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sabato 25 agosto 2018

"Storie del pavimento" di Gherardo Bortolotti sul palinsesto del "Voyage autour de ma chambre" di Xavier de Maistre (e dei "Tender Buttons" di Gertrude Stein)

Se nella res publica litterarum, anziché un sistema di segmentazione attuato mediante faide (magari social, magari poi smentite da leccaculismi impeccabili in presenza) o mediante normali cooptazioni, vigesse invece un sistema simile a quello che caratterizzava certa musica fino a qualche anno fa - vale a dire un sistema dove si distingueva tra cosiddetto mainstream, underground abbastanza emerso (in procinto di farsi mainstream o rimanere "forever underground", ma con certi crismi) e underground-underground (ovvero: conosciuto da pochissimi) - Gherardo Bortolotti sarebbe forse uno degli eroi dell'underground abbastanza emerso. Il suo Tecniche di basso livello pubblicato da Lavieri nel 2009 è infatti un libro che ha messo d'accordo più persone e a distanza di anni ed è un libro che fa ancora scrivere (qui un assaggio significativo). Ciò vuol dire che quel libro ha avuto un certo impatto. Penso lo abbia avuto meritatamente, dal momento che è servito a mettere in luce un talento di scrittura che si ritrova anche nel più recente libro proposto da Tic Edizioni, nella seconda serie di ChapBooks diretta da Michele Zaffarano. Tic Edizioni, appunto, che è una bellissima realtà editoriale (e non solo), ma non è quella sigla editoriale più in vista che uno scrittore vero come Bortolotti potrebbe (dovrebbe?) raggiungere. Il nuovo "basso livello" del pavimento, in questo brevissimo libro che si intitola proprio Storie del pavimento (pp. 52, euro 8, qui il link all'ecommerce dell'editore), è un libro che nella sua "stranezza" presenta anche una grande, inedita godibilità, sulla quale qualche editore con altri "giri" potrebbe iniziare a scommettere. Sì, scommettere, perché alla fine questi sistemi sono fatti soprattutto di scommesse, per quanto Bortolotti stesso sia l'esempio di una qualità emersa nel tempo e apprezzata senza spinte editoriali evidenti.

Perché stranezza? Perché Bortolotti scrive prose brevi che poco spartiscono con l'ordinario o lo straordinario, ma che si situano in una regione intermedia e meno battuta che è equidistante da questi poli. Il suo equatore diventa allora una serie di prose che partono in data 17 febbraio 1790 e si concludono in data 30 marzo 1790. Quasi un breve diario, senza avere alcunché da spartire con il diario però. Queste date racchiudono un viaggio, quello dell'epigrafe di Xavier de Maistre, la quale recita: "Ho iniziato e compiuto un viaggio di quarantadue giorni attorno alla mia camera". Iniziato e compiuto, sta tutto lì il punto, anzi, i due punti: iniziare e compiere. E qualsiasi viaggio si può compiere in molti modi, anche nel mondo del turismo di massa pressoché standardizzato e chiaramente si può iniziare e compiere anche stando quasi fermi. Questo pezzo che segue è quanto si legge ad esempio oltre la metà del viaggio e credo sia opportuno riportare la prosa nella sua interezza per iniziare a tracciare il perimetro frastagliato di questa scrittura, persino della sua teoria di virgole e sillabe che iniettano nel testo una prosodia placida ma straniante:

20 marzo 1790
L'estate passò come un racconto confuso di stanze calde e sogni troppo lunghi e felici per poterli davvero raccontare, che attraversavano i pomeriggi assolati come processioni di formiche, lungo le deserte superfici in laminato della cucina. Ogni volta eravamo certi di avvicinarci a quell'inquieto enigma di cui avevano parlato le profezie, trascritte sull'intonaco, lungo i cavi elettrici, in codici alfanumerici sbiaditi. A settembre, tuttavia, le nostre imprecisioni, i nostri presupposti superati venivano sorpresi dalle ombre, che si allungavano, dalle finestre chiuse, dalle sere che si avvicendavano più rapide, dalle notti silenziose che avevamo dimenticato.

È tutto normale, all'apparenza, se non fosse che la data è il cuneo tra primavera e inverno e la prosa parla del cuneo tra estate e autunno. Questo per dire di un aspetto. Normale anche l'immaginario classico dell'estate (persino il montalismo delle formiche in processione), salvo l'insinuarsi come un fiotto del settembre e delle sue caratteristiche luminose, altrettanto "normali", descritte però come una nuova sorpresa che è animale, anormale, simile a quelle allucinazioni che si innestano nella più ripetitiva delle routine o nel più scontato degli scenari che riconosciamo come nostri. E parlando di prosodia straniante sarà opportuno accennare a come queste prose siano a tutti gli effetti un campionario di un nuovo (o rinnovato) metodo di straniamento. Ma se non è a livello linguistico o metaletterario che si colloca lo straniamento, la domanda che dovremmo porci - e che per ora rimane senza risposta - è a quale livello si situa questo nuovo straniamento che mette in asse Bortolotti. La breve prosa successiva del 21 marzo 1790 prevede poche righe:
Più di tutto ricordammo le scale, che non rivedemmo mai più. Più di tutto ci spaventò l'idea dei pianerottoli e dei gradini, che appartenevano ad altre vicende, a occasioni passate di essere oggetto del Caso, della fretta e della luce del giorno.
L'andamento anaforico, già riscontrato nel precedente frammento, tradisce un finale in cui vengono messi sullo stesso piano tre elementi lontanissimi: il Caso, la fretta e la luce del giorno. Sono solo alcune delle soluzioni adottate da Gherardo Bortolotti per far esistere questa scrittura dove tutto tautologicamente sembra accadere nella scrittura solamente e mai in alcun possibile altrove. Chiaramente il luogo, che c'è ed è l'appartamento, rimanda a un precedente per nulla celato dall'autore, né in epigrafe né nel testo del 3 marzo 1790, dove assieme alle Città invisibili è citato il Voyage autour de ma chambre di Xavier de Maistre, suddiviso proprio in 42 capitoli. Questo il palinsesto di Bortolotti, insomma. E anche la citazione da Calvino non è certo casuale, anche se la "catalogazione" di Bortolotti conserva pochissimi punti di contatto con quella calviniana. Volendo aggiungere un altro nume tutelare di quest'opera direi anche i Tender Buttons di Gertrude Stein.

