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giovedì 11 ottobre 2018

"Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto" di Leonardo G. Luccone. Un passo sul punto e virgola

Non ho ricordi di un post di "Librobreve" sulla punteggiatura. Forse devo aver lasciato cadere qualche appunto di ammirazione per la punteggiatura in scrittori come Francesco Biamonti o Beppe Fenoglio, ma non mi sembra di aver mai pubblicato nulla su un libro interamente dedicato al punteggiare. Meglio allora porre rimedio con questo paragrafo dal recente libro di Leonardo G. Luccone intitolato Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto (Laterza, pp. 244, euro 16). Il volume è ricchissimo di esempi, agile e puntuale. In due parole potremmo dire che è un libro utile e pure godibile. Si candida a diventare un nuovo testo di riferimento su un tema che tra l'altro desta sempre interesse (si pensi anche al buon successo del Prontuario di punteggiatura di Bice Mortara Garavelli, pubblicato diversi anni fa sempre da Laterza). Abbiamo scelto un passo sul misterioso punto e virgola. Un ringraziamento a editore e autore per la concessione e la disponibilità.




Punti e virgola belli e virtuosi


Ora mettiamoci comodi e godiamoci un po’ di bella interpunzione. Traetene coraggio. Partiamo con l’incipit degli Indifferenti, opera d’esordio che Moravia pubblicò nel 1929 a sue spese. Chissà cosa sarebbe successo se fosse passata sotto il vaglio redazionale di un editore come si deve. Avrebbe mantenuto questa audacia di forma e contenuto?

Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto.
A. Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, Milano 2015, p. 3

Come vedete abbiamo ben 4 punti e virgola su 80 parole e 484 caratteri. Se analizziamo tutta l’opera viene fuori una media di un punto e virgola ogni 34,67 parole (abbiamo un punto ogni 30,60 e una virgola ogni 13,02).
Scrittori come Baricco, Veronesi, Morante, Sciascia, Ferrante hanno rispettivamente 14.356,15 (media di sei opere); 292,90 (media di La forza del passato e Caos calmo), 167,26 (La Storia), 121,38 (Il giorno della civetta), 1.031,13 (L’amica geniale).
Ancora esempi. Cancogni mitragliatore come Moravia, Hemon delicato prosatore e punteggiatore, Bigiaretti imprevedibile, Sciascia orologiaio, Gadda supremo.

Nora aveva smesso di giovare a tennis con Liza; non era voluta andare a sciare con gli zii a Roccaraso; stava in chiusa in casa; studiava di malavoglia; evitava in genitori; non parlava; s’annoiava.
M. Cancogni, La cugina di Londra, elliot, Roma 2011, p. 30

Il treno rallentò fino a fermarsi; sentii aprirsi la porta scorrevole. Uno dei due si alzò e uscì dallo scompartimento; l’altro lo seguì. Aprii gli occhi; la porta si richiuse. I due abbassarono il finestrino e si misero a fumare. Un uomo e una donna raggiunsero il treno correndo, ciascuno con un paio di valige sbatacchianti contro i polpacci – la donna aveva uno squarcio su una gamba.
A. Hemon, «Tutto», in Amore e ostacoli, trad. it. di M. Balmelli, Einaudi, Torino 2014, p. 35

Al ritorno stiamo zitti; parla solo il barcaiolo; il ragazzetto impudente e vizioso, si spencola sul balcone di Lucia, si fa strabico sopra la mappa delle piccole tonde incomplete mammelle, slitta sulla pelle tesa e brunita delle cosce.
L. Bigiaretti, La controfigura, Bompiani, Milano 1968, p. 66

Nato nel 1917, il Marchica aveva cominciato la sua carriera nel 1935: furto con scasso; condannato. Nel 1938, incendio doloso: coloro che lo avevano, con testimonianza, fatto condannare per il furto, ebbero i covoni del grano bruciati sull’aia; per insufficienza di prove, assolto. Nell’agosto del 1943, rapine a mano armata, detenzione di armi da guerra, associazione per delinquere; giudicato dagli americani, assolto (non si capiva con quale motivazione). Nel 1946, appartenenza a banda armata: preso in un conflitto a fuoco con i carabinieri; condannato. Nel 1951 omicidio; insufficienza di prove, assolto.
L. Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi, Milano 2002, p. 49

Con carote e sedani, a fuoco lento, nella casseruola lunga del luccio; vi rimestava, in quello sguazzo, con un cucchiarone di legno: ne veniva una cosa piena di spini, di sedani, ma piuttosto buona di gusto. A opera finita non ne faceva che un assaggio, era lieta; regalava tutto alle donne. Le donne la lodavano della sua bravura nel cucinare, la rimeritavano della bontà.
C.E. Gadda, La cognizione del dolore, Garzanti, Milano 2003, p. 118


© Editori Laterza, 2018

martedì 16 gennaio 2018

"L'isola senza memoria": Gian Mario Villalta, Ligio Zanini, Goli Otok e il senso della testimonianza tardiva

