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lunedì 16 aprile 2018

"Libretto di transito" di Franca Mancinelli

Sembra un omaggio alle origini della collana A27 poesia di Amos Edizioni il titolo numero 4, Libretto di transito di Franca Mancinelli (pp. 72, 12 euro) e ricorderemo tra pochissimo il perché. Il libro di Mancinelli arriva dopo il trittico di inaugurazione di fine 2017 costituito da Varizioni sulla cenere di Fabio Pusterla (il suo libro più debole, mi sembra, anche se già con Argéman si era intravista una perdita di incisività del verso e di aderenza tra lingua e immaginario), da Linoleum di Giulia Rusconi e il convincente Ambienti saturi di Fabio Donalisio, decisamente l'opera più bella e riuscita del terzetto di partenza. Per tornare all'idea del transitare che anima anche il nome, il concetto e il progetto grafico di questa recente iniziativa editoriale (si veda questa intervista fatta al momento del varo), vale la pena ricordare che il prototipo della collana, un volume del 2001 contenente 5 poesie a testa di Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, oggi curatori di A27 poesia, portava proprio il titolo di Transiti. Altro discorso è (sarà) capire se questo libro contenuto di Mancinelli intende essere, all'interno del suo percorso autoriale e editoriale, un libretto di transito verso un'opera che l'autrice intende più corposa e magari rischiosa (anche sul rischio ritorneremo, in chiusura). Qui però la capienza della parola "libretto" è da intendersi più nel senso del bagaglio, del viatico del transito, e non tanto della dimensione dell'oggetto.

L'opera attraversa un alone onirico, come effettivamente ricorda la quarta di copertina. Tra l'altro, a proposito di quarte di copertina, va riconosciuto un fatto non scontato: questa collana torna a prendersi la briga di scrivere le quarte di copertina, testi brevi e descrittivi, dalla struttura ricorrente tra i vari titoli, in un panorama dove spesso o si rinuncia a farlo o si pesca una poesia o si riporta uno stralcio di pre/postfazione. Anche attraverso questo espediente passa un tentativo di trovare una collocazione editoriale nuova alla poesia. L'attraversamento perlopiù ferroviario (con l'eccezione della spericolata prosa automobilistica di pagina 38) ha ripercussioni sulla struttura del flusso testuale, che non ricorre a sezioni e procede diritto verso la fine, captando colori e forme in quella fase trasognante eppure di veglia nella quale sembra acutizzarsi una percezione più intensa o meno scontata di ciò che ci accade intorno. A far da sostanza di un testo che scorre sopraelevato, come su rotaie di un ponte, resta in realtà un immaginario geologico e tellurico di faglie e falde, di poltiglia argilla o creta, di sabbia o ghiaia. E se le diverse consistenze di ciò che è a terra hanno importanza, va da sé che anche i piedi abbiano una parte rilevante nell'economia dell'opera, così come scarpe o tacchi, l'indossare e il calzare, la taglia di ciò che aderisce e copre il corpo, finanche il bagaglio qui inteso come "valigia". Il testo iniziale in questo detta il passo quando afferma "Entrare nella taglia esatta della pena [...] Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati". Quanto accadrà e verrà registrato dal Libretto allora risente e si porta dietro questa contraddizione tra una percezione chiara - seppur appunto impastata nel sogno - che si deposita con precisione nelle prose poetiche e il desiderio espresso proprio alla fine del testo d'avvio, nel quale si affaccia un intento di tabula rasa, di cancellazione di tracce mnestiche, quasi una pulsione di retrocessione o strana rinuncia dello sguardo e dell'esperienza. E se il transito raccontato diventa anche una ricognizione dell'inconscio o di terreni assai prossimi a questo, sappiamo che quest'ultimo non è riducibile totalmente al linguaggio e la cura o terapia non è mai solo linguistica.

La palette dei colori di Libretto di transito resta scura. Il "bianco" è hapax che vale solamente per i denti che chiamano le ossa sommerse. "Terra" e "acqua" parlano in nero, così come il fiume "così nero che avremmo potuto calpestarlo". La percezione è da ubriachi, quando ad esempio si legge "L'intera città fluttuava". Le similitudini si rincorrono, come nel caso della medusa e delle reti, quando a distanza di poche righe leggiamo "Se ci avesse sfiorato porteremmo segni sul corpo, sottili e rossi lineamenti come dopo il passaggio di una medusa" e poi "Un colore prima di un altro, e poi diversi, insieme, come in una rete che si muove luminosa". In un altro brano ci troviamo forse a concordare con l'attacco che afferma "Le frasi non compiute restano ruderi". La luce qui è tautologicamente "chiara", per ben due volte nello stesso testo, il solo che desideriamo riportare per intero in questa nota di lettura, anche per evidenziare la riuscita espressione di un sentimento di impossibilità (molto bello il "contenerti mentre nasci"):
Mi porti in salvo come sollevando la parte più fragile di te. Resisti nel tumulto. Ed eccoti al varco, attraversato da scariche di luce chiara. Non hai più viso, sei fuori da ogni contorno. Soltanto luce chiara. Vorrei raccoglierti con le mani, contenerti mentre nasci, ma ti sprigioni: sei la corrente prima che non si può toccare. 
Il palleggiarsi di concavità/convessità, da sempre ricorrente nella scrittura dell'autrice marchigiana, rimane centrale, ma se un tempo il cucchiaio era immagine ricorrente e lampante nella sua concavità/convessità, ora siamo all'"incavo degli occhi" e dello sguardo. La densità della parola "occhi" e di quanto a questi rimanda è da segnalare: "gli occhi chiusi", "i suoi occhi in un punto lontano", "Per questo con gli occhi fissiamo l'orizzonte", il caso fonicamente ricco di "un occhio socchiuso", la deviazione animale de "i piccoli occhi rotondi dei cocoriti in gabbia", "trovano la via degli occhi", "In questo paesaggio posso chiudere gli occhi e dormire", "I tuoi occhi potrebbero essere azzurri o neri", "Resta l’incavo degli occhi" e "Con gli occhi chiusi continui a lottare". Gli occhi e anche il corpo non sono una novità nella lirica, di qualsiasi epoca o latitudine. Il corpo qui continua a essere tutto nominato, come in un appello mattiniero di tutte le sue parti: caviglie, capelli, dita, polsi, tempie, pupilla, petto, collo, fronte, bocca, zigomi, spalle si pongono come un interrogativo frammentato alla presunta (e presuntuosa) pienezza della coscienza. Il libro nuovo però, come alcuni testi della silloge Tasche finte apparsa lo scorso anno in "Poesia contemporanea. Tredicesimo quaderno italiano" di Marcos y Marcos, che non aggiungeva molto a un percorso già noto, abbandona completamente la versificazione, almeno quella grafica, per lasciare la pagina a 33 prose poetiche suddivise solamente da pagine bianche. La rinuncia alla versificazione, oggi come oggi, può indirizzare verso molteplici direzioni. Nel caso di Mancinelli, più che a una rinuncia alla versificazione viene da pensare a una strategia testuale che pone (impone) un passo di lettura dimidiato di un appoggio, come quello di chi salta con una gamba sola nel gioco della campana, attraverso stanze di scrittura conchiuse, che si compenetrano una nell'altra come gli angoli concavi e convessi di un angolo giro.

