di novità che la sua voce ha portato sin dall’esordio, con I secoli della Primavera (1992).

Il verso e la strofa di Benedetti spiazzano spesso il lettore. Il poeta non ha belle immagini pronte a colpire ma una non comune rapidità nel veicolare il proprio pensiero in una sintassi a dir poco originale, rallentata sovente dal verso lungo. Benedetti non ha paura di ciò che scrive, gli accostamenti più arditi di versi e strofe mai rischiano la forzatura. Tesse un intreccio di traiettorie di ricordi, di percezioni (acutissime nei luoghi) e di un’immaginazione vivissima. La bellezza della poesia si regge con l’equilibrio fragile di semplicità di dettato e complessità sintattica. Su quest’equilibrio si assestano i risultati più alti: «Mi guardi poco questa sera / viso su una bicicletta che arrivava / in un modo che a rifarlo / ci vorrebbero le persone e le cose / che mi facevano esistere allora. // Parte dei miei occhi è sotto la tua giacca, / parte nelle farfalle in cui si sfa il mobiletto. / Stanco di me mi chiedi di stare giù / nella figura delle donne nelle guerre, / giochi della sopravvivenza di una pelle cattiva. // Il cielo è grigio sul ferro della ringhiera, / le farfalle del mio piangere ci tengono lì. / E la voce che mi chiamava, dal tramonto usciva / e andavamo sul balcone a muovere i gerani. // Dalla nuvola si schiariva una figura, / da vicino io ridevo nella sua bocca. / Strade e visi uno dentro l’altro, / e era tutta la mia vita.»

L'atlante di Benedetti ha pagine limpidissime, che vanno dal Friuli-Slovenia a Milano (città dive vive e lavora), sino alla Bretagna. Luoghi, come posti dove pensare la vita, gli affetti, i morti, il tempo e la letteratura stessa (magari in citazioni più o meno nascoste), dove è ancora possibile praticare una radicale svolta della percezione e della parola: «Hanno gli occhi provati dal mare, dal grande cimitero marino. / Anche la fabbrica nucleare tiene le navi lontano / con i suoi tubi alti e chiusi, con il ferro di un porto innaturale. // La volpe stasera non è venuta, le galline aspettano la mattina. / La capra legata fa in modo di restare vicino ai due bambini e grida. // Mangiamo sempre dalla signora Auderville, io per ascoltarla: / Prévert era una persona di modi semplici, mangiava qui a volte. // Salendo, la casa è ciò che vogliamo vedere, / le ortensie, l’acqua che sgorga infinitamente nella canaletta di legno. // Piove. Il vento è quasi freddo. D’autunno come saranno / queste pietre con i nomi nel cespuglio di piccole rose? // A Brest è piovuto una volta per sempre. / Un viso, una corsa sono stati amati per sempre, per sempre. / Ti guardo dalla sabbia che sembra non finire nemmeno lì dove sei.»

Da tempo non leggevamo ritratti essenziali e intensi come quelli che si trovano in Stanca madre,  Per mio padre o Una donna e il suo bambino. Ciò che riuscirà a conquistare l’attenzione sarà, di volta in volta, la naturalezza di un’osservazione o la concretezza della fantasia. Alcuni momenti sono come illuminati da una genuina ingenuità e potrebbero lasciare interdetto chi è rimasto fermo (sì, letteralmente fermo), negli ultimi anni, a causa di un’indigestione di poesia tanto furba e ammiccante, nella lingua e nei contenuti. Benedetti non ha certo come idolo polemico questa poesia, anche se, indirettamente forse, riesce come pochi a calamitare il lettore riportandolo, con delicatezza, su binari piani, drammaticamente semplici: «Ho le mani che mi tengono alla ringhiera, / così come sono vestita, come in una fotografia / che si passa tra le mani / e viene fuori qualcuno che ancora può vivere tanto. // Ho le mani, vedi, come spiegarmi, il polsino / come una pelle con le righe che vengono fuori. // Ho uno sguardo di cose a cui piace stare lì un poco. / Lo zucchero, i piatti, e la promessa di tutto questo / quando qualcuno ride e c’è il cortile, / o piange, e tu gli parli, gli racconti in casa.»

Le poesie di questo libro hanno la capacità di arrivare dirette, sgorganti dal pensiero senza elaborazioni. Così dirette da porre subito la questione se la poesia debba intendersi come una promessa di verità, e, come tale, qualcosa di incisivo, invadente (nei pensieri), schietto da far male. E così una poesia può essere simile a un albero potato drasticamente, nel quale sono i rami più impensati a germogliare verità. Accade nel testo d’apertura: «Lasciano il tempo e li guardiamo dormire, / si decompongono e il cielo e la terra li disperdono. // Non abbiamo creduto che fosse così: / ogni cosa e il suo posto, / le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male, / sempre un posto da vivi. // Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore / su ogni cosa guardata, toccata. // Qui durano i libri. / Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso, / le erbe, i mari, le città. / Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.»