Goli Otok ("l'Isola Calva") si trova poco distante dalla costa croata, dalla quale è separata dal Canale della Morlacca. Il toponimo deriva dal peculiare aspetto del terreno che culmina coi 227 metri del Monte Glavina, una superficie appunto pelata, sferzata dai venti, dal sole e mangiata dalla salsedine. Dal 1949 al 1956, in seguito alla rottura tra Russia e Jugoslavia, l'isola divenne un campo di rieducazione per i dissidenti individuati dal regime del Maresciallo Tito e fino al 1988 rimase una colonia penale. Esiste un libro di Giacomo Scotti pubblicato da Lint Editoriale e intitolato Il gulag in mezzo al mare. Nuove rivelazioni su Goli Otok che rappresenta il passaggio obbligato per chi desidera approfondire le vicende di questa ennesima realtà concentrazionaria del Novecento, rimasta a lungo lontana dai circuiti della memoria e nella quale si creò un peculiare sistema di terrore. Qui infatti i prigionieri diventavano i primi aguzzini, innescando in tal modo lo sgretolamento di qualsiasi possibile solidarietà umana e gonfiando una bolla di solitudine nei reduci, che ritornavano a vivere in un mondo in cui non vi era più nessuno che li abitasse o che stesse nella memoria che erano/avevano. Di diversa natura rispetto a quello di Scotti è il libro scaturito dalla "piccola ossessione" che sospinge Gian Mario Villalta verso Goli Otok ne L'isola senza memoria (Laterza, pp. 120, euro 14), un libro che in realtà si potrebbe leggere anche come un lungo inseguimento di un viaggio mancato, proprio su quest'isola.

Siamo di fronte a uno scritto difficilmente catalogabile, come altri della vivace collana "Solaris", e si può dire che soprattutto con i libri di Giorgio Falco, Guido Mazzoni e Daniele Giglioli usciti in questa stessa collana il libro di Villalta sembra dialogare (il fatto va registrato anche come merito dell'editore, che ha progettato la serie di titoli e la sta via via alimentando). Il dialogo pare attivo anche con il recente La città interiore di Mauro Covacich. Troviamo pagine oscillanti in quella zona della (auto)biografia necessaria, eppure sempre minacciata dai rischi mistificatori che nascono dall'accumulo del tempo sul soggetto, dai pericoli di uno sfaldamento della narrazione imposto dal protrarsi indefinito del tempo della maturità del soggetto stesso, sul quale oggigiorno sembra scaricato tutto il peso di un destino (che è spesso, tra l'altro, un destino incompiuto); i serrati capitoli virano quindi verso la riflessione poetica e filosofica sulla testimonianza e la necessità di esprimere un giudizio su un presente che appare, nell'epoca del commento facile, sempre più recalcitrante a farsi giudicare e che pure, alla fine, è invece così bisognoso di un nostro giudizio. 

Il libro arriva in un momento dell'anno in cui le librerie, i mezzi di informazione e le scuole di ogni ordine e grado si ingolfano di libri pubblicati in vista della Giornata della Memoria o di progetti imbastiti spesso all'insegna di una retorica che non sposta di una virgola verso riflessioni più attive e prensili gli attori e i destinatari delle operazioni: triste a dirsi, ma quello della Giornata della Memoria rischia di trasformarsi in un ennesimo tetro esercizio della burocrazia se non corriamo ai ripari (e in questo senso L'isola senza memoria pare voglia suonare una sveglia). Nonostante il titolo allora quasi provocatorio, il libro di Villalta non è controprogrammazione editoriale rispetto alla Giornata della Memoria. Semmai ci spinge a interrogarci sul senso della testimonianza (soprattutto di quella tardiva e "fuori tempo massimo"), sullo strano senso di colpa che grava sui testimoni (a partire anche da quanto racconta in Tutto scorre... Vasilij Grossman), sulla memoria che abbiamo e siamo (nel nostro corpo), su una certa inanità della commemorazione (o, peggio, rievocazione) comunemente intesa. Ci porta poi a chiederci quale ciclo di memoria abbia installato sulle nostre teste il tempo presente della comunicazione immediata e digitale. Le pagine di cui è composto dialogano apertamente con le grandi riflessioni in atto sulla sopravvivenza, sull'essere reduci, sull'ambiguità della parola e sul valore del giudizio e della testimonianza:
Se nel tempo in cui l'accesso alla parola pubblica è diretto e istantaneo si perde il tempo della testimonianza, non perché, come per Goli Otok, avviene fuori tempo massimo, ma perché ogni parola cancella la precedente in un susseguirsi di nuovi scenari senza memoria, dove si crea lo spazio per la responsabilità?
Il punto di partenza di questo scritto cresciuto e riveduto negli anni è l'incontro del 1990 fra Villalta, all'epoca trentenne, e il poeta istriano Ligio Zanini, reduce di Goli Otok. Il pretesto è un viaggio a Rovigno che vede Villalta accompagnare il poeta Amedeo Giacomini, con l'intento di farsi consegnare da Zanini alcune poesie per una rivista. Di lì incomincia la "piccola ossessione" per quel pezzo di terra circondata dal mare, lo sfasamento che scocca notando il contrasto tra certe pagine "ripulite" di Zanini (comprese quelle dell'autobiografia Martin Muma) e la voce e i gesti del testimone incarnati nella sua vita di poi. Il breve libro alterna percorsi autobiografici alla fatica di avvicinamento all'isola e si inserisce nel solco di quell'analisi che raduna, senza ricercare una facile conciliazione, il portato della riflessione individuale con la portata degli avvenimenti storici accaduti vicino a noi e dei quali poco o nulla si è saputo per molti anni (i sopravvissuti di Goli Otok erano controllati a distanza anche dopo la liberazione e venivano rilasciati soltanto dopo aver recuperato il peso perso e un discreto aspetto fisico). In realtà, sembra suggerire l'autore, sappiamo ben poco di tutto, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe fuori traccia.