E la godibilità di cui si diceva in apertura? Qui chiaramente non si può assumere posizione assolutizzante, perché la lettura resta un fatto soggettivo. Tuttavia, se è vero che l'infelicità degli uomini deriva tutta dal non saper starsene tranquilli in una camera come sosteneva l'altro francese, Pascal, qui, in un viaggio attorno a un pavimento, in un itinerarium mentis tra tutto ciò che circonda, che non è né ordinario né straordinario, si situa lo spazio per una ricognizione placida e allucinata, che fluttua in un'area che permane quasi irrelata tanto alla veglia quanto al sonno. Insomma, queste storie del pavimento, queste storie di Paolino possono davvero conquistare un lettore, a patto che si dia a queste storie una possibilità e che si dia anche al lettore la possibilità di trovarle (il libro comunque è regolarmente acquistabile). Poi, di possibilità, chi leggerà scoprirà come i muri e i pavimenti di queste prose siano pieni zeppi. Nell'anno della morte di Gérard Genette, signore dei Palinsesti, una proposta da un autore italiano davvero consigliata.

venerdì 28 marzo 2014

Benway Series risponde a quattro domande

Librobreve intervista #36


LB: Serie. Progetto. Edizione bilingue. Questo è Benway Series (http://benwayseries.wordpress.com). Da Ashbery a Ponge passando per la riproposta di un grande "dimenticato" come Corrado Costa. E altro ancora. Ci raccontate perché, quando e come nasce Benway Series?
R: Per rispondere dobbiamo riferirci al panorama editoriale italiano, quello motivato e organizzato sulla produzione di cifre. Ovviamente si sta parlando di mercato, e il mercato trasforma i numeri in un valore, utile a produrre ancora numeri.
Benway fa riferimento ad un diverso sistema, basato sull’importanza dell’atto conoscitivo e agitato da movimenti centrifughi anche rispetto alla scrittura, alle sue categorie e agli stili. Il progetto si concretizza verso la fine del 2012 ed è portato avanti da quattro autori che dal ricavato di un libro ne traggono un secondo e così via; in dieci mesi sono usciti cinque libri Benway Series, con un investimento iniziale di poche centinaia di euro. Questi numeri non confermano e non smentiscono niente, proprio perché non è il mercato il nostro sistema di riferimento, bensì un ambiente, anche editoriale, differente.


LB: Come operate le scelte? Potete forse dare delle anticipazioni su titoli in cantiere?
R: La Serie è l’individuazione progressiva di punti sui quali si focalizza la nostra attenzione, senza definita pianificazione editoriale, dato che intendiamo muoverci in uno spazio in cui le variabili sono gli incontri coi libri, gli autori, i lettori etc. e manteniamo costante l’aspettativa per una scoperta che deve essere il naturale esito della miglior ricerca.
Pubblichiamo i libri che ci piacciono e che guardiamo come tasselli importanti in un contesto anche più ampio di quello specificamente letterario; scegliamo libri con i quali riusciamo a dialogare e che troviamo consistenti per un ambiente (come lo abbiamo definito) che attiviamo mentre lo stiamo esplorando.
I libri Benway sono, per scelta precisa, bilingui: per i testi stranieri, lingua originale e italiano; altrimenti, italiano e inglese (o francese o altra lingua, se nascerà l'esigenza). Due motivi importanti rispetto a questa scelta sono la ricerca di una relazione di non-sudditanza, di un rapporto non didascalico tra la traduzione italiana e il testo in lingua originale, e la volontà di mantenere attivo lo scambio con i nostri lettori-interlocutori stranieri.
Il prossimo libro Benway? Tra non molto pubblicheremo la notizia in rete (qui).


LB: No fear, doctor is here (William Burroughs). Perché questo motto?
R: Spiegare una citazione solitamente ne comprime le possibili interpretazioni. Diciamo che in linea con il personaggio del Dr. Benway nel “Pasto nudo” di Burroughs, non sempre è il dottore a curare e non sempre il malato deve guarire. Diciamo che se Benway Series potesse essere considerato un virus, tale definizione non ci dispiacerebbe.


LB: Ci raccontate del nome e soprattutto del bellissimo logo che avete adottato per questa serie?
R: Per la prima parte della domanda rimandiamo alla risposta precedente e alla lettura o ri-lettura del citato libro di W. Burroughs. Quanto al logo, abbiamo rubato il segno da un libro di Adrian Frutiger, un grande progettista di caratteri tipografici. Tra le varie illustrazioni c’era la riproduzione di un geroglifico egiziano, una pianta rivolta verso il sole che, leggiamo, significa “Sud”. L’abbiamo ruotato di novanta gradi e abbiamo deciso che quello era il logo.