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lunedì 2 ottobre 2017

Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione e fenomenologia dell'esperienza artistica. Un'intervista con Lorella Scacco

Librobreve intervista #81


Alberto Giacometti
(Foto: H. Cartier-Bresson)
Gangemi Editore ha da poco pubblicato il libro di Lorella Scacco intitolato Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione. Fenomenologia dell'esperienza artistica (pp. 112, euro 20). I due estremi del titolo non necessitano di molte introduzioni, rappresentando da un versante uno dei più noti e affermati artisti del Novecento e dall'altro uno dei filosofi sicuramente più influenti. Semmai è interessante leggere il libro per comprendere cosa li avvicina e come si intersecarono le loro parabole.

Con l'occasione ricordiamo anche un paio di appuntamenti di presentazione del libro di Lorella Scacco: all'Accademia di Brera presso la Sala Napoleonica il giorno 24 gennaio 2018 alle ore 11. Più vicina invece sarà una tavola rotonda, ispirata dal libro e con l'intervento di storici dell'arte e filosofi, intitolata "Giacometti: nuove prospettive" presso il Museo H.C. Andersen di Roma il giorno 30 novembre 2017 alle ore 17.



LB: Nei primi capitoli il suo libro presenta una precisa scansione della vita e dell'opera di Alberto Giacometti. La potrebbe ripercorrere sinteticamente qui, evidenziando quali sono state le motivazioni che l'hanno portata a scansionare in questo modo l'opera dell'artista?
R: Ho voluto ripercorrere la vita di Alberto Giacometti perché fin dalla sua giovinezza si è iniziato a scontrare con i problemi della visione, o meglio, a imbattersi nella unilateralità della teoria prospettica introdotta da Leon Battista Alberti che si basava sulla geometria euclidea del III a.C. e che aveva dominato fino a tutto l’Ottocento le discipline artistiche insegnate nelle Accademie. L’esperienza surrealista poi per lui rappresenta un momento di liberazione dagli insegnamenti accademici e un passaggio verso una nuova ricerca della verità. La mia scelta di raccontare la vita dell’artista ha voluto anche avere un valore di documentazione per quel lettore che non conosce così a fondo la sua biografia e le sue fasi artistiche. Spesso Giacometti è infatti conosciuto soltanto per le sue sculture più tarde.


Alberto Giacometti
LB: Si è da poco conclusa alla Tate Gallery un'importante mostra dedicata a Giacometti. "The Guardian", parlandone, titolava "a spectacular hymn to human survival". C'è qualcosa che non mi convince del tutto in questa formula (d'accordo, è un titolo, ma molto del percepito spesso si incrosta e si perpetua grazie a titoli e formule). Con il suo lavoro lei suggerisce la necessità di una nuova stagione di rilettura dell'opera giacomettiana, con uno sforzo che esca dal solco critico ormai consolidato. Potrebbe sintetizzare qui le linee di forza salienti per questo rilancio, magari proprio con nuove formule, non tanto diverse a quelle che si usano negli articoli di giornale?
R: Definire l’opera di Giacometti un inno alla sopravvivenza umana è riduttivo perché considerata solo in un’ottica esistenzialistica e legata al clima del dopoguerra. In realtà, l’opera di Giacometti offre diverse possibilità di lettura, da quella meramente ritrattistica a quella di stampo fenomenologico. La sua insistenza a voler esprimere la “totalità della vita”, la sua caparbietà a scolpire un volto in situazione, a distanza, nella sua esistenza per gli altri, è chiaramente legato alla fenomenologia. Se Merleau-Ponty si sforzò di reperire una dimensione originaria, precedente la distinzione soggetto-oggetto, Giacometti cercò di tornare ad una visione allo stato nascente, dove l’uomo è con-fuso con il mondo e dove il corpo torna ad essere partecipe del processo creativo essendosi liberato da tutti i preconcetti. Quindi, ripensando alla formula usata nel quotidiano inglese, si potrebbe parlare di uno spettacolare inno alla “rinascita” della percezione umana piuttosto che alla sua sopravvivenza. 