La tenuta del testo si misura anche a distanza di pagine. Se all'inizio, ripercorrendo gli anni dell'infanzia, Villalta ricorda incidentalmente che a casa non si produceva un grammo di immondizia, è anche perché nel finale si apre alla riflessione sul disastro ecologico che l'uomo della seconda metà del secolo scorso - l'uomo forse troppo imbrigliato, che più interessa all'autore - ha innescato con un passo che pare irreversibile. Sono i grandi avvenimenti negativi quelli per cui gli uomini del dopoguerra verranno ricordati. E non c'entra qui la nostalgia per anni più salubri, c'entra sempre semmai il modo in cui si diventa quello che si è, come si portano gli altri e un tempo tramontato dentro un nuovo orizzonte e come tutto ciò si trasforma nella vita che ci resta da vivere e che ci vede sempre troppo impacciati e incapaci di una vera rielaborazione del vissuto. Di qui partono alcune domande essenziali, come quella che ci chiede se davvero ambiamo a essere ricordati per qualcosa. Va detto che tutto il libro impagina molti dei temi che da tempo interessano da vicino lo scrittore friulano, in prosa come in poesia, finanche il controverso concetto di "patria" (del quale su queste pagine si è già scritto ricordando l'opera dello storico Silvio Lanaro). La continua sovrapposizione di ricordi famigliari e avvenimenti storici che si dipana per tutti i capitoli è funzionale a condurre il lettore verso le domande cruciali, sulle quali torneremo a breve in chiusura e che partono da e forse tornano a Goli Otok. 


Nel capitolo quarto Villalta instaura una felice considerazione sull'autobiografia sulla scia delle revisioni della Vita di Vittorio Alfieri scritta da esso per arrivare a chiedere, dopo aver istituito un parallelo tra coscienza individuale e coscienza storica, entro quale distanza di tempo si può ancora giudicare attivamente la storia. Nel sesto capitolo invece è protagonista Paul Celan, con la sua volontà di non essere un testimone che ricorre a una "lingua illustrata" e a una retorica dell'orrore. Per Celan è invece primario portare a termine un pieno accoglimento dell'orrore vissuto all'interno di una lingua, di una cultura e una vita che abitino pienamente il presente, che continuino a diventare il presente che condividiamo con altri. Sono soltanto due esemplificazioni dei percorsi che compie questo libro per tenere il filo di un discorso che a ogni passo potrebbe imboccare mille strade. In controluce, anche se è citato solo una volta nel testo, si percepisce la presenza della poesia come storiografia di Andrea Zanzotto.

Come si sarà intuito, pur nella brevità, L'isola senza memoria è un libro assai denso, che si pone continuamente in dialogo con le prepotenti istanze della contemporaneità e le pressioni del passato che l'ha creata, con la falsa coscienza sempre in agguato nelle manipolazioni del nostro "sé autobiografico", il quale procede e s'installa affianco alle più grandi narrazioni della storia. La traccia che attraversa queste pagine è una radicale presa di posizione su una riflessione che è mancata nel dopoguerra. Villalta osserva infatti che è come se nel dopoguerra si fosse arrestata ogni possibile riflessione autentica sul senso di esperienze che hanno annunciato e costellato gli orrori riconducenti proprio al secondo conflitto mondiale. Nelle generazioni successive, in quelli che oggi hanno sessanta, cinquanta o quarant'anni, è come mancata una rielaborazione che andasse oltre i totalizzanti paradigmi dell'eroe e della vittima, i quali ci hanno immobilizzati ad attingere acqua per un immaginario e una nuova trama da un pozzo in realtà già secco. La domanda principale allora mi sembra quella con cui si chiude il capitolo decimo:
C'è, mi chiedo dunque, una narrazione che si radichi nella vita sociale e civile più recente e che possa prescindere dalle immagini e dalle testimonianze dell'orrore annuncianti e conseguenti la seconda guerra mondiale, su cui fondare il senso di un'esistenza? Il fatto stesso che siamo ancora legati a queste oramai davvero troppo tardive testimonianze per richiamare i valori del nostro presente, non è un sintomo che ci dovrebbe preoccupare?
Sta qui il nucleo della riflessione che intreccia in modo avvincente Goli Otok, Ligio Zanini, Gian Mario Villalta e gli ultimi settant'anni. Nascosto nel timore che sia ormai troppo tardi per giungere a una rielaborazione del nostro vissuto alla luce di paradigmi nuovi, c'è anche, più pressante, l'invito a fare presto, a intervenire con urgenza per capire quale narrazione possa avere senso nel presente e nel gesto di vita con il quale lo popoliamo. Qualcuno potrebbe gridare allo scandalo, a un velato richiamo a quelle narrazioni e metanarrazioni che erano le ideologie che sappiamo (forse) crollate. In realtà, istituendo un peculiare parallelo tra coscienza individuale e coscienza storica, tra autobiografia e storiografia, Villalta ha posto più che altro delle domande sull'essenza della memoria alle quali nessuno può più sottrarsi e ha lasciato cadere tra le pagine delle considerazioni che riguardano il lavoro e lavorio della memoria su di noi e quello nostro sulla memoria. Ci dice che è diventato quasi impossibile tramandare dei contenuti e che soltanto le forme possono ancora essere trasmesse tra generazioni. Siamo dunque ancora in tempo per compiere una rielaborazione che, partendo da certe esperienze e testimonianze cruciali, ci conduca a capire come queste abbiano agito nella nostra vita/memoria trasformandola? Il periodo buono per provare a rispondere è tutto l'anno, non soltanto le settimane antecedenti alla Giornata della Memoria.

