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mercoledì 24 maggio 2017

"Neurobiologia del tempo" di Arnaldo Benini. Possiamo prendere congedo dal tempo?

Che cosa c'era prima del Big Bang? Domanda legittima per il nostro cervello che produce il tempo assieme ai concetti di prima (e dopo). Ma se pensiamo che dal Big Bang è iniziata anche la "storia" del tempo così come lo conosciamo (o tentiamo di conoscere) la domanda comincia a vacillare o quantomeno a proiettare una luce diversa su quel qualcosa che per Kant era un a priori dell'esperienza assieme allo spazio (e a livello neuronale abbiamo scoperto che c'è prossimità tra quanto è deputato alla percezione del tempo e quanto è deputato alla percezione spaziale). Chiedersi cosa c'era prima del Big Bang è allora chiedersi cosa c'era prima della nascita del concetto di prima. Tutto cambia e il tempo stesso evolve, muta. Il tempo di oggi non è quello di una volta, verrebbe da dire, e tanto meno quello dei primi minuti dell'universo. Inoltre, allargando lo sguardo, il quadro cosmologico e fisico, semplificando drasticamente, risulta circa il seguente e chi legge libri di divulgazione lo sa: per il tempo non è un gran periodo all'interno della fisica moderna e non certo da oggi. La fisica quantistica pare abbia intrapreso un lungo percorso, a tratti convincente e persuasivo anche per chi la frequenta da esterno, volto a espungere il tempo dalla trama della realtà. In termini simili si esprime un fisico e divulgatore di successo come Carlo Rovelli. Non tutta la comunità dei fisici però concorda e chi ha anche solo preso in mano i libri del fisico statunitense Lee Smolin lo sa, perché Smolin pone un assunto di fondo che coincide con quanto ricaviamo dalla lettura del libro di Arnaldo Benini Neurobiologia del tempo (Raffaello Cortina, pp. 120, euro 14): non è possibile né opportuno prendere congedo dal tempo. La nostra domanda di partenza potrebbe allora essere anche un'altra: fino a quando saremo in grado di sostenere una teoria come quella del Big Bang e cosa succederà alla conoscenza umana, anch'essa risiedente nel cervello degli uomini, se questa teoria sarà abbandonata? Naturalmente non è questo il punto focale del libro di Benini, ma questo passaggio e la piccola provocazione in esso contenuta serviva a riportare lo sguardo sul cervello e sui risultati delle neuroscienze cognitive che Benini sintetizza con efficacia. Il suo percorso è diventato un libro scritto con una prosa che alterna significativamente il rimando alla letteratura scientifica e il riferimento alla nostra esperienza comune e diffusa del tempo e delle sue bizzarrie. Per fare un solo esempio, al di là di discorsi che si possono fare sull'inquinamento luminoso di uno stadio, nelle gare di atletica si usa tuttora per la partenza uno stimolo sonoro e non visivo, poiché reagiamo in minor tempo a potenti stimoli sonori. Così Usain Bolt si trova già proiettato in gara prima ancora di averne coscienza.

Arnaldo Benini, che è professore emerito di Neurochirurgia e neurologia presso l’Università di Zurigo, non è nuovo a simili affondi saggistici e ha scritto un libro breve e chiaro sul tempo e sul contributo neurobiologico alla comprensione di questo quid che da sempre chiama a raduno le intelligenze di filosofi, letterati, fisici e neuroscienziati. Per stare alla "nostra" letteratura, un campo caro anche a Benini e da sempre irretita e sedotta dal tempo, non è da escludere che la nozione di "temps perdu" usata da Proust per titolare La recherche fosse entrata nel suo radar grazie alla familiarità di certi studi del padre medico, in particolare con quelli di Herman von Helmholtz, che a metà del XIX secolo, studiando l'elettricità animale, scoprì il "tempo perduto" tra un evento e la sua coscienza (è infatti illusione la simultaneità tra evento e sua percezione e oggi si parla infatti generalmente di "tempo compresso", insomma, siamo sempre in ritardo e il presente stesso è presente ricordato). Attraverso capitoli brevi e ben calibrati Benini si mette al servizio di un lettore disponibile a percorrere le diverse immaginazioni attorno al tempo. In queste pagine il neurochirurgo passa attraverso realtà e illusione del tempo, le sue certezze e il suo enigma (come nel celebre adagio agostiniano sul tempo), la distinzione tra GT (tempo oggettivo, government time) dei fusi orari e degli orologi, manufatti dell'uomo, e PT tempo personale (personal time) nel quale "detta legge" l'affettività che fa vivere il tempo a ciascuno in modo diverso. Benini affronta anche in un capitolo dedicato la centralità del tempo negli studi sul linguaggio e sulla musica e non mancherà di interessare linguisti e musicologi. Efficace risulta in chiusura la rassegna della letteratura scientifica nei casi di lesioni o glioblastomi e molto belli sono i capitoli dedicati al mondo animale e al senso del tempo che permane anche nel caso di non-coscienza dato dal sonno.