È probabile che più di qualche lettore si avvicini a questo libro scoprendo quello che Celan chiamava “il mistero dell’incontro”. L’incontro con una poesia che non possiamo non fare nostra e che si radicherà presto nella nostra esperienza come una promessa di verità del pensiero e della parola. Nessun lettore troverà ostacoli nell’avvicinarsi a Umana gloria. Saranno piuttosto i lettori della critica a vedersi costretti all’urgente ricerca di nuovi strumenti, filosofici e retorici, per leggere in tutta la sua importanza questo libro. Per ora possiamo limitarci a ipotizzare questa ‘strana’ situazione, che può sembrare buffa, ma che in sé, per riflesso, già conterrebbe grossa parte del valore e dell’attualità di questo ‘canzoniere’. Il primo riservatoci dalla poesia italiana per questo inizio di secolo. Un inizio che fa ben sperare, ma che suggerisce anche di non sprecare subito tante parole. Una volta tanto la lettura e la rilettura delle poesie valgano davvero di più di qualsiasi paratesto. 
[recensione apparsa su daemonmagazine.it]

giovedì 1 settembre 2011

L'infinito mélo, pseudoromanzo di Maria Grazia Calandrone

Approda alla narrativa colei che è la voce più interessante della poesia italiana degli ultimi anni. Maria Grazia Calandrone ha compiuto il passo con un certo coraggio, anche dal punto di vista editoriale. Il libro (pag. 80, euro 12, con allegato CD audio molto bello) inaugura infatti la collana Vivavox di Luca Sossella, nuova propaggine di un editore che sulla base di metafore dei nostri sensi sta costruendo l'architettura del proprio catalogo. Molto del buono che sta uscendo negli ultimi anni sta passando per questa sigla editoriale e sarebbe interessante approfondire quest'aspetto.
Scrivevo "voce più interessante". Importante è notare cosa scrive nell'introduzione riguardo il rapporto con la voce la stessa Calandrone:
"In me e nei poeti della mia generazione la voce è stata una scoperta tarda e di occasione. Nel cominciare a leggere in pubblico, ho istintivamente scelto di scomparire come essere umano sentimentale. Altrimenti mi sarei messa a piangere. Di amore, non di pena. E di riconoscenza per chi mi stava a sentire. Per voi che in quel momento condividevate l’assoluto silenzio del mio io."
Un consiglio: leggete il libretto dopo aver ascoltato la sua voce dal CD. Vi sembrerà che la stessa storia sulla pagina prenda fiato da ciò che avete ascoltato prima. E con quello si arricchisca.

Primo pensiero: quando si legge un'opera di Maria Grazia Calandrone, sia essa poesia o prosa, è davvero lecito porsi una domanda: che cosa può una lingua? E che cosa può l'italiano? Credo davvero che nelle sue pagine troviamo distesa la profonda vitalità della nostra lingua nella sua forma più smagliante.

Secondo pensiero: in questa storia d'amore tra la protagonista e Ludo, figura maieutica, ermeneutica, enigmatica e... ludica, si ha la sensazione di una realtà che trafigge il soggetto senziente, di una realtà "data" nel sentire, anche quando non pienamente appresa (smarrimento e incomprensione avvolgono la protagonista), la stessa sensazione che in poesia può venire dalla lettura di Mario Benedetti. La produzione di Maria Grazia Calandrone pare poggiare su quella "razón vital" che ci hanno così ben illustrato un filosofo straordinario come José Ortega y Gasset e la sua altrettanto straordinaria allieva María Zambrano e nella sua scrittura troviamo un nuovo legame (alleanza?) tra io e le cose, l'anticipo della realtà e della circostanza sull'idea, il senso di una materia linguistica che è dato empirico con il resto. Non sarà un caso che in questo libro possa riemergere, delicatamente ma con vigore, quella eccezionale e forse irripetibile riflessione sul sogno, segnatamente spagnola (un fiume carsico che passa per Calderón, Cervantes, Unamuno e la stessa Zambrano), che viene restituita in una rilettura aggiornata, davvero all'altezza del nostro tempo. Che cosa vuol dire vivere, sognare, scrivere e morire (ancora "vita e scrittura", quel binomio che la Calandrone avvicina con un'intonazione inedita, così come aveva fatto, molto prima di lei, Amelia Rosselli) all'altezza del nostro tempo? Il percorso di Maria Grazia Calandrone ci interessa perché pare che conduca, libro dopo libro, a un tentativo credibile di risposta a questa domanda.

Terzi pensieri: il "mélo" del titolo è, a mio avviso, un'allusione neanche troppo celata anche alla nostra fascinazione tecnologica (nulla mi vieta di pensare a... Apple), ad una realtà che purtroppo ci sta inesorabilmente trasformando in bi-dimensional men, è il rapporto con le altre arti che Maria Grazia Calandrone conosce e perlustra attentamente, l'ossessione pittorica della voce narrante, è finanche - io credo - una rivisitazione del "melòs" greco e forse del melodramma, un melodramma circolare, un loop. Gli esiti di questo breve libro, costruito con capitoli-frammento, sono tutt'altro che tragici e tendono invece a situazioni che pendolano tra l'umoristico e l'onirico, tra il comico e l'orrore da commedia. Ecco allora che il rapporto tra poesia e prosa (lo pseudoromanzo) si salda.

Conclusione, quarto pensiero: un libro questo che, come il braccio di una gru, ci preleva senza mezze misure dal territorio periferico delle discussioni a vuoto e senza senso e ci lascia cadere nel mezzo dell'arena dove è in atto la trasformazione/adattamento della pratica della scrittura. Che ci piaccia o no, un'arena dove dobbiamo tornare a stare.