sabato 22 aprile 2017

Bruno Munari per Laterza: le nuove copertine "google" di Riccardo Falcinelli

Covertures #14



Il nome di Riccardo Falcinelli è una garanzia in tema di copertine, grafica editoriale e visual design. Non solo con il proprio lavoro per importanti case editrici, ma anche cementando il proprio operato con libri teorici, Falcinelli è diventato un nome di riferimento. Tra le sue opere di riflessione vanno ricordate Critica portatile al visual design. Da Gutenberg ai social network (Einaudi), Guardare, pensare, progettare. Neuroscienze per il design (Stampa Alternativa) e Fare i libri (Minimum Fax), libri utili ben al di fuori dell'ambito del design editoriale (soprattutto i primi due), che non dovrebbero mancare nelle biblioteche di chi si occupa di design, pubblicità, packaging e altre attività a stretto contatto con la parola larga - ma in realtà assai attillata - che è "design".

La casa editrice Laterza ha recentemente rilanciato alcuni dei più noti titoli di Bruno Munari del proprio catalogo, sempre all'interno della collana "Economica Laterza", e ha affidato la veste grafica, diversa dagli altri libri della collana, proprio a Falcinelli. Detto in altre parole potremmo dire che un affermato visual designer di oggi è stato chiamato a vestire le copertine dei libri di un visual designer tra i più importanti del nostro passato. Il risultato sono le copertine che potete vedere qui sopra, che a mio avviso risentono di un'immagine "google": il nome di Munari è giocato con colori cangianti per ogni singola lettera su fondo bianco nella parte bassa della copertina, un po' come nel caso del motore di ricerca. Il titolo campeggia invece in alto. In ogni libro è poi giocata un'illustrazione a un colore (nero) vicino al nome dell'autore. In questi casi, dal momento che si suppone Falcinelli abbia presentato più progetti a Laterza, verrebbe voglia di spulciare tra quelli scartati dal committente.

venerdì 12 giugno 2015

La collala "Idòla" di Laterza

Storie di collane micro #13
©overtures #9

Il libro più recente della collana "Idòla" di Laterza, l'unico uscito finora nel 2015, è «Il matrimonio omosessuale è contro natura». Falso! (pp. 152, euro 9) della filosofa teoretica Nicla Vassallo. Il titolo è centrato, semplice e va diritto al punto: non possiamo enunciare un istituto, culturale giuridico e/o religioso, come il matrimonio e parlare poi di "contro natura" nel caso di quello omosessuale. Ogni matrimonio è "contro natura" e quest'affermazione non sottende un giudizio di valore sul matrimonio in quanto istituto, bensì una banalissima constatazione. Possiamo parlare di tantissimi aspetti, ma non uscire con un'affermazione come quella virgolettata nel titolo di questo libro e dobbiamo capirlo, pena la penosità penosa di qualsiasi argomentazione, più o meno improvvisata, più o meno umorale, che si può ascoltare in giro. C'è qualcosa che fa a cazzotti sin da subito, insomma, e il libro di Nicla Vassallo sostanzialmente si sofferma su questo (e per quanto concerne il caso italiano e la sua unicità in Europa, cerca coraggiosamente di non trovare scorciatoie dando tutta la colpa alla vicinanza del Vaticano). Va da sé che l'ho fatta fin troppo semplice, ma il libro in questione, interessante attuale e quanto mai necessario, mi offre lo spunto per spostarmi e fare qualche osservazione su questa collana e sulla tenuta del concetto di collana in editoria. Laterza e Il Mulino, sotto certi aspetti, licenziano collane simili, contraddistinte da una tematizzazione forte, concept di collana e concept grafico molto diretti che prevedono spesso una sostanziale assenza di immagini in copertina (questo fatto, oltre a garantire un risparmio su eventuali diritti d'immagine, velocizza non poco la grafica). Nel caso specifico di Laterza abbiamo il titolo in primo piano, riportato tra virgolette, come a dire "campionatura di una frase che si sente spesso dire in giro", quindi un ben visibile timbro rosso VERO! o FALSO! (un po' televisiva come scelta, ma di sicuro impatto) e quindi sulla parte bassa nome dell'autore (o degli autori) e rimandi al nome di collana e all'editore. Il tutto giocato a tre colori, anzi due, nero e rosso su fondo bianco. La cosa migliore, per farsi un'idea di come è stata architettata la collana, è scorrere i titoli sinora usciti.