Maurice Merleau-Ponty
LB: La parte nuova del suo libro è senz'altro l'accostamento al filosofo della visione Maurice Merleau-Ponty. Come arriva questa idea e quali le principali tappe di strutturazione di questo suo accostamento-dialogo tra i due? 
R: Questa idea è nata dal fatto che i due intellettuali si sono conosciuti a Parigi dopo il 1945, come dichiarato da T. Dufrene, ma a questa conoscenza se ne è sempre accennato e mai approfondito. Ho voluto così immaginare il rapporto tra queste due persone e indicarne le affinità attraverso l’accostamento delle loro dichiarazioni. Mi sono poi chiesta come mai non esistesse un disegno che mostrasse il ritratto del filosofo da parte dell’artista, visto che si conoscevano e frequentavano la stessa cerchia di amici, tanto da individuarne uno circa due anni fa osservando l’archivio della Fondazione Giacometti di Parigi. La somiglianza è molto accentuata e l’anno del 1946 in cui è stato eseguito porterebbe ad individuare anche un anno preciso del loro incontro nello studio di Giacometti.


Alberto Giacometti, Il gatto (1951)
LB: E nella breve sezione intitolata "Epistolario" che cosa potrà scoprire il lettore di Alberto Giacometti e Maurice Merleau-Ponty. Un dialogo sulla percezione? 
R: Ho inserito questo epistolario a testimonianza di come lo studioso Reinhold Hohl, uno dei massimi esperti di Giacometti e tra i primi sostenitori del rapporto tra l’artista e la fenomenologia, mi abbia spinto a proseguire la ricerca indicandomi che ero sulla strada giusta dopo aver letto i miei primi articoli pubblicati. 

LB: Quali rimangono a suo avviso i libri di riferimento per avvicinarsi all'opera giacomettiana?
R: Posso consigliare i testi e le monografie su Giacometti di alcuni studiosi: Yves Bonnefoy, Reinhold Hohl, Jean Soldini e David Sylvester. 

giovedì 2 luglio 2015

"Poesia e fotografia" di Yves Bonnefoy

Le edizioni ObarraO propongono un interessante libro del poeta francese Yves Bonnefoy intitolato Poesia e fotografia (pp. 112, euro 7, traduzione di Andrea Cocco). Sostanzialmente questo coincide con un movimento di pensiero in due atti, o per meglio dire due scritti, introdotti dal breve contributo di Antonio Prete. Il libro mette assieme la traduzione di Igitur et le photographe (contenuto in Sous l'horizon du langage) e Poésie et photographie. Oggi la fotografia è pervasiva e onnipresente, ma un esercizio che non guasta mai è provare ad avvicinarsi ai momenti in cui la fotografia s'affacciò sul quel panorama terrestre che ora pretende di mappare e irretire palmo a palmo, in uno scolo fognario-fotografico che s'aggiorna ad ogni secondo nella timeline del presente. Bonnefoy parte da due testi: nel primo scritto l'abbrivio è l'Igitur mallarmeano, nel secondo La notte di Maupassant, ritenuto racconto fotografico ante-litteram (ma tra le righe ritroviamo Goya, Poe e Degas e pure le riprese di Eugène Atget). Naturalmente quando un poeta come Bonnefoy affronta temi simili lo fa perché questi sono in qualche modo centrali nella sua scrittura ed è come se provasse a capire cos'è davvero nucleare in questi passi del suo pensiero sulla fotografia. La calata sul mondo della fotografia infatti mette a sistema un grumo di elementi che vanno a formare la cosiddetta sensibilità ed estetica moderna e la poesia non può che esserne pienamente investita. 