Anche in questo libro di Mancinelli, come in altre opere di poesia apparse di recente e appartenenti a nomi tutto sommato ben circolati editorialmente, sembra che si stia naturalmente per esaurire un ciclo di scrittura che inizia a invocare silenziosamente un rinnovamento. Nel caso di Mancinelli, la prosecuzione del ciclo, che ormai dura da anni (sicuramente da Pasta madre del 2013), negli ultimi tempi è sfalsata e quasi rallentata dall'introduzione dell'elemento strutturale della prosa, ma l'immaginario e la sostanza che alimenta la pagina hanno una composizione chimica simile e ripetuta. Un testo come quello che ritrae il padre che annaffia qui rivede e accorcia quanto già uscito nel citato "Quaderno" di Marcos y Marcos solamente un anno fa. Questo sta bene, fa parte del bagaglio di un'autrice che come ogni scrittore vive di ossessioni, di riscritture, di revisioni, ma allo stesso tempo ci dice di una sosta prolungata sopra lo stesso nucleo. In questa scrittura resta interessante seguire un dialogare di fantasmi che emerge a ogni giro di frase e si coagula in pagina. Nell'inseguimento di questo dialogare di fantasmi, per stare su persone anagraficamente vicine, i risultati più alti e belli restano però a mio avviso le opere di due autrici poco citate e tornate silenziose, che tuttavia ci auguriamo di tornare a leggere presto. Mi riferisco a Erika Crosara (1977) di Ius e Alessandra Conte (1978) di Breviario di Novembre, alle quali aggiungerei il caso più recente di Carmen Gallo (1983) di Appartamenti o stanze (anche per nominare un'autrice nata negli anni Ottanta, visto che queste suddivisioni a decadi calcistiche piacciono molto ai compilatori di antologie, quaderni, recensioni). Ma il dialogo dei fantasmi è essenziale anche nelle prose poetiche di Mancinelli e non a caso Emily Dickinson, regina dei fantasmi, appare in epigrafe con Simone Weil. La differenza si ravvisa sempre nel come si fa risuonare un fantasma. L'impressione è che un angolo giro sia compiuto e che uno spostamento sia necessario, magari è già in orizzonte. Il transito rappresentato da questo nuovo libro ci dice insomma di una padronanza di stile e scrittura che convoglia le forze verso una robusta costruzione di autorialità. Da lettore posso registrare la riuscita complessiva dell'operazione, augurandomi però anche di poter riscontrare un'oscillazione del senso e delle immagini su superfici meno sicure, meno "date", ma più utili al mio transito di lettore. In altre parole, ci auguriamo che resti sì salda l'asticella della scrittura, dello stile - con tutti i suoi portati biologici - e della qualità editoriale che accoglie l'opera (qui fuori discussione), ma che resti alta anche l'asticella del rischio, con tutto ciò che questa parola implica nelle discussioni che ricadono nell'alveo della poesia. Anche a costo di sbagliare un colpo, anche a costo di sporcare la propria ricerca e portarla più in là, nel tentativo di dire quello che si può ma anche, soprattutto, quello che non si può dire. Il bagaglio, incluso quello teorico-tecnico, da un pezzo è pronto per affrontare questo nuovo transito e l'importante adesso, per fare il verso al bel finale di una di queste prose, è non scordarsi di partire.

martedì 10 ottobre 2017

La nuova collana di poesia A27 di Amos Edizioni. Un'intervista coi curatori Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra

Di seguito potete leggere una intervista con Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra, ideatori e curatori della nuova collana di poesia A27 edita da Amos Edizioni. Ringraziandoli per le risposte, ricordo che le collane di poesia A27 e Nervi saranno oggetto di una presentazione congiunta sabato 14 ottobre alle ore 16:00 nell'ambito del festival Carta Carbone a Treviso (Palazzo di Francia, via Roggia 12).

LB: La collana di poesia A27 nasce all'interno di un catalogo di un editore che esiste da molto tempo, Amos Edizioni. Potete dire come è avvenuto l'innesto e quali regole vi siete dati per risiedere all'interno del catalogo di questo editore?
R: Facendo un’eccezione alle sue abitudini, per la collana di poesia a27 Amos edizioni ha scelto di lasciare carta bianca ai tre curatori. Le regole valgono solo per il formato del libro, mentre il resto viene da un rapporto di fiducia che si è costruito in oltre 20 anni di frequentazioni.

Un tratto prealpino della A27
LB: Il nome, una sigla autostradale che idealmente potrebbe abbracciare tutta l'Italia, rinvia a una passata esperienza dei curatori, risalente a diversi anni fa. Con quali intenzioni avete ripescato quella sigla per marchiare questa nuova collana di poesia?
R: È stata la scelta più semplice e naturale: prima di tutto è stata la sigla che ci accomunava, e metteva tutti d’accordo. E poi una sigla non ammicca e non connota, piuttosto “indica”. Quale luogo migliore di un’autostrada, di una via di comunicazione (non a caso), per aprirsi e accogliere esperienze, proposte, passaggi, incursioni e scambi? Ovviamente indica anche un luogo di provenienza, il nostro, ma che non vuole essere sede esclusiva e privilegiata nella selezione dei poeti.