Andrea Baranes, “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati” Falso!
Zygmunt Bauman, “La ricchezza di pochi avvantaggia tutti” Falso!
Luciano Canfora, “È l'Europa che ce lo chiede!” Falso!
Innocenzo Cipolletta, “In Italia paghiamo troppe tasse” Falso!
Paolo Flores d'Arcais, “La democrazia ha bisogno di Dio” Falso!
Ippolita, “La Rete è libera e democratica” Falso!
Loredana Lipperini, Michela Murgia, “L'ho uccisa perché l'amavo” Falso!
Ugo Mattei, “Senza proprietà non c'è libertà” Falso!
Federico Rampini, “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale” Falso!
Marco Revelli, “La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi”. Vero!
Nicla Vassallo, “Il matrimonio omosessuale è contro natura”. Falso! (Qui un video con un'intervista all'autrice)


(Al di là di tutto questo, ad un livello più generale, nello sconquasso dell'editoria, mi domando spesso se e fino a quando reggerà il concetto di "collana" così come lo abbiamo conosciuto. Non so se vi capiti mai di pensarci.)

giovedì 6 novembre 2014

"Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria" di Ferdinando Scianna

...io, ad esempio, quando vedo nella pagina di cronaca di un quotidiano locale una foto di una persona giovane morta in un incidente stradale avverto quasi, nei tratti del viso, una predestinazione a una morte in giovane età. Direte voi che questo giocoforza accade, data la cornice in cui si situa la percezione, ma a me questa sensazione ha portato sempre e solo inquietudine. Per converso, non ho mai cercato di intuire morti precoci a partire da una foto di una persona giovane ancora in vita. Il fatto è che forse della fotografia possiamo provare a dire di tutto, tanto lei tace. Forse sto esagerando, ma la realtà e varietà di pensiero che la fotografia ha conosciuto lungo tutto il corso della propria vicenda storica ha dato vita a plurimi orizzonti di speculazione, spesso contrastanti fra loro, che si sono via via depositati su una crosta terrestre che da quasi due secoli accumula fotografie su fotografie ed è diventata mappatura fotografica essa stessa. Voglio dire che della fotografia ad esempio possiamo dire che invecchia con noi e che non necessariamente congela l'attimo, possiamo raccontarci che è obiettiva ma che anche non lo è affatto, che ci interessa in rapporto alla realtà ma ormai non sappiamo più se ci interessa più o meno della realtà stessa. Riconosciamo evidentemente che la fotografia ha un qualche rapporto con il mondo, ma ci è difficile sciogliere e spiegare qual è questo rapporto che intrattiene col reale. Insomma, quella che resta forse l'invenzione positivista per antonomasia, con applicazioni e implicazioni scientifiche note a tutti, è divenuta il più bizzarro scherzo della ragione che quell'epoca potesse lasciarci in eredità, con sempre maggiori margini di contatto con l'irrazionale e l'imponderabile. E la stessa fotografia sta cambiando e noi con lei. Mi interrogo spesso, ad esempio, sul perché in tanti amiamo le foto di Luigi Ghirri. Possono essere date molte motivazioni e ognuno ha le proprie, per fortuna, ma il suo lavoro mi pare si collochi in un punto ben preciso della storia della fotografia, laddove davanti a una foto iniziamo a non dire più "questo c'era, e non c'è più" bensì "questo c'era, e forse c'è ancora". Luigi Ghirri, tra le tante altre sue qualità, mi pare avesse questa in massimo grado e ce l'aveva soprattutto quando inquadrava.

Sembra prendere le mosse da analoghi pensieri ondivaghi questo Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria di Ferdinando Scianna pubblicato da Laterza (pp. 110, euro 12). Il tono e il dipanarsi di questi capitoli depositati dal grande fotografo di Bagheria, che quasi cinquant'anni fa unì il proprio nome a quello di Leonardo Sciascia per il celebre Feste religiose in Sicilia (nella copertina allora era Fernando e non Ferdinando), è quasi amichevole, sempre schietto e diretto, anche quando ci racconta di come si rivolge ai suoi amici neuroscienziati per provare a capire di più di memoria e identità oppure nel finale del libro, quando si descrive alle prese con la digitalizzazione di un archivio mastodontico e con i tanti scherzi di memoria che questo lavoro complesso gli procura, soprattutto con gli scatti più datati. Il libro parte riprendendo una chiassosa scena di selfie vissuta in treno, di ritorno dalla mostra roveretana che il MART ha dedicato lo scorso anno a un grande ritrattista (autoritrattista?) senza macchina fotografica, Antonello da Messina. Il titolo di questo libro di Laterza è già un buon viatico e ci consente di immaginare le pagine che leggeremo: dal lacaniano specchio, si passa a concetti fragili e poco maneggevoli come quelli di identità e memoria. Ma la fotografia non è la nostra memoria e la memoria non è simile alla fotografia, e sarebbe bene fare attenzione quando parliamo con disinvoltura di "memoria fotografica" perché le aree del ricordo sono spesso inganni o menzogne, placidi imbrogli, sempre più povere o sempre più ricche di una fotografia, la quale si esprime su un piano bidimensionale e attraverso un'inquadratura.