Qualcuno però potrebbe chiedersi: ma come? Perché sostenere che la poesia, lingua suono e scrittura, non può che essere investita da una rivoluzione che riguarda il modo di catturare lucidamente in silenzio le immagini e i particolari del mondo? Perché questo legame tra albori della fotografia e poesia, la quale invece trova nella lingua e nel suono la sua ragione per stare al mondo? Perché la fotografia, che non è una lingua e forse non sarebbe opportuno nemmeno definirla un "linguaggio", impatta anche in ciò che si manifesta come un'intima necessità della lingua e del suono? Senza dimenticare l'irrinunciabilità di un discorso riguardante lo sguardo in poesia, Bonnefoy allora ricorda che "il fotografo è, a suo modo, l’annunciatore del Nulla, libera le cose lasciandole nude, spoglie, silenziose, e ci consegna un irrimediabile vuoto". Il grande tema dell'assenza è così introdotto assieme a quello del caso: fotografare diventa infatti un tentativo di catturare il caso. Si salderà allora, anche per questa via, il campo magnetico che la fotografia inizia ad esercitare sulla poesia e sulla letteratura in senso più ampio? Lasciamo la risposta a questa domanda a chi s'avventurerà a leggere questo breve e importante librino, che arriva a mettere in relazione il proliferare delle fotografie con la fine del mondo.

Walter Benjamin fu un'altra mente grandiosa che si interrogò viaggiando su simili binari. E a queste riflessioni mi pare di dover tornare ogni volta che realizziamo la devastazione fotografica in atto sul cosmo. Viaggiamo tutti con un apparecchio fotografico in tasca. Anche questa è una mutazione. Siamo ad un rapporto di 1 a 1 ormai. Quest'invasione (evasione?) fotografica è molto simile al contrario di un'apocalisse e di una rivelazione, ovvero è una velatura e copertura continua del campo del visibile, al di fuori di qualsiasi possibile tenuta della sacralità dello spazio. Mi pare che da Bonnefoy a noi il cardine su cui far girare nuovi pensieri sia proprio lo spazio, quello evocato dalla poesia e quello inquadrato dalla fotografia. Si fa largo un nuovo spazio desacralizzato che s'approssima a diventare la somma algebrica degli scatti con cui tentiamo di irretire il mondo annaspando in inquadrature. Dovremmo però preoccuparci di come sono fatte le maglie della nostra rete da pesca fotografica, ridisegnarle, prendere a prestito geometrie nuove e preoccuparci di chiamare pesci (quindi fotografie, fuor di metafora) solo ciò che s'impiglia in queste ridisegnate reti da pesca. Di libri come questo di Bonnefoy ce n'è un gran bisogno, ne attendiamo degli altri. L'autore non è nuovo a queste incursioni nell'arte e nel visivo, basti ricordare qui in chiusura i suoi contributi su Goya, Giacometti, Holland, Hopper, Miró, Ostovani e sulla centralità del disegno.

mercoledì 15 aprile 2015

La poesia di Srečko Kosovel: "Tra Carso e caos. Pre/sentimenti"

Mentre in Italia si dibatte e ci si sbatte - e un po', mi pare, si perde tempo e energia - attorno al Diario postumo di Montale, divisi come siamo tra chi vuole sminuire, demolire o scanonizzare il poeta diabolico che s'ingegnava a depistare i "cani da tartufo" della filologia, chi magari è spiazzato o irritato dalle manipolazioni made in Cima o chi più semplicemente chiede di sapere come effettivamente andò con le ultime poesie, per consegnare ai lettori materiali credibili dell'ultimo periodo (tifo per quest'ultimi, ma senza particolari affanni), altrove la vita continua. E sarebbe continuata comunque, per fortuna. Continua la vita della poesia successiva, va da sé e ed ovvio, e continua la vita della poesia antecedente o contemporanea a quella di Montale. Lo sapeva anche Montale - voglio credere - per quanto a volte abbia l'impressione che desiderasse una poesia in qualche modo terminante con lui, almeno per un bel pezzo. I meccanismi dell'oblio gli erano probabilmente ben noti.