Per tornare al quesito del titolo, secondo l'autore "non è possibile né opportuno prendere congedo dal tempo", neanche a seguito delle pressioni del mondo fisico. Pare paradossale il contesto contemporaneo, dove se da un lato troviamo la scienza fisica che prova, nel suo studio delle relazioni tra corpi e particelle, a spingere fuori il tempo, dall'altro riscopriamo continuamente i sensi del tempo per provare a sentire e capire qualcosa che sta dentro la natura (natura tout court, non natura umana). Ogni scienza, nel tempo (tocca dirlo), tende a creare una curiosa sovrapposizione con gli strumenti concettuali di cui si è servita per studiare il proprio oggetto e un senso quasi felice di profonda incompletezza, che non è da intendersi come rinuncia (tanto meno rinuncia dell'avventura scientifica) inizia finalmente ad abitare in noi. Potrebbe essere un nuovo scenario assai fecondo. Aspettiamo. Per Richard Feynman, fisico, il tempo è quello che succede quando non succede niente.

domenica 7 maggio 2017

"Il libro dell'ospitalità" di Edmond Jabès: ogni libro si scrive nella trasparenza di un addio

Leggere Il libro dell'ospitalità di Edmond Jabès (Il Cairo, 1912 - Parigi, 1991), riproposto a distanza di 25 anni dalla prima edizione italiana sempre da Raffaello Cortina Editore (pp. 120, euro 11, a cura di Antonio Prete) vuol dire fare esperienza di un libro e di una scrittura che sanno di essere scrittura e libro. L'affermazione è volutamente tautologica, ma servirà da sponda, per continuare a interrogarci su questi due cardini del nostro percorso attraverso il deserto della pagina. Tutto accade attorno a scrittura e libro, pur nella consapevolezza che nella traduzione, nel caso di Jabès, si può perdere molto del valore fonico della prosa (fu poeta a stretto contatto con i surrealisti e il suo caso costituisce una riprova di quanti e quali furono gli innesti e gemmazioni di quel gruppo). Tornando al nostro ragionamento iniziale, non tutte le scritture sanno di esserlo, o meglio, alcune fanno finta di non essere scrittura. Una lettera, uno statuto, un verbale, un libro di saggi  o persino un libro di poesie sanno di essere scrittura. Un libro di fiction finge due volte, perché quasi sempre finge a sé stesso persino del suo status di essere scrittura, oltre alla fiction primaria che riguarda la sua storia. Qui può inserirsi una differenza e distinzione tra narrazione e scrittura, ma per il momento non possiamo affrontarla. Il testo di una lettera, di un saggio, di una recensione, di una poesia sa di essere testo e sa di essere quello. Tale consapevolezza appare invece interdetta a quella cosa che comunemente chiamiamo narrativa. Ne Il libro dell'ospitalità i temi primari del poeta francese si radunano come foglie governate da un mulinello di vento: l'esodo e l'esilio (lasciò l'Egitto per Parigi nel 1957, a causa della crisi del canale di Suez del 1956), il deserto e la solitudine, lo straniero e il profugo precipitano nei pensieri brevi in cui, per l'appunto, la vita si trova ad assomigliare alla scrittura e la scrittura al libro. Nel suo poscritto Antonio Prete ricorda che la lunga tradizione dell'ermeneutica negativa, passaggio obbligato per chi affronta Jabès, la quale ha origine nell'assenza del Nome di Dio dalle lettere nascoste e disperse per il mondo, è sottratta da Jabès
al peso del suo simbolismo, alla mistica della lettera, ma anche al puro significante; ne fa, invece, uno spazio immaginale, dove la parola affronta il vuoto; il vocabolo - questa soglia silenziosa della lingua - muove verso il dire, la sabbia guarda da una distanza infinita il cielo dei significati. 
Il libro dell'ospitalità si svolge al cospetto di una scrittura che tocca i limiti e rimbalza su alcuni dei temi che la nostra epoca ci sbatte in faccia ogni giorno attraverso i media ma che in realtà sono temi vecchi quanto l'umanità, solo più infernale è diventato il tratto nel quale li accogliamo e ne dibattiamo: sofferenza e dolore, ospitalità appunto e estraneità, nomadismo e una certa angoscia dell'abitare. In Jabès si ravvisa persino angoscia di abitare certe forme di scrittura note e la varietà di frammenti e tessere collocate da Jabès nella propria opera ne dà testimonianza (del resto difficile è dire quale scrittura prevalga in Jabès, se quella poetica o quella filosofica, essendo lui stesso un esempio ormai classico di come le due si sono compenetrate). Poiché abbiamo chiamato più volte in causa la scrittura, ecco un breve saggio:
- Quale immagine ti suggerisce il pensiero? - domandò il discepolo al maestro. 
- Forse quella d'un astro divorato dai propri fuochi, un astro che si distingue per l'intensità dei suoi bagliori.
"Il tempo del pensiero è sempre e soltanto il tempo d'un progressivo acclimatarsi alla morte: scalfittura d'un epitaffio", diceva.
E aggiungeva: "Si muore dinanzi alla parola che non dice altro che la nostra morte".
Dicevamo della centralità dell'essere libro. Tutta la produzione di Jabès si incardina attorno alla consapevolezza e vera "promessa incerta" del libro, inevitabilmente legata al destino dell'ebreo, quasi inteso come destino di scrittore per antonomasia. Sono tanti i libri consegnateci dall'autore, molti dei quali tradotti in italiano. Quello corposo "delle interrogazioni" (Bompiani), "dei margini", "della spartizione", "delle somiglianze" (Marietti), "della sovversione non sospetta" (SE), "del dialogo" (Manni), "della condivisione" (Raffaello Cortina). E questo libro postumo, scritto nella trasparenza di un addio, a me pare come il libro impossibile da recensire, per cui mi limito a evidenziare la riproposizione di questa pubblicazione, invitando all'esperienza di lettura di pagine che tornano a interrogarci sui molti misteri dell'ospitalità (problemi centrali, sin da Adamo ed Eva) e sul miracolo dell'universo ("Il miracolo dell'universo è che non c'è miracolo. E noi non siamo capaci di provarlo.")