Oggi che la fotografia è a portata di tutti e onnipresente (nei cellulari) paradossalmente riflettiamo forse poco e male su di essa. Quando un fotografo importante come Scianna si abbandona alla speculazione lo fa in modo sorprendentemente elastico e plastico, ricordando anche un interessante scritto di Giovanni Arpino che recentemente le edizioni Henry Beyle hanno reso disponibile (Contro la fotografia, con una nota di Scianna stesso). Dopo aver letto questo libro di Scianna mi pare di ravvisare che c'è un aspetto che la speculazione lascia spesso fuori, fuori dall'inquadratura. E tale aspetto è l'inquadratura stessa! Voglio dire che Scianna ricaccia giustamente all'interno del dibattito anche chi sta dietro l'apparecchio fotografico e non solo chi o cosa è dentro l'obiettivo o il piccolo monitor della macchina fotografica; ci parla sempre, più o meno direttamente, anche della persona che sta dietro il mirino, che inquadra, proprio ora che mirare e inquadrare sono gesti quasi slegati dal fotografare. E se il digitale non ha portato nessuna vera e propria rivoluzione (soltanto un aggravio quantitativo e di archiviazione, divenuta missione quasi impossibile oltre che evidenti cambiamenti sul versante produttivo e postproduttivo), il vero cambiamento mi pare stia in un aspetto posturale di chi fotografa. Potremmo quasi leggere l'evoluzione del fotografare proprio su questo versante della postura: da come si fotografava con la camera oscura a come si fotografa sempre più spesso oggi, senza nemmeno più mirare o inquadrare, con braccia tese distanti dagli occhi e dal cuore, quasi nuotando nell'aria con una macchina fotografica tra le dita. In questa ottica allora diventa molto interessante e innovativo il capitolo in cui Scianna parla di Snapchat, ovvero del servizio di messaggistica istantanea e applicazione per smartphone che "consente di inviare le foto ad amici solo per un certo numero di secondi e poi la visibilità viene annullata. Per questo motivo, l'applicazione è anche frequentemente usata per sexting" ovvero "l'invio di messaggi sessualmente espliciti e/o immagini inerenti al sesso, principalmente tramite telefono cellulare, ma anche tramite altri mezzi informatici" (come leggiamo nelle relative pagine Wikipedia dedicate alle voci "Snapchat" e "sexting").

Mi voglio congedare dalla lettura di questo libro con una canzone che parla di un luogo (la città di Torino), di un film ricordato e di una scena, di vetrine che riflettono e che possono rompersi come uno specchietto per il trucco. Si intitola "Meglio di uno specchio". Ho l'impressione che c'entri con tutto questo.

venerdì 31 ottobre 2014

"Di roccia e di ghiaccio. Storia dell'alpinismo in 12 gradi". Intervista con Enrico Camanni

Librobreve intervista #48

Ho conosciuto la rivista "Alp" durante voli lunghi fatti assieme a un collega. All'edicola dell'aeroporto Marco Polo lui la comprava ogni volta, assieme a un'altra rivista di caccia, "Diana". Passati gli Urali, visto che si andava quasi sempre a est, solitamente eravamo anche stanchi di chiacchierare e allora se non avevo voglia di un libro gli prendevo queste sue riviste, soprattutto "Alp", prima di dormicchiare. Questo il mio rapporto con "Alp", quasi sempre in quota. Si tratta sicuramente di una delle più belle riviste dedicate alla montagna nel gran bazar spesso poco convincente di riviste sul tema. La fondò nel 1985 Enrico Camanni, che ora ho il piacere di intervistare su Librobreve. Per molti anni ne fu anche il direttore. Tra i suoi libri, solo per rimanere al 2014, potrete trovare in libreria nella collana "Economica" di Laterza Di roccia e di ghiaccio. Storia dell'alpinismo in 12 gradi, sempre per lo stesso editore Il fuoco e il gelo. La grande guerra sulle montagne e per Ediciclo Il viaggio verticale. Breviario di uno scalatore tra terra e cielo. 

LB: Come nasce questa storia dell'alpinismo, Di roccia e di ghiaccio. Storia dell'alpinismo in 12 gradi pubblicato da Laterza (ora disponibile anche in collana "Economica") e in che cosa ha voluto differenziarla da altri libri simili?
R: Il libro nasce su una proposta dell'editore Laterza, che giustamente riteneva esistesse un vuoto nella divulgazione della storia dell'alpinismo. Il libro è rivolto a tutti e ha sortito il suo effetto: molti si sono appassionati di una storia che conoscevano poco e male.


LB: Quali sono le maggiori difficoltà di ricerca incontrate da chi si occupa di storia dell'alpinismo oggi?
R: La storia è in storia è in buona parte studiata fino alla fine del secolo scorso, quando la frantumazione rende quasi impossibile una ricostruzione organica. Il mio libro procede per gradi, dunque per personaggi e racconti. La difficoltà è stata quella di individuare dei momenti che siano stati veramente decisivi per l'evoluzione, in oltre due secoli di alpinismo.


LB: Come sta cambiando l'alpinismo? Voglio dire che il mondo cambia a velocità stratosferiche e l'alpinismo non sembra essere da meno. E c'è qualche aspetto che (la) preoccupa nelle evoluzioni contemporanee dell'alpinismo? Se sì, quale?
R: Cambia tutto in fretta, è vero. Il livello medio dei campioni è salito progressivamente, e alla fine ognuno tende a specializzarsi nella disciplina in cui eccelle. Ma ci sono anche interessanti correlazioni tra l'arrampicata sportiva e l'alpinismo, con un ulteriore innalzamento del grado. Inoltre conta molto il fattore velocità, che è una dimensione naturale per chi si allena tutto l'anno.

LB: Siamo in aria (spesso fritta) di centenario della Grande Guerra. Tanta parte dell'alpinismo conosce sviluppi significativi anche in quegli anni. Quali aspetti restano ancora da approfondire secondo lei con riferimento a quegli anni? Personalmente ho sempre trovato curioso che sia stato Mark Thompson con il suo The White War: Life and Death on the Italian Front 1915-1919 tradotto da Il Saggiatore lo storico di riferimento per la guerra in montagna. Voglio dire che l'Italia è stata teatro di uno sviluppo unico di quella guerra e sembra che non se ne sia ancora accorta.
R: Ho appena pubblicato con Laterza un libro che si occupa proprio organicamente della Guerra bianca, legando insieme gli ambienti e le storie documentate dai diari e dalle lettere dei combattenti. S'intitola Il fuoco e il gelo.

LB: Lasciando stare Daumal e il suo Il monte analogo, ci sono altri autori che vorrebbe consigliare ai lettori?
R: Direi di cominciare dai grandi classici inglesi: Whymper e Mummery.

LB: Le scrivo da Treviso, città di Giuseppe Mazzotti: quale suo libro ci consiglia?
R: Ho appena riletto il suo libro Grandi imprese sul Cervino. Resta un racconto avvincente.

martedì 8 maggio 2012

"L'arte contemporanea spiegata a tuo marito". Così Mauro Covacich ti parla delle altre mozzarelle in carrozza (quelle di De Domenicis)

In ambiente editoriale esiste ancora quel vecchio adagio che vede protagonisti i tre potenziali argomenti di vendita racchiusi nella copertina di ogni libro: il nome dell'autore, il titolo, il nome dell'editore. In alcuni casi il nome dell'autore prevale sul titolo e sull'editore (pensate a come vi aspettate una copertina di un John le Carré o di un Ken Follett, col nome dell'autore a caratteri cubitali), in altri l'autore è sconosciuto, allora sarà un titolo possibilmente accattivante ad attirare l'attenzione, in altri l'autore può essere ugualmente sconosciuto, ma se la gabbia grafica che ospita il tutto è una copertina Adelphi o Einaudi, allora il lettore medio è indotto a pensare di avere davanti un buon libro, che qualcun altro ha scelto per lui. Nel caso del libro di cui scrivo ora, L'arte contemporanea spiegata a tuo marito di Mauro Covacich (Laterza, pp. 120, euro 14) siamo forse un po' spiazzati. Il romanziere Mauro Covacich, conosciuto per libri fatti prima per Mondadori e poi Einaudi, approda a Laterza (a dire il vero con quest'editore ha pubblicato due interessanti libri per la collana Contromano, Trieste sottosopra e Storia di pazzi e di normali) con un libro godibilissimo dedicato a trenta tra i principali e più noti artisti contemporanei. Il titolo è furbamente capzioso, sembra studiato appositamente per il lavoro d'ufficio stampa delle case editrici e per approdare senza filtri sulle pagine redazionali dei femminili pronti a darne notizia. Da compilatore di M davanti alla casella  M/F dei questionari, forse avrei dovuto astenermi, ignorare il libro, invece ho voluto seguire Covacich in questo suo percorso tra trenta personalità (la maggior parte uomini) la cui opera equivale a trenta grosse "dita puntate" su qualcosa. L'arte contemporanea è spesso questo, un dito puntato. Insomma, del trio autore-titolo-editore, stavolta viene sacrificato il nome di Laterza. Bisognava giocare sul binomio autore-titolo ironico per impacchettare quell'attenzione che, a mio avviso, il libro meriterebbe comunque, a prescindere da questi ragionamenti. 

Covacich è un cultore attento della materia, sa separare il grano dal loglio, "le dita puntate" che gli artisti contemporanei sanno sa far scattare assieme alle loro opere (sempre più spesso dei veri e propri interrogativi), dalle azioni pazzesche di speculazione registrabili nel mercato dell'arte. Il suo punto di vista è informato ma sufficientemente vergine per poter ambire a inquadrare le opere sotto una lente con curvatura inedita. Se tanta parte dell'arte contemporanea è rimasta, ad un livello di percezione comune (per questa strada torniamo al titolo!), attaccata alla boutade "questo lo sapevo fare anch'io", come a sottolineare la disarmante semplicità e banalità di certe soluzioni degli artisti, leggendo Covacich sugli artisti contemporanei verrà più facile dire "questo a me non sarebbe mai venuto in mente" o, meglio, "questo lo poteva fare solo questo dato artista". In questa risposta implicita ho ravvisato il denominatore comune di queste agili trenta schede. Ad ogni artista Covacich riserva un'immagine significativa e una trattazione rapida, in media sulle tre pagine. Le chiuse di queste scorrevoli schede spesso ritornano sul titolo del libro, su quello che lei dovrebbe spiegare, dire, suggerire a lui per tentare di avvicinarlo a un mondo altrimenti impenetrabile, forse persino risibile e repellente.

Un libro così non può non partire dall'orinatoio-fontana di Marcel Duchamp, soffermarsi sul chiacchieratissimo Maurizio Cattelan (questo non lo dice Covacich ma lo penso da un po': nessuno di coloro che si scandalizzano per La nona ora o per i bambini-pupazzi appesi ha mai letto in quest'ultimo un chiaro rimando a Pinocchio? Come? Collodi sì e Cattelan no?), passare per autentiche mozzarelle (latticini) in carrozza di Gino De Dominicis, Jackson Pollock, Mark Rothko (forse una delle schede più belle, una pittura sicuramente sentita da Covacich), l'imprescindibile Andy Warhol, Joseph Beuys, i palloni gonfiati di Jeff Koons, Haruki Murakami, le vacche squartate o i teschi diamantati di Damien Hirst,  il blu brevettato di Yves Klein, l'altro imprescindibile ovvero l'enfant terrible Piero Manzoni (precursore di Koons?), Francis Bacon, Lucian Freud, la Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto (leggetela in parallelo a Ninfa moderna di Didi-Huberman), i concetti spaziali-vaginali di Lucio Fontana, le combustioni di Alberto Burri, Chris Burden, il fetore insopportabile delle ossa spolpate da Marina Abramović durante Balkan Baroque a La Biennale di Venezia del 1997, e poi Richard Long, gli alberi di Giuseppe Penone, Bruce Nauman, Bill Viola, Sophie Calle (artista cara all'autore, presente anche nei suoi romanzi), Anselm Kiefer, William Kentridge, Matthew Barney, Patricia Piccinini, quella Mona Hatoum che proiettò la propria gastroscopia per finire con l'iphone/tablet art di David Hockney (classe 1937). Impossibile qui approfondire ogni singola trattazione; è un libro che si legge con grande interesse. Possono comprarlo e leggerlo tranquillamente anche i mariti (e pure i ragazzi).

giovedì 15 marzo 2012

Introduzione a Darwin di Telmo Pievani per "I filosofi" di Laterza

Piccola topografia libraria-sentimentale: nel mio incedere disordinato, farraginoso e maldestro tra le letture, comprese quelle di scienza e filosofia, ho sempre riposto non poche aspettative in una collana come “I filosofi” di Laterza. Credo si possa serenamente affermare che alcuni volumi sono riusciti più di altri; resta il fatto che, per chi non ha la possibilità di leggere e capire da solo le Enneadi di Plotino o tutta la produzione di Cassirer pur volendo avvicinarla per i più disparati motivi, questi libri, solitamente contenuti nelle dimensioni, possono costituire un buon "bignami" (così come non mi vergogno a dire che certe voci di Garzantina sono ancora insuperate per cura, sintesi e completezza). Per questo, non di rado, sono ricorso a questi libretti color arancione-antinfortunistica (oggi forse faticheremmo ad accettare questo colore, ma quella scelta audace di puntare su questo colore acceso fu forse una lungimirante mossa - vincente, si presume - di marketing editoriale).

Il numero 100 di questa collana, Introduzione a Darwin (di Telmo Pievani, pp. 194 con il consueto apparato cronologico, di storia della critica e della ricezione in Italia, euro 12), potrebbe fare persino notizia. Intanto 100 è un bel traguardo per una collana che prevede dei titoli che forse faticano a raggiungere il break-even entro un mese e mezzo dalla comparsa in libreria. E poi, Darwin filosofo? Già. Filosofo della scienza, filosofo della biologia. Filosofo. Chissà se tale scelta editoriale sarebbe stata possibile soltanto dieci anni fa. Oggi, attorno alla sua figura, si versano fiumi di inchiostro. Figura controversa, facile oggetto di fraintendimenti e strumentalizzazioni, Darwin necessitava di una collocazione sicura, come questa, lampante come il color arancione di quelle copertine. Colui che ha mutato radicalmente il nostro modo di intendere la natura, lasciando per strada una teoria potente e una serie impressionante di intuizioni, le quali si stanno rivelando via via di grande fecondità euristica, è per forza di cose filosofo.

Appurata quindi l’opportunità della mossa editoriale, che neanche troppo implicitamente suggerisce un potenziamento della presenza di Darwin nei programmi scolastici (proprio quando da più parti – mondo cattolico, seguaci dell’intelligent design ecc. - si cerca di mettere in discussione o addirittura ostacolare questa presenza), rimane da rassicurare sulla bontà del curatore del volume. E non spetta certo a me farlo, ma semplicemente ribadire quest'affidabilità, visto che Pievani ha dedicato a Darwin studi così larghi e approfonditi che probabilmente, per lui, la vera sfida costituita da questa pubblicazione sarà stata la sintesi nel format rigido e collaudato di questa collana. Pievani aveva comunque già dato prova di essere ottimo divulgatore con il libro Teoria dell’evoluzione uscito per un'altra collana di divulgazione, “Farsi un’idea” de Il Mulino.

Il libro si percorre con un viaggio (metafora ficcante, trattandosi di Darwin!), si osserva come un albero da ammirare dalla radice alla punte estreme dei rami, nel susseguirsi delle stagioni del pensiero darwiniano e, nella scrittura, nel susseguirsi di paragrafi brevi, chiari, raggruppati in capitoli che segnano le tappe fondamentali dello sviluppo del suo pensiero e della sua teoria, fino alle aperture sul rapporto con la religione, ai legami con la critica, al neodarwinismo e alla sintesi moderna del suo pensiero. Un viaggio, dicevo, uno spostamento che come tutti i viaggi più importanti lascia un'impronta significativa e probabilmente irreversibile nel nostro modo di ragionare e vedere la natura. Nuove sono le aperture di Pievani ai testi meno noti della produzione darwiniana, spesso legati proprio ai suoi viaggi, come i diari, i taccuini, le lettere. Un universo ancora non del tutto esplorato sul quale una buona Introduzione, come è giusto che sia, getta con decisione i primi coni di luce.