Ci spostiamo allora sul confine orientale a prendere una boccata d'aria carsica e parliamo un po' di Srečko Kosovel, un poeta che è stato talvolta avvicinato a Sergio Corazzini. La brevissima vita li ha fatti accostare e questo dato ci è sufficiente per diffidare, una volta di più, del peso delle biografie nelle interpretazioni, un vero e proprio male dei secoli e non solo del secolo. Kosovel è nato a Sežana, località facilmente raggiungibile dal valico triestino di Fernetti, nel 1904 ed è morto a soli 22 anni di meningite, a Tomaj. Lo scorso anno ricorrevano i 110 anni dalla nascita e Comunicarte Edizioni gli ha dedicato Tra Carso e caos. Pre/sentimenti, un volume 11x11cm stampato in 110 copie numerate (la numerologia non è casuale) curato da Darja Betocchi e Poljanka Dolhar (pp. 136, euro 15, con composizioni costruttiviste di Eduard Stepančič). Ne scrivo volentieri a 111 anni dalla nascita. Qualche anno fa Boris Pahor gli dedicò una monografia pubblicata da Edizioni Studio Tesi, tuttavia oggi questo volume quadrato proposto da Comunicarte Edizioni risulta essere, per il lettore di lingua italiana, una delle poche porte d'accesso alla sua lirica. La breve parabola esistenziale di Kosovel interseca molti dei temi che sono cari a Pahor, vale a dire tutta quella membrana di avvenimenti che accadono in quei luoghi, Carso compreso, dopo il Trattato di Rapallo del 1920.

Una parabola di vita così breve è stata incamiciata dentro più correnti. Si parla e si scrive di fase impressionista, espressionista e costruttivista (e per questo trovate in questo volume le interessanti composizioni di Eduard Stepančič). Ma non mancano nemmeno contatti con le avanguardie e allora ecco spuntare Dadaismo, Futurismo e Surrealismo. Dicevamo del Carso, e non si può non nominare questa regione nel caso di Kosovel. Certi poeti si possono benissimo leggere al di fuori delle correnti con le quali siamo stati più o meno abituati a incorniciarli, ma non troppo lontani dalla geografia dalla quale provengono e che hanno camminato. Si badi che nessuno sta dicendo che la geografia sia sempre determinante o che, ancor peggio, sia necessario parlare di "radici geografiche" o di qualche altra sciocchezza che poi, giù giù per la scala delle aberrazioni intellettuali, può arrivare persino ai vani e pericolosi discorsi su una sorta di costume locale. Ci sono poeti dialettali che sono davvero universali (Marin è uno, Giotti un altro tanto per stare in quella zona) e possiamo trovare poeti nemmeno sfiorati dal dialetto che accusano il colpo della piaga del localismo geografico e soprattutto mentale.  Quando dico "universali" intendo anche "classici", ma con "classici" non intendo "immutabili" o altre fesserie. Io credo che un classico rappresenti invece il massimo di alterità e distanza da come siamo noi e il massimo di mutazione nel tempo e nello spazio. Solo così, a mio avviso, può essere davvero universale. La scelta della lingua è solamente uno degli elementi che concorrono a formare il metodo con cui esploriamo la vita in letteratura, per quanto resti un fattore di straordinaria rilevanza. E se è davvero centrata l'affermazione che vuole nei luoghi i nostri ultimi dèi (Bonnefoy), tornando alla poesia di Kosovel scopriamo che è nulla forse senza la geografia dei suoi pini:

VIDI DEI PINI CRESCERE

Vidi dei pini crescere
al cielo. Imperturbabili
nel fuoco dei soli.
Vidi già il rogo
che li arderà.


Su bianchi cuscini
i monti-vegliardi posarono
il capo silente. —
Bisbigliano i pini.
(Chi mai li sente?)


Erano lì —
colonne di fuoco
svettanti nel cielo...


Il mio corpo s’incenerì.



VIDEL SEM BORE RASTI

Videl sem bore rasti
v nebo. Stoike mirne
skozi ognje sonc.
Videl sem že požar,
ki jih bo požgal.


Na belo blazino so
naslonili starci-hribi glavé
in obmolknili. —
Bori šumijo.
(S kom govore?)