mercoledì 25 dicembre 2013

Daniel Chamovitz ci racconta "quel che una pianta sa" in una guida ai "sensi" del mondo vegetale

Quanti di voi hanno una madre che parla alle piante? Non si tratta di follia, è una pratica diffusa, che ho riscontrato a più riprese: per far crescere sane le proprie piante sembra sia bene parlar loro a lungo. E di quante espressioni "vegetali" si è arricchito il nostro lessico? Pensiamo solo alla metafora-limite usata in ambito pseudomedicale: "ridotto a un vegetale". Che cosa sanno le piante? Che cosa percepiscono? Fino a che punto è corretto spingere l'immagine dei nostri sensi applicati al mondo vegetale, ovvero il parallelismo che guida e informa tutto questo bel libro del biologo israeliano Daniel Chamovitz? L'autore, direttore del Manna Center for Plant Biosciences all’Università di Tel Aviv, è riuscito a stendere un saggio ampiamente divulgativo su un tema potenzialmente insidioso e non certo facile, come potrebbe sembrare ad una prima vista. Il libro di cui oggi disponiamo in italiano (Raffaello Cortina Editore, pp. 174, euro 18, traduzione di Pier Luigi Gaspa) è scritto nella migliore prosa divulgativa di stampo anglosassone (quando scrivo "anglosassone" intendo anche: una tradizione e una cultura scientifica di base che, coadiuvate da impianti legislativi normali e da una giustizia messa in condizione di operare in condizioni normali, non danno solitamente vita a casi-baggianate, mostruosamente esiziali, come il recente caso tutto italiano "Stamina").

Il libro di Chamovitz, inserito nella bella e duratura collana "Scienza e idee" diretta da Giulio Giorello, non mancherà di interessare colleghi biologi, lettori curiosi e probabilmente persino i tanti neuroscienziati sparsi nel mondo. Con una prosa sempre accogliente, il nostro autore si chiede via via che cosa una pianta vede, annusa, prova, ode, come fa a capire dove si trova e persino quel che una pianta ricorda. Penso all'interesse che questo libro e la biologia vegetale può suscitare oggi, dopo la "sbornia" neuroscientifica e la grande promessa che certe imprese neuroscientifiche non sono state forse in grado di mantenere. Le piante infatti sembrano infatti il percorso più lontano dell'evoluzione da quella cosa che riconosciamo e chiamiamo "cervello". Chamovitz si guarda bene dal ripercorrere la strada di libri fortunati ma carenti dal punto di vista scientifico come La vita segreta delle piante di Tompkins e Bird, responsabile di una pesante ricaduta che per anni ha reso tutti diffidenti verso parallelismi e avvicinamenti tra piante e umani. Da quel che mi pare di registrare, allargando la visuale, mi sembra che da più parti (anche dalla sponda filosofica, come ad esempio nel recente Filosofia dell'animalità di Felice Cimatti) arrivi l'appello ad una maggiore distinzione tra i regni del vivente, a un nuovo compito di tracciatura di contorni e confini, per nuove definizioni, all'insegna di un rinnovato punto di partenza che asitonticamente vira verso un socratico saper di non sapere.

Chamovitz è naturalmente consapevole della diffidenza che il testo di Tompkins e Bird ha causato e si muove quindi con circospezione, partendo spesso da un'analisi semantica del "senso vegetale" che di volta in volta intende analizzare. La sua è una ricognizione aggiornata sulla letteratura scientifica prodotta negli ultimi due decenni, in un buon equilibrio tra excursus storico e stato dell'arte. Ne scopriremo davvero delle belle, come le analisi sulle povere piante martoriate a furia di Hendrix, Led Zeppelin, Mozart o Meat Loaf e troveremo indicazioni di video singolari come quello a cui vi rimando. Per restare all'apertura di questo intervento - alle nostre madri o nonne che parlano alle piante per farle crescere meglio - ciò che si ricava dal libro è che forse proprio l'udito è il senso più lontano dal mondo vegetale, anche se con le recenti mappature e sequenziamenti si sono scoperti dei geni "sordi" che uomini e piante condividono. Ma in fondo la scienza è una questione di definizioni, un discorso e una prassi che da secoli prende forma da un metodo scientifico e si esprime in un linguaggio che per statuto non può conoscere polisemia. Ora provo a indovinare che se un giorno cambierà la nostra definizione di "udito", forse potremmo scoprire una maggiore vicinanza con il mondo vegetale pure in questo "senso"; fuor di metafora arrivare a capire meglio quei geni "sordi" che condividiamo con le piante e di cui scrive anche Chamovitz.

Quel che una pianta sa è un libro del quale potete fidarvi, perché scritto con quella prudenza speculativa di cui la scienza, quando segue davvero il "metodo scientifico", non può fare a meno. Persino nel suo Epilogo Chamovitz raduna le forze per invocare prudenza attorno a una parola difficile come "intelligenza": se partiamo dall'assunto che una pianta è priva di cervello, qualsiasi descrizione antropomorfica e parallelismi come quello coi sensi umani, alla base di un simile libro, rischiano di essere minati alla base. Chamovitz è attentissimo nell'uso delle parole, in questo informato e appassionante saggio di biologia vegetale. Lascio a lui il finale:

"Ciò che dobbiamo capire a un livello più generale è che noi condividiamo la biologia non soltanto con le scimmiette e con i cani, ma che con le begonie e le sequoie. Quando ammiriamo il nostro roseto in piena fioritura, dovremmo considerarlo alla stregua di un cugino molto lontano, sapendo che, proprio come lui, possiamo distinguere ambienti complessi, e che condividiamo geni comuni. Quando guardiamo un'edera abbarbicarsi a una parete, stiamo guardando quello che, se non vi fosse stato un remoto incidente probabilistico, sarebbe potuto essere il nostro futuro. Stiamo osservando un altro possibile risultato della nostra stessa evoluzione, un risultato che ha imboccato una strada diversa circa due miliardi di anni fa.
La condivisione di un passato genetico non nega eoni di evoluzione separata. Anche se le piante e gli esseri umani mantengono capacità parallele di percepire ed essere consapevoli del mondo fisico, sentieri indipendenti dell'evoluzione hanno condotto a una caratteristica tipicamente umana, intelligenza a parte, che le piante non posseggono: la capacità di interessarsi alle cose e di prendersi cura di loro".

Ciao Darwin, ben ritrovato.