LB: Varate la collana proprio in questi giorni e partite con tre titoli. Quali sono e cosa ci dicono questi tre libri?
R: I primi libri sono: Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, Linoleum di Giulia Rusconi, Ambienti saturi di Fabio Donalisio. Sono libri molto diversi tra loro, e siamo molto soddisfatti di questa scelta, proprio perché non ci inquadra in una scuola né in un gusto prevedibile. Complessivamente questi libri ci dicono che la poesia è viva, e non è vero che è ormai impossibile intercettare vene poetiche fresche ed autentiche.
Cerchiamo di privilegiare questo aspetto: la scrittura attorno a uno o più temi solidi, più che raccogliere semplicemente testi sparsi finché si arriva a un numero adatto alla stampa.
Variazioni sulla cenere di Fabio Pusterla, ad esempio, è un libro in due sezioni, entrambe riferiscono di esperienze concrete, dove il lirismo si impasta con versi materici e aspri che si interrogano sulla cenere e la luminosità della vita umana.
Linoleum di Giulia Rusconi invece è tutto chiuso dentro le stanze di una casa di riposo, dove i versi asciutti e toccanti aprono al lettore una nuova prospettiva sul legame ambiguo tra cura e sofferenza, tra pazienti e infermieri.
Ambienti saturi di Fabio Donalisio, invece è tutto ripiegato su un Io che non c’è. I versi frammentati e acidi girano straniti negli ambienti per forza minori di un’abitazione cercando ciò che non c’è più, non può più esserci e forse non c’è mai stato.

LB: La scrittura poetica è spesso intesa malamente come uno spazio di libertà assoluta. Forse può esserlo uno spazio di libertà, il punto è che questa libertà emerge anche grazie a dei "divieti" (sulla lingua, sull'immaginario ecc.) che scolpiscono l'estetica, la superficie e poi fin giù il nucleo di una poetica. Oggi si possono individuare posizioni estreme, parimenti "ridicole", da chi continua a perorare la causa della libertà assoluta di movimento a chi mette dei paletti anzitempo, ad esempio sostenendo che parole come "cielo" o "erba" non abbiano più diritto d'asilo nella poesia oggi. Senza scomodare Azzurro o Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, a me sembrano posizioni alquanto discutibili: la prima mi sembra molto ingenua e impraticabile, la seconda ricorda un po' i futuristi che volevano uccidere il "chiaro di luna". Voi quale idea avete e eventualmente "applicate" quando vi arrivano dei dattiloscritti da valutare?
R: I gusti di ciascuno influenzano sicuramente la valutazione dei dattiloscritti. Così come l’idea che abbiamo di poetica. Ce lo siamo detto fin dall’inizio, e ci siamo preparati per questo. La sfida è quella di tenere a bada i personalismi per non pregiudicare la lettura di poesia anche molto diversa dalla nostra. La pubblicazione di un libro passa comunque dall’approvazione di tutti e tre i curatori della collana. Quello che è importante è cercare di rispettare e valutare i testi ciascuno nel proprio immaginario e nella propria poetica, cercare di riconoscere le voci autentiche e  tecnicamente consapevoli. Scartare a priori una proposta perché rientra in una delle due posizioni che dici tu, ad esempio, può essere un errore.

LB: Un aspetto che è emerso nelle conversazioni e che mi è parso molto interessante è che lavorate a stretto contatto con gli autori, rimaneggiando anche pesantemente i dattiloscritti che intendete trasformare in libri (tagliando, integrando o riscrivendo). Una domanda cattiva: in futuro varrà per tutti il trattamento, inclusi i nomi più affermati che potrebbero trovare posto nella vostra collana?
R: Sì, certamente. A volte più a volte meno. La “cura” di un libro di poesia può prevedere anche questo “gioco di squadra”. Lo si fa in narrativa, ad esempio, non vediamo perché in poesia sia percepito come un tabù. Ma, giusto per chiarezza, non si tratta di riscrittura (come ipotizzi nella domanda). Si  tratta più che altro di rivedere e ripensare la struttura dei libri proposti, sempre rispettando le peculiarità e le esigenze degli autori, qualora intuiamo che ciò potrebbe rassodare e dare maggior sapore al testo. Non vogliamo ricavarne dei libri “alla A27”, dove traspaiono le nostre personalità.
Ti faremo degli esempi concreti: dei testi di Donalisio ci interessava l’aspetto corrosivo sia dello stile, sia a livello contenutistico. Con lui si è dunque concordato di selezionare quei testi che andassero più in questa direzione. Nel caso di Rusconi il libro era praticamente fatto, ma, visto il tema, le è stato chiesto di inserire elementi di alleggerimento – versi, rime, testi – che spezzassero il ritmo. Con Pusterla, visto che il suo libro è quello che inaugura l’intera collana, abbiamo scelto di invertire l’ordine delle sezioni al fine di partire con testi più diretti e di avvicinarsi gradualmente a quelli più cupi della seconda parte.
Crediamo che un ragionamento di gruppo, di un gruppo di persone che insieme all’autore ragionano sull’opera, può portare a vedere alcuni aspetti in maniera diversa, sorprendente e interessante; è un lavoro che facciamo innanzitutto per il bene del libro, per aiutare l’autore quando ha delle incertezze (un ordine, ad esempio, un titolo, un taglio).

LB: Il progetto grafico ora. Gli esterni sono visibili nelle copertine qui a lato, ma si sa che il progetto grafico non riguarda solo la veste esterna del libro. Potete parlare di questo, illustrando le scelte fatte per interni e esterni?
R: Volevamo preservare la tradizionale pulizia di Amos Edizioni aggiungendo un ritmo più energico e dinamico. È stata una scelta coerente con lo stesso nome scelto per la collana: una sigla, di per sé apparentemente poco poetica. Per l’interno abbiamo cercato di privilegiare la leggibilità, per questo, se guardi bene, il formato e i caratteri usati, la carta, l’impaginazione, sono le stesse dei libri classici di Amos Edizioni, gli aggiustamenti in tal senso sono stati minimi. Non è stato necessario cambiare, perché era buono ed efficiente così com’era. Il lavoro si è concentrato maggiormente sull’esterno. Anche perché la sfida attuale è differenziarsi e spiccare sul banco della libreria. La suggestione di partenza è nata dal ricordo di vecchie copertine della Feltrinelli, e poi da certe collane inglesi come quella di poesia di Faber & Faber. Ci piaceva l’idea di una griglia grafica in cui inserire di volta in volta il nome dell’autore e i titoli, adeguando la grandezza del carattere e creare in questo modo un movimento (si percepisce meno nei primi tre libri perché i nomi sono di lunghezza simile, non potevamo certo selezionare gli autori in base a quest’esigenza!). La grandezza “massiccia” del titolo e del nome invita la poesia a non essere timida, a non nascondersi in mezzo agli altri libri.
Una particolarità dei libri è l’inserimento, accanto alle note biografiche, di foto “rivisitate” di cartine topografiche legate al territorio di provenienza degli autori. Queste elaborazioni grafiche, che assomigliano a una sezione del sistema arterioso di un corpo umano, non servono a isolare una zona, ma a mostrare come faccia parte di una pianta, di un organismo più grande.

LB: Facebook fa bene o male alla poesia, ai poeti e agli editori in Italia? Lo so che è una domanda campata un po' per aria e che quel Social è uno strumento quindi, in sé, potrebbe essere abbastanza "neutrale". Ma la vostra idea (e bilancio) qual è all'altezza del 2017, alla luce dell'uso che ne viene fatto, soprattutto in ottica promozionale?
R: Premesso che nessuno di noi ne fa grande uso (Igor non ha nemmeno un profilo personale), e ammesso che come strumento di minima promozione Facebook è sicuramente efficace, la domanda piuttosto si può rovesciare. Se, come noti nella domanda, è uno strumento e un luogo Social, dato e consacrato per lo scopo e ormai inevitabile, allora ci verrebbe da rovesciare e chiedere: la poesia fa bene o male a Facebook? Da questo punto di vista crediamo si possa affermare con sicurezza che faccia bene; ci sono migliaia di profili e migliaia di post quotidiani che riguardano la poesia. Facebook ringrazia.
Ciò detto, il tema dei social è affrontato da decine di sociologi, massmediologi e via dicendo, come a dire che non si può affrontare nello spazio di poche righe. Se ti accontenti ti daremo uno spunto: riteniamo che la poesia, per sua stessa natura, per la presenza di quegli spazi bianchi, abbia a che fare col tempo, abbia bisogno di tempo e non di obsolescenza programmata. Forse facebook va in direzione contraria.

LB: Andrea Zanzotto scrisse un interessante contributo intitolato Poesia e televisione. Se foste alle prese con un palinsesto che concede la presenza di un programma di poesia in TV, come vorreste strutturarlo? (E quali spot vi immaginate più gettonati durante le interruzioni pubblicitarie?)
R: L’intervento di Zanzotto al quale fai riferimento è ancora interessante seppur datato. Anche lui però, come molti altri, alla fine elude la questione, non prospettando alcuna valida soluzione di conciliazione tra poesia e televisione. Il problema non è quello di capire se la poesia in televisione debba/possa diventare spettacolo o momento pedagogico. La difficoltà è tutta formale: come è possibile conciliare la necessità del montaggio televisivo (in cui un’inquadratura non rimane ormai fissa per più di pochi secondi, e le telecamera è sempre in movimento per la paura del vuoto e del silenzio) con la forma della poesia, che, pur restando ferma in una lettura “sfugge da tutte le parti” come dice Zanzotto? I due ritmi sono forse inconciliabili.
Potremmo immaginare uno schermo nero, anzi la ripresa di una stanza buia, e una o più luci pulsanti anche colorate, se ti piace, a sottolineare il flusso elettrico e sanguigno della lettura. Non mancherebbero ovviamente gli spot; vedremmo bene le pubblicità di cosmetici, di fasce dimagranti, di macchine avanzatissime e lussuose, di siti che comparano condizioni economiche di banche e assicurazioni per farti incredibilmente risparmiare, insomma, tutte cose che sono lontane dall’uomo e detestano l’uomo così com’è, e lo vorrebbero trasformato, così che la poesia, che invece l’uomo lo ama e detesta così com’è, avrebbe la sua voce.

mercoledì 28 giugno 2017

Senza colpa e assoluzione: i saggi di Giovanni Turra raccolti in volume (con un estratto su "Meteo" e "Sovrimpressioni" di Andrea Zanzotto)

Cleup ha raccolto in un recente volume intitolato Senza colpa e assoluzione. Scritture e scrittori a Nordest negli anni Duemila (pp. 196, euro 16) alcuni saggi del poeta e critico Giovanni Turra. Denominatore comune di questo libro è, come da sottotitolo, l'area di provenienza degli autori trattati. Si attende a breve un nuovo libro di saggi critici di Turra dove lo sguardo inevitabilmente s'allargherà e ricordo allora che uno degli autori più assiduamente frequentati dall'autore è il ligure Francesco Biamonti, per il quale possiamo ricordare Colloquio con F.B. (in Francesco Biamonti, Scritti e parlati, Einaudi, 2008). 

La natura di questi scritti, che riguardano tra gli altri autori quali Ferruccio Brugnaro, Luciano Cecchinel, David Maria Turoldo, Giuliano Scabia e Gian Mario Villalta, ha passi e moventi diversi. Veri e propri saggi convivono qui con più concentrate note a margine o prefazioni. Il titolo che presta il cappello a questa raccolta di scritti presenta un motivo di curiosità, ponendo lo sguardo in una sorta di limbo dove né la colpa né l'assoluzione riescono a soverchiare. Più che l'area di provenienza, è quindi questa sorta di categoria critica (o questa constatazione di "sospensione" o epochè) un denominatore comune delle scritture studiate da Turra, estendibile a macchia sulle nostre dubitanti mappe letterarie.

Per gentile concessione dell'autore si pubblica come estratto *.pdf un contributo su una stagione particolarmente viva e interessante della poesia di Andrea Zanzotto, relativa al lustro 1996-2001. Il saggio si intitola "Gli aforismi improbabili di Andrea Zanzotto. Per una lettura di Meteo e di Sovrimpressioni", vale a dire le raccolte del poeta di Pieve di Soligo uscite rispettivamente nel 1996 (per Donzelli) e nel 2001 (per Mondadori).


 G. Turra, Gli aforismi improbabili di Andrea Zanzotto. Per una lettura di "Meteo" e di "Sovrimpressioni"

martedì 29 settembre 2015

CartaCarbone 2015, la seconda edizione del festival letterario di Treviso dal 15 al 18 ottobre


Tra il 15 e il 18 ottobre a Treviso avrà luogo la seconda edizione del festival letterario CartaCarbone, a cura dell'associazione Nina Vola. 80 eventi, 18 tra letture sceniche e spettacoli, 150 ospiti (qui la lista completa), 6 laboratori, 3 tavole rotonde, 3 eventi speciali sono i numeri con cui la manifestazione si propone, con questa nuova edizione dal respiro decisamente più internazionale, di consolidare il successo di pubblico registrato all'avvio nel 2014. Una cura rilevante è dedicata alla poesia e per l'approfondimento del versante poetico del programma riporto di seguito il comunicato ricevuto da una delle curatrici del festival, Paola Bellin. Il programma completo è ovviamente consultabile a questo indirizzo (oppure qui come pdf interattivo).
 
CartaCarbonePoesia

Luciano Cecchinel
CartaCarbone festival 2015, alla seconda edizione, si apre alla poesia proponendo otto incontri con autori che tracciano il mondo poetico italiano, e da quest’anno anche internazionale, grazie alla presenza di uno dei più importanti poeti vietnamiti, Nguyen Chi Trung che con Venti (Samuele Editore, 2014) si domanda come il suono della morte viva nel vento, nei luoghi dove la concretezza dei suoi studi matematici si contrappone all'astrattezza di quelli filosofici. Poeti riconosciuti per originalità e cifra stilistica, oltre che per incisività del messaggio: Luciano Cecchinel e il plurilinguismo aspro e franto dei suoi versi che in silenzioso affiorare esprimono la necessità del ricordo, memento da non lasciare andare; Vivian Lamarque, poetessa limpida, che raggiunge il lettore grazie alla musicalità dosata e chiara dei suoi versi, sfrondata di ermetismi e capace di stupire con una poesia illegittima; Roberta Dapunt, il cui dialogo con il sacro si manifesta nei misteri del quotidiano, nelle beatitudini della malattia. Ma anche poeti giovani: Francesco Targhetta, autore di raccolte poetiche, l’ultima Le cose sono due (Valigie rosse, 2014), e di un romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn edizioni, 2012), osserva e rappresenta, senza sconti per l’io-poetico, l’umanità della porta accanto che corre, latita, attende nella contraddizione dei molti e dei nessuno; Giovanni Turra e la fisicità della sua trama poetica, nudità sensuale delle parole visive, orografia dei corpi in Con fatica dire fame (La Vita Felice, 2014). Simone Maria Bonin, giovanissimo poeta, traduttore e curatore della poesia del poeta statunitense Hart Crane in Atlantide (Thauma edizioni, 2014), dialogherà, raccontandosi nelle forti esperienze di viaggio, dell’essere altrove per esplorare e stemperare l’io-poetico, in un incontro di urgenza poetica e grafico-poetica, con Riccardo Fabiani, poeta, illustratore, viaggiatore che traduce l’esperienza di cammino in uno schedario emotivo raccolto in Road Trippin, realizzato tramite crowdfunding in completa autonomia editoriale. Altra presenza significativa sarà quella di Antonio Turolo la cui raccolta Corruptio optimi pessima (Nuova Dimensione, 2007) rappresenta uno degli esempi più alti di poesia italiana degli ultimi anni. Poesia che scandaglia e si restituisce integra all’onestà del sentire attraverso una lingua limpida lontana da equilibrismi labirintici.

Incontri con poeti ma anche poetry slam con Lello Voce, poeta, scrittore, performer poliedrico della poesia sonora e affabulatorio interprete, tra i fondatori del Gruppo 93 e del semestrale letterario "Baldus". Insieme ai poeti che coinvolgeranno il pubblico nella performance di poetry slam anche Nicolas Alejandro Cunial, già presenza apprezzata nella serata dedicata alla poesia giovane Uno Punto Due di anteprima del festival, poeta performer in effrenata e dirompente azione di arti combinate, pillole di carne cruda (La Gru, 2013). Ospite d’onore del poetry slam un grande poeta, scrittore italiano, Nanni Balestrini, esponente di rilievo della neoavanguardia (gruppo dei poeti Novissimi, Gruppo 63) presente a CartaCarbone festival con il suo ultimo romanzo Carbonia (Bompiani, 2013).

Ancora poesia nella dirompenza del rap declamato, affermato, in continua combinazione simbiotica di musica e parola senza mediazione, con la presenza di Taiyo Yamanouchi, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Hyst, dirompente forza musicale che comunica energia, positività in un mix alchemico di racconto poetico, ricercato nella parola che incide, e di potente formula sonora. Insieme a Nicolas Alejandro Cunial, impegnato anche in questa performance, e Federico Martino Big F, rapper e visual performer, anche lui già apprezzato nell’evento Uno Punto Due, travolgente nella sua libertà dai quattro/quarti in nome dell’autonomia della parola.

Versi itineranti , poesia errante quelli del performer poeta di strada MaRea che appende come panni stesi le sue poesie e le diffonde per le strade delle città, in luoghi insoliti: Stendiversomio per tirar fuori le parole dal chiuso dei libri.

Poesia dell’ineffabile nella Lectura Dantis di Ivano Marescotti, attore di teatro e di cinema, interprete per i canti I, V, XXVI dell’Inferno, e nel commento/declamazione di Giorgio Battistella del XXXIII canto del Paradiso.
(p. b.)

giovedì 4 dicembre 2014

Giovanni Turra, "Con fatica dire fame"

Le note critiche del premio letterario "Anna Osti"











Quarto appuntamento della miniserie di cinque post dedicati alle note critiche ai libri premiati o segnalati all'ultima edizione del premio letterario Anna Osti. Ringrazio i promotori del premio e i singoli autori di queste note. Ospito oggi il testo che Luca Pasello ha scritto per Con fatica dire fame di Giovanni Turra (La Vita Felice, 2014).

È sempre un’operazione sospetta, la traduzione intermediale dei prodotti artistici – poesia/teatro, pittura/poesia, poesia/fotografia – a rischio di fuga anarchica dal testo o di illustrazione banalizzante. Non così quando un’immagine, ad esempio, riproduca nel proprio medium il procedimento basilare di un testo poetico. La redazione di Nuovi argomenti ha pubblicato or non è molto quattro brani da Con fatica dire fame, accostandovi uno scatto di Miles Aldridge, Cigarette stubbed in egg yolk. È una macro su un uovo in camicia su cui sta conficcato un mozzicone, col rossetto che grida dal filtro, lampone. Lettura impeccabile, perché dice scarto e “scarto” è polisenso: ciò che resta, relitto; ma anzitutto slittamento, scostamento brusco del punto d’osservazione, sutura mancata (e della presenza umana solo familiari alterità o non consumazioni, a parte l’occhio che osserva). Il tutto operato su oggetti ground zero – minimalia o rovine del quotidiano.

Giovanni Turra procede così, sia nella macrostruttura (nell’ordinamento del libro), sia nei singoli componimenti. Il libro, diviso in sezioni, fornisce da sé le proprie chiavi, evidenti dai corsivi-cornice di ogni sezione, generatori di prospettiva e più soggettivi. Ma in ogni brano si avverte quello scarto, si tratti di mondi oggettuali (ciò che è prossimo, feriale, domestico) o di presenze vive (persone, animali, memorie). Dal passo sicuro di Turra, che versifica saldo sul proprio timbro baritonale, la metafora è quasi assente e in esso è la dissonanza a partorire il senso: fatica del vivere (non della scrittura), assenza, distanze quali forme paradossali di comunione... Svolte del senso che non ti attendi. Come brace di sigaretta che sfrigola su un tuorlo, mentre due labbra siano altrove.

Luca Pasello

venerdì 27 giugno 2014

"Con fatica dire fame". Quindici anni della poesia di Giovanni Turra, stilista dell'usuale

Uscire a venticinque anni con un libro d'esordio che si può ricordare tra i migliori degli anni Novanta è un vantaggio? Non lo so. Non penso nemmeno si possa parlare di vantaggi e svantaggi e davvero non so se la domanda abbia fondamento. Però quando l'esordio riesce bene, si rischia sempre di fare la figura del giovane brillante poeta promettente che poi è presto dimenticato. So però che la poesia di Giovanni Turra (Mogliano Veneto, 1973), dopo quel Planimetrie uscito per Book Editore nel 1998, è approdata in situazioni di lettura e ascolto più diradate, anche se c'è stata la non trascurabile pubblicazione della silloge Condòmini e figure nel Nono quaderno italiano di Marcos y Marcos, nel 2007, con un'importante prefazione di Franco Buffoni. Turra ha poi forse perso il treno non imperdibile della poesia al tempo dei social network, il che non è necessariamente un male per un'arte così lenta e anche ha perso il treno-freccia senza direzione della presenza massiva in rete ai tempi dei "tori da testiera" (come sono stati definiti i commentatori di certi lit-blog). Ecco allora che dopo un inusuale iato di quindici (15) anni, appare per le edizioni La vita felice Con fatica dire fame (pp. 92, euro 13, con un risvolto di Stefano Raimondi), un libro che consiglierei di tener ben presente in tempi di classifiche e carotaggi e prelievi a campione che cercano di sondare e fotografare la poesia degli anni zero (zero come nome che è tutto un programma?). 

L'arco temporale che racchiude questi testi, unito all'evidente meticolosità versificatoria di Giovanni Turra, dà subito l'impressione di un lavoro mai pago e inesauribile (ecco la fatica, sin dal titolo), di un bagno in un bacino lacustre dello stile che s'attesta ad un livello che è metrico e prosodico attentissimo, controllato, adatto a liberare piccole scosse di un novenario, la forza del settenario o l'enigma di un trisillabico. Un testo finito è frutto della religione (o della stanchezza) ricordava Jorges Luis Borges, e con queste poesie verrebbe facile dire che siamo dalla parte della stanchezza, dopo quindici anni di lavorio incessante e limatura. Lavoro di lima, già, bell'espressione. Si pensa sempre al pezzo finito e mai alla polvere di ferro o legno dell'atto del limare, che qui in queste poesie sembra un'acuta presenza. Proverò, nel poco spazio che mi do, a dire perché in fondo questo libro, oggi finito e dato alle stampe, stia quasi più dalla parte della religione, nel senso di recupero di una sacralità del lavoro sulla parola e in fondo un atto di fede pieno nella tradizione poetica di una grande eredità versificatoria e di una lingua come quella italiana, un atto che mi pare a tratti abbia davvero dell'incredibile, e che pure è l'unico criterio discriminante per poter continuare a scrivere di poesia, a parlarne, a riconoscerla (e non perché ci siamo tutti risvegliati nel bosco sacro eliotiano dalla sera al mattino). E anche la critica delle varianti forse non ci interessa più; ci interessa di più la critica della limatura, ma come limatura prodotto di scarto che cade a terra sotto la morsa che trattiene il pezzo di realtà che ogni volta proviamo a salvare. Voglio dire che la tradizione lirica italiana in questo libro di Turra batte anche laddove si avvertono gli strappi, le sincopi, le disparità delle contrazioni dei versi, in un cerchio che quasi prova la sempre difficile impresa di saldare forma-stile-etica in un solo giro di parole, in un camminare rischioso e rasente al muro di un'afasia che sembra persino suggerita dalla ripetizione di "fa-" nel titolo Con fatica dire fame, un titolo che tra l'altro adopera la parola "dire" nel momento in cui ne ammette una quasi disumana fatica.

E la fame allora? In realtà, il riuscito titolo che illumina tutta l'opera appare come un jeu interdit su due parole, "fatica" e "fame" per l'appunto, che rimandano entrambe al "venir meno", alla "mancanza". E diventa così un dito puntato in ogni componimento. Che cosa è mancato improvvisamente in questa vita, in queste vite che Turra raduna nei testi di questi quindici anni? La fatica diventa una condizione perenne e ineliminabile? E qual è la fame di cui si parla? Bruto bisogno fisiologico, fantomatica fame di conoscenza o una fame ben più sconvolgente (di progettualità, direzione, finanche fame di senso) che sta venendo a mancare? Si tratta forse di una fame di catastrofe, nel senso di scioglimento completo dell'intreccio delle vite per capire come sono fatte dentro davvero, quasi una fame di apocalisse rivelatoria che dica cosa sta sotto le numerose superfici descritte in questa poesia. Questo è un libro davvero superficiale, nel senso di un libro che sta sulle superfici delle cose e dei gesti, quasi a volerne preservare un'allegoria continua corrente sottopelle. Il libro, che s'apre con un'epigrafe dal Faust di Goethe ("tanto quel che sai di meglio non puoi dirlo ai tuoi alunni"), quasi a voler ricordare una grande nostalgia per un rapporto maestro-allievo ormai irrimediabilmente perso o impraticabile, pare snodarsi dapprincipio attorno a un immediato, palese omaggio montaliano:

Il pensile orologio da parete,
il metallo brunito della scocca.
Con tatto d’entomologo ne sfili
com’altrettante ali le lancette:
un volo di lancette sul quadrante,
tutta la tua vita in un botto.
E s’accampano di getto,
come usciti dall’armadio,
i tuoi morti tutti e due.
A mezzo busto dentro una cornice,
in un giorno di sole.


Il richiamo a Forse un mattino andando in un'aria di vetro e ai versi "Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto / alberi case colli per l'inganno consueto." sembra più una spia tematica, una conformità di voleri, una primissima intonazione come i suoni curiosi prodotti da un'orchestra che accorda e prova gli strumenti prima di uno spettacolo, che un montalismo vero e proprio. I temi della prima sezione, "Superfici", sembrano stare in tanti titoli che si susseguono: Superfici appunto, l'occhiuta e riuscitissima Bricolage concepita osservando una giovane collega a scuola, Auto nuova, Mani, Il barbiere, Giardino Zen, Cannocchiale. I temi della raccolta, se così vogliamo chiamarli, fanno il loro esordio già da queste prime battute: i luoghi di una giornata, gli spazi abitati, persino una sorta di voyeurismo/scopofilia in realtà rivolti all'eros sparso nel mondo intero, alle superfici, che poi non è tanto lontano dall'essere la ragione "erotica" per cui forse esiste la poesia (sotto certi aspetti lo ricordava bene anche Zanzotto). La seconda parte del libro, "Quando siamo via", è un inno al gioco inanimato che fanno le cose in nostra assenza, gli spazi, tra il limone cimato e l'annuario del telefono. In una poesia, Lo sgombero, assistiamo al massimo di variazione nel minor spazio possibile, da Lo sgombero del titolo allo "sgombro" (senza "e") che chiude la poesia:

Riscuotiti al suono fesso
del citofono. Nell’avello
cieco dell’androne, penetrane
l’eco, l’arcano degli oscuri
allacciamenti. Afferra
il saliscendi della porta,
inverti il giro all’ultima
mandata. Fatti viva.


Altro è dire forte
e chiaro e senza voce
il nostro nome, nella nostra
casa vuota, occhio per occhio
a cominciare dal letto,
buca d’obice, voragine d’alte
mura, nell’attimo
finale dello sgombro.


Si procede, e non poteva essere diversamente, con Condòmini, dove lo spostamento d'accento indietro (o in avanti) ci porta continuamente a un gioco di pieni e vuoti che si rivolge agli spazi abitati e alle persone che li abitano: condòmini e condomìni. Turra, sin dalla silloge del Quaderno di Marcos y Marcos, sembra scegliere la lectio difficilior di una parola sdrucciola. "Il cadavere di Cook" è la sezione del cadavere dell'esploratore-poeta fatto in pezzi, vivisezionato e spartito tra gli isolani che rimangono, e si muove in una serie di testi che indugiano su singoli pezzi o situazioni, in feroci macro fotografiche o impietosi e lunghi piani-sequenza. La poesia che segue, da questa sezione, si intitola Denti:
 
I miei denti:
cresciuti me li diresti
in un pendio
– un dirupo di gladioli –
precipitevole tanto
quanto me
se mi vedi dal basso.


Minuscoli cippi, segnali
di confine, nel breve camposanto
della mia vita. 


Il massimo rigore e concentrazione a mio avviso si ravvisano nella bellissima sezione (sin dal titolo) "Manovre per l'addiaccio", dove l'anacoluto, l'iperbato, quel calco sospeso tra certe costruzioni della lingua latina e certi costrutti di frase anglosassone, come il "quando siamo per dormire", lasciano spazio a uno dei più bei componimenti della raccolta, in corsivo. Qui le alte gru nei quartieri sorti dai disgraziati piani urbanistici del Veneto assomigliano a delle giraffe sperse allo zoo.

La notte,
quando siamo per dormire,
noi si volge il capo ad est,
nel disordine sparso
dei nuovi quartieri.

Un’alberatura fitta di guglie,
alti pinnacoli, antenne
dove girano le gru.

E v’è stupore nel sangue,
ammirazione, quasi ci fosse vicino
il mare.


Credo sia in questo frangente del libro, in questa sezione, che la sonda della poesia di Turra prenda di petto il tempo della memoria, il paesaggio, lo sbattere e sbatacchiare delle imposte dello sguardo sul Veneto (Francesco Maino scriverebbe "veneto", con la minuscola), senza però quel livore inutile che rischia ormai solo di fregare molte altre generazioni a venire. Ed ecco il terremoto del Veneto orientale del 1976, il rapporto col padre, il fare la spesa ("Nessuna cosa nuova nei discount /  potè mai avere inizio") quando "ecco ti scoppia nel cervello / un lampo senza aloni", le leirisiane età d'uomo ("L’io che ero io a sedici anni / io dico: era, è stato. / E vide, crebbe, disse. / E tutto è dentro me, / dov’è uno spazio grande / apposta per il gioco."). Nella sezione conclusiva, quella che si intitola come il libro, compaiono gli animali, alci, animali allo zoo e animali da soma. E se Un tempo unisoni potrebbe ricordare la rilkiana pantera, Animali da soma è un testo che sorprende per l'impennata che prende e per come si conclude, in un finale dove la ricerca delle parole rare ("i ginocchi", la sella denominata "basto") non potrà essere scioccamente scambiata per ricerca di inutili preziosismi lessicali:

Parlano alemanno
un uomo in età e una giovane
donna, come dolendosi
liricamente
di qualcosa. Avrebbe potuto
essere questo il tono
e la posa, l’afflato
dei sodali amici di Gesù
ai piedi della croce.

Parlano i due
come da una grata.
Alternano velari
e gutturali
negli orecchi a un cavallo.

Ha la bocca sconciata dal morso
madido. Gli zoccoli son fessi
e mezzo aperti. Non nitrisce,
raglia. Gli si rompono i ginocchi
per la fatica del basto.


Mutatis mutandis, Bach oggi suonerebbe come i Sonic Youth? Chi lo sa. Forse ci proverebbe, abbracciando con amore tutta una tradizione di poesia che ci parlava di respiro, piede metrico, sguardo e che oggi prova ancora a carpirne la centralità, a metterla in opera, anche se al posto dello sguardo s'avvicendano sguardi distratti e muti, al posto del piede metrico ci sono piedi dall'aspetto sinistro "ingombranti e comatosi" e al posto del respiro, in questa epoca, sembra rimasta soltanto una "rauca ruggine del fiato". Turra ha sicuramente letto a lungo Philip Larkin, the master of the ordinary secondo la celebre definizione di Derek Walcott. A me però tornava in mente Nelo Risi che nel primo testo del suo Di certe cose del 1970 scriveva "Se occorre arte perché siano vere / le parole rare / forse più ne occorre / per essere stilisti dell'usuale". 

sabato 5 gennaio 2013

"La poesia del giovedì" all'Osteria da Filo: Giovanni Turra

Prosegue la rassegna "La poesia del giovedì" curata da Maddalena Lotter e Giulia Rusconi. Con cadenza quindicinale l'Osteria da Filo (ex Poppa) a Venezia (Santa Croce 1539, Campo San Giacomo dall'Orio) ospiterà le voci dei poeti invitati dalle curatrici.



Giovedì 10 gennaio 2013
Osteria da Filo, Venezia, h. 19:00
Presentazione e reading di Giovanni Turra
Al pianoforte: Sammy El Takriti
info: portalepoesie@gmail.com



Turra è nato a Mestre nel 1973 e insegna al Liceo «G. Berto» di Mogliano Veneto (TV), cittadina in cui risiede. Dopo il Dottorato conseguito in Ricerca in Italianistica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Ca' Foscari di Venezia è stato lì docente a contratto dall’AA 2005-06 all’AA 2009-10. In ambito critico-saggistico, è autore di alcune monografie su Luciano Cecchinel, Andrea Zanzotto, Emilio Cecchi, Francesco Biamonti. In ambito poetico, ha vinto il «Premio "Dino Menichini" città di Udine» (1997) e l’edizione 2007 del Premio Cetonaverde Poesia; ha pubblicato le raccolte Planimetrie (Castel Maggiore, Book, 1998 con una nota di Gian Mario Villalta) e Condòmini e figure, in Poesia contemporanea. Nono quaderno italiano (Milano, Marcos y Marcos, 2007; introduzione di Franco Buffoni). È stato inoltre incluso nei volumi antologici L'opera comune e Transiti. Suoi testi sono apparsi su riviste specializzate italiane ed estere; su tutte: «In forma di parole», «Poesia», «Poeti e Poesia», «Atelier», «Journal of Italian Translations».













Ecco un paio di poesie dell'autore:

VENTO CATTIVO


Al primo sguardo dopo il sonno,
malcerto e come mosso
da correnti contrarie,
eccoti infine giunto al pianterreno.

Dal taglio dei libri si leva
a coltello contro i muri
quel vento cattivo.
Agita pensieri dov'erano
visioni e stanze illuminate.

E per quanto s'aprano
e sbattano i tuoi gomiti
in una pretesa parodia d'ali,
fuori ci trascina
a presumere il mondo.

(da Condòmini e figure, in Poesia contemporanea. Nono quaderno italiano, Marcos y Marcos, Milano 2007)


SUPERFICI


Non c'è sguardo che fissi la mia nuca 
ma un'altra nuca ancora, 
seduti come siamo, 
lo sconosciuto e io, 
dentro il gazebo che fa vela
a Treviso, in Piazza Pola.
Impareremo a decifrare, 
immobili entrambi e premurosi, 
l'orografia dei corpi, 
le superfici vaste, 
le nostre schiene
come tabulae incisae.
Insetti ermafroditi a pelo d'acqua
che si toccano da dietro. 

(poesia vincitrice del premio CetonaVerde 2007)

mercoledì 21 marzo 2012

L'antologia poetica dedicata a Franco Zagato

Ripescaggi # 12


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Una recensione che non ricordo bene dove uscì. Rimane comunque una recensione di un bel libro, giustamente dedicato a un poeta e traduttore da molti dimenticato: Franco Zagato, Antologia poetica, Amos Edizioni, 2003, € 10,00.
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Un libro “che ferma un percorso poetico durato cinquant’anni”. Così l’editore nella breve nota che introduce alla lettura di questa antologia di Franco Zagato (1937-2000). Una nota di un amico, che però non deve far passare in secondo piano il merito dell’importante iniziativa di questa giovanissima casa editrice veneziana (www.amosedizioni.it). Da tempo, infatti, trovare i libri di poesia di Zagato era diventato pressoché impossibile.

Chi era Franco Zagato? Fu anche scrittore e giornalista. Traduttore di Marziale, Federico Garcia Lorca, Rafael Alberti e Gregory Corso. Una collocazione precisa di Zagato poeta viene dalla curatela e dalle note di Giovanni Turra, che ci ricorda, dapprima, “il saldo con l’ermetismo”, l’apertura a esperienze europee e d’oltreoceano (Garcia Lorca e Ginsberg) in una seconda fase, e, infine, “l’adesione di Zagato a una poesia che sia espressione di un’appartenenza a una collettività, nel segno del miglior Pasolini (quello del dialetto e de Le Ceneri di Gramsci)”. In questo quadro delineato da Turra, c’è tutta la profondità attraversata da Zagato nella seconda metà del Novecento.

Fu poeta utopista: «Rigira la parola nel silenzio / e trasfigura il vortice girando / dal ventre delle origini remote / per ritrovare il suo essere eterno.», attacca Mi sto convertendo (in folla). E tuttavia fu poeta quant’altri mai vicino a toccare con mano il senso dell’impossibilità: «Se avessi ancora tempo / (quello sprecato / nella giovinezza!) / non ricomincerei. / Il solito bivio / nel migliore dei casi / strade parallele / che non si possono incontrare. / Come scelte dolorose / ogni-qual-volta-quando / il perdere e pagare / è condizione dell’avere. / Eleggere l’indifferenza / ma camminando in fretta, / capire quando è tempo / per non dover tardare / (l’anticipo è una perdita / e l’attesa logora sempre). / Se avessi tempo-tempus-vitae / forse ritornerei / camminerei il cammino / gli stessi passi / le stesse esitazioni. / Da un capo all’altro / inutile rincorsa / per non giungere mai.» La poesia, costruita a partire da due fortissimi adynata (figura dell’impossibilità, per l’appunto), contiene molta dell’amarezza e della riflessione poetante di Zagato e offre stilisticamente un’interessante pagina, dove è possibile scoprire l’interesse per le figure etimologiche e per quel “pluriliguismo ardito” evidenziato dallo stesso Turra. Una poesia per accordarci su quella voce, su quell’ironia e quell’“animo, sensibile e tenero, offeso da un amore impossibile” (Dario Bellezza).