Videl sem jih,
kako so romali
goreči stebri — v nebo ...


V pepel se mi je sesulo telo.


Insomma, è molto più semplice ignorare tutte le categorie nelle quali la lirica di questo poeta sloveno è stata fatta ricadere che ignorare l'immagine di una dolina, così come possiamo essercela fatta al di fuori di un dizionario, per poi leggere una poesia come la seguente:

SE SOLO SAPESSI

Se solo sapessi, canterei
il pioppo che fruscia con voce argentina,
il sole del Carso
in un fresco settembre,
il grano saraceno nella bianca dolina.

Se solo sapessi, canterei
una sola, un’unica fanciulla;
le voglio un tale bene
che non la cambierei
per nulla al mondo, nulla.


PA DA BI ZNAL

Pa da bi znal, bi vam zapel
o svetlo šumečih topolih,
o kraškem soncu
v hladnem septembru,
o belih ajdovih dolih.

Pa da bi znal, bi vam zapel
o enem, o enem dekletu;
tako rad ga imam
in ga ne dam
za vse, za vse na tem svetu.


Nella poesia di Kosovel affiorano innovazioni che balzano all'occhio di chi non conosce la sua lingua (stili, colori, simboli, collages, librazioni immaginifiche degli oggetti). A più riprese si fa largo un pensiero che "crepuscolare" non sia tanto una parte della poesia che abbiamo conosciuto, soprattutto nella prima metà del secolo scorso (con evidenti succedanei nell'oggi), ma tutta la poesia, compresa quella aurorale di Saffo. Ciò è proprio dei momenti di massima trascolorazione e acutizzazione dei sensi. Il punto è semmai come quest'essere crepuscolare e corpuscolare della poesia, onda e particella, si riverberi e produca energia cinetica, movimento insomma, in chi la legge, anche in traduzione.

TUTTE QUESTE PAROLE

Tutte queste parole dovrebbero essere
come un fragrante mare di pini,
astri che si spengono sui monti
ai primi raggi mattutini...

Ma è mezzanotte appena, mezzanotte,
e io devo farle splendere ancora,
così potremo restare sul Carso
in questa nostra grigia dimora.

Avvolto nel mio scuro cappotto
le invoco nel vento dai refoli fieri —
vibrano i vetri; mia madre si desta,
e sprofonda in sognanti pensieri...

Ma io smanio come la bora —
l’insonnia fuori mi conduce.
Percorro nel silenzio carsici sentieri.
La notte li ammanta di luce.


VSE TE BESEDE

Vse te besede bi morale biti
dehteče ko borova morja,
jutranje zvezde, ki ugašajo
ob zarji iznad pogorja ...

Pa je pólnoč še, pa je pólnoč še
in jih moram prižgati,
da v tej sivi kraški hiši
nam je ostati.

V temen plašč zavit jih v burjo
govorim, ko se zaganja
v okna; pa se mati vzdrami
in pomisli in zasanja ...

Jaz pa divji sem kot burja —
proč, o proč je moje spanje.
Tiho stopam preko poti kraških.
Noč mi sije nanje.


sabato 20 settembre 2014

Tradurre in italiano Yves Bonnefoy a altri francesi. Intervista a Fabio Scotto

Librobreve intervista #47

Fabio Scotto
Ariosto e Shakespeare. Li avevate mai accostati? Sia che la risposta sia affermativa, sia che sia negativa potete ora contare su un recente libro del poeta francese Yves Bonnefoy proposto da Sellerio e curato dal professor Fabio Scotto. Si intitola Orlando furioso guarito. Dall'Ariosto a Shakespeare (pp. 112, euro 14). Di questo libro e di molto altro abbiamo parlato con il curatore nell'intervista che segue. Ricordo che Fabio Scotto è il principale traduttore del corpus poetico di Yves Bonnefoy. Per una lista completa delle sue principali pubblicazioni rinvio a questa pagina dell'Università di Bergamo dove insegna letteratura francese.

LB: Sellerio ha da poco mandato in libreria Orlando furioso guarito. Dall'Ariosto a Shakespeare. Ci racconta brevemente quest'ultimo libro di Bonnefoy uscito in Italia?
R:In questo saggio a mia cura Yves Bonnefoy affronta attraverso Ariosto e Shakespeare il problema dell’idealizzazione amorosa, intesa come quel processo di natura concettuale che sostituisce all’altro un’idea nella quale l’amato o l’amata non si riconosce, cosicché l’amore è reso impossibile dall’astrazione che impedisce di individuare realmente l’essere nel mondo in quanto «presenza». Nell’Orlando furioso, il protagonista Orlando insegue ovunque la bella Angelica e, non appena la scorge con Medoro, è preda del furore, quando invece la figlia dell’imperatore cinese nell’idillio con il moro rivela la possibilità reale di un amore passionale fondato sulla compassione e sull’agape, ovvero la capacità di darsi generosamente all’altro senza nulla chiedere in cambio che Bonnefoy è solito contrapporre alla pulsionalità possessiva e reificante dell’eros. L’ipotesi di fondo è che Shakespeare abbia, dopo avere letto la versione inglese del poema ariostesco, preso spunto da esso per il personaggio omonimo di Come vi piace, che una figura femminile, travestita da uomo, può quindi indurre a una riflessione sul proprio sentimento al fine di guarirlo dall’idealizzazione della quale sarebbe vittima. È così che anche in Macbeth il protagonista, vittima a sua volta di un senso di esclusione dalla «catena dell’essere», è votato a un destino tragico profetizzato da presenze fantasmatiche che nessuno bramosia di potere può riscattare.

Yves Bonnefoy
LB: La poesia di Bonnefoy in italiano passa quasi sempre per le sue traduzioni (ricordiamo, oltre ai volumi usciti per Lo Specchio, anche la curatela del Meridiano). Poniamo di avere davanti un lettore di poesia digiuno di Bonnefoy. Per quali motivi ne consiglierebbe la lettura? E da quali opere consiglierebbe di partire?
R:Ho ormai dal 1999 un intenso sodalizio con Bonnefoy che è innanzitutto frutto di amicizia e reciproca stima umana e intellettuale basata su una autentica condivisione di valori e sull’amore per la poesia come ragione di vita. Consiglierei a un lettore di leggere Bonnefoy proprio perché è un poeta che da sempre colloca la poesia nell’àmbito dell’esistenza, del quotidiano, per cercarvi le ragioni fondamentali dell’essere al mondo e di una felicità possibile, la gioia, che è sempre frutto di relazione e di condivisione, nel tempo della finitudine che ci è dato. Partirei da Movimento e immobilità di Douve (Einaudi, 1969), libro a suo modo fondativo di una poetica, certo uno dei più alti del secolo, per poi passare, attraverso Nell’inganno della soglia (Einaudi, 1990), libro poematico della rinascita attraverso l’amore e l’infanzia, alle raccolte più recenti, da Le assi curve a L’ora presente (Mondadori, 2007, 2013), tranne l’ultimo tutti disponibili nel Meridiano a mia cura L’opera poetica (Mondadori, 2010). Ma riterrei necessario leggere anche le prose de L’entroterra (Donzelli, 2004), così incentrate sul rapporto con l’Italia, e le sue interviste sulla poesia, non ancora tradotte integralmente in italiano, Entretienssur la poésie (1972-1990) (Mercure de France 1990), e L’Inachevable. Entretienssur la poésie 1990-2010 (Albin Michel, Le Livre de poche,2010), che danno la misura di una profondità di rapporto fra pensiero e prassi poetica che mi pare oggettivamente non abbia eguali nell’odierno panorama poetico.

LB: Poesia in Francia e poesia in un paese vicino come l'Italia: da quello che ha potuto conoscere e percepire lei, se la "passano" all'incirca allo stesso modo?
R:La poesia vive un momento difficile in entrambi i Paesi, mi pare, almeno per visibilità pubblica e consenso sociale e di critica, ma questo non fa che renderla più che mai necessaria - parlo anche da autore di poesia nelle due lingue -, proprio perché l’isolamento di cui vive denuncia e rende palese la sua irriducibilità alle logiche commerciali e “spettacolari” oggi tanto in voga nel mondo dei media.
Direi che in Francia la poesia ha spazi di sopravvivenza forse maggiori, dovuti all’esistenza di un’edizione assistita finanziata dallo stato qui da noi inesistente, benché anch’essa sempre più ridotta e minacciata dalla crisi economica internazionale.

LB: Nel 2011 curò quel bel volume intitolato Nuovi poeti francesi per Einaudi. Ricordo di avervi trovato autori che mi fecero una forte impressione. La poesia francese contemporanea tuttavia non mi pare conosca una buona stagione di traduzioni in italiano. Concorda? E se sì, potrebbe indicare tre nomi (meglio ancora tre titoli di libri) dai quali iniziare?
R:Probabilmente vale per la poesia francese un po’ quanto vale anche, salvo rare eccezioni, per il romanzo francese contemporaneo: l’editoria italiana, dopo la stagione del Nouveau Roman che ha privato il romanzo dei suoi requisiti ritenuti fondamentali dal mondo commerciale come la trama, il personaggio, una contestualizzazione spazio-temporale riconoscibile, guarda con diffidenza alla letteratura d’oltralpe, ritenuta difficile, poco vendibile. Per questo poeti anche molto noti e influenti in Francia come Michel Deguy o Jacques Roubaud, per fare qualche nome senza pretese di esaustività, sono ancora poco tradotti, mentre maggiormente lo sono autori come Yves Bonnefoy, Philippe Jaccottet e Bernard Noël. Quanto alle nuove generazioni, c’è in atto un lavoro apprezzabile presso piccole case editrici però poco visibili e su taluni blogs, il che ha reso tanto più opportuno e necessario, credo, il volume a mia cura Nuovi poeti francesi, che cerca di dare qualche linea di lettura critica e di fare proposte sulla ricerca in corso, certo variegata e complessa, non più facilmente etichettabile a priori.
Nel catalogo italiano, consiglierei senz’altro, oltre a Bonnefoy, Estratti del corpo (Mondadori) e La Caduta dei tempi (Guanda, 1997) di Bernard Noël, Il barbagianni. L’ignorante (Einaudi, 1992) di Philippe Jaccottet, e Guy Goffette e Jean-Baptiste Para, credo usciti da Kolibris, naturalmente senza dimenticare Henri Michaux e Antonin Artaud, ancora così attuali e presenti da Quodlibet (Viaggio in Gran Garabagna, 2010) e Adelphi (Passaggi, 2012) l’uno, ed Einaudi e Stampa Alternativa l’altro. Dò inoltre un panorama ampio e credo rappresentativo del Novecento francese fino ai nostri giorni nel mio recente saggio La voce spezzata. Il frammento poetico nella modernità francese (Donzelli, 2012).

LB: Ha avuto modo di effettuare dei raffronti tra la recente poesia francese e quella italiana contemporanea? Se sì, quali le sembrano le direttive di sviluppo più marcatamente differenti o i punti di contatto più sorprendenti?
R: Sul piano della qualità della ricerca, esistono talune analogie e qualche differenza, ad esempio più presente da noi mi pare una poesia della dicibilità e del rapporto con la musicalità della lingua, con esiti significativi anche nell’àmbito dialettale, mentre in Francia è ancora molto avvertibile in vari settori una poesia fortemente concettualizzata, di pensiero, filosofica e incentrata sul lavoro del significante, ma formalmente più libera di spaziare dal verso alla prosa poetica, che da noi è troppo spesso guardata con diffidenza, credo a torto. È il “magma” cui alludeva Mario Luzi (non a caso estimatore di Michaux e amico di Bonnefoy), che accomuna la condizione attuale dell’uomo nel nostro tempo e la sua